Un olmo che da sé stornella


Se potesse parlare racconterebbe infinite vicende. Anno più o anno meno è là da quattro secoli. Vecchissimo e cavo, ad ogni primavera l’olmo di Mergozzo si risveglia e si veste di foglioline. Largo cinque metri e mezzo e alto quindici è un Ulmus minor, specie tradizionale del paesaggio agrario italiano. Per i greci e i romani l’olmo era considerato l’albero di Oneiro, il demone dei sogni, e dell’alato Morfeo, uno dei mille figli di Ipno, il Sonno, a sua volta fratello di Thanatos, il trapasso. Morte, sonno e sogno erano strettamente legati e l’olmo era il loro albero. Potente oracolo, prediceva il futuro e il suo balsamo era sollievo per ferite e piaghe. Le foglie facevano scomparire il cattivo umore e, usate come imbottitura per il giaciglio, servivano a irrobustire le ossa.

Un piccolo olmo campeggia al centro del "ritratto" di Mergozzo, dipinto da Carolus Canis nella Madonna del Rosario, custdita nella Chiesa Parocchiale del paese

Quello di Mergozzo è ritratto ufficialmente nella pala d’altare dedicata alla Vergine del Rosario, dipinta dal pittore novarese Carolus Canis nel 1623. L’artista tratteggiò, ai piedi della Madonna, il paese in prospettiva dal Lago con l’albero ben visibile, seppur non altissimo e frondoso. Ma chi lo aveva piantato? Una leggenda racconta che dove c’è ora l’olmo esisteva un cimitero. Lì venne sepolta la figlia di una famiglia molto povera che, non avendo i soldi per portare sempre i fiori freschi, decise di mettere a dimora l’alberello. Ai suoi piedi si sedettero un tempo i consoli, i dignitari, i magistrati del borgo ad amministrare la giustizia e da quel luogo ideale fu diretta per millenni la vita della comunità.

Tavola dedicata all'olmo da Amédee Masclef, Atlas des plantes de France utiles, nuisibles et ornamentales, Tome 3, Parigi, Muséum National d'Histoire Naturelle

Nel Seicento, la popolazione, che non arrivava al migliaio, era retta da due consoli, che, eletti a suffragio universale, restavano in carica sei mesi. Le strade erano come le troviamo oggi, ma non avevano nome, bensì appellativi come Ruga, Strada Vecchia, Via dei Cavalli, Caretto, Carione o Sasso del Buco. Tutte le case erano costruite in muratura, vista la grande quantità di pietra presente nella zona. Al cadere della sera il paese piombava nel buio e brillavano soltanto le lanterne delle immagini sacre. Un’usanza curiosa di quel tempo era il grande fuoco comune: un braciere posto nella piazza davanti alla Chiesa, presso la porta, cui attingeva chiunque ne avesse bisogno. Mancavano la scuola e il medico. L’esercizio primitivo delle chirurgia era esercitato dal barbiere, che era anche sarto, anche se nei casi più gravi si ricorreva ai medici di Pallanza o di Domodossola. Segale, avena, miglio e legumi erano il cibo ordinario, oltre all’uva. Si coltivavano anche la canapa, il lino e si allevavano i bachi da seta. Era in voga uno strano copricapo: un lungo cappello di paglia che scendeva sin oltre il busto.

Pieter Bruegel il Vecchio, Testa di lanzichenecco, olio su tavola, Montpellier, Musée Fabre

Nella tarda estate del 1629 scese in Lombardia l’esercito dei Lanzichenecchi e nella primavera seguente alcune compagnie si sparsero nelle terra del Lago Maggiore. In mezzo ad esse era annidato il terribile batterio Yersinia Pestis. Verso la fine di Aprile del 1630 si ebbero a Mergozzo i primi segni del morbo, con la morte, il 19 Maggio, di Barbara Pagani, una bambina di 10 anni. Il parroco, Stefano Margaritis, disse che bisognava sottoporre il corpo a una visita, per sospetta peste. Non ci fu corteo funebre e il corpo fu sepolto in un prato, fuori dall’abitato, oltre la Porta del Sasso, in un terreno chiamato la vignetta. Il giorno dopo morì anche la mamma, Caterina Pagani, di 30 anni. Il suo cadavere fu visitato da due medici di Domodossola e da un chirurgo di Pallanza e seppellita prope filiam.

Gaetano Zumbo, Cera della pestilenza, 1691-1695, Firenze, Museo della Specola

Agli abitanti di Mergozzo fu proibito di uscire dai confini del paese, ma l’infezione si stava già diffondendo. Negli atti di morte il Sacerdote scrisse per tutti, rassegnato, la stessa frase: migravit ex hac vita. Dal 22 Maggio al 3 Settembre 1530 morirono circa cinquecento anime. A ricordo di quell’anno orribile fu posta in Piazza Marconi una colonna di granito di Montorfano con una croce in ferro. Lì, dove era stato eretto un altare e veniva celebrata la messa, perché la chiesa era sbarrata, si riunivano i superstiti per chiedere a Dio la grazia. La comunità, falciata dal morbo, si riunì l’11 Giugno per fare un voto a Dio: la processione in onore di San Rocco, il santo miracolosamente scampato alla peste, il 16 di Agosto presso la Chiesa di Santa Maria a Prato Scopello e la celebrazione della Festa di San Carlo il 4 Novembre, “per un tempo indefinito e per sempre”.

Bernardo Strozzi, San Rocco, 1640, Venezia, Scuola Grande San Rocco

Ai primi di Settembre, con il sopraggiungere dei primi freddi, la peste andò scemando, ma scomparì definitivamente l’anno seguente. Le conseguenze durarono anni: le campagne rimasero deserte e incolte, le case in rovina, i mestieri e i commerci paralizzati. Quando, finalmente, l’epidemia fu debellata, alcune famiglie dai paesi vicini vennero a stabilirsi a Mergozzo e coltivarono di nuovo i campi abbandonati. Le ragazze non maritate salirono alla chiesa recando in mano i cosiddetti ginostri, alberelli fioriti, piccoli pini o allori, infiorati e abbelliti da nastri, impreziositi da limoni e monete d’argento collocati tra i rami. La celebrazione che si ripete ogni anno, il 16 Agosto, per la festa dell’Assunta. L’olmo, che dal 2002 è nell’elenco degli alberi monumentali redatto dalla Regione Piemonte, veglia ancora su Mergozzo, custode di mille e una storia.

L'olmo sotto la neve in una foto di Giancarlo Parazzoli

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Bibliografia: Giovanni Pascoli, Vespro, in Myricae, 1891; Don Dante Imperiali, Mergozzo. Memorie storiche, Verbania, 1969; Jacques Brosse, Storie e leggende degli alberi, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1989. Le foto in apertura e in chiusura sono del fotografo Giancarlo Parazzoli: www.giancarloparazzoli.com

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