I banditi di Vogogna


Due colpi d’archibugio colpirono nottetempo un cavallo diretto verso Vogogna. In sella cavalcava il nobiluomo Matteo Albertazzi, di ritorno dal mercato di Angera. Fu incolpato dell’agguato Bartolino Albasini, capo di una numerosa e potente famiglia, avversaria degli Albertazzi. Era il mese di Giugno del 1562. La contesa tra i due clan, gli Albertazzi di Vogogna, e gli Albasini di Vanzone, in Vall’Anzasca, durò trent’anni. La rivalità era motivata da interessi, ripicche e vendette. La città medioevale di Vogogna, allora capitale dell’Ossola Inferiore, fu teatro di continui saccheggi.

Il castello di Vogogna domina il borgo medioevale. Costruito nel 1348 come presidio militare da Giovanni Visconti, è protetto da una lunga cinta muraria. L'interno era destinato ad abitazione. Infatti ogni stanza è dotata di un camino. La torre era invece utilizzata come prigione

Se il governo spagnolo, nel lungo periodo di quasi due secoli in cui tenne l’Ossola, dal 1535 al 1706, fu abilissimo nell’estorcere pesanti tributi agli abitanti, si rivelò quanto mai inetto a mantenere l’ordine e la sicurezza. Le frequenti ordinanze condite di minacce, più che placare i conflitti riaccesero gli antichi rancori tra le famiglie ossolane, che rivaleggiavano per il potere. Gli Albasini, indignati per l’accusa di aver attentato alla vita di Matteo Albertazzi, fecero uccidere un suo servo e, in una notte di Dicembre, un mandatario di Matteo ferì alla gola il Bartolino con un arma da fuoco.

Un archibugiere. Disegno a matita grigia, inchiostro e biacca

La  causa venne portata in un tribunale, ma, mentre il processo si trascinava, il conte Giulio Cesare Borromeo, signore di Vogogna e della Valle Anzasca, riuscì a far pronunciare dalle due fazioni un patto solenne di concordia e mutuo perdono, come risulta dal documento redatto il 17 Aprile 1565 a Milano. La pace durò poco. Ben presto tornarono le ingiurie, le risse e gli omicidi, a cui si aggiunsero le gesta, tutt’altro che nobili, dei predoni di passaggio.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano, 1553-1608), Ritratto di Giulio Cesare Borromeo (Arona, 13 Novembre 1517 - Milano, 5 Agosto 1572), Milano, Pinacoteca Ambrosiana. Educato al mestiere delle armi, partecipò alla guerra contro i protestanti nell'esercito di Carlo V. Nel 1559 fu nominato governatore di Domodossola, titolo che conservò fino alla morte

Giovanni Ambrogio Figino (Milano, 1553-1608), Ritratto di Margherita Trivulzio Borromeo, moglie di Giulio Cesare Borromeo e madre di Federico e Renato Borromeo

Gli Albertazzi consegnarono al Sant’Uffizio, come eretico, il prete Carlo Albasini, che venne imprigionato, e gli Albasini, irritatissimi da questa iniziativa, giurarono lo sterminio di casa Albertazzi. Raccolta una schiera di malandrini, Francesco Albasini penetrò di nascosto in Vogogna e s’appostò presso casa Albertazzi per ucciderne gli abitanti al ritorno da messa, ricorrendo la festa dei Santi Pietro e Paolo. I vogognesi, che erano venuti a conoscenza del complotto, pensarono bene di restare sbarrati in casa.

Tre immagini dal "Trattato di combattimento", un manuale scritto Augsburg nella tradizione del meaestro Joahnn Lichtenhauer. Disegno su carta, Parigi, Museo Nazionale del Medio Evo alle Terme e all'Albergo di Cluny

Ciò non tolse che i masnadieri, al grido di Morte agli Albertazzi, Viva casa Albasini!, assalissero l’abitazione uccidendo Alberto Albertazzi e due servi. Le campane suonarono a stormo, la gente, inorridita, accorse da ogni parte. Gli assalitori, che ebbero pure qualche morto e parecchi feriti, fuggirono frettolosamente, ritirandosi in Valle Anzasca. Questo pauroso episodio non fu che il principio d’un altra lunga serie di misfatti.

Gillis Mostaert Il Vecchio (Hulst, 1528 o 1529 - Anversa, 28 Dicembre 1598), Scena di guerra e d'incendio, Parigi, Louvre. Nella seconda metà del Cinquecento, per la difficoltà dei podestà di mantenere l'ordine, i villaggi dell'Ossola erano spesso preda di briganti e ribaldi

Il brigantaggio riprese vigore di nuovo in tutta l’Ossola. I banditi Paolo e Gian Giacomo Albasini con parecchi masnadieri da essi assoldati, tra i quali primeggiavano per fierezza Buon Tempo, Ferrarone e Pescarolo, mettevano sottosopra, con saccheggi e violenze di ogni sorta, gli abitanti di Vogogna, né lasciavano tranquilla la stessa Vall’Anzasca. Scriveva Enrico Bianchetti, lo storico ornavassese autore di L’Ossola inferiore, che il 29 Settembre 1573, Antonio de Guzmán, marchese d’Ayamonte e governatore di Milano per il Re di Spagna, con una “grida” aveva concesso agli Albertazzi di armarsi per sterminare i banditi. Aveva anche permesso il ritorno in valle di alcuni ribaldi espulsi, che, dotati di archibugi a ruota, aiutassero a ripristinare l’ordine.

Archibugio a ruota francese, XVII secolo, legno e ferro dorato, Parigi, Musée de l'Armée. Simile ad un moderno accendino, il meccanismo a ruota era formato da una molla che, caricata con una chiave, al momento dello sparo metteva in movimento una ruota dentellata che sfregando contro un pezzo di pirite generava scintille accendendo la polvere grossa nella culatta dell'arma

Nei primi giorni di Novembre una spia fece sapere agli Albertazzi che i banditi si aggiravano nella vicina vallata del Mastallone. Radunati un centinaio di uomini nella notte del 9 Novembre scesero verso Fobello attraverso il Passo di Baranca. Qui seppero che i cinque erano nascosti a Cervatto, un piccolo paese posto su un altopiano, a destra del torrente. Risalito il pendio prima che arrivasse l’alba, il gruppo circondò con cautela un casolare, al cui interno stavano il Buon Tempo, il Ferrarone, Paolo e Gian Giacomo Albasini e il Pescarolo. I furfanti, sorpresi dall’assato improvviso, balzarono in piedi scaricando i loro archibugi contro gli assalitori, di cui tre furono uccisi sul colpo, un altro ferito mortalmente, ed un quinto storpiato. Ma quasi nello stesso momento quattro del gruppo degli Albasini caddero morti a terra, mentre al solo Pescarolo toccò la fortuna di poter fuggire, benché non lievemente ferito.

Il Colle di Baranca fu uno dei passi più transitati, anche durante la Resistenza, per la facilità di accesso e la collocazione strategica tra la Valsesia, l'Ossola e la Svizzera

Fobello, in Valsesia, deve il suo nome a un grande faggio che si trovava nelle vicinanze

Da Cervatto, a 1022 metri di altitudine, si gode di uno splendido panorama verso Fobello. Il borgo ha 22 abitanti durante l'inverno. Nella cartolina si vedono, a sinistra, la chiesa parrocchiale e, a destra, la Villa-Castello costruita dalla famiglia Montalto alla fine dell'Ottocento

Le teste dei quattro banditi uccisi furono, come lugubre trofeo, portate su picche in Vogogna nell’ufficio del podestà; quindi esposte e fatte sconcio e barbaro ludibrio dei popolani, che arrivavano da ogni parte a contemplare lo strano spettacolo. Si disse poi che gli stessi banditi morti vagavano, terrei e sanguinanti, per le strade di Vogogna, ma questa è probabilmente una leggenda locale. La fine dei quattro è infatti confermata da una lettera, scritta da Gerolamo Bossi, primo cittadino di Vogogna, al Marchese d’Ayamonte il 12 Novembre del 1573, e tutt’ora conservata all’Archivio di Stato di Milano.

Scena di decapitazione in un castello, dal Libro d'ore all'uso di Roma, attribuito a Jean Colombe (Bourges 1430 - 1505), miniatura, verso il 1480-1485, Besançon, Bibliothéque Municipale

Scarica il pdf dell’articolo qui: I banditi di Vogogna

In apertura: Un dipinto a olio di Jehan-Georges Vibert (Parigi, 30 Settembre 1840 – 28 Luglio 1902) , L’appel aprés le pillage, 1866, Collezione Privata. L’opera non è ambientata a Vogogna, ma ben rappresenta il soggetto dell’articolo.

Bibliografia: Enrico Bianchetti, L’Ossola Inferiore, Torino, 1878, poi ristampato in edizione anastatica da Atesa nel 2009; Don Francesco Pinauda, Le piaghe dell’Ossola, Domodossola 1915; Renzo Rossotti, Piemonte magico e misterioso, Roma, Newton Compton, 1994. Si ringrazia Vincenzo Progida per l’elaborazione grafica del manuale di combattimento.

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