La rivoluzione della fotocromia. Quando svizzeri e americani colorarono il mondo


Per fare un viaggio nel tempo basta avere una buona vista e saper osservare. Ai giorni nostri sembra scontato. La manipolazione delle immagini è oggi un gioco da bambini, ma, soltanto cento anni fa, le foto erano tutte in bianco e nero, o erano colorate a mano. Nell’archivio della Library of Congress di Washington, la più grande biblioteca del mondo, e in quello della Zentralbibliothek di Zurigo, sono conservate una serie di fotocromie del Lago Maggiore, prodotte tra il 1890 e il 1900, che ritraggono a colori gli scorci più famosi del Verbano. Allora il mondo riprodotto con le fotografie in bianco nero era accurato, preciso, ma mancava qualcosa.

Il fiume Limmat e il Politecnico di Zurigo, Svizzera,  tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Nel 1888, Hans Jakob Schmid, un impiegato dell’antica casa editrice Orell Füssli, (1856-1924), era chino sulla riva del fiume Limmat a Zurigo, intento ad osservare la fotosensibilità dell’asfalto. Schmid stava studiando un procedimento per produrre stampe fotografiche colorate. Quindici anni prima, nel 1872, anche il francese Léon Vidal (1833-1906) si era impegnato nella stessa ricerca. Ma Vidal era soprattutto interessato alla riproduzione fotografica delle più importanti opere d’arte nelle collezioni francesi. Il lussuoso libro, intitolato, Trésor artistique de la France non arrivò però oltre il secondo volume. I fratelli Wild, proprietari della stamperia elvetica, forti di un buon intuito commerciale, si precipitarono a depositare il brevetto del loro dipendente Schmid. Quest’ultimo, come si evince dal suo necrologio, era “talmente semplice e modesto che non fu capace di sfruttare la scoperta a suo vantaggio”.

Ritratto fotografico di Hans Jakob Schmid (1856 – 1924) l’inventore della fotocromia, nel 1920 circa, Zurigo, Biblioteca Centrale

Gli editori iniziarono a fare qualche prova in città e si spostarono presto nei Grigioni. Il risultato fu sorprendente, anche se i colori rimanevano pallidi, come se avessero paura di offendere il bianco e nero! A poco a poco gli artigiani della nuova società denominata PZ o Photochrom Zürich (conosciuta in seguito come Photoglob Zürich), perfezionarono la tecnica e affinarono i colori. Le fotocromie dell’Engadina e dell’Oberland, prodotte tra il 1889 e il 1891, rivelavano una conoscenza straordinaria della tecnica di colorazione. Era nata una nuova arte.

Il Museo di Zurigo, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Sankt Moritz, il paese, le terme e il lago, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Trasporto della biada, Engadina, Grigioni, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

L’ospizio al passo del Bernina e il ghiacciaio di Cambrena, Engadina, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Che cos’era esattamente la fotocromia? Il procedimento consentiva di stampare immagini a colori su pietre litografiche da negativi di fotografie in bianco e nero. Una pietra litografica era ricoperta con un sottile strato di bitume purificato e disciolto nel benzene. Il negativo rovesciato era pressato contro il rivestimento fotosensibile che veniva poi esposto alla luce del giorno (per 10 o 30 minuti in estate e per diverse ore in inverno), operazione che rendeva il bitume duro e resistente ai normali solventi. Il rivestimento era poi lavato con una soluzione di trementina, per rimuovere le parti non indurite, e poi ritoccato, per rafforzare o ammorbidire i toni. Come tocco finale il tecnico poteva correggere i colori a mano con un pennello e lucidare con un sottile strato di pomice.

La Yosemite Valley in California, vista da Artist’s Point in una foto in bianco e nero di William H. Jackson, 1898, dal catalogo della Detroit Photograhic Co., Washington, Library of Congress

La stessa immagine in versione fotocromia, 1898, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Ogni colore richiedeva la preparazione di una nuova pietra litografica. Le stampe erano prodotte con un minimo di quattro pietre, ma più spesso erano previste dalle dieci alle quindici pietre, per colorare immagini con diversi inchiostri. Una vernice trasparente era poi stesa sulla pietra e l’immagine era trasferita su una carta lucida, simile alla carta fotografica. Ogni stampa era poi dipinta con una vernice finale che gli conferiva profondità e ricchezza di tono. Il risultato era una stampa litografica che manteneva notevole chiarezza e dettaglio. Nella produzione delle fotocromie erano impiegate diverse persone e le pietre venivano talvolta rifatte. Per questo si potevano notare dei cambiamenti notevoli nelle differenti edizioni del medesimo soggetto. La produzione era costosa perché il bitume era importato dalla Siria e le pietre litografiche dalla Baviera.

La casa di Betsy Ross a Philadelphia, dove fu cucita la prima bandiera americana in una fotografia in bianco e nero,  1900 circa, Detroit Publishing Co., Washington, Library of Congress

La fotocromia dello stesso soggetto, stampata dalla Detroit Photographic Co nel 1900 circa, Washington, Library of Congress

I padroni della stamperia Füssli, esperti di commercio internazionale, decisero di sfruttare al massimo l’invenzione, dando il via a un ambiziosissimo progetto: “tutti i grandi monumenti e i luoghi i saranno fotocromati”. Due fotografi furono spediti ai quattro angoli del globo, dallo Spitzbergen alla Nuova Zelanda, per catturare la bellezza della terra. Tornarono con immagini di Cina, India, Palestina, Turchia, ma anche di Venezia, della Riviera francese, della Baviera. La produzione si intensificò, tanto che più di tre quarti di tutte le fotocromie archiviate nel catalogo Photoglob del 1911 vennero realizzate prima del 1900. Non poteva mancare, tra le mete predilette, il Lago Maggiore, prontamente “fotocromato” dalla Photoglob.

Vista di Pallanza dall’Isola Madre, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Pallanza, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

L’albergo “Les Iles Borromées” a Stresa. Nella fotocromia il luogo è erroneamente indicato come Baveno, 1898, Zurigo, Biblioteca Centrale

Intra e le sue fabbriche, con tutt’intorno campi, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

I castelli di Cannero, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

La strada del Sempione, 1896, Zurigo, Biblioteca Centrale

Baveno vista dal lago, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

L’antica casa Morandi a Baveno, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress, Library of Congress

L’orrido di Sant’Anna in Val Cannobina con un visitatore a mollo, dal 1890 al 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Vista del golfo Borromeo con l’Isola Bella e l’Isola dei Pescatori, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Sua Maestà la Regina Margherita di Savoia in navigazione sul Lago, tra il 1902 e il 1904, Zurigo, Biblioteca Centrale

Il giardino e il torrione all’Isola Bella, con vista di Stresa, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Il Belvedere nel giardino barocco dell’Isola Bella, con il Liocorno cavalcato da Amore, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Viale del giardino all’Isola Bella, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

In uan giornata invernale il battello lascia l’Isola Bella per la terraferma, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Un marinaio manovra la sua barca, battezzata Iolanda, su un lago increspato dal vento, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Una consueta visione dell’Isola Bella, in versione chiaro di luna, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Vsita dell’Isola dei Pescatori con bambino in primo piano, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Non poteva mancare, tra le bellezze del golfo di Stresa, l’Isola Madre, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Il catalogo della PZ prese forma, con l’obiettivo di offrire ai facoltosi turisti dei vividi ricordi a colori. Il successo fu immediato: la società vendeva la sua merce sulle navi di lusso della Norddeutscher Lloyd: la Kaiserin Theresia o la König Albert, vere città galleggianti, in cui, alla fine del secolo, viaggiavano benestanti famiglie e intraprendenti uomini d’affari.

Il ponte delle passeggiate sul transatlantico “Kaiserin Theresia” sella North German Lloyd, 1899, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress. La nave, costruita a Stettin, nell’allora provincia di Pomerania, fu rimodernata nel 1899 e battezzata con un nuovo nome dedicato all’Imperatrice. Nel 1904 fu venduta all’esercito russo e ribattezzata “Ural”

La stanza dedicata ai fumatori sul transatlantico “König Albert” della North German Lloyd, 1899, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress. La nave collegava Amburgo con l’Estremo Oriente passando per il Canale di Suez

Il corridoio e le scale della “Grosser Kurfürst”. Il transatlantico, varato nel 1899, faceva spola regolarmente tra Brema e New York, 1899, Washngton, Library of Congress

La definizione delle fotocromia era ancora ambigua: si trattava di una fotografia? Di un dipinto? Nel 1893 la fabbrica zurighese annunciava sul proprio catalogo che “questi fogli d’arte sono meglio degli acquarelli e superano i dipinti ad olio”. Dieci anni dopo sparì il riferimento alla pittura e subentrò il nome di fotografie a colori. Si trattava però di una mezza verità, perché il litografo, che partiva dal negativo in bianco e nero, faceva una scelta assolutamente arbitraria nella colorazione, visto che non poteva avere davanti ai suoi occhi nessun riferimento alla realtà, anche se talvolta i fotografi inserivano note sui colori assieme ai negativi in bianco e nero. Da questo derivava il tono particolarissimo delle fotocromie. All’Esposizione Universale di Parigi del 1889 i fratelli Wild presentarono al pubblico le prime fotocromie: fu un successo! Il mondo non era più in banco e nero o color seppia, ma risplendeva in delicati toni pastello.

Il padiglione delle macchine all’Esposizione di Parigi del 1889, Washington, Library of Congress

La casa editrice elvetica aprì una filiale a Londra, la Photochrom Company, e inziò a corteggiare la Detroit Photographic Company di Detroit, Illinois, per stabilire un accordo vantaggioso. La Detroit Photographic Company, creata nel 1895, era specializzata in fotografie per tutte le finalità, ma in particolare per l’utilizzo in libri, giornali, calendari e pubblicità. Molte delle stampe erano di grande formato. Non mancavano le immagini religiose, come, per esempio, riproduzioni della popolarissima Madonna della seggiola di Raffaello. Il fotografo Edwin H. Husher, che aveva fondato la società, si mise alla ricerca di finanziamenti per aprire la Photochrom Company of Detroit. Tra gli sponsor, oltre alla Photoglob svizzera, c’era anche William A. Livingstone, figlio del ricchissimo magnate della navigazione, della banche e dell’editoria William Livingstone, Jr. Nell’estate del 1897, Livingstone si recò a Zurigo per studiare il procedimento della fotocromia e riuscì a stipulare un contratto per produrre e vendere le fotocromie del catalogo svizzzero in America.

I manager della “Detroit Publishing Company” sulle scale della loro fabbrica a Detroit, Illinois, nel 1910 circa. A sinistra, in alto, William A. Livingstone, terzo da sinistra il fratello Robert B. Livingstone. William Henry Jackson è al centro con il cappello in mano, Dearborn, Michigan, The Henry Ford Museum

Il negozio della Detroit Photographic Company a New York sulla Quinta Strada, 1900 circa, foto di Henry G. Peabody, Dearborn, Michigan, The Henry Ford Museum

L’interno del negozio di New York della Detroit Photographic Company, tra il 1900 e il 1905, Washington, Library of Congress

Nel 1898 il Congresso approvò la Private Mailing Card Act, che consentiva agli editori privati di stampare e vendere cartoline. Potevano essere inviate al costo di un penny l’una, quando il costo delle lettere era di due centesimi. Livingstone si rese subito conto delle possibilità commerciali della cartolina postale a colori, un settore in cui aveva a fortuna di essere pioniere. Su insistente richiesta di Husher invitò il famoso fotografo di paesaggio William Henry Jackson a diventare socio della Detroit Photographic Company. Jackson accettò l’offerta, portando con sé circa 10.000 negativi, tra cui le famosissime Mammoth Plates, ovvero lastre negative particolarmente grandi, che arrivavano fino a 40x50cm. Le foto di Jackson costituirono il nucleo iniziale dell’archivio della società, oltre alle fotocromie acquisite tramite l’accordo con la Photoglob di Zurigo. Inoltre Jackson mandò i fotografi in giro per il mondo alla ricerca di panorami, monumenti, tradizioni e tesori d’arte. Nei primi anni di impiego lo stesso Jackson viaggiò continuamente, per scattare le sue immagini, ed esaminare l’opera di altri fotografi da comprare per la DPC.

Il treno speciale della Detroit Photographic Company in cui era allestito un laboratorio fotografico mobile, tra il 1900 e il 1905, Washington, Library of Congress

William Henry Jackson seduto alla scrivania nel vagone del treno speciale della Detroit Photographic Company, 1902, Washington, Library of Congress

Migliaia di stampe fotocromatiche furono create e vendute come cartoline e si diffusero ovunque. All’apice del successo erano impiegati quaranta artigiani e una dozzina di commessi viaggiatori, con una media di sette milioni di stampe all’anno. La brochure della Detroit Publishing Company diceva: “Il risultato unisce la verosimiglianza di una fotografia con il colore e la ricchezza di un dipinto ad olio o con le tinte delicate del più delizioso acquarello”. Per una trentina d’anni, dal 1895 fino al 1924, fu la fabbrica delle cartoline, portando il mondo nel salotto di ogni americano. La fortuna durò fino ai primi anni Trenta, quando metodi di stampa più economici adottati dalla concorrenza forzarono la Detroit Photographic Company a chiudere l’attività nel 1932.

All’apice della sua attività la Detroit Publishing Company comprendeva una dozzina di commessi viaggiatori e vendeva sette milioni di stampe all’anno, tramite i suoi negozzi a Detroit, New York e Los Angeles. In questa immagine lo staff davanti alla sede di New York nel 1903. La foto è stata fornita da David V. Tinder, Dearborn, Michigan, Henry Ford Museum

A testimonianza della gigantesca diffusione delle fotocromie restano i 7600 esemplari della biblioteca centrale di Zurigo e altri gli altri 6500 della Library of Congress. Grazie al paziente lavoro di ottimi archivisti le immagini sono tutte disponibili online sui siti internet delle due biblioteche.

Tutte le immagini si possono ingrandire. In apertura: Isola dei Pescatori, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress.

Per scaricare il pdf dell’articolo clicca qui: La rivoluzione della fotocromia. Quando svizzeri e americani colorarono il mondo

Bibliografia: Marc Walter, Portrait d’un monde en coleurs, Solar, 2006.

Link: il sito di ricerca delle biblioteche svizzere: Nebis; La collezione di fotocromie della Library of Congressrocess e la storia della Detroit Photographic Company sul sito del Museo Henry Ford di Dearborn, Michigan:

Advertisements

The URI to TrackBack this entry is: https://archiviodelverbanocusioossola.com/2011/11/16/la-rivoluzione-della-fotocromia-quando-svizzeri-e-americani-colorarono-il-mondo/trackback/

RSS feed for comments on this post.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: