Il prete viperaio di Croveo



di Guido Piovene

“Non si troverà sulla carta Croveo. Bisogna penetrare nella Val d’Ossola, svoltando però presto nella valle del Toce, arrampicandosi per due chilometri sul pendio della montagna. Montagna all’italiana. Prati d’un verde pregno di umide ombre azzurre, forse per la roccia scura che traspare tra l’erba. Molti alberi di noce chiari, puliti, lucidi nelle foglie, nel tronco e perfino nell’ombra. La pulizia del noce dà il tono morale al paesaggio. Croci, cappelle, tabernacoli, affreschi paesani; La vergine che schiaccia il serpente, san Giorgio e il drago. Il parroco di Croveo, don Amedeo Ruscetta, sebbene vada per gli ottanta, è il più importante viperaro delle Alpi. La sua casa museo è preceduta da un giardino tagliato in due da un viale. In fondo, dall’alto di una scaletta, mi appare la curiosa figura del vecchio prete, la testa ricoperta di un berretto nero rotondo da antico baccelliere. La prima stanza della casa è riempita di sassi e di animali imbalsamati e specialmente di serpenti i maggiori dei quali con la lampada in bocca pendono dalle pareti o dal soffitto per far luce.

Don Amedeo Ruscetta ritratto da Paolo Monti a Croveo, nella sua casa-museo piena di animali imbalsamati, in occasione dell’intervista di Guido Piovene, nel 1956

Don Ruscetta divulga di se stesso una vicenda simile a quella d’Ercole. Bambino andando a caccia di nidi, trovò in uno tre vipere, le afferrò, e aprì loro la bocca per vederne i denti. Un’altra volta tornò a casa portando attorno al collo un serpentaccio che aveva mangiato un merlo, e con mediocre gusto dei familiari lo aprì per dimostrare che aveva il merlo nella pancia.  Nell’angolo del giardino, accanto ai pacchetti delle sementi e degli arnesi, tiene un grosso bidone di vipere vive, che quando sono in numero sufficiente partono per Milano. L’istituto sieroterapico ricava il veleno per il siero, ed è una piccola rendita per il paese. Tutto il paese infatti prende parte alla caccia. Don Ruscetta erudisce i principianti subito dopo la funzione domenicale. Avverte in fin di predica che alla fine metterà alla prova i ragazzi volenterosi ai quali non dispiace di guadagnare qualche soldo. Poi lascia andare un paio di vipere sul sagrato, ne raccatta una e, dopo aver insegnato come bisogna maneggiarla, chiama un ragazzo e gliela porge. Se il chiamato mostra ribrezzo, è rimandato tra le file. Se prende invece il rettile con disinvoltura, se ride e si diverte, un nuovo serparo è nato.

Croveo di Baceno in Valle Antigorio, in una cartolina d’epoca

Tra i ragazzi del luogo andare a vipere è come andare a funghi e le bambine non sono inferiori ai maschi. Il pericolo può venire solo da un eccesso di confidenza. Un ragazzotto, per esempio, aveva catturato tre vipere sulla montagna, mettendole in un sacco a spalla. Era un sacco bucato e le vipere uscivano, strisciandogli intorno al collo. Indolente, assonnato, il ragazzotto borbottava: “Buona tu!” e camminando, senza guardare le ricacciava dentro. Finì con l’essere morso e quasi morì; rischiando di rompere la consuetudine di un villaggio sanissimo, dove nessuno muore mai. Prima di assistere alla piccola battuta artificiale organizzata in nostro onore, scoperchiamo il bidone. Venti vipere, forse più, sono adagiate su uno strato di musco. Compongono su quello sfondo un delicato tappeto color foglie morte, però un tappeto che si muove, d’un movimento muscolare, come un grande intestino. Rossastre a macchie scure; nocciola a macchie nere; cineree anch’esse macchiate. Sono esemplari della Vipera Aspis, la specie più volgare. Altre che Don Ruscetta mi definisce meno belle, leggermente più grosse, grige verdastre oppure brune, con una striscia nera a zig zag sul dorso, sono esemplri della Vipera Berus, detta anche marasso palustre, che si trova soltanto nell’italia settentrionale, specialmente in montagna, anche oltre i duemila metri. A queste altezza prende il nome di marasso alpestre.

Tavola con serpenti da George-Louis Leclerc de Buffon, Storia Naturale generale e particolare

La Vipera Ammodytes, che porta un cornetto sul muso, non si trova in fondo al bidone, essendo una specialità delle Venezie, più fantastiche del Piemonte. La piccola Vipera Ursinii è invece una specialità del Gran Sasso e dei serpari dannunziani. Due ragazzetti portarono in piazza il bidone; Don Ruscetta, che li seguiva, si attaccò a una campana, e il paese si radunò. Le vipere furono allora messe in libertà nel sagrato (prendendole con le mani a grappoli) e cominciò lo spettacolo della cattura.

La Vipera Berus, detta anche marasso palustre, si trova soltanto nell’italia settentrionale, specialmente in montagna, anche oltre i duemila metri, dove prende il nome di marasso alpestre

La Vipera Ammodytes, detta anche vipera dal corno, è presente nell’Italia nord orientale

Secondo Don Ruscetta per essere viperari occorrono tre qualità. Saper distinguere le vipere: talvolta i cacciatori portano a Don Ruscetta spregevoli bisce innocue. In questo caso Don Ruscetta, per mostrare che è innocue, sbatte loro la falsa vipera sulla faccia. Seconda qualità, saper toccare la vipera con decisione. La vipera che striscia via si può fermare impunemente prendendola per la coda. Tutto il paese è radunato davanti alla chiesa a provarmelo. Le vipere non si rivoltano, ma cercano di tirare avanti. Si può anche alzarle per la coda; sospese, non hanno la forza di sollevarsi fino a mordere. Per mordere hanno bisogno di far cerchio del corpo intorno al collo eretto, di spingere fuori la lingua, spalancare le fauci ed erigere i denti; non mordono come la scimmia o il cane, ma come un uccello che becca, con un colpo dall’alto in basso. Alzare la vipera per la coda non è però lecito in questo villaggio. Ne patisce, è può rovinarsi. La buona regola è fermarla per la coda mentre si muove (non quando è ferma e arrotolata), poi prenderla per la collottola, e metterla in un sacchetto. Mano sinistra, mano destra, due brevissimi tempi. I principianti e i pavidi possono usare un bastoncello di legno o una piccola pinza. Terza virtù del cacciatore, una grande pazienza. Cerca per giornate intere, nelle fessure delle rocce, tra le radici, nelle crepe dei muriccioli, nei cunicoli delle talpe, delle volpi e dei topi. Talvolta si è avvertiti della presenza della vipera da un suono indefinibile, tra il sibilo e lo zittio, quasi un sibilo afono, come quello del vento che soffia in una serratura; il buon viperaio lo imita perché la vipera risponda.

Una vipera, “fragile e permalosa”, tra le mani di Don Ruscetta

Devo qui fare ammenda di un giudizio avventato. Contemplavo una vipera che, irritata dalle troppe mani, si era raccolta in se stessa, il collo eretto, in posizione d’offesa; e cercavo, chinandomi, quegli occhi piccoli, che è difficile cogliere, ma che cogliendoli dànno un senso di gelo. Osservai che erano lo specchio di un istinto crudele. Don Ruscetta si risentì; mi accorsi che ama le vipere. Mi dise che sono quieti animali, quando non li si offende; me ne diede la prova infilandone alcuni tra la manica e il braccio nudo fino all’ascella. La vipera può reagire, mi spiegò, solamente per delicatezza sia d’animo che di membra; è fragile e permalosa. La minima pressione infatti basta a spezzarle una vertebra. L’ira di Don Ruscetta fulmina i novellini che, quando hanno preso una vipera, vanno a mostrarla a tutti e gliela portano malandata e rabbiosa; talvolta muore per il fiele sparso nel corpo; talvolta, in prigionia, si uccide non prendendo cibo. Una vipera vive senza mangiare anche sei mesi, ma il suo risentimento dura più a lungo. Dunque: non tormentarla, non premerla, non irritarla, ed insomma iniziarla alla prigionia dolcemente.

Il monumento a Don Ruscetta sul sagrato della chiesa di Croveo. Il parroco è morto nel 1961

Non ho descritto Don Ruscetta. L’ha già fatto da sé, “per impedire che altri lo faccia male”; come oserei tentarlo io? L’autodescrizione si legge in un’epigrafe dettata e fatta scolpire da lui sulla tomba già pronta nel cimitero del paese: “Sacerdote Amedeo Ruscetta – viperaro, parroco di Croveo – operoso leale faceto ospitale: maestro piacevole di fede e scienza – attraverso la natura – a Dio portò popoli e fedeli – L’anime preclara – muover si volse tornando al suo regno”.

Per vedere una vipera molto infastidita cliccare qui:  Carlo Zanetta e la “vipera incazzata” .Grazie al coraggiosissimo Carlo Zanetta

Scarica il pdf dell’articolo qui: Il prete viperaio di Croveo

Da: Guido Piovene, Viaggio in Italia, Milano, Mondadori, 1957.

Bibliografia: Paolo Crosa Lenz, Enrico Rizzi, Storia di Baceno, Comune di Baceno, Fondazione Enrico Monti, 2006.

Annunci

The URI to TrackBack this entry is: https://archiviodelverbanocusioossola.com/2011/09/30/il-prete-viperaro-di-croveo/trackback/

RSS feed for comments on this post.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: