Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 1

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Nota degli autori: il saggio è diviso in tre capitoli, per facilitare la lettura. Questa prima parte è incentrata su Anzola e sul padiglione misterioso.

La seconda parte racconta la vita dell’architetto Enrico Monti e del suo lavoro come sindaco nel paese di origine.

La terza ed ultima parte illustra la nascita e l’attività della Società Umanitaria a Milano e la sua partecipazione all’Esposizione Universale.

Per scaricare il pdf cliccare qui: Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 1

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Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Padiglione Umanitaria Esposizione 1906 Anzola d'Ossola Villa Carla

“Tre sono le caratteristiche dell’ameno paesello: le strade tutte coperte con pergolati d’uva, la primizia delle ciliegie che maturano ai primi di maggio, e la mancanza di sole sull’abitato nel cuore dell’inverno, dovuta alla posizione a ridosso di altissimi monti“. Così, nel Dizionario di Geografia Antica del 1890, si liquida in poche righe la descrizione di Anzola d’Ossola, un piccolo mondo ossolano. Lo scrittore di Migiandone Remo Bessero Belti lo ha definito “un paesaggio che sa di mondo di fate e di fiaba“.

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Il padiglione ritrovato

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Padiglione Umanitaria Esposizione 1906 Anzola d'Ossola Anzola panorama con gitanti alle Tre Crocette

Panorama di Anzola nel 1911 visto dalle Tre Crocette, dove sostano quattro persone in gita. Foto di Romeo Monti, Da Anzola i secoli una nostalgia, Anzola, Fondazione Arch. Enrico Monti, 1972

Il luogo è, fortunatamente, ancora intatto. Al centro del paese c’è una strana costruzione, che colpisce lo sguardo del visitatore per la sua armoniosa architettura e che ha destato la nostra curiosità. Davanti al Circolo, si scorge sulla sinistra nella zona detta “dei Topii”, circondato da una staccionata, il curioso edificio che appare disabitato, al centro di un giardino.

Il padiglione misterioso di Anzola d’Ossola. Sulla destra la strada che porta alla chiesa parrocchiale di San Tomaso e alcune “toppie”, caratteristici pergolati di vite bassi

Il padiglione misterioso di Anzola d’Ossola. Sulla destra la strada che porta alla chiesa parrocchiale di San Tomaso e alcune “toppie”, caratteristici pergolati di vite bassi

Evidente è il contrasto del manufatto con l’architettura locale, fatta di tipiche case ossolane, di pietra o intonacate, con i tetti in piode. Sono ancora visibili nel paese le “toppie” o “topie”, caratteristici pergolati di vite bassi, che un tempo coprivano tutte le strade del paese per produrre il cosiddetto “merican”, un vino dolce simile al fragolino. Il paese è collegato al resto della valle attraverso il fiume Toce, prima da un traghetto, e, dal 20 Ottobre del 1925, tramite la nuova passerella.

Una domenica pomeriggio del 1913 in Piazza San Rocco, il salotto all’aperto di Anzola. Davanti all’oratorio, eretto nel Seicento dalla famiglia Monti, si tenevano un tempo le assemblee dei paesani. A sinistra nella foto si scorge il profilo del forno comune, dove tutte le donne cuocevano il pane, utilizzato fino al 1952. Al centro le caratteristiche toppie. Foto di Romeo Monti, da Anzola i secoli una nostalgia, Anzola, Fondazione Architrtto Enrico Monti, 1972

Una domenica pomeriggio del 1913 in Piazza San Rocco, il salotto all’aperto di Anzola. Davanti all’oratorio, eretto nel Seicento dalla famiglia Monti, si tenevano un tempo le assemblee dei paesani. A sinistra nella foto si scorge il profilo del forno comune, dove tutte le donne cuocevano il pane, utilizzato fino al 1952. Al centro le caratteristiche toppie. Foto di Romeo Monti, da Anzola i secoli una nostalgia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 1972

Il Padiglione pare un’incrocio tra una casa da te e un granaio americano ed è fatto di legno. Gli abitanti di Anzola chiamano “cióós” il triangolo recintato davanti alla villa. Sopra la porta di ingresso cinque ampie finestre, poste l’una vicina all’altra, sono sormontate da nove aperture, con la forma di oblò ingentilite da quattro piccoli vetri triangolari chiusi in un serramento a forma di x. Viste a distanza formano un triangolo, che ricorda una geometria celeste.

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Inaugurazione di una bocchetta per l’acqua ad Anzola; sulla sinistra si intravvede il “cióós”, triangolo recintato davanti alla Villa Carla della famiglia Monti. Foto di Mario Badini, dal gruppo Sei di Anzola d’Ossola se

Nell’antica Grecia nove sorelle erano le Muse, generate da Zeus e Mnemosyne in nove notti sul loro sacro giaciglio. Le Muse rappresentavano l’ideale supremo dell’arte nella gerarchia divina, capaci di donare all’uomo la lesmosyne, l’oblio della sofferenza e la cessazione dell’angoscia. Come insegna Dante nella Divina Commedia il numero nove è la massima espressione dell’amore divino e nove sono i gironi infernali, così come le sfere del paradiso. Nella religione cristiana è il numero del miracolo, in quanto quadrato di 3, simbolo della trinità e del sacrificio di Gesù, che viene crocifisso alla terza ora, entra in agonia alla sesta e muore per la salvezza degli uomini alla nona ora. Nel suo significato esoterico il nove è simbolo della generazione e della reincarnazione.

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In apertura: il padiglione ad Anzola d’Ossola in una cartolina d’epoca.

Per scaricare il testo del primo capitolo clicca qui: Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 1

Bibliografia: “Il padiglione dell’Umanitaria alle esposizioni di Milano”, in L’Umanitaria, 25 Febbraio 1906; La mostra dell’Umanitaria, in L’Esposizione illustrata del 1906, Milano, Sonzogno, 1906; Enrico Rizzi, Anzola i secoli . una nostalgia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 1972; Anna Cambedda, Luigi Conconi, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 27, Roma, Treccani, 1982; Carlo Emilio Gadda, La meccanica, Milano, Garzanti, 1991; A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000; Angela Travostino Preioni, Ossolani illustri, in Terra d’Ossola, Domodossola, Lions, 2005; A.A.V.V., Milano verso il Sempione, a cura di Roberta Cordani, Milano, Celip, 2006; Pietro Redondi, Paola Zocchi, Milano 1906 L’Esposizione Internazionale del Sempione, Milano, Guerini e Associati, 2006; Morris L. Ghezzi e Alfredo Canavero, Alle origini dell’Umanitaria, Milano, Raccolto Edizioni, 2013; a cura di Piero Amos Nannini, Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013; a cura di Morris L. Ghezzi e Alfredo Canavero, Alle origine dell’Umanitaria, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013. Link: http://ambrogiofossati.it/, Mi 1906 Esposizione Internazionale del Sempione.

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Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 2

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Nota degli autori: il saggio è diviso in tre capitoli, per facilitare la lettura.

La prima parte è incentrata su Anzola e sul padiglione misterioso.

Questa seconda parte racconta la vita dell’architetto Enrico Monti e del suo lavoro come sindaco nel paese di origine.

La terza ed ultima parte illustra la nascita e l’attività della Società Umanitaria a Milano e la sua partecipazione all’Esposizione Universale.

Per scaricare il pdf cliccare qui: Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 2

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Enrico Monti e la dacia “volante”

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Anzola, tavolata all’Albergo del Popolo, detto anche ca’ d’Toni-Maria,  gestito da Antonio Maria Tedeschi, 1909. Offriva cucina casalinga, pergolato e bocce. Il primo a destra è Enrico Monti. Foto di Guido Tedeschi, postata da Luigi Boretti, dal gruppo Sei di Anzola d’Ossola se

Non sappiamo se l’autore dell’edificio abbia voluto riferirsi alla numerologia nel disegnare quei nove oblò sul Padiglione di Anzola. Era certo un artista bizzarro, che ben doveva conoscere l’esoterismo. Il mistero è presto svelato, come si legge nel pregevole volume Anzola, una terra ossolana nella storia, scritto dallo storico Enrico Rizzi e si può leggere in in una breve didascalia: la villa, denominata Carla, apparteneva all’architetto Enrico Monti e quella sorta di dacia in legno era stata trasportata, come per magia, da Milano! Originariamente infatti aveva ospitato il Padiglione della Società Umanitaria durante la manifestazione ambrosiana più importante del primo decennio del nuovo secolo: l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906, dedicata ai trasporti e all’apertura del tunnel del Sempione, che si tenne al Parco Sempione dal 28 Aprile all’11 Novembre. Enrico Monti aveva prodotto lui stesso il padiglione in legno, ma ignoriamo il motivo per cui lo trasportò e lo riassemblò ad Anzola nel 1911. L’edificio, semplice e lineare, era stato disegnato dal pittore-architetto Luigi Conconi e sarebbe quindi, con l’Acquario di Milano, uno dei sopravvissuti fra quelli costruiti per l’Esposizione, perché tutti gli altri, che non erano progettati per durare, furono demoliti.

Casa Monti ad Anzola. Il fotografo Paolo Monti bambino è il primo a sinistra mentre dà la mano al padre, Romeo. Sulla destra la cappelletta del Gabbio

Casa Monti ad Anzola. Il fotografo Paolo Monti bambino è il primo a sinistra mentre dà la mano al padre, Romeo. Sulla destra la cappelletta del Gabbio

Enrico Monti era nato a Milano il 25 Ottobre del 1873, da genitori ossolani. Giovane e intraprendente, iniziò studiare arte presso le scuole serali all’Accademia di Brera. A costo di importanti sacrifici riuscì a conseguire la laurea in architettura al Politecnico. Come racconta Angela Preioni Travostino, nel libro Terra d’Ossola, si era specializzato con successo “nella produzione di mobili e arredamenti di lusso“: aveva disegnato e realizzato la sala della Biblioteca Ambrosiana di Milano e lo studio di Arturo Toscanini nella sua casa di via Durini a Milano, ricostruito dal 1976 al Museo Storico del Conservatorio di Parma. La fabbrica dell’architetto Enrico Monti, che contava seicento operai, aveva filiali in altre città italiane. Produsse gli arredi del palazzo di Montecitorio, del Parlamento di Buenos Aires e di quello di Montevideo. Firmati dalla Enrico Monti & C. erano anche i mobili nel Palazzo della Società delle Nazioni di Ginevra e a una sala del Palazzo Reale di Amsterdam.

Interno della cabina di prima classe del Rex: nel 1933 Enrico Monti fu chiamato per la progettazione e la fabbricazione dei mobili insieme a Ducrot di Palermo per la prima classe, la classe speciale e la classe turistica. Le cabine di prima avevano in bagno e la veranda sul mare

Interno della cabina di prima classe del Rex: nel 1933 Enrico Monti fu chiamato per la progettazione e la fabbricazione dei mobili insieme a Ducrot di Palermo per la prima classe, la classe speciale e la classe turistica. Le cabine di prima avevano in bagno e la veranda sul mare

Nel 1914, a quarant’anni d’età, l’architetto Enrico Monti era il più giovane italiano cui era stata conferita la nomina a Cavaliere del Lavoro e il suo nome figurava già come membro onorario in molte Accademie. Nel ‘15 Monti fu incaricato dal governo italiano di allestire il Padiglione Italiano all’Esposizione mondiale di San Francisco e, successivamente, in molte altre nazioni. Tra il 1920 e il 1930 si dedicò agli arredamenti navali, allestendo 32 navi e transatlantici. Nel 1933 firmò insieme a Ducrot gli interni del Rex, dove chiamò alla direzione dei lavori lo scultore ed ebanista di Lissone Ambrogio Fossati.

In primo piano a destra l’architetto Enrico Monti nel 1906, durante una gita familiare in carro, ai Cantinitt di Megolo, una tradizione anzolese che aveva luogo nelle domeniche estive oppure a San Lorenzo il 10 Agosto. Da A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000

In primo piano a destra l’architetto Enrico Monti nel 1906, durante una gita familiare in carro, ai “Cantinitt” di Megolo, una tradizione anzolese che aveva luogo nelle domeniche estive oppure a San Lorenzo il 10 Agosto. Da A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000

Monti fu eletto sindaco di Anzola, il suo paese d’origine e si prodigò per la sua terra: fece costruire a proprie spesse la passarella sul Toce e, con l’oro fuso delle sue onorificenze, fece decorare la parrocchiale. Fondò l’asilo infantile e la banda musicale. Nel 1911 si riunì per la prima volta il comitato promotore della Pro Anzola: Nino Talamone, l’architetto professore Enrico Monti, don Pietro Diana, Pietro Talamoni, Giuseppe Monti, Emilio Monti e il geometra Romeo Monti. Il programma era centrato sulle tante migliorie che avrebbero facilitato la vita degli abitanti: istuituire una campana per il servizio del porto natante sul Toce, finora fatte a voce con “gran perdifiato, specie nelle ore di notte. Di attuare accessi più facili agli scali. La costruzione e la gestione di una ghiacciaia sociale. Di diramare una circolare perché tutte le famiglie interessate divengano soci e appoggino validamente la volonterosa associazione” (dalla “Prealpina” del 10 Agosto 1911). Anche la rivoluzione dell’elettricità arrivò ad Anzola nel 1912 grazie alla Pro Anzola.

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La banda di Anzola, fondata dal Monti. Foto di Mario Badini, da  Sei di Anzola d’Ossola se

Il Circolo di Cultura fu costruito e finanziato da Enrico Monti in memoria dei suoi figli Luigi e Piero. Uno lo perse in guerra e l’altro morì dopo lunga malattia. Il padre non si riprese mai da questo doppio lutto. Ne è testimonianza una lapide detro la chiesa di San Tommaso in cui è scritto che il sindaco fece degli abbellimenti n memoria dei suoi due figli. Enrico Monti morì a Milano il 2 Giugno del 1949. L’8 Novembre dello stesso anno la figlia Maria Luisa Rizzi Monti costituì, per onorare la memoria del padre, la Fondazione Architetto Enrico Monti, per la divulgazione culturale, l’organizzazione di convegni e la pubblicazione di imperdibili volumi sulla storia e la cultura alpina. Nel ‘50 Comune di Anzola gli dedicò la via principale e nel 1990 furono intitolate ad Enrico Monti e al fotografo Paolo Monti le scuole.

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Bibliografia: “Il padiglione dell’Umanitaria alle esposizioni di Milano”, in L’Umanitaria, 25 Febbraio 1906; La mostra dell’Umanitaria, in L’Esposizione illustrata del 1906, Milano, Sonzogno, 1906; Enrico Rizzi, Anzola i secoli . una nostalgia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 1972; Anna Cambedda, Luigi Conconi, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 27, Roma, Treccani, 1982; Carlo Emilio Gadda, La meccanica, Milano, Garzanti, 1991; A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000; Angela Travostino Preioni, Ossolani illustri, in Terra d’Ossola, Domodossola, Lions, 2005; A.A.V.V., Milano verso il Sempione, a cura di Roberta Cordani, Milano, Celip, 2006; Pietro Redondi, Paola Zocchi, Milano 1906 L’Esposizione Internazionale del Sempione, Milano, Guerini e Associati, 2006; Morris L. Ghezzi e Alfredo Canavero, Alle origini dell’Umanitaria, Milano, Raccolto Edizioni, 2013; a cura di Piero Amos Nannini, Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013; a cura di Morris L. Ghezzi e Alfredo Canavero, Alle origine dell’Umanitaria, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013. Link: http://ambrogiofossati.it/, Mi 1906 Esposizione Internazionale del Sempione.

 

Published in: on 22 aprpmTue, 21 Apr 2015 20:33:19 +00001102015 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 3

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Nota degli autori: il saggio è diviso in tre capitoli, per facilitare la lettura.

La prima parte è incentrata su Anzola e sul padiglione misterioso.

La seconda parte racconta la vita dell’architetto Enrico Monti e del suo lavoro come sindaco nel paese di origine.

Questa terza parte, più estesa, illustra la nascita e l’attività della Società Umanitaria a Milano e la sua partecipazione all’Esposizione Universale del 1906.

Per scaricare il pdf della terza parte clicca qui: Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 3

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Il lascito di Prospero Moisè Loria e la nascita dell’Umanitaria

L’Umanitaria era stata fondata a Milano nel 1892 per favorire il riscatto di diseredati e immigrati

L’Umanitaria era stata fondata a Milano nel 1892 per favorire il riscatto di diseredati e immigrati

L’Esposizione del 1906 era la prima occasione importante per la Società Umanitaria, fondata nel 1892 da Prospero Moisè Loria, di far conoscere la propria attività alla nazione. Nato a Mantova il 7 Aprile 1814, il Loria aveva fatto fortuna, insieme al fratello Angelo, con il commercio del legname. Fino a 50 anni circa visse in Egitto, dove divenne il primo fornitore di legname per le ferrovie del Viceré Mehemet-Alì.  “Fatto il primo milione” diceva il Loria, “non è difficile fare gli altri!“. Sempre con il fratello si era spostato a nella più cosmopolita Trieste, perché mal sopportava l’antisemitismo della gretta Mantova. Residente in via Manzoni 9 a Milano dal 1866, in una spaziosa casa su tre piani, incrementò il suo grande patrimonio grazie a efficaci investimenti finanziari, pur mantenendo uno stile di vita sobrio e parsimonioso.Viveva con lo stretto necessario, ma “per un gentile riguardo alla moglie, Anna Tedeschi, che tanto amava e tanto meritava d’essere amata per la sua bontà, volle farle omaggio di carrozza e cavalli, ma, perduta intempestivamente la diletta consorte, non volle più sapere dell’equipaggio e se ne sbarazzò. Preferiva le passeggiate a piedi“. Amava i viaggi  e ne faceva almeno uno all’anno, sempre da solo con il suo cameriere. “Mai perdeva una certa aria di serenità … quanto era riservato cogli adulti, altrettanto però era grazioso coi fanciulli … sostanzialmente i suoi costumi erano quelli di un  solitario: florido d’aspetto, sereno di carattere, rigido nei modi“. “Non ha potuto affezionarsi mai all’idea di possedere beni immobili”, ma stabilitosi a Milano acquistò un fondo in campagna e fece costruire un palazzo a destra della casa di via Manzoni 9, dove abitava, ma presto si annoiò di tutte le incombenze e lo mise in vendita: divenne l’Hotel Continental. Si era avvicinato alla massoneria, che apprezzava per gli intenti progressisisti e di aiuto alle persone bisognose. La sua modernità è evidente dall’iscrizione alla Società per la cremazione dei cadaveri nel 1878 e dalla donazione di L. 1000 al Comune per allestire una sala di anatomia nel Cimitero Monumentale, dove poter studiare con fini scientifici i corpi prima della cremazione.

Un ritratto di Prospero Moisè Loria, l’industriale mantovano di origine ebraica che destinò tutto il suo patrimonio alla fondazione della Umanitaria, con laico spirito filantropico. Alla sua morte il suo disegno fu realizzato dal politico Osvaldo Gnocchi Viani, primo segretario della Società

Un ritratto di Prospero Moisè Loria, l’industriale mantovano di origine ebraica che destinò tutto il suo patrimonio alla fondazione della Umanitaria, con laico spirito filantropico. Alla sua morte il suo disegno fu realizzato dal politico Osvaldo Gnocchi Viani, primo segretario della Società

Il suo carezzato sogno, prima di morire, era quello di fondare una società umanitaria per aiutare i diseredati, i contadini che lasciavano la campagna per trovare un misero lavoro e una vita grama in città. A Milano entravano ogni anno da 10.000 a 12.000 persone in cerca di occupazione con condizioni di vita pesantissime: la giornata di lavoro era di 12 ore e nei giorni festivi non era prevista la paga. Molti operai erano ammalati di pellagra per squilibrio alimentare, le donne erano sfruttate, i bambini impiegati come garzoni di bottega o spazzacamini, le fanciulle come le “piscinine” costrette a lavorare troppe ore in condizioni disagevoli.

Emilio Longoni, La Piscinina, 1890,  Gallarate, Collezione Privata. Erano chiamate così le bambine, apprendiste sarte o stiratrici, costrette a crescere in asfittici scantinati o in appartamenti trasformati in laboratori e a trasportare il pesantissimo ‘scatolone’ per le consegne. Le ragazzine sfruttate furono, il 23 Febbraio 1902, le protagoniste di uno sciopero in cui chiedevano di avere i loro diritti regolamentati. Fu proprio una ex piscinina, Rosa Genoni, che diventata stilista, organizzò nel 1905 la Scuola professionale femminile per la Società Umanitaria

Emilio Longoni, La Piscinina, 1890, Gallarate, Collezione Privata. Erano chiamate così le bambine, apprendiste sarte o stiratrici, costrette a crescere in asfittici scantinati o in appartamenti trasformati in laboratori e a trasportare il pesantissimo ‘scatolone’ per le consegne. Le ragazzine sfruttate furono, il 23 Febbraio 1902, le protagoniste di uno sciopero in cui chiedevano di avere i loro diritti regolamentati. Fu proprio una ex piscinina, Rosa Genoni, che diventata stilista, fu scelta dall’Umanitaria nel 1905 per la direzione della Suola di sartoria

Già nel 1884 Prospero Moisè Loria aveva scritto su alcuni opuscoli, che aveva prodotto e stampato personalmente, della sua idea di fondare una nuova organizazione con una sottoscrizione pubblica, che potesse coordinare gli istituti di carità già presenti e di fornire “vitto, alloggio e lavoro alle classi bisognose“. L’Umanitaria avrebbe dovuto aprire una Casa del Lavoro “onde togliere al paese la macchia dell’accattonaggio e quella del vagabondaggio … Molti dissero che l’idea sarebbe ottima, l’attuarla impossibile, per cui nessuno ne prese l’iniziativa“. Il Comune di Milano temeva infatti che l’iniziativa avrebbe potuto far nuocere ai lavoratori e quindi non rispondeva alla proposta del benefattore, che non si scoraggiò, ma l’8 Ottobre 1891 fece una donazione di 100.000 Lire, “imprescindibilmente” collegata all’istituzione della Casa del Lavoro. Qui avrebbero trovato accoglienza accattoni e vagabondi, che in cambio del lavoro avrebbero avuto cibo e un letto dove dormire.

Le Riflessioni di un affamato, noto anche con il nome di Contrasti sociali / Lotta di classe, dipinto da Emilio Longoni nel 1894 ben rappresenta la condizione di povertà e carestia di una cospicua fetta della società lombarda alla fine del secolo. Biella, Museo del Territorio Biellese

Le Riflessioni di un affamato, noto anche con il nome di Contrasti sociali / Lotta di classe, dipinto da Emilio Longoni nel 1894 ben rappresenta la condizione di povertà e carestia di una cospicua fetta della società lombarda alla fine del secolo. Biella, Museo del Territorio Biellese

Il sindaco Giulio Belinzaghi riunì la giunta per valutare l’offerta, ma Osvaldo Gnocchi Viani, il consigliere socialista tra i fondatori della Camera del Lavoro si oppose, definendo in modo sprezzante la donazione del Loria “beneficienza preventiva“. Il commerciante era testardo e prima di morire per un improvviso enfisema polmonare, il 28 Ottobre 1892, scrisse nel testamento che avebbe donato al Comune dieci milioni di lire per la costituzione della Società Umanitaria entro un anno, altrimenti la somma sarebbe andata alla Casa benefica per i giovani derelitti d’ambo i sessi di Torino. Nella volontà del benefattore era espressa la natura democratica della Società Umanitaria: tutti potevano concorrere alla sua creazione, sia pure con un minimo contributo e al suo funzionamento. Lo scopo era “aiutare i diseredati a rilevarsi da se’ stessi col lavoro, coll’appoggio, coll’istruzione“. Per questi nobili intenti il Loria aveva destinato al suo progetto beni del valore di 13.047.796,50, che producevano annualmente un reddito di 600.000. L’Umanitaria disponeva di 465.000 all’anno per le diverse attività da sostenere.

La stesura del primo Statuto della Società Umanintaria, 1893

La stesura del primo Statuto della Società Umanintaria, 1893. Archivio Umanitaria

Tutti i consiglieri, questa volta, accolsero le volontà di Loria e, oltre alla Casa del Lavoro, pensarono di creare l’Ufficio di Collocamento, le Scuole d’arte e mestieri, le Cooperative e le altre imprese per  “agevolare il lavoro e prevenire la disoccupazione“. Fu nominato in fretta un Comitato per fare la Società, che avrebbe accettato anche soci che avessero portato una lira. L’assemblea elesse un Consiglio che comprendeva avvocati, ingnegneri, operai e industriali. Nel frattempo, a complicare la vicenda, la Congregazione della Carità, che aveva in custodia l’eredità arci milionaria, si rifiutò di restituirla al Comune e si fecero vivi i parenti e la Casa Benefica di Torino.

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Artiglieria sabauda in Piazza Cinque Giornate a Milano, durante i moti del Maggio 1898 a Milano, repressi nel sangue dal generala Bava Beccaris, in una foto G.B. Ganzini. In seguito alla protesta l’Umanitaria venne sciolta in maniera illegale e potè iniziare la sua attività solo nel 1904

Il presidente eletto era allora l’avvocato socialista Luigi Majno. Nel 1894 scrisse allo scrittore Paolo Valera, che risiedeva a Londra per informarsi su come veniva affrontata la questione dei senzatetto nel Regno Unito. La prima riunione dell’Umanitaria si era tenuta a Palazzo Marino. Nal 1897 furono affittati alcuni locali in via Monte Napoleone 23, nella Casa Modigliani, ma, dal 1903, il Consiglio si riuniva in quella che era la bellissima casa del Loria, in via Manzoni al 9. Nel 1907 l’Umanitaria si spostò dov’è ubicata tutt’ora, nell’area tra via Santa Barnaba, via Pace e via Fanti. Quando finalmente furono risolte, con alcune elargizioni, le battaglie legali e l’Umanitaria avrebbe potuto iniziare la sua attività, venne il maggio del 1898 con la rivolta per il prezzo del pane e la brutale repressione del generale Bava Beccaris. L’Umanitaria venne sciolta, in maniera illegale, perché giudicata pericolosa, essendo “nelle mani di persone notoriamente affiliate a partiti estremi“. La decisione fu impugnata, ma fu soltanto nel 1904 che l’Umanitaria iniziò davvero ad aiutare i poveri, così come aveva voluto il suo mecenate.

Il manifesto delle Scuole femminili estive per operaie, istituite dall’Umanitaria nel 1904. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Il manifesto delle Scuole femminili estive per operaie, istituite dall’Umanitaria nel 1904. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Fra le tante iniziative promosse c’erano l’ufficio del lavoro, che doveva studiare le condizioni d’impiego, l’ufficio traduzioni e informazioni per approfondire esempi stranieri, l’edilizia operaia, ma anche la progettazione e la realizzazione del mobilio della casa operaia, che doveva avere “una linea decorativa pura e serena per il riposo del lavoratore“. Si trattava di mobili semplici e aggraziati che invitassero alla “quiete del corpo e del pensiero“. Gli alloggi dovevano avere acqua corrente e gas. L’ufficio di collocamento era rivolto ai disoccupati in cerca di lavoro. Non mancavano un segretariato per l’emigrazione interna e il consorzio per la tutela dell’emigrazione, la cassa-sussidio alla disoccupazione. Inoltre erano stati istituiti l’ufficio d’indicazione per i bisognosi, che doveva indirizzarli alle istituzioni di assistenza, l’ufficio agrario, l’ufficio dell’emigrazione, il laboratorio sociale di calzolai, la Scuola d’arte applicata all’industria, la Scuola professionale femminile, la Scuola-Laboratorio di elettrotecnica, la Scuola del libro, la Scuola di disegno elementare per operai, la Scuola professionale femminile, dove le donne potevano studiare per diventare sarte, stiratrici, cucitrici o cuoche.

Una sala del reparto di cartotecnica della Casa del Lavoro dell’Umanitaria nel 1911. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Una sala del reparto di cartotecnica della Casa del Lavoro dell’Umanitaria nel 1911. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

La sezione di composizione della Scuola del Libro in via Goldoni 10, nel 1904. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

La sezione di composizione della Scuola del Libro in via Goldoni 10, nel 1904. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Il laboratorio per orefici, incisori, cesellatori delle Scuole d’Arte applicate all’industria nel 1904. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Il laboratorio per orefici, incisori, cesellatori delle Scuole d’Arte applicate all’industria nel 1904. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

La casa di lavoro era uno spazio a due piani in cui si potevano riparare vestiti e delle scarpe, dei cappelli. Ospitava anche un laboratorio per lavori di falegnameria, da fabbro, per la fabbricazione di semplici giocattoli e di sacchetti di carta. Il Consorzio delle biblioteche popolari era un’altra creazione dell’istituzione benefica, che riuniva la sale di lettura e di prestito. La sede centrale era un via Ugo Foscolo 5, poi c’era quella della Camera del Lavoro in via Crocefisso 15-17 Altre biblioteche erano situate in Corso Magenta al 15, in via Solari 54 nel quartiere popolare dell’Umanitaria e in via Varese 4. Per i disoccupati l’Umanitaria aveva edificato a Ferno, a seicento metri di distanza di Vizzola Ticino, la Colonia Agricola.

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L’edilizia popolare “rivoluzionaria”

Un’immagine del quartiere di Via Solari, realizzato dall’Umanitaria tra il 1905 e il 1906 e progettato dall’architetto Giovanni Broglio, originario di Trarego; la Casa dei Bambini, una scuola che segue il metodo Montessori era al piano terra, così le mamme potevano stare vicino ai loro figli. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Un’immagine del quartiere di Via Solari, realizzato dall’Umanitaria tra il 1905 e il 1906 e progettato dall’architetto Giovanni Broglio, originario di Trarego; la Casa dei Bambini, una scuola che segue il metodo Montessori era al piano terra, così le mamme potevano stare vicino ai loro figli. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

Il quartiere di via Solari, che sarebbe diventato un bellissimo modello di edilizia popolare, purtroppo mai ripetuto, fu costruito dall’Umanitaria tra il 1905 e il 1906, approfittando delle agevolazioni previste dalla legge Luzzatti per le case popolari. L’articolato progetto era stato firmato nel 1904 da Giovanni Broglio, nato poverissimo a Trarego e arrivato orfano a Milano, dove era riuscito a“rilevarsi da se medesimo“: partendo da semplice muratore era arrivato alla professione di architetto grazie allo studio e al lavoro.

La pianta del piano terreno del quartiere modello di via Solari 40. Oltre agli appartamenti di tre, due o un locale, erano presenti la portineria, il locale per l’allattamento, l’asilo, la sala riunioni e la sala lettura. Da Il Politecnico. Giormale dell’ingegnere architetto civile industriale, 1906

La pianta del piano terreno del quartiere modello di via Solari 40. Oltre agli appartamenti di tre, due o un locale, erano presenti la portineria, il locale per l’allattamento, l’asilo, la sala riunioni e la sala lettura. Da “Il Politecnico. Giornale dell’ingegnere architetto civile industriale”, 1906

Il prospetto del lato verso il cortile delle case popolari di via Solari

Il prospetto del lato verso il cortile delle case popolari di via Solari

Su un’area di 11.000 metri quadrati undici edifici contenevano 240 appartamenti, di ampiezze diverse, da uno, due o tre locali. Con un vero progresso, tanto che gli alloggi furono addirittura definiti “rivoluzionari” rispetto ai consueti tugurii maleodoranti che erano di solito riservati agli operai meneghini. Avevano un gabinetto privato, il condotto per la pattumiera, lavandino e acqua potabile e persino speciali bocche d’aerazione, per garantire il ricambio d’aria, senza dover aprire le finestre durante il rigido inverno. A corredo delle abitazioni private il quartiere era dotato anche di docce per donne e uomini, lavanderia comune, uno spazio per le riunioni, la biblioteca, una sala di ritrovo dopo il lavoro, una per l’allattamento e la pista per le bocce.

La Casa dei Bambini in via Solari nel 1910: i piccoli mettono in ordine dopo la merenda. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

La Casa dei Bambini in via Solari nel 1910: i piccoli mettono in ordine dopo la merenda. Da Piero Amos Nannini (a cura di), Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013

L’orario seguito in tutte le Case dei Bambini fondate dall’Umanitaria a Milano

L’orario seguito in tutte le Case dei Bambini fondate dall’Umanitaria a Milano

Nella “Casa dei bambini”, ovvero l’asilo, dal 1908 fu applicato per la prima volta a Milano il metodo Montessori , adatto a crerare un’”ambiente armonico e scientifico“. Mille inquilini trovarono lì la loro casa moderna, pagando 100 Lire all’anno. Carlo Emilio Gadda considerava le case popolari il miglior esempio dell’edilizia civile, perché erano “costruite secondo un piano decente, con alloggi da una a tre camere“, con il servizio igienico “non sulle scale o su’ ballatori, buono per cento in comune“, ciascun alloggio “col ‘campanello’, coll’acqua” e con “il condotto delle immondezze, luce, gas, riscaldamento! Ne’ locali di pianterrendo i bimbi degli inquilini venivano raccolti per le ore diurne a una specie d’asilo; non banchi tetri, ma cadreghine e tavolinetti in circolo, d’attorno la buona maestra“.

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Un’occasione di propaganda

L’ingresso all’area espositiva dell’Expo del 1906 si trovava nella zona del Castello Sforzesco. Era stata progettata dall’architetto Sebastiano Locati e riproponeva in dimensioni reali, nelle sue due aperture, i tunnel ovoidali del traforo del Sempione. Sia il bugnato che le rocce erano stati riprodotti grazie a calchi degli originali. La scultura al centro rappresentava i minatori delle gallerie guidati da un ingegnere con la lanterna. All’interno si potevano vedere per diversi metri travi e assi, le gigantesche strutture in ferro, i motori di demolizioni e i vari materiali utilizzati nelle costruzione. Erano state accuratamente riprodotte pure le nicchie e i cunicoli di sicurezza a prevenzione di frane o inondazioni. In esposizione anche i vari attrezzi e gli strumenti usati per abbattere la roccia, insieme all’infaticabile locomotiva che per anni aveva trasportato gli operai e i macchinari all’ingresso delle gallerie, oltre agli studi e le pubblicazioni sull’argomento

L’ingresso all’area espositiva dell’Expo del 1906 si trovava nella zona del Castello Sforzesco. Era stata progettata dall’architetto Sebastiano Locati e riproponeva in dimensioni reali, nelle sue due aperture, i tunnel ovoidali del traforo del Sempione. Sia il bugnato che le rocce erano stati riprodotti grazie a calchi degli originali. La scultura al centro rappresentava i minatori delle gallerie guidati da un ingegnere con la lanterna. All’interno si potevano vedere per diversi metri travi e assi, le gigantesche strutture in ferro, i motori di demolizioni e i vari materiali utilizzati nelle costruzione. Erano state accuratamente riprodotte pure le nicchie e i cunicoli di sicurezza a prevenzione di frane o inondazioni. In esposizione anche i vari attrezzi e gli strumenti usati per abbattere la roccia, insieme all’infaticabile locomotiva che per anni aveva trasportato gli operai e i macchinari all’ingresso delle gallerie, oltre agli studi e le pubblicazioni sull’argomento

L’Esposizione del 1906, indetta per celebrare l’audace impresa del traforo del Sempione, era un’importante opportunità per far conoscere a tanti l’operato dell’Umanitaria, i progetti già realizzati e quelli futuri. Fu per queste ragioni che si allestì il Padiglione all’Expo del 1906. Nell’Archivio storico della Società Umanitaria conservato presso l’accogliente Biblioteca in via Daverio 7, è stato possibile, grazie al responsabile Claudio Colombo, consultare i preziosi documenti che illustrano la genesi dell’iniziativa.

Luigi Conconi disegnò il Padiglione dell’Umanitaria all’Esposizione del 1906. Nato a Milano da una famiglia patrizia originaria di Malnate il 30 maggio del 1852, si era iscritto nel 1872 alla Scuola Superiore di Architettettura di Brera. Passò poi al Reale Istituto Tecnico Superiore dove, allievo di Camillo Boito, si diplomò architetto nel 1874. In quell’ambiente scientifico sia Conconi che il compagno Guido Pisani Dossi, come rievocava l’amico Luca Beltrami, “costituivano due elementi eccezionali, per la genialità delle manifestazioni già improntate ad un senso di ribellione alle tradizioni accademiche, cosicché avveniva di vedere sotto i porticati del Politecnico, assieme ai due giovani allievi, passeggiare il Rovani, il Grandi, il Gorini (ribelle alla scienza ufficiale), e Tranquillo Cremona“. Conconi fu un artista poliedrico: pittore, incisore, acquafortista e architetto. Per Carlo Pisani Dossi realizzò nel 1897, assieme all’architetto Perrone, la villa in stile liberty neoclassico, a Cardina, sul Monte Olimpino, in una posizione eccezionale sopra Como e progettò, nello stesso anno, la tomba di Felice Cavallotti sopra Dagnente. Si spense a Milano il 22 Gennaio del 1917, a 65 anni, dopo una lunga malattia

Luigi Conconi disegnò il Padiglione dell’Umanitaria all’Esposizione del 1906. Nato a Milano da una famiglia patrizia originaria di Malnate il 30 maggio del 1852, si era iscritto nel 1872 alla Scuola Superiore di Architettettura di Brera. Passò poi al Reale Istituto Tecnico Superiore dove, allievo di Camillo Boito, si diplomò architetto nel 1874. In quell’ambiente scientifico sia Conconi che il compagno Guido Pisani Dossi, come rievocava l’amico Luca Beltrami, “costituivano due elementi eccezionali, per la genialità delle manifestazioni già improntate ad un senso di ribellione alle tradizioni accademiche, cosicché avveniva di vedere sotto i porticati del Politecnico, assieme ai due giovani allievi, passeggiare il Rovani, il Grandi, il Gorini (ribelle alla scienza ufficiale), e Tranquillo Cremona“. Conconi fu un artista poliedrico: pittore, incisore, acquafortista e architetto. Per Carlo Pisani Dossi realizzò nel 1897, assieme all’architetto Perrone, la villa in stile liberty neoclassico, a Cardina, sul Monte Olimpino, in una posizione eccezionale sopra Como e progettò, nello stesso anno, la tomba di Felice Cavallotti sopra Dagnente. Si spense a Milano il 22 Gennaio del 1917, a 65 anni, dopo una lunga malattia

Con una deliberazione del 13 Dicembre 1905 la Società Umanitaria aveva incaricato Luigi Conconi di disegnare il progetto del Padiglione. Fin dagli anni Novanta era professore incaricato di disegno e storia dell’arte alla Scuola d’arte. Due altri progetti, più elaborati e in stile con gli altri edifici dell’Esposizione, vennero commissionati e poi scartati. Fu preferita la sobria costruzione di legno immaginata dal Conconi, forse perché più semplice, dall’ “eleganza seria e modesta” adatta “alla benefica istituzione” e priva di “mascheroni” e di “stucchi sfarzosi“.

Uno dei progetti scartati per il progetto per il Padiglione dell’Umanitaria presentato dalla Società Costruzioni A. Brambilla. Milano, Archivio Società Umanitaria

Uno dei progetti scartati per il progetto per il Padiglione dell’Umanitaria presentato dalla Società Costruzioni A. Brambilla. Milano, Archivio Società Umanitaria

Il progetto per il Padiglione dell’Umanitaria di Orsino Bongi del 1905, che non fu realizzato. Milano, Archivio Società Umanitaria

Il progetto per il Padiglione dell’Umanitaria di Orsino Bongi del 1905, che non fu realizzato. Milano, Archivio Società Umanitaria

Il 15 Marzo del 1905 erano state stanziate dal Consiglio Direttivo 3500 lire, da prelevare dal fondo di riserva, per l’edificazione del Padiglione al Parco Sempione, l’area più centrale e accessibile, rispetto alla Piazza d’Armi. La spesa prevedeva un costo al metro quadro di Lire 25 e l’occupazione di 250mq. Per il Padiglione dell’Umanitara era previsto uno spazio autonomo, concesso gratuitamente, per “la natura dell’Istituto richiedente, la sua importanza, la nobiltà de’ fini, scevri di ogni intento di speculazione“. Nella progettazione degli spazi e nella scelta di che cosa esporre nulla era stato lasciato al caso, come si evince dall’inventario manoscritto del 21 Settembre 1906.

Il Padiglione dell’Umanitaria disegnato da Luigi Conconi all’Esposizione di Milano del 1906

Il Padiglione dell’Umanitaria disegnato da Luigi Conconi all’Esposizione di Milano del 1906

Il disegno acquarellato da Luigi Conconi per il Padiglione dell’Umanitaria all’Expo 1906

Il disegno acquarellato da Luigi Conconi per il Padiglione dell’Umanitaria all’Expo 1906

La facciata laterale del Padiglione

La facciata laterale del Padiglione

La pianta del Padiglione secondo il progetto di Conconi: a sinistra in alto il salone, “luogo di riunione”; nella parte a destra in basso i due locali replica delle case operaie di via Solari

La pianta del Padiglione secondo il progetto di Conconi: a sinistra in alto il salone, che aveva due ingressi ed era la riproduzione del “luogo di riunione” dove l’Umanitaria avrebbe messo in mostra tutte le sue attività; nella parte a destra in basso i due locali, replica delle case operaie di via Solari con la loggetta rotonda e piccola loggia di accesso

Nel Padiglione per l’Esposizione, di forma essenziale e composto da tre ambienti, sarebbe stato possibile visitare locali e i mobili di un alloggio composto da due camere, la “cucina-ritrovo giornaliero della famiglia operaia”, la camera da letto e da “una sala di riunione e di ritrovo comune” per operai, adatta alla lettura e alle conversazioni, che sarebbe poi stata realizzata nelle case popolari che si stavano costruendo in via Solari. In questa stanza più grande sarebbero state esposte le attività dell’Umanitaria e i manufatti delle scuole professionali e di arti applicate. I locali dovevano ritenersi forniti di acqua potabile e illuminazione. Venne quindi indetto un concorso per progetto-disegno di tipi di abitazioni operaie, istituendo due premi, uno di 500 e l’altro di 300 Lire, con scadenza il 15 Giugno 1905. I concorrenti dovevano disegnare gli ambienti e completare il progetti di ammobiliamento. I mobili dovevano rispettare i seguenti requisiti: solidità, durabilità e praticità d’uso cui erano destinati. La loro forma avrebbe donato alla casa dell’operaio un aspetto semplice e armonico. Il costo complessivo doveva corrispondere ai bisogni di una famiglia operaia di medie condizioni, composta da tre persone (i genitori e un figlio) e non doveva superare la somma di Lire 700. La commissione avrebbe premiato i mobili che presentavano requisiti richiesti e che non si rifacessero agli stili storici pieni di “decorazioni goffe e meschine“.

La cucina – pranzo disegnata da Emilio Dozio, per il C0ncorso per l’ammobiliamento di una casa operaia, 1905. Da “L’Umanitaria”, 1905

La cucina – pranzo disegnata da Emilio Dozio, per il C0ncorso per l’ammobiliamento di una casa operaia, 1905. Da “L’Umanitaria”, 1905

La camera da letto progettata da Emilio Dozio, per il C0ncorso per l’ammobiliamento di una casa operaia, 1905. Da “L’Umanitaria”, 1905

La camera da letto progettata da Emilio Dozio, per il C0ncorso per l’ammobiliamento di una casa operaia, 1905. Da “L’Umanitaria”, 1905

I due progetti selezionati, da far realizzare alle scuole laboratorio, furono la camera dal letto di Emilio Dozio e la cucina di Augusto Ghedini, scelti per la loro linearità contro “finezze eccessive” e “lusso apparente”. Emerge chiaramente la volontà di un intento moralizzatore da parte dell’Umanitaria, che idealmente collegava la sobrietà dell’arredo con la correttezza del compotamento, nell’intento di guarire le possibili devianze mentali e malattie fisiche delle classi meno abbienti. La ditta costruttrice del Monti avrebbe noleggiato il Padiglione all’Umanitaria per la durata della mostra e avrebbe poi proveduto alla rimozione. Il lotto di 250 metri quadri fu concesso gratutitamente dal Comune di Milano. Fu scelto l’architetto Enrico Monti, allora residente a Milano in via Farini 18, perché era già in rapporto con l’Umanitaria, essendo il dirigente della sezione del legno alla Scuola-Laboratorio d’arte applicata all’industria ed offriva “speciali e vantaggiose condizioni”. La costruzione del Padiglione, che era smontabile e trasportabile, sarebbe costata L. 17.000 e il noleggio L. 10.000. Nella domanda di ammissione del 24 Agosto 1905 diretta al Comitato dell’Esposizione si legge un’interessante elenco degli oggetti che si metteranno in mostra: i prodotti della Scuola-laboratorio di arte applicata all’industria, quelli delle sezioni del legno, del ferro e dei metalli preziosi, quelli delle sezioni complementari di plastica e decorazione. Inoltre i prodotti della scuola professionale del Libro, sezioni litografi e disegnatori litografi, della Scuola del disegno elementare e delle Scuole festive di disegno per operai, i manufatti della Scuola professionale femminile, nelle sezioni di disegno, sartoria, ricamo, biancheria e stireria.

Pianta del Padiglione della Società Umanitaria all’Expo di Milano del 1906. In basso a destra erano collocate i locali operai: la cucina – sala da pranzo e la camera da letto

Pianta del Padiglione della Società Umanitaria all’Expo di Milano del 1906. In basso a destra erano collocate i locali operai: la cucina – sala da pranzo e la camera da letto

Come spesso accade in questi casi, il preventivo iniziale lievitò. Il 5 Maggio si rese evidente la necessità di aumentare i fondi, arrivando alla rilevante spesa di 10.000 Lire. Come si legge nel verbale della riunione il ritocco era motivato da fini propagandistici di un “ente morale di recentissima fondazione, che vuol essere meglio conosciuto ed apprezzato dal pubblico, il quale, in gran parte almeno dimostra di non aver chiara notizia delle sue provvide intraprese”. Lo scopo era illustrare meglio i vari rami di attività dell’Umanitaria con la stampa di due opuscoli illustrati da distribuirsi ai visitatori, “che si presentassero sotto attraente forma, l’uno di maggior mole destinato ai Congressisti dell’Arte e della Previdenza, edito in 10.000 esemplari, l’altro più modesto, in 5.000 copie per la diffusione alla mostra“. Le due pubblicazioni sarebbero state affidate alla Scuola del Libro dell’Umanitaria e i volumetti non distribuiti sarebbe stati venduti successivamente a 50 centesimi. La pubblicazione più corposa doveva essere dedicata all’Umanitaria e alla sua opera, avere circa 80 pagine e misurare 15X24. Alla fine l’edizione, che nel progetto doveva illustrare 25 argomenti, guadagnò qualche decina di pagine in più. La carta fu acquistata per Lire 925,48 dalla ditta Rigamonti di via Borromei 6, la copertina di tipo Americano comprata in risme di 50 fogli dalla Cartiera di Carmignano di Brenta e il volume realizzato dalla Scuola del libro. Il titolo prescelto fu L’Umanitaria e la sua opera e illustrava la storia dell’istituzione e la sua opera.

Il preventivo presentato in data 12 Dicembre 1910 dall’architetto Enrico Monti per la costruzione del Padiglione per la Società Umanitaria all’Esposizione di Milano 1906

Il preventivo presentato in data 12 Dicembre 1910 dall’architetto Enrico Monti per la costruzione del Padiglione per la Società Umanitaria all’Esposizione di Milano 1906

Il 30 Marzo 1906 l’architetto Monti viene avvertito via lettera di “ritirare in sede il mobilio e tutti gli oggetti di cui si allega l’elenco che riguardano l’impianto della Mostra delle Cooperative perché possa procedere alla cernita di quelli che si possono collocare nel nostro Padiglione all’Esposizione ed alla vendita di tutti gli altri alle migliori condizioni possibili”. Si deduce che la scelta degli arredi era affidata a Monti. L’Istituto si pose anche la necessità di organizzare dei locali di accoglienza e dormitorio per gli operai visitatori. Dapprima ci fu un accordo con la Camera del Lavoro per utilizzare una loro proprietà in via San Barnaba, ma dopo aver verificato che quegli ambienti erano inadatti, si preferì allestirli nella sede dell’Umanitaria di via Manzoni 9. L’11 Novembre del 1905 il Comitato dell’Esposizione invita l’Umanitaria alla “costruzione del vostro Chiosco“, che non può essere ulteriormente ritardata.

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La grande fiera del progresso

Una cartolina celebativa dell’Esposizione, con il sole dell’avvenire che illumina la mostra

Una cartolina celebativa dell’Esposizione, con il sole dell’avvenire che illumina la mostra

L’Esposizione Internazionale venne inaugurata il 28 Aprile e restò aperta fino all’11 Novembre. Gli edifici che ospitavano tutti i settori della produzione nazionale e le varie nazioni straniere erano stati costruiti in due zone di Milano: al Parco Sempione e nella zona che dal 1923 sarebbe stata occupata dalla Fiera Campionaria, collegate da una ferrovia sopraelevata. Il tema prescelto era quello dei trasporti e della celebrazione del traforo ferroviario transalpino del Sempione, la titanica impresa di collegamento sotterraneo tra l’Italia e la Svizzera. L’immagine simbolo della mostra fu disegnata da Leopoldo Metlicovitz. Per l’occasione si spesero 13 milioni di lire e vennero fabbricate 225 nuove costruzioni. Parteciparono 40 nazioni e 35.000 espositori. Più di 5 milioni di persone visitarono l’esposizione, tra cui la Regina Madre Margherita di Savoia.

La Galleria del Lavoro all’Esposizione del 1906, dove erano esposti i macchinari più rivoluzionari

La Galleria del Lavoro all’Esposizione del 1906, dove erano esposti i macchinari più rivoluzionari

Come racconta Guido Lopez in 1906: l’anno che cambò Milano nel volume Milano verso il Sempione, nonostante la mostra milanese indicasse un futuro di benessere, grazie allo sviluppo industriale, non era tutto rose e fiori. “Un inchiesta dell’Umanitaria condotta nel 1903 aveva rilevato ben 250.000 individui classificabili come ‘di condizione operaia’ e ogni anno si era calcolata una media di 8.000 adulti alla caccia di lavoro: e neppure la metà lo conquistavano”. Per gli allievi delle scuole laboratorio d’arte l’Umanitaria acquistò degli abbonamenti all’Esposizione, mentre agli alunni più meritevoli fu dato premio un abbonamento festivo. Si decise inoltre, per aumentare l’affluenza, che il Padiglione sarebbe stato aperto nelle sere di sabato e domenica per il mese di Settembre.

Lasciapassare per il futuro: il biglietto di ingresso N. 03078

Lasciapassare per il futuro: il biglietto di ingresso N. 03078

L’Umanitaria si dedicò anche all’organizzazione di visite gratuite per operai e artigiani. Erano stati contattati, per esempio, vari laboratori milanesi per selezionare un gruppo di ricamatrici. La visita guidata al Padiglione e alle singole mostre ebbe luogo il 21 Ottobre 1906. “Desiderando che le operaie predette abbiano nella loro visita una guida intelligente ed amorosa” che possa fornire alle visitatrici “gli opportuni schiarimenti sulle mostre che venivano passate in rassegna“, le 395 operaie furono accompagnate dal pittore E. Calori e dalla direttrice di ricamo della scuola professionale dell’Umanitaria, che si accollò il costo dei biglietti di Lire 193.50. Una visita simile fu allestita per i doratori e verniciatori e per molte categorie di studenti e lavoratori delle scuole dell’Umanitaria.

Alcune visitatrici osservano la varietà delle sete e dei damaschi prodotti dalla ditta di Arturo Dolara, l’industriale di Como che possedeva una grande e moderna fabbrica a Fino Mornasco

Alcune visitatrici osservano la varietà delle sete e dei damaschi prodotti dalla ditta di Arturo Dolara, l’industriale di Como che possedeva una grande e moderna fabbrica a Fino Mornasco

La partecipazione all’Esposizione fu un successo, considerando i premi assegnati, tra cui la medaglia d’oro del Ministero di agricoltura per l’impegno nelle scuole. Ci furono visitatori che chiesero di acquistare o di far realizzare i mobili dell’appartamento modello e molti si informarono sul quartiere di via Solari. Giunsero molte lettere dall’estero firmate da associazioni di mutuo soccorso, amministrazioni comunali e istituti di credito. Venivano subito evase dall’Umanitaria, che inviava bibliografie, opuscoli, indicava esempi e luoghi. Alcuni ceramisti e artigiani misero in vendita o donarono i loro oggetti, come gli abiti, i pizzi i ricami della Cooperativa italiana industrie femminili e i giochi in legno provenienti dal padiglione russo, oltre a un “tavolino e una poltroncina della serie carretto siciliano” di Ernesto Basile per la ditta Ducrot di Palermo. Alla chiusura della mostra si pensò anche alla creazione di un Museo Sociale e a una Raccolta di arte decorativa moderna, progetto che poi non fu realizzato. La mostra chiuse i battenti per sempre l’11 Novembre del 1906.

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Visita all’Expo del 1906

cartolina fotografica a uso privato che veniva fatta a chi volesse essere immortalato prima dell'ascensione.

Visitatori dell’Expo 1906 provano il brivido del volo in un’ascensione con il pallone frenato al Parco Aerostatico: la cartolina fotografica ad uso privato veniva scattata a chi volesse essere immortalato prima del viaggio. Da Mi 1906 Esposizione Internazionale del Sempione

Un viaggio ritroso nel tempo ci porta idealmente al 1906 per vedere il Padiglione dell’Umanitaria. All’esterno erano state realizzate delle aiuole con fiori. Si entrava nell’ambiente più spazioso, il salone di riunione per gli operai dove erano in mostra anche le tante iniziative dell’Isitituto: i vari studi sulla vita degli operai e sulla disoccupazione redatti dall’Ufficio del lavoro. Dall’elenco del preventivo si possono immaginare i mobili che ingentilivano il Padiglione: sedie, divani, vetrine, scaffali, vernici per i quadri, documenti elegantemente rilegati, le fotografie ingrandite degli istituti fondati dall’Umanitaria e del suo benemerito fondatore. Il  personale addetto doveva “custodire la mostra e dare schiarimenti ai visitatori“.

Ecco come si presentava al visitatore il Padiglione dell’Umanitaria, in una foto di Luca Comerio

Ecco come si presentava al visitatore il Padiglione dell’Umanitaria, in una foto di Luca Comerio

Tutte le foto per le pubblicazioni, le immagini del Padiglione erano state affidate al fotografo milanese Luca Comerio, che aveva il suo studio in via Victor Hugo 2, all’angolo con via Orefici. Allora aveva 27 anni e aveva già immortalato i moti del 1898 e sarebbe poi diventato uno dei pionieri della neonata cinematografia italiana. Con il lavoro per l’Umanitaria avrebbe guadagnato 1100 Lire. Il chiosco era anche provvisto di lampadari, apparecchi di luce elettrica, eleganti stipiti, un camino con i fregi e serramenti per le finestre e pure di un gabinetto all’inglese. Erano in mostra, nella sala ritrovo, le analisi approfondite su immigrazione, emigrazione, casse, sussidi, cooperative, lavoro agricolo, formazione professionale, istruzione e alloggi e persino un rapporto sull’ubriachezza, definita ”molesta e ripugnante“.

Veduta del salone nel Padiglione dell'Umanitaria con l'Esposizione dei saggi delle sue scuole. Da "L'Esposizione illustrata del 1906", Milano 1906, a sua volta da rOrnella Selvafolta, "Quartieri, case e arredi per la Milano operaia: L'Umanitaria all'Esposizione del 1906", in neP. Redondi e P. Zocchi, "Milano 1906. L'Esposizione internazionale del Sempione. La scienza, la cittˆ, la vita", Milano, 2006, Gueruni e Associati

Veduta del salone nel Padiglione dell’Umanitaria con l’esposizione dei saggi delle sue scuole, foto di Luca Comerio. Al centro il busto del fondatore Prospero Moisè Loria. Da Ornella Selvafolta, in Quartieri, case e arredi per la Milano operaia: L’Umanitaria all’Esposizione del 1906, in Milano 1906, a cura di P. Redondi e P, Zocchi, Milano, 2006, Guerini e Associati

La pagina della pubblicazione Il padiglione dell’Umanitaria alle Esposizioni di Milano, 1906 con l’elenco di tutte le opere in mostra nel Padiglione

La pagina della pubblicazione Il padiglione dell’Umanitaria alle Esposizioni di Milano, 1906 con l’elenco di tutte le opere in mostra nel Padiglione

Tutto era ben curato e organizzato nei minimi particolari. Le informazioni erano visibili in dipinti realizzati direttamente sulle pareti e in grandi quadri incorniciati, in libri e attraverso l’esposizione di oggetti nelle vetrine. Erano illustrate anche le attività degli studenti della Scuola del libro, della Scuola – Laboratorio di elettrotecnica per operai, della Scuola di disegno elementare per operai. Spiccavano i progetti della Scuola professionale femminile e delle Scuole – laboratorio d’arte applicata all’industria, inaugurate nel 1903 con le sezioni per fabbri ornatisti, ebanisti, integliatori, intarsiatori, decoratori murali, incisori, verniciatori, doratori, pittori di insegne, lavoranti nel vetro artistico. L’idea di sviluppare una raffinata professionalità per arginare la disoccupazione e per nobilitare i prodotti di uso comune derivava dalle teorie di William Morris e delle Arts and Crafts e si basava sulla unione tra progettista ed esecutore. Tra gli insegnanti dei corsi c’erano i migliori artigiani dell’epoca: Alessandro Mazzuccotelli per il ferro battuto, il già citato Enrico Monti per arredi e lavorazione del legno, Emilio Quadrelli per la scultura, Edoardo Saronni per l’oreficeria, Luigi Rossi per pittura e decorazione e Giovanni Buffa per le vetrate istoriate. Nella loggia d’entrata a sinistra del Padiglione c’erano tre quadri con vetro e cornice in legno contenenti prospetti del quartiere popolare, sei quadri con le fotografie, una statistica degli addensamenti e mortalità degli abitanti, oltre a due tendoni in tela grezza. La loggetta era dotata di parapetto e di quattro colonne in legno, cinque vasi con copertura in legno e piante verdi, quattro sedie in ferro, tre quadri con vetro e cornice in legno contenenti progetti d’arredamento per case operaie, oltre a due lampade a bomba in vetro per luce elettrica.

Veduta della cucina-pranzo progettata da Augusto Ghedini e realizzata nel Padiglione

Veduta della cucina-pranzo progettata da Augusto Ghedini e realizzata nel Padiglione

Su una parete della cucina-pranzo creata nel Padiglione era appeso il disegno di Walter Crane A Garland for May Day 1895 Dedicated to the workers; è un’allegoria della natura, in contrasto con la dura vita degli operai senza diritti, illustrata nelle frasi sui nastri, di ispirazione socialista

Su una parete della cucina-pranzo creata nel Padiglione era appeso il disegno di Walter Crane A Garland for May Day 1895 Dedicated to the workers; è un’allegoria della natura, in contrasto con la dura vita degli operai senza diritti, illustrata nelle frasi sui nastri di ispirazione socialista

Veduta della camera da letto progettata da Emilio Dozio e realizzata nel Padiglione

Veduta della camera da letto progettata da Emilio Dozio e realizzata nel Padiglione

Entrando nella cucina il visitatore trovava mobili in pitch pine, fatti a macchina e a mano. Oltre alla credenza, detta buffet a tre corpi, un tavolo, sei sedie, cinque cornici, due porta abiti. La cucina aveva lavandino e la cucina a gas (“mobile bruciante”), “telaio pel rame e un telaio scola piatti“, le pentole e i mestoli. Gli arredi della camera da letto erano in legno mordenzato e lucidato a cera ed erano due letti gemelli, un armadio, un comò, due comodini, tre sedie, quattro cornici  due porta abiti. C’erano anche i materassi, le tende e i lampadari. Alla pareti le cromolitografie con “soggetti socialisti” che “serviranno benissimo ad arredare la nostra casetta operaia“, come A Garland for May Day 1895. Dedicated to workers di Walter Crane.

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Il padiglione abbandonato e la latrina scomparsa

Ultimi splendori dell’Esposizione: illuminazione notturna al Salone dei Festeggiamenti

Ultimi splendori dell’Esposizione: illuminazione notturna al Salone dei Festeggiamenti

Il 2 Marzo 1907 il Padiglione dell’Umanitaria, ad Esposizione ormai dimenticata, era ancora lì. Come si legge nella lettera del Comitato organizzativo giaceva “in stato d’abbandono“. Si segnalava un pericolo di furto per gli arredi. Il saccheggio avvenne nella notte tra il 2 e il 3 Marzo e così fu descritto in una lettera al segretario: “sono state aperte le porte, scassinate le schiuse, scardinate le imposte, rotti de’ lampadari e altro ancora. Occorrerebbe dunque ch’Ella provvedesse alla sorveglianza del Padiglione e all’asportazione immediata di quanto asportare si possa. Volevo telefonarle ma il telefono è guasto“. Il giorno stesso il segretario generale Osimo telefona all’architetto Monti, per dargli la notizia. Chiede di far vigilare il locale e provvedere prima possibile alla rimozione. La faccenda ve per le lunghe: il 16 Marzo il Comitato riscrive all’Umanitaria chiedendo di liberare l’area concessa per “il vostro Padiglione” che “dovrebbe essere sgomberata, ripristinata e riconsegnata. Siccome a tutt’oggi non avete ancora ultimato i lavori di demolizione, così vi avvertiamo che a norma dello stesso articolo contrattuale, qualora la riconsegna dell’area non avvenga entro il 1 Aprile il Comitato procederà direttamente alle ultime operazioni di demolizione, di sgombero e di ripristino, addebitandovi le spese inerenti a dette operazioni“. Prontamente il segretato Osimo invia a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno una lettera all’Architetto Monti, affermando che lo riterranno “responsabile dell’eventuale danno impostoci dalla ritardata demolizione“.

L’Expo del 1906 chiuse l’11 Novembre e iniziarono i lavori di sgombero e demolizione al Salone dei concerti. Il Padiglione dell’Umanitaria fu smontato l’anno dopo e trasportato ad Anzola

L’Expo del 1906 chiuse l’11 Novembre e iniziarono i lavori di sgombero e demolizione al Salone dei concerti. Il Padiglione dell’Umanitaria fu smontato l’anno dopo e trasportato ad Anzola

L’area occupata dal Padiglione avrebbe dovuto essere liberata, come da contratto, ben due mesi prima. Il 20 Marzo venne data comunicazione al Comitato che l’ingiunzione era stata passata al Monti, costruttore e proprietario del “nostro Padiglione“. L’Umanitaria precisava al Comitato che la costruzione non era sua, avendolo soltanto affittato dall’architetto Monti. “Incombe dunque a lui la demolizione della costruzione ed a lui soltanto debbono gravare le conseguenze del ritardo che speriamo non si vorrà frapporre più oltre“.

Il Padiglione dell’Umanitaria nella sua nuova collocazione ad Anzola, nel 1912. In primo piano a sinistra Romeo Monti. Foto da A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000

Il Padiglione dell’Umanitaria, ribattezzato Villa Carla dal nome della signora Monti, nella sua nuova collocazione ad Anzola, nel 1912. In primo piano a sinistra Romeo Monti. Foto da A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000

L’Acquario di via Gadio a Milano, disegnato in stile Liberty dall’archietto Sebastiano Locati e decorato da piastrelle a tema della ditta Ginori. Si è sempre ritenuto che l’edificio fosse l’unico “sopravvissuto” dell’Esposizione Universale del 1906 e che tutti gli altri fossero stati demoliti

L’Acquario di via Gadio a Milano, disegnato in stile Liberty dall’archietto Sebastiano Locati e decorato da piastrelle a tema della ditta Ginori. Si è sempre ritenuto che l’edificio fosse l’unico “sopravvissuto” dell’Esposizione Universale del 1906 e che tutti gli altri fossero stati demoliti

Non sappiamo quando e perché il Padiglione fu smontato e trasportato ad Anzola, dove fu ribattezzato Villa Carla, dal nome della consorte di Enrico Monti. Il padiglione fu trasformato in abitazione della famiglia. Trascorsi due anni, il 14 Dicembre del 1908 pervenne all’Umanitaria una fattura da parte di Buraschi & Dell’Era, una società specializzata in impianti di acqua potabile e fognature con sede in Viale di Porta Nuova 9, tel. 71-84. Non si sa come mai, ma la ditta si era scordata di mandare la nota di pagamento o si era smarrita, ma c’era da saldare il conto per il gabinetto allestito nel Padiglione, di cui però non si aveva più notizia da qualche tempo. “Prima di pagare“, annotava con diligenza l’ufficio di ragioneria in una lettera all’economo Zapponi “e anche per sapere dove imputare la spesa, mi è necessario conoscere dove è andata a finire la latrina inglese … se l’ha ritirata l’Arch. Monti paghi il Signor Monti…”. Il 15 Dicembre la risposta dello Zapponi: “A tanta distanza di tempo mi è difficile indagare, molto più difficile poi a me che all’epoca dell’Esposizione non ero stato assunto ancora in ufficio … Mi sono tuttavia adoperato a rintracciare qualche cosa, e dal Signor Brutti, a mezzo Mazzucchetti, ho avuto assicurazione che la latrina inglese ad altri oggetti furono trafugati di notte dal Padiglione stesso dell’Umanitaria da ignoti“. Il Padiglione dell’Umanitaria è tutt’ora visibile dall’esterno ad Anzola d’Ossola.

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Per scaricare il testo dell’articolo clicca qui: Il padiglione dell’Umanitaria 1906 Dall’Expo ad Anzola d’Ossola § 3

Bibliografia: “Il padiglione dell’Umanitaria alle esposizioni di Milano”, in L’Umanitaria, 25 Febbraio 1906; La mostra dell’Umanitaria, in L’Esposizione illustrata del 1906, Milano, Sonzogno, 1906; Enrico Rizzi, Anzola i secoli . una nostalgia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 1972; Anna Cambedda, Luigi Conconi, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 27, Roma, Treccani, 1982; Carlo Emilio Gadda, La meccanica, Milano, Garzanti, 1991; A.A.V.V., a cura di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola, Fondazione Architetto Enrico Monti, 2000; Angela Travostino Preioni, Ossolani illustri, in Terra d’Ossola, Domodossola, Lions, 2005; A.A.V.V., Milano verso il Sempione, a cura di Roberta Cordani, Milano, Celip, 2006; Pietro Redondi, Paola Zocchi, Milano 1906 L’Esposizione Internazionale del Sempione, Milano, Guerini e Associati, 2006; Morris L. Ghezzi e Alfredo Canavero, Alle origini dell’Umanitaria, Milano, Raccolto Edizioni, 2013; a cura di Piero Amos Nannini, Pionieri di arditezze sociali La Società Umanitaria per l’Italia Album 1893-2013, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013; a cura di Morris L. Ghezzi e Alfredo Canavero, Alle origine dell’Umanitaria, Milano, Società Umanitaria e Raccolto Edizioni, 2013. Link: http://ambrogiofossati.it/, Mi 1906 Esposizione Internazionale del Sempione.

 

Published in: on 22 aprpmTue, 21 Apr 2015 20:27:25 +00001102015 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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