La montagna dei Twergi


Trascorrono il freddo inverno nelle cavità dei vecchi faggi o nelle galleria delle miniere. Sono i Twergi, i dispettosi folletti della montagna, depositari di antiche saggezze e tra i primi coloni dell’Ossola. Si tramanda che furono proprio loro a insegnare ai popoli alpini l’uso cenere del focolare per il bucato e la lavorazione del latte per ricavare formaggi e burro. Queste astute creature di discendenza germanica, che si ritrovano nelle favole di Ornavasso e Migiandone, sono, di solito, benevoli e simpatici, e si divertono a far scherzi a pastori e boscaioli.

“Il viaggio dei twergi” di Marco Sivieri, disegno, grafite su carta

Hanno tipiche caratteristiche: una folta barba, volti rotondi, guance rubizze; indossano sempre un cappello e sono vestiti di stracci e foglie. Sono piccoli, ma molto forti e abilissimi nella lavorazione del metallo. Fanno infatti della stirpe dei nani metalliferi. I più anziani, a causa dell’umidità accumulata nella loro vita, hanno la barba e i capelli tendenti al verde perché coperti da muschi e licheni. Il loro nome potrebbe derivare dal tedesco medievale Twerg e sarebbe giunto insieme alle popolazioni Walser che emigrarono tra il XII e il XIII secolo dal Canton Vallese nella bassa Ossola, in Val Sesia e nella Valle di Gressoney.

“Ninna nanna” di Marco Sivieri, disegno, grafite su carta

Alle pendici del Monte Rosa, in Valle Anzasca, prosperano invece i cosiddetti Gottwjarchi,  imparentati con i Twergi di Ornavasso, ma differenti nell’aspetto. Portano abiti vistosi, un cappello molto appuntito di feltro azzurro cosparso di campanelline, una per ogni anno d’età, e la barba candida, come la neve. Col tempo tendono a diventare semprè più trasparenti, come l’azzurro dei ghiacciai dove hanno vissuto. Sono alti poco più di mezzo metro, hanno un viso rugoso e i loro piedi, palmati, sono rivolti all’indietro. Per questo non indossano scarpe, ma sono ugualmente abilissimi nella corsa e grandi camminatori. Essendo molto longevi, i più vecchi sono completamente coperti di campanelline e quando si muovono si diffonde un allegro tintinnìo in tutto il bosco. I più giovani si imbiancano la barba con la calce, per apparire più saggi, ma si distiguono facilmento per il numero ridotto dei campanellini. I Gottwjarchi sono grandi lavoratori, molto attenti alle spese, e per questo hanno accumulato enormi ricchezze, che custodiscono in profonde caverne nascoste nelle montagne.

“Un piccolo segreto” di Marco Sivieri, disegno, grafite su carta

Come i loro “cugini” di Ornavasso sono allegri e burloni e fanno molti scherzi, sia agli uomini che agli animali e lasciano sempre un dono a chi sta al loro gioco. Talvolta elargiscono parte delle loro ricchezze alle persone che li trattano bene e li rispettano. Quando si incontra un Gottwjarchi è bene far finta di non vederlo, altrimenti scompare e non si fa più vedere per tantissimi anni. Si narra che, una volta, una giovane mamma chiese a un Gottwjarchi di fare da padrino al suo piccolo appena nato. Sapeva che quello gnomo, che si chiamava Barba Pinotu, era molto ricco e che gli piacevano i bambini; sperava perciò in un generoso regalo per il figlio. Barba Pinotu, dopo una bizzarra conversazione informa di monologo – bisognava infatti far finta di non averlo visto – accettò con gioia e fece trovare sul luogo convenuto un coloratissimo vestitino per il neonato con le tasche piene di carbone. La donna si profuse in inchini e ringraziamenti e se ne tornò verso casa. Durante il percorso, per evitare di portare un carico inutile e che poteva macchiare  l’abitino, la donna buttò via il carbone. Al suo arrivo era rimasto un solo pezzetto in una tasca, ma quando lo estrasse, si accorse che si era trasformato in una pepita d’oro. Tornò subito indietro per cercare i pezzi che aveva buttato, ma questi erano spariti. Li aveva raccolti il parsimonioso Barba Pinotu che li fece ritrovare sul davanzale della finestra del suo figlioccio nella notte di Samain, tra il 31 Ottobre e il 1° Novembre, uno all’anno, per tutto il tempo in cui questi visse.

“Catarinen e il twergi” di Marco Sivieri, disegno, grafite su carta

Ad Ornavasso si racconta invece la fiaba di Catarinen, una giovane pastorella che si recava ogni dì a pascolare le mucche della verde radura della Kalmatta. Poco distante viveva un gruppo di Twergi. Uno di loro si era invaghito della bella ragazza e l’aspettava ogni giorno. Iniziò a raccontarle bellissime storie. Col tempo anche Catarinen si affezionò al Twergi e una sera d’autunno i due innamorati si dichiararono il proprio amore. Ma la giovane era molto turbata. Non voleva rinunciare alle attenzioni del folletto, però temeva la reazione dei genitori, che difficilmente avrebbero acconsentito a un matrimonio così insolito. Alla fine la passione ebbe la meglio e Catarinen abbandonò la casa paterna e si offrì al Twergi. Si sposarono nel bosco vicino al torrente e in quella occasione accorsero gnomi da ogni angolo della valle. La sposa ebbe in dono una corona di foglioline raccolte in un luogo segreto. Da allora la dolce Catarinen e il Twergi non furono mai più visti da occhio umano.

I disegni di questo articolo sono stati gentilmente concessi da Marco Sivieri, pittore e incisore milanese, che vive a Ornavasso,  dove svolge anche l’attività di guida turistica per la Provincia del Verbano Cusio Ossola. Marco Sivieri organizza corsi e laboratori di disegno, pittura e incisione presso il suo studio. Per informazioni scrivere a sivieriart@gmail.com sivieriart@gmail.com

Scarica il pdf dell’articolo qui: La montagna dei Twergi

Bibliografia: Autori Vari, La montagna dei Twergi, Gruppo Alpino di Ornavasso, 1989; Daniela Piolini, Il Basilisco e i suoi amici. Esseri fatati nel Verbano, Cusio e Ossola, Amministrazione Provinciale VCO, 2001.

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  1. […] il Renna Express si arriva fino al parco dei twergi, i dispettosi folletti della montagna dell’Ossola, e da lì inizia il divertimento… in attesa […]

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