Gli anni di Corconio


di Mario Soldati. Il racconto fu pubblicato su “Lo Strona”, n. 1/1979.

Cinque mesi già ci dividono dalla scomparsa di Mario Bonfantini: per noi suoi vecchi amici, dal 23 novembre è come se il tempo – il tacito, infinito andare del tempo – avesse subìto una spaventosa accelerazione. Eppure, in questi cinque mesi, sono stato con lui, vicino a lui, leggendolo, pensandolo, molto più lungamente e affettuosamente che non, aihmé, negli ultimi sette anni, per lui così difficili, dopo la morte di sua moglie Mary. La vita ha di queste crudeltà: lui, col suo coraggio stendhaliano, non se le era mai nascoste. Insieme al Baudelaire (1928) e Un salto nel buio (1959) ho riletto un altro dei suoi libri più belli: appunto Stendhal e il realismo (1958). “Voir clair et loin”, diceva Stendhal con un’espressione citata più volte da Bonfantini. E a me sembra oggi, dopo queste riletture, di vedere per la prima volta “chiaro e lontano” il momento più importante della nostra amicizia e forse anche della sua e della mia vita: un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936, quando il destino ci appaiò, ci assecondò nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta: quell’autoconfino rigeneratore, quel delizioso paradiso perduto e ritrovato che accogliendo lui e me, Mario il vecchio e Mario il giovane, ci salvò in extremis da strazianti, estenuanti, storte vicende sentimentali e restiutuì all’uno e l’altro al suo vero se stesso. Fa bisogni di dire che recuperammo allora, e conservammo poi per sempre, il senso della realtà, della bellezza della vita?

Il dazio vecchio e via XX Settembre a Novara

Verso i primi di settembre del 1934 mi trovavo a Nizza, più morto che vivo. Cercai rifugio una notte a Juan-Les-Pines, da Giacomo, che era ugualmente amico a Mario e me. Il giorno dopo partii per Novara. Mario sapeva ogni cosa. Avvertito adesso da un telegramma, mi aveva preparato una sistemazione provvisoria. Alloggiai per tutto il mese in un piccolo albergo del centro. Prendevo i pasti in casa Bonfantini, via XX Settembre 6, con Mario e con i suoi, il papà, la mamma, la sorella Vera, i tre fratelli Corrado, Sergio, Cino. E quello straordinario calore famigliare, l’allegria, l’intelligenza, la generosità di tutti loro insieme rapidamente mi rimisero al mondo. Proprio in quegli stessi giorni anche Mario, come me, era riuscito a troncare una relazione che altrimenti sarebbe stata catastrofica. La ragazza viveva a Novara e lui perciò aveva deciso di allontanarsi. Una casa editrice di Firenze gli aveva promesso di assumerlo, ma purtroppo non si sapeva per quando, e il suo lavoro, intanto, era sempre a Novara, lezioni private. Non iscritto al partito, non poteva insegnare nelle scuole, neanche come supplente.

Dopo un soggiorno in America Mario Soldati fu assunto alla Cines di Roma nel 1931. Per l’insuccesso di “Acciaio” nel 1933, tratto da un soggetto di Luigi Pirandello e diretto da Walter Ruttman, Soldati viene licenziato e si rifugia a casa dell’amico Mario Bonfantini a Novara

Quanto a me, da mesi avevo perso il mio impiego alla Cines, lasciato Roma, pressoché consumato gli ultimi risparmi: il solo modo, ormai, per risolvere la crisi, era quello di ritirarmi in qualche posticino di campagna dove mi fosse stato possibile vivere coi pochi soldi dei pochi articoli che riuscivo a collocare. Nell’attesa di essere chiamato a Firenze – si parlava di febbraio, di marzo – Mario allora pensò di rinunciare alle lezioni, intaccare a sua volta i modesti risparmi, e ritirarsi con me in un villaggio sul Vergante del Lago Maggiore o sul Vergante del Lago d’Orta: una camera a due letti sarebbe andata benissimo, così avremmo speso meno. Per uno di quei fortunati sincronismi che a volte decidono di un’intera vita, i nostri due destini coincidevano: non restava che partire. Com’era dolce, intanto, anche quell’attesa a Novara!

Lo scrittore Mario Bonfantini in una foto conservata all’Istituto Storico della Resistenza di Novara “Piero Fornara”. Durante la Resistenza, una decina anni dopo l’autoesilio a Corconio con Soldati, fu arrestato e deportato. Il 22 Giugno del 1944 si salvò gettandosi fuori dal vagone piombato che lo avrebbe portato in un campo di sterminio tedesco. Nell’autunno del 1944 fu uno degli organizzatori della Repubblica dell’Ossola. Bonfantini raccontò la sua esperienza di vita vissuta nel romanzo “Un salto nel buio”, edito da Feltrinelli nel 1959

Com’erano divertenti, affascinanti, pieni di una speranza che non temeva delusione, gli stessi progetti che facevamo studiando il migliore metodo per la ricerca dell’agognato eremo, consultando le carte geografiche tra l’Agogna e il Ticino, tra l’Orta e il Maggiore, e discutendone a mezzogiorno e alla sera con tutta la famiglia Bonfantini intorno alla grande tavola dopo mangiato. E i motti, gli scherzi, le allusioni che dubitavano della nostra buona volontà, le battute ironiche, spietate, perfino aspre e tuttavia affettuose e augurali, che ci assediavano, assaltavano, e che noi due impavidamente respingevamo! … Ah, qu’on était jeunes alos! Infine, i preparativi del viaggio. Mario aveva la sua bicicletta. Io ne affittai una usata. I porta pacchi per la poca biancheria e i pochi libri. Tutto il resto, quando avremmo potuto dare il nostro definitivo indirizzo, ci sarebbe arrivato per ferrovia o portato su da qualche amico di Novara che possedeva un automobile.

I due “Mari”, Bonfantini e Soldati, partirono ai primi di Ottobre in bicicletta per il Vergante

Non dimenticherò mai, come uno dei momenti più felici della mia esistenza, quel pomeriggio dei primi di ottobre – sono quasi sicuro che era il due o il tre – quando Mario e io riuscimmo finalmente a partire. Filavamo appaiati sull’asfalto deserto di un lunghissimo rettilineo, nell’aria fresca, nella chiara ombra delle alte cortine dei pioppi. La strada in continua, regolare, lieve salita sembrava fatta apposta per sfidare i nostri garretti: provavamo il piacere di mantenere, con uno sforzo sensibile ma assolutamente indolore, una velocità quasi da professionisti. Dopo circa cinque chilometri di quel rettilineo, appariva a sinistra, di là dai pioppi, su un breve dosso, un paesetto. Cva”Vedi quelle case?” grida Mario, “Cavagliano! Cavajàn! Cavajàn cunt’ i bal in man!” e ride come un matto, senza rallentare. Rido anch’io: “Cunt’ i bal in man! Ma perché?”. “Va a sapere perché! Mio padre dice che è una vecchia espressione popolare dei novaresi. La spiegazione è semplice. La gente di città, di qualunque città, ha sempre una di queste trovate per affermare la propria superiorità sugli abitanti dei piccoli borghi appena fuori…”.

Subito dopo Cavagliano i due ciclisti attraversano Bellinzago o “Vransagh”

Il rettilineo continuava per altri cinque chilometri, si entrava in un paese un po’ più grosso. Leggo a alta voce il cartello: “Bellinzago”. “Vransagh!”, grida Mario, “si dice Vransagh!”. “Vransagh!” ripeto con entusiasmo. E così, poco dopo, arrivando a Oleggio. “Ulécc!” “Ulécc!”. La strada, uscendo da Oleggio, cominciava a salire più sensibilmente e, dolcemente, a serpeggiare. Marano Ticino. Varallo Pombia. “Il Ticino è là, Porto Varallo Pombia … In dieci minuti ci siamo, quasi quasi vale la pena di andare, tu non l’hai mai visto, è un posto meraviglioso!”.

La stazione di Varallo Pombia Porto sul fiume Ticino

Ma lui stesso si rialza sul manubrio, toglie dal taschino del gilé l’orologio e decide per primo che è meglio di no. Dobbiamo arrivare ancora di giorno nel posto dove pernotteremo, questo è il programma. Non bisogna perdere tempo. Abbiamo la speranza, addirittura la fiducia, di trovare subito, quella sera stessa, il luogo ideale dove ci stabiliremo per passare l’inverno. “Vedrai! Una volta ad Arona, tiriamo su. Mercurago, Oleggio Castello, Dagnente … Dagnente, il paese di Cavallotti… poi Ghevio, Pisano, Fosseno…”.

Uno scorcio di Pisano, il paese che i due viaggiatori traversano prima di arrivare a Ghevio

Prima di arivare a Ghevio Bonfantini e Soldati passano da Fosseno

Sapevamo ormai tutti quei nomi a memoria, tanto avevamo studiato le carte. Ragionandoci su, a poco a poco eravamo giunti alla conclusione cha andava bene soltanto un paese a mezza costa, piccolo, piccolissimo, alto centocinquanta, duecento, trecento metri sulla strada principale del lungolago, e abbastanza lontano, perciò, dai costosi centri turistici e dalle loro distrazioni, ma … ma, assolutamente, con la vista del lago dalla finestra della nostra camera. Doveva, anche, essere una bella vista. Su questo, fino dal principio, ci eravamo fissato senza esitazioni. Una vista magnifica era indispensabile.

Alla fine del primo giorno di viaggio i due Mari si fermano a Ghevio per mangiare all’osteria

Dopo molte piccole fermate, arrivammo a Ghevio. Troviamo un’osteria, non da dormire. Il sole tramontava tutto quello che avevamo visto fino allora non andava bene, e i chilometri ci avevano messo fame. Contrariamente al programma, decidemmo di cenare lì e poi di continuare fino a Nebbiuno, dove c’è un bell’alberghetto che dovrebbe fare per noi: almeno così ci assicurano all’osteria di Ghevio, l’oste e alcuni avventori. Nebbiuno. Nebbiuno. Era il nome che ci affascinava. Neanche avevamo in programma una gran mangiata e una gran bevuta, ma a poco a poco, parlando senza posa, ci siamo abbandonato e il guaio è che ce ne rendiamo conto solo a notte alta, all’ultimo momento, quando ormai è troppo tardi, quando alzandoci da tavola sentiamo che la testa ci gira leggermente. Non importa! In sella! Bisogna correre! Bisogna arrivare a Nebbiuno prima che chiudano l’albergo! La sola alternativa a un sonno che assolutamente non possiamo concederci. il solo rimedio è appunto questo: l’aria fresca, un po’ di moto, una bella sgroppata fino a Nebbiuno. In sella! La bicicletta di Mario ha un bel faro a acetilene. La mia, appena il tremulo, oscillante barlume di una lampadina collegata a una rotellina che sfrega contro il pneumatico anteriore. Bisognava correre.

Alcune persone in posa all’entrata del paese di Nebbiuno

Andavo avanti io e Mario mi seguiva: con l’acetilene arrivava a fare luce anche a me. La strada è di terra, e ora sale e scende attraverso frutteti, campi, boscaglie – ora svolta stretta tra case, ville, mura di vecchi giardini – ora fila via libera, su brevi tratti diritti e terrazzati, che un basso parapetto difende da invisibili sottostanti pendii, precipiti verso il lago lontano. Era soltanto in questi tratti che si poteva correre un po’ e verso la fine, prima di arrivare a Nebbiuno, ne ricordo uno decisamente più diritto e più lungo, che si sdoppiava, si divideva in due: nella strada vera e propria, che continuava a sinistra, e in un viale, a destra, verso il lago. Invece del solito parapetto, una fila di alberi difendeva il viale dal precipizio, e lo divideva alla strada una fila di grossi paracarri, massicci piloni di granito assai simili a bitte per l’ormeggiamento delle barche, su una banchina o un molo. Ricordo, mi lanciai in questo viale, partii in volta tra la fila degli alberi e la fila dei piloni. Mi tenevo piuttosto dalla parte dei piloni perché gli alberi, scuri tronchi di gelsi e di acacie, non si distinguevano dal buio precipizio contro cui erano schierati, mentre i piloni – anche se urtarne, grattarne uno con la pedivella, a quella velocità, si poteva morire – i piloni li vedevo benissimo, erano così grossi, chiari, facilmente evitabili! Pare che mi ingannassi. Pare che la mia orgogliosa volata finale abbia avuto, in realtà, un altro svolgimento. “Ma lo sai che sei un bel matto?!”, gridò Mario saltando giù dalla bicicletta nella fascia di luce che proiettava sulla strada l’ingresso ancora aperto dell’alberghetto di Nebbiuno. Si asciugava il sudore, rideva ma era anche arrabbiato. “Io matto? Perché?” “Non hai visto i piloni? Dì la verità, non li vedevi, eh?”. Protestai che, anzi, ero stato attentissimo a evitarli. “Non è possibile!”. “Ma sì, te lo giuro!”.

L’edificio dell’Albergo Ristorante Tre Laghi a Nebbiuno in una cartolina degli anni Sessanta. L’edificio in cui sono stati ospiti Bonfantini e Soldati nel 1934 era probabilmente diverso

Entriamo in albergo, chiediamo una camera, lasciamo le biciclette nell’atrio, saliamo su: intanto continua la discussione sui paracarri. “Stavi attento a evitarli, ma li evitavi per caso!” “Come, per caso?!” “Sì, puro caso, e io l’avevo capito subito. Non li vede, mi sono detto. Non li vedevi. O almeno, non li vedevi tutti. Senza accorgertene, li attraversavi continuamente, ci passavi in mezzo. Facevi delle esse: uno sì e uno no, oppure due no e due sì. Mi aspettavo da un momento all’altro di vederti stramazzare e già pensavo come fare a portarti all’ospedale di Stresa. Sarebbe stato terribile, una catastrofe, la fine di tutto quanto!”. Era una bella camera, spaziosa, pulitissima, con due comodi letti e due finestre abbastanza grandi che davano verso il lago, come volevamo noi.

Una veduta panoramica di Nebbiuno, dove i viaggiatori si fermano la prima notte

Nebbiuno si trovava a circa duecento metri più in alto del livello del lago: intravedevamo le luci lontane di Ispra, sulla riva opposta e, in fondo, a nord, quelle di Santa Caterina del Sasso, verso Laveno. Naturalmente, per decidere dovevamo aspettare l’indomani mattina: aspettare il giorno per giudicare il paesaggio e l’ambiente. E anche se la padrona dell’albergo ci era sembrata simpaticissima, dovevamo provare la cucina, concordare il prezzo, eccetera. Mario e io, però, siamo tutti e due degli incorreggibili ottimisti. E così ci addormentiamo fulmineamente, spossati e beati, nella quasi certezza di avere trovato il nostro ideale fin dalla prima sera. Quod erat in votis, dice lui appena spenta la luce. Quod erat in votis, ripeto io diaconescamente.

La terrazza dell’Albergo negli anni Sessanta. Alla mattina un forte rumore sveglia i viaggiatori

Un fracasso furioso, assurdo, inspiegabile, ci sveglia di colpo. Sono le sette. Ci rizziamo a sedere sul letto: dopo aver guardato l’ora ci guardiamo l’un l’altro e, mentre continua quell’incredibile fracasso, ridiamo reciprocamente della nostra espressione sbalordita. Che cosa diavolo sta succedendo? Per qualche momento attendiamo che il rumore cessi. Ma invece continua: sono colpi spietati, pesanti, martellanti, metallici, metodici, qualche macchina colossale che è stata messa in moto alle sette in punto, nelle vicinanze immediate dell’albergo: ogni colpo rimbomba, tremano le mura. Abbiamo tutti i diritti di suonare il campanello: la proprietaria non può aspettarsi che continuiamo a dormire. Dopo breve tempo, infatti, eccola col vassoio del caffé che avevamo ordinato fino dalla sera precedente. “Che cos’è questo terribile rumore?”. La proprietaria ci risponde gentilmente, dandoci ogni spiegazione. E noi, altrettanto gentilmente, chiediamo il conto.

Lasciata Nebbiuno, Bonfantini e Soldati salgono verso Carpugnino

Un quarto d’ora dopo siamo sulla strada di Carpugnino, strada di mezza costa che seguiremo fino a Vezzo, decisi poi a salire a Gignese, valicare il colle, scendere nella Valle dell’Agogna, insomma abbandonare il Vergante del Maggiore per il Vergante dell’Orta. E ce la prendiamo con calma, oggi. L’incredibile risveglio di Nebbiuno continua a esilararci. Pedaliamo tranquilli, chiacchierando e ridendo. Di che cosa parliamo? Forse di Stendhal? Anche se noi, allora, non ci eravamo ricordati di Stendhal, certissimamente ventiquattro anni dopo, scrivendo il suo libro su Stendhal e portando come supremo esempio il realismo di Stendhal il primo capitolo del Rouge er Noir, Mario si è ricordato di Nebbiuno. Appena si entra in Verrières… Nebbiuno, Verrières … Appena si entra in Verrières … Ecco come traduce Mario il testo di Stendhal: “…si resta storditi dal fracasso di una macchina fragorosa e di terribile apparenza: venti pesanti martelli, che ricadono con un rumore da far tremare il selciato della via, sono messi in moto da una ruota fatta girare dall’acqua del torrente; e ciascuno di quei martelli fabbrica ogni giorno non so quante migliaia di chiodi. I piccoli pezzi di ferro che vengono rapidamente trasformati in chiodi sono messi sotto queste presse da squadre di giovinette fresche e graziose …”.

Mario il vecchio e Mario il giovane ridono lungo la strada, paragonando la cittadina di Verriéres descritta da Stendhal ne “Il Rosso e il Nero” al paese Nebbiuno

Aihmé, quel nome affascinante ci aveva fatto immaginare, ci aveva promesso un autunno e un inverno da veri scrittori, lunghe giornate al tavolino, ore interminabili, proficue, difese e ovattate dal silenzio delle lente nebbie che dovevano salire dal lago fino alle finestre della nostra stanza. Nebbiuno ci aveva tradito. Da Nebbiuno eravamo fuggiti per sempre con orrore, e allontanandoci non ci siamo neppure curati di dare uno sguardo alla fabbrica di chiodi, casomai fossero al lavoro, come in quella di Verrièrese, des jeunes filles fraîches et jolies! Il Mottarone non arriva a millecinque, ma è la vetta più alta delle montagne tra l’Orta e il Maggiore.

Panorama del Lago Maggiore dal Mottarone

Dal Mottarone si ripartono e formano, di qua e di là dal lungo crinale che separa i due Verganti, tutti i minori crinali, dossi, groppi, e tutte le conche, fosse, gole, valloncelli e valli: primissima e più importante la valle dell’Agogna, che arriva fino in pianura e affluisce direttamente al Po, poco dopo lo Scrivia e prima del Terdoppio e del Ticino. Non sono più tornato, da qualche anno, nell’alta valle dell’Agogna. È vero che l’ultima volta l’ho trovata più o meno com’era nel 1934: solitaria, deserta, quasi selvaggia, tale che, in ottobre, dava quasi l’impressione dell’alta montagna: la conca che accoglie e circonda quando si scende dal colle di Gignese è tutta sparsa di rocce muschiose: tra alti ciuffi d’erba, sgorgano vive sorgenti, e nel mezzo il torrente, l’Agogna, scorre su fitti ciottoli limpido e rapido. Recentemente è stato costruito un ponticello. Nel 1934 si guadava.

Dopo la discesa nella selvaggia valle del fiume Agogna, Soldati e Bonfantini raggiunsero Armeno

Per un lungo tratto, poi, è giù fino ad Armeno, la strada era di terra: scendeva rimanendo sempre alla destra dell’Agogna, e svoltava di continuo intorno a piccoli, erti speroni interamente coperti di cespugli. Sulla sponda sinistra il pendìo era molto più dolce: vasti prati verdissimi fino al cielo, non una casa, non un albero. Soltanto, qua e là, macchie bianche di mucche e di pecore che pascolavano. Dopo Sovazza, che è un po’ più in alto della strada, cominciano i boschi, e avvicinandoci ad Armeno, che è il primo grosso paese, a poco a poco anche le case, gli orti, i frutteti, i giardini. Improvvisamente, al di sopra di queste chiome verdi, ci apparve il Monte Rosa. E poco dopo, continuando a scendere, l’altro miraggio, famigliare, idillico, complementare di quello del Rosa: il lago d’Orta, che Mario amava già appassionatamente, e che anch’io amavo, ma conoscevo appena, e ricordavo soprattutto perché c’ero stato una volta con Tino Richelmy.

L’isola di San Giulio e il paese di Orta

Da quel momento, fu come se – non posso, nel ricordo, non pensare diversamente a quell’ultima parte del nostro piccolo grande viaggio, senza dubbio il viaggio più importante della nostra vita – fu come se fossimo guidati da una concorde ispirazione, da un’intelligenza misteriosa che ci spingeva, ci spronava a continuare, a scendere verso il lago. Attraversammo Armeno, percorremmo velocemente la strada tra Armeno e Miasino, tra Miasino e Vaciago, e, dopo Vaciago, giù, senza più ricordare la carta geografica, senza pensare a nessun nome di nessun luogo. Forse era solo, molto semplicemente, la gioia della discesa: o forse quell’azzuro che, tra i verde di ogni tornante, ci invitava a scendere verso il lago, così che, a un certo momento, vedendo che davanti a noi la strada continuava pianeggiando, mentre a destra un sentieruolo, quasi una mulattiera, s’infilava precipitosamente in un boschetto di robinie, scegliemmo di prendere di lì, come se in effetti volessimo, ormai, raggiungere il più presto possibile appunto il lago. Ma no, non ci diceva questo la voce che udivamo e non sapevamo di udire. La discesa precipita dal sentieruolo, dopo trecento metri o più di svolte continue, tornava indietro e poi di nuovo avanti, finché si placava, diventava una stradina quasi pianeggiante. Sulla sinistra era un’alta siepe di more.

Una veduta panoramica del Lago d’Orta. A sinistra la penisola del Sacro Monte. In costa sono visibili i paesi di Vaciago e di Corconio, la destinazione del viaggio di Soldati e Bonfantini

Al di là, nel sole del primo pomeriggio vedevamo appena, tra gli alberi, qualche frammento scintillante del lago. più su, tutta la montagna scura della riva opposta: più su ancora, al centro di un loro più lontano e più profondo avallarsi, nuovamente i ghiacciai del Monte Rosa. Ci fermammo: senza scendere dalla bicicletta, mettemmo un piede a terra. Guardavamo estasiati, ascoltavamo il silenzio, senza sapere perché trattenevamo il fiato. E in quell’aria, in quel silenzio che era lo stesso che di solito gli uccelli con i loro versi non turbano non interrompono ma quasi sottolineano e corteggiano, ecco voci femminili, voci fresche, tranquille nell’aria tranquilla, e così vicine che istintivamente, alzandoci con la punta di un piede sulla pedivella, cercammo di vedere le ragazze. Inutilmente. Non abbiamo visto nessuno: era un orto, un campicello, qualche albero di frutta. E le voci continuavano sparse, vaghe, allegre, ridente, ridenti, come se fosse soltanto l’aria, una leggera brezza, a allontanarle o avvicinarle. Mario e io non ci siamo detti niente, allora. Ma il cuore ci batteva a tutti e due. Ce lo siamo detto molto tempo dopo, quando tutto era già un ricordo. E oggi è il ricordo di quel ricordo, e sono solo a ricordare.

Corconio, il paesino scelto da Bonfantini e Soldati per il loro volontario autoesilio in una cartolina degli anni Venti. Il palazzo più inportante di Corconio era stato costruito dalla abbiente famiglia Bonola, presente in zona fin dal Cinquecento. La loro ricchezza si deve al capostipite Giorgio, che fece fortuna prima a Milano, poi a Pisa dove intraprese l’attività di oste. Rocco Bonola, che fu nel XVII secolo fu mercante di telerie e merletti a Milano, venditore di vino, gestore di otto trattorie e commerciante di opere d’arte. La secentesca Chiesa di Santo Stefano, che dipendeva dalla pieve dell’Isola di San Giulio, venne finanziata dalla famiglia. Il cappellano, a spese dei Bonola, celebrava l’Eucarestia, insegnava la dottrina, assisteva i malati e coordinava la vita religiosa. Altre notizie su Corconio si possono leggere in “Corconio e la famiglia Bonola” di Alberto Temporelli: http://www.noimagazine.it/?p=arte&id=259

Le voci erano dell’Angioletta e di sua sorella più piccola, l’Annetta, la Nitti, la sola che è ancora lì, a Corconio. Corconio era il paese, ma così piccolo, così minuto, che di là dalla leopardiana siepe del nostro destino non si vedevano neanche le case le case più alte e più vicine: neanche, cioè, la stazioncina ferroviaria e l’alberghetto quasi attiguo che loro due, l’Angioletta e la Nitti, ventenne l’una quindicenne l’altra, facevano funzionare da sola. La madre era morta da qualche mese. il padre, pa’ Pé dar, che diventò subito nostro grande amico, badava alla campagna, alle bestie, a fare il vino, a distillare la grappa clandestina, a commerci vari, a divertirsi e a battere la cavallina: il signor Pietro Rigotti, insomma, si occupava di tutto fuori che dell’albergo.

La stazioncina di Corconio, in un’immagine recente, con un treno in transito. Foto di Stefano Paolini, da Photorail (http://www.photorail.com/phr3-gli%20updates/articoli2007/giugno2007.htm.). La ferrovia collega tutt’ora Novara con Domodossola, ma i treni non si fermano più a Corconio. La stazione è stata trasformata in un’abitazione privata

C’era anche in casa, un cugino, Ferdinando Savoia, il Nando, che aveva girato mezzo mondo, compresi l’America e il Giappone, come chef sui transatlantici, e che era anche stato in manicomio a Novara, ma poi, abbastanza rinsavito, si era ritirato lì, e ci viveva un po’ a sbafo e un po’ accollandosi i lavori più pesanti: era alto, robusto, ancora giovane, ma praticamente la sola cosa che faceva era tagliare la legna per la cucina, il caminetto, le stufe. Il paese – un centinaio di abitanti – era più in basso dell’albergo e della stazione: quattro straducole e quattro casupole ammassate intorno all’antico palazzo barocco dei signori Bonola e alla feudale chiesetta costruita all’epoca e nello stesso stile del palazzo. Si fronteggiavano: sul portale dei signori campeggiava una grande scritta: Judex ante januam.

Una vista dei paesi di Ameno, Vaciago e,  a destra, Corconio: «così piccolo, così minuto, che di là dalla leopardiana siepe del nostro destino non si vedevano neanche le case più alte e più vicine»

In una delle casupole più vicine all’albergo abitava uno zio fratello del Pédar, Rigotti Giacomo, il quale faceva il postino. Aveva più di settant’anni e andava su e giù ogni mattina, tra Corconio e Ameno, con i suoi scarponi e il suo bastone, marciando a passo così veloce che Mario e io, volendo una volta per prova tenergli dietro, abbiamo sudato. E c’era la zia Bice, terribile vedova, che tiranneggiava l’unico figlio, mitissima vittima: un ragazzo biondiccio e mingherlino, il caro Battistin detto Giopa, anche lui sui vent’anni come la cugina Angioletta. Generosità, gentilezza, intelligenza della famiglia Rigotti per il modo come ci aveva adottati, subito al nostro arrivo. “Adottati” era la parola così giusta, trovata da Mario mesi dopo, in una particolare occasione, quando avevamo scoperto che, nell’albergo e nella famiglia chi comandava, non era certo il Pédar: prima era stata sua moglie: adesso era sua figlia. Capo assoluto le cui decisioni non si discutevano, l’Angioletta. Bionda, bella, con occhi celesti che le scintillavano di arguzia, di bontà e con un pizzico di quella malizia che è poi tutta un’amorosa intelligenza della vita.

Silvia, rimembri ancora-quel tempo della tua vita mortale,-quando beltà splendea-negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,-e tu, lieta e pensosa, il limitare-di gioventù salivi?

La padrona dell’albergo di Corconio, Angioletta Rigotti, si sposò con un signore di Alzo, il paese sulla riva opposta del Lago d’Orta. Curiosamente anche lui si chiamava Mario

Attendeva anche l’Angioletta un destino crudele. Già all’epoca del nostro arrivo, lei “parlava” con un bel giovanotto di Alzo, un paesetto che si vedeva proprio in faccia a Corconio, soltanto un po’ più alto, sulla riva opposta del lago. In bicicletta, regolarmente, due o tre volte la settimana, veniva a trovarla. Per caso, si chiamava Mario anche lui, e mandava avanti con suo padre una piccola rubinetteria. Si sposarono poco dopo la nostra partenza, l’albergo fu chiuso e non passò forse un altro anno che lei morì. Più nessun freno, allora, per il Pédar. Aveva un’amante fissa, che abitava a Carcegna, e che per rispetto all’Angioletta e alla Nitti non si faceva mai vedere a Corconio. Il Pèdar andava a trovarla di notte, tre quarti d’ora di cammino su un sentiero strettisimo lungo i binari della ferrovia. Era una donna grande e grossa. Le figlie, ridendo, la chiamavano “il peso massimo”: ma, in presenza del padre, che ogni volta non tardava ad arrossire, semplicemente “il peso”.

A Carcegna viveva l’amica di Pa’ Pédar, una signora robusta, definita dalle figlie Angioletta e Nitti “peso massimo”. Nella cartolina il Rifugio Ozanam, fondato nel marzo del 1918 dalle dame di San Vincenzo, grazie alla generosa donazione da parte dei coniugi Provino e Luigia Pozzi della propria casa di Carcegna. Il Pio Istituto ospitava una cinquantina di fanciulle dai due ai dieci anni, orfane e curate con amore materno delle Suore di Betlem

La particolare occasione, con ci avevamo scoperto l’autorità dell’Angioletta due o tre mesi dopo il nostro arrivo, era stata di natura, come dire?, burocratica. Passavano le giornate a lavorare: Mario ai suoi saggi critici su Saint-Beuve e Flaubert; io ai miei articoli americani per Il Lavoro di Genova. Avevamo una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest. Pagavamo ciascuno, per l’alloggio e il vitto vino compreso, centoventi lire al mese. Per arrivarci, bastavano a Mario le ripetizioni: un viaggetto a Novara, in treno o in bicicletta, ogni quindici giorni. Io invece non riuscivo, con gli articoli, a raggiungere l’intera cifra, e restai presto debitore. Ma l’Angioletta si fidava. Accettai poi un breve lavoro di sceneggiatura, tre settimane a Roma, e quando tornai a Corconio fui in grado di saldare, dare un anticipo e ricominciare.

I “due Mari” erano sorvegliati speciali dai Carabinieri, durante il loro soggiorno a Corconio. Il padre di Mario Bonfantini era stato sindaco socialista di Novara e il fratello Corrado era sotto processo al Tribunale Speciale, accusato di  “attività antizionali”

Capitò una mattina verso mezzogiorno che io scendessi per andare incontro a Mario che tornava da Novara. Due sere prima, quando era partito, gli avevo letto l’inizio di un articolo che non andava e ne avevo discusso con lui. Adesso l’avevo finito ed ero così contento che, quando udii il fischio del treno alla curva, mi precipitai di sotto per andargli incontro. Attraversando di corsa la sala terrena, noto due carabinieri che parlano con l’Angioletta al banco delle bibite. Li avevo visti altre volte, passavano di lì per il loro giro credo tutti i giorni e di solito la mattina. Quando torno indietro dal treno con Mario che aveva con sé una piccola valigia, mi sembrò si scorgere sul volto dell’Angioletta, uno sguardo strano, come di contrarietà e di preoccupazione. Uno dei carabinieri era un bel giovane, aitante, bruno e che perfino assomigliava un po’ al fidanzato dell’Angioletta. Io e Mario lo conoscevamo benissimo, e ormai, quando lo vedevamo, lo salutavamo normalmente. Poi scherzavamo con l’Angioletta, accusandola di civettare  col “carabiniere quello bello”, proprio perché assomigliava al fidanzato. Ogni volta il ritorno di Mario dopo queste brevi assenze era una festa: il cuore ci si allargava di sentirci tutti e due a Corconio. Quella mattina avevamo, in più, un motivo per uno: lui aveva incassato qualche soldarello, io avevo finito l’articolo.

“Due bitter, Angioletta!”

Intanto i carabinieri se ne erano andati: li seguiamo con la coda dell’occhio che salgono sulle loro biciclette e si allontanano. Ma l’Angioletta, poco dopo, quando viene al nostro tavolo col bitter, è ancora imbarazzata. Le domandiamo cos’ha. A poco a poco,  arrossendo, ci rivela qualcosa che ci saremmo dovuti aspettare e che, tuttavia, ci sorprende. Che fossimo così ingenui, così stupidi, forse arrivo a capirlo, forse me lo spiego soltanto oggi e appunto pensando alla felicità che ci fasciava, al quell’intima lievità di cui godeva il nostro spirito da quando vivevamo a Corconio.

Corrado Bonfantini nel 1933 durante l’esilio nell’isola di Ponza, in seguito alla condanna del Tribunale speciale. Venne liberato nel 1943. Membro delle formazioni “Matteotti” e organizzatore delle bande partigiane dell’Ossola, partecipò ai quaranta giorni di libertà della Repubblica. Con la sua voce, dai microfoni della stazione radio di Porta Vigentina, diede l’annuncio della liberazione di Milano. Foto dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara

Prima del fascismo, il padre di Mario, il professor Giuseppe Bonfantini, era stato per anni il sindaco socialista di Novara. E adesso il fratello di Mario, Corrado Bonfantini, il medico, era accusato di “attività antinazionali” e si trovava sotto processo al Tribunale Speciale. Niente di strano, dunque, che noi due fossimo “sorvegliati speciali”. I due carabinieri passavano tutte le mattine e ogni volta chiedevano di noi, si informavano se eravamo ancora lì… Deserta come di solito a quell’ora la sala terrena, l’Angioletta si era seduta al nostro tavolo e parlando a voce bassa e sorvegliando l’ingresso, ci aveva raccontato tutto. Al principio di ottobre, la mattina dopo il nostro arrivo, lei, come di norma per tutti gli albergatori, aveva consegnato la schedina con le nostre generalità. Il giorno seguente, i carabinieri le avevano detto, se uno di noi partiva di avvertirli immediatamente.

La penisola con il Sacro Monte di Orta e il paese di Legro

Così, infatti, la Angioletta si era sempre comportata: quando Mario andava a Novara, lei mandava il pa’ Pédar fino a Legro, dove era la caserma dei carabinieri, a avvisare. Senonché il Pédar, stavolta, non c’era: era andato via, due o tre giorni, a Boca, per il vino nuovo. Nessuno aveva avvertito i carabinieri. E lei, adesso, quando erano venuti, si era dimenticata di dirglielo subito. “Punita!” le dice Mario ridendo: “E si capisce perché. Guardando quello bello, lei ha perso la testa!”. Rideva anche lei, finalmente: forse era ancora turbata; ma i suoi occhi celesti ci fissavano con uno sguardo tranquillo, deciso, materno: con la sicurezza, a ogni modo, di volerci bene. Adottati dalla famiglia Rigotti, mettemmo radici. Venne presto novembre. Le piogge. Le lunghe sere, con le ragazze i ragazzi del posto, a spuglià melgùn. Eravamo seduti liberamente sulla catasta, sulla montagna delle pannocchie, mangiavamo castagne arrostite o bollite, bevevamo il vino nuovo nelle ciotole. I cori, le storie e le storielle, le risate, gli scherzi continui, molte volte anche osceni, che erano suggeriti dalle forme particolarmente grottesche di qualche pannocchia…

Bonfantini e Soldati passavano le serate invernali a Corconio attorno al camino. Con i Rigotti, i padroni dell’albergo e i loro ospiti, si divertivano  a “spuglià melgùn”,  mangoando castagne arrostite e a bevendo vino nelle ciotole. L’alimentazione era allora  legata all’agricoltura

Il Nando era trattato piuttosto ruvidamente dall’Angioletta e dalla Titti che lo sopportavano in casa di malavoglia e che non si curavano di nascondere a noi questa verità – ma da Pédar, invece, era trattato con un certo riguardo, forse proprio per compensare, alla nostra presenza, l’eccessiva disinvoltura delle ragazze. Noi due, però, il Nando, lo ammiravamo un po’ e soprattutto ci divertiva. Intanto giocava a bocce con una perfezione matematica. Poi raccontava incredibili avventure con “le più belle signore” di Buenos Aires e di Barcellona. Era scapolo, era felice, beveva in media sette litri di vino al giorno, e fumava tre o quattro “bollettini di seconda” sempre nella stessa pipa: con mio grande stupore perché, dopo un paio di fumate, io ero invece costretto a cambiare la mia. Matto era, certamente: ma un matto pacifico, che non avrebbe fatto male a una mosca. La sua follia consisteva nella convinzione di essere un genio misconosciuto  e precisamente un genio politici. Parlava di se stesso in terza persona. Diceva di se stesso “lui”, come di personaggio misterioso, influente, geniale, che viveva in quell’esilio per libera scelta e perché disprezzava la classe politica italiana. “Esistono”, diceva, “o almeno, dovrebbero esistere, dei chirurghi politici internazionale. Sono pochi, pochissimi, forse ce n’è uno solo” … e qui si fermava, ammiccava furbescamente in giro, ripeteva: “… forse ce n’è uno solo. Lui!”

Tra l’11 e il 14 Aprile 1935 si tenne a Stresa una conferenza tra Mussolini, il ministro degli esteri francese Pierre Laval e i primo ministro britannico Ramsay Mac Donald, per discutere delle violazioni di Hitler alla pace di Versailles del 1919. Il fronte di Stresa naufragò poco dopo, nell’Ottobre del 1935, con l’invasione fascista dell’Etiopia

Quando in primavera si annunziò il convegno di Stresa con l’arrivo dei primi ministri inglesi e francesi fino a pochi chilometri di distanza da Corconio, in Nando rideva: “Povero Laval! Viene credendo di incontrare lui, e invece trova l’altro!”. Diceva di avere una vista eccezionalmente potente; e più di una volta, volendocene dare una prova, fissò diritto il sole del mezzogiorno per alcuni buoni minuti: abbandonando poi l’impresa con gli occhi che gli lacrimavano, iniettati di sangue. Ma il suo cavallo di battaglia era la storia di un ultimo viaggio a Milano, avvenuto qualche anno prima. Diceva: “E così, quando arriva la sera, dopo aver pranzato al Savini, si sa come càpita, mi trovo lontano da casa, mi trovo in una grande città … anche Lui può provare il bisogno di un po’ di compagnia. È un uomo anche Lui, diamine! Mi faccio indicare dal maître la prima casa di Milano. E Lui ci va, piano piano, tranquillamente, fumando la pipa, come adesso. A piedi. Tanto, non era lontano dalla Galleria. Be’, sapere che cosa càpita? Lo sa lei, sciur Mario, che ha vissuto due anni a Parigi, e lei sciur Mario anche lei, che è stato in America e conosce il mondo? Gliela dò a mille a indivinare … Ma già, loro due non l’indovinano, non la possono indovinare perché non sanno ancora bene chi sia Lui. Bene, quando entro nella casa, vedo subito un gran movimento, le ragazze che scappavano di qua e di là e sussurravano tra di loro.

Tra i più esilaranti racconti di Ferdinando Savoia, detto “il Nando”, ospite dell’albergo di Corconio, vi era la sera del Savini, il prestigioso ristorante milanese che “Lui” frequentava

Che cosa era successo? Era successo semplicemente questo: Che si era sparsa la voce … forse una telefonata del maître del Savini, sa? Li conosco i maîtres dei grandi ristoranti, sono gente servizievole … servizievole e … come si dice? .. perspicace, ecco perspicace. Insomma, si era sparsa la voce che Lui si sarebbe recato là. E, che cos’è che cosa non è, in fretta in fretta, alcune delle più belle e più giovani dame della migliore aristocrazia milanese, tra quelle rimaste in città perché già cominciava l’estate, si erano precipitate, dico precipitate là, in quella casa, per prendere il posto delle ragazze, e per avere, così, l’onore di andare con Lui. Ma purtroppo Lui, appena entrato, si accorge che aveva finito il tabacco e che preferiva uscire a fare ancora una fumata prima di andare a riposare. E così, dopo averle salutate una per una, molto gentilmente, e dopo avere dato una buona mancia alla portinaia, Lui se ne va, esce in cerca della prima censa, compra il tabacco, carica la pipa, torna tranquillamente all’albergo. Ma bisognava vedere le facce di tutte quelle belle signore: com’erano deluse, poverette!”. Lo ammiravamo, sì, con queste e altre simili storie ci conquistava. E lui se ne era accorto e ne approfittava.

Una cartolina di Vacciaghetto, piccolo centro nelle vicinanze di Corconio

Una volta, un pomeriggio, diluviava da due giorni senza interruzione. Mario e io decidemmo di uscire lo stesso, per fare quattro passi, salire fino a Vaciago e tornare, il tutto in poco più di un’ora. Il Nando ci sorprende sull’uscio e ci ferma con ton autoritario. “Sentano un po’, loro”. Ci fissa dall’alto in basso, do sotto la larga tesa del feltro nero con cui copriva costantemente la propria calvizie. E continuava: “Vedo che, a differenza di Lui, loro si possono permettere il lusso di possedere ciascuno un ombrello…”. “Andiamo a Vaciago dal tabaccaio”. “Ottima idea. Quando fa bello tutti i coglioni sono capaci di andare a spasso. Bravi. Anzi, non si dimentichino di comprarmi due «bollettini di seconda»”. E, così dicendo, aveva infilato l’indice e il medio della destra nel taschino del gilet e frugava dentro, alzando lievemente il braccio e la spalla come per cercarvi gli spiccioli necessari. Eravamo poverissimi: il minimo costo di due bollettini di seconda rappresentava per noi una stravaganza. Tuttavia, non aspettammo che lui cavasse le due dita fuori dal taschino: aperti gli ombrelli ci incamminammo dicendo: benissimo! Sarà fatto! e lui, che appunto aspettava che non aspettassimo, restò a guardarci, fiero e impettito sulla soglia, con le due dita sempre infilate nel taschino. Mai più forse, ci siamo sentiti così ricchi. Era un omaggio che facevamo al più grande chirurgo politico internazionale.

Gozzano in una cartolina del primi del Novecento. Da qui provenivano gli ospiti dei Rigotti, come il farmacista Mazzetti, l’operaio Cappellini, i fratelli “Fasàn sciur e Fasàn pòvar”. Con loro Soldati e Bonfantini giocavano a briscola nelle lunghe serate invernali

Le serate, le passavamo di solito giocando a carte: a briscola, l’Angioletta, la Nitti, noi due, con mattissime risate – a scopone, più seriamente e raramente, quando veniva su da Gozzano il farmacista Mazzetti, l’operaio Cappellini, i due fratelli Fasàn sciur e Fasàn pòvar, e altri, tutte persone che Mario conosceva da tempo e alle quali in seguito restituimmo visita a Gozzano, finché, una volta, ci toccò addirittura di giocare a scopone in un regolare torneo, con il quadripartito schermo, che, scavato nel centro quanto bastava per posare le carte sul tavolo, impediva però ai soci di ciascuna delle due coppie di vedersi l’uno l’altro e di farsi i segni. Ma il ricordo più bello e più vivo di quello straordinario inverno, sono le sere che passavamo con le due sorelle, il pa’ Pédar e il Nando, seduti sui bancunett intorno al fuoco del grande camino della cucina: sgranocchiavamo le castagne, bevevamo il delizioso vino di Boca, rosso, spumante, lievemente dolce: e ascoltavamo le storie, storie vere che l’uno o l’altro di noi aveva da raccontare.

Il Pa’ Pédar intratteneva i commensali con i racconti della sua esperienza di alpino durante la guerra 15-18 sull’Altopiano di Asiago

Il racconto che durò più a lungo fu certamente uno del Pédar. Restammo su ad ascoltarlo, senza un solo momento di stanchezza, forse fino alle tre. Era della guerra 15-18, che lui aveva fatto tutta quanta, nel Quinto Alpini. Il racconto della volta, tra tutte, che aveva avuto più paura: di una che la sua compagnia, sui monti dell’Altopiano di Asiago, aveva avuto ordine di ritirarsi, da una posizione all’altra, sotto il fuoco dell’avanzata austriaca. Un lento strisciare appiccicati al riparo delle rocce, un disperato correre curvi attraverso canaloni di pietrame dove si era allo scoperto, saltare, di nuovo schiacciarsi contro un riparo, aspettare prima di poter continuare, e vedere cadere vicino a se un compagno, e un altro vederlo morire, e aspettare ancora, ancora correre, strisciare, aspettare, continuare. Ah, cosa abbiamo perso con la televisione, non lo possono capire i nostri ragazzi, le generazioni venute su dopo l’invenzione della televisione, quanto abbiamo perso! Il camino, i bancunett di legno liscio e caldo che ci stringevano, ci univano appassionatamente attorno a quel fuoco e a quei racconti: quando, di colpo, il Pédar si buttò giù sul pavimento, giù contro il rialzo di pietra del camino e si attaccò al breve bordo che ne sporgeva, e vi si sostenne con la sola forza delle dita, minando via via come si era schiacciato contro una cengia, come vi si era allungato, e come era riuscito, durante una di quelle attese lunghissime, a accendere la sigaretta.

I due giovani Bonfantini e Soldati, “adottati” dai Rigotti di Corconio, erano restii a muoversi. Nella cartolina Pettenasco, uno dei luoghi citati nel racconto

Quante cose Corconio ci ha insegnato. Come ci ha cambiato, Mario e ma, per tutta la vita, in quella specie di autoconfino che ci eravamo scelti involontariamente e inconsciamente. Gli spazi, intorno, ci sembravano immensi. Eravamo restii a violarli, provavamo una strana timidezza a muoverci dalle immediate vicinanze dell’albergo di Corconio. E quando ci muovevamo per andare in qualche posto un po’ più lontano, Alzo, Orta, Pettenasco, Gozzano, era soltanto per la sicurezza che avevamo di trovarci qualcuno che ci aspettava, un amico che ci conosceva. Per esempio, sentivamo sempre parlare del Monte Mesma, dove c’era un convento di frati e una chiesa antichissima, paleocristiana. Sentivamo dire che al Mesma, in una giornata serena, si poteva vedere la pianura padana, fino oltre Milano. E sapevamo che al Mesma si poteva salire, da Corconio, a piedi, in meno di mezz’ora. Eppure, non ci siamo mai andati! Di modo che, anni dopo, a Mario e a me, il nostro soggiorno a Corconio apparve remoto, favoloso, simile al soggiorno di Levi in Lucania, come Levi ha raccontato in Cristo si è fermato a Eboli.

Tra i luoghi che Soldati e Binfantini non visitarono c’era il convento del Monte Mesma

Cultura contadina anche la nostra? E piantiamola con questa cultura, parola pedantesca e vuota che sa di bacilli e deretano. Diciamo educazione, religione, umanità, civiltà… Ecco, civiltà va benissimo. Abbiamo un infinito bisogno di civiltà, e invece non  abbiamo nessun bisogno di cultura! Non dobbiamo cercare la cultura o una cultura, dobbiamo semplicemente cercare una civiltà, anzi la civiltà. Perché noi tutti, anche se non sappiamo ancora ben che cosa sia la civiltà, sappiamo però benissimo che cosa non è civiltà: ne siamo ormai perfettamente informati. All’opposto, noi sappiamo egualmente bene che può essere cultura qualunque cosa, a cominciare dai rasoi elettrici per finire con gli electroshock e i gulag di sterminio, tutte trovate, invenzioni, istituzioni che, in ogni caso, sono fuori dalla civiltà. La parola civiltà, che deriva da civis, cittadino, include necessariamente il concetto di comunicazione con gli altri, di amore per il prossimo: la parola cultura che è la forma astratta del latino colere, coltivare. non è necessariamente né esclusivamente dedicata agli altri: può essere interpretata anche in senso egotistico.  Ed è sintomatico che i tedeschi, invece della parola corrispondente a civiltà, usino di solito in sua vece la parola kultur. Sì, la nostra civiltà contadina e lacustre era allora altrettanto sconosciuta di quella oltre Eboli, altrettanto lontana sebbene vicinissima: solo, era più umana. A Corconio, non l’avrebbero nemmeno chiamata civiltà. Sapete, se fossero stati interrogati come l’avrebbero chiamata? Educazione. Noi siamo così, avrebbero detto, siamo così perché così siamo stati educati dai nostri nonni, dai nostri genitori, dai nostri compaesani appena un po’ più in là di noi negli anni. Era un’educazione più umana e più profonda di quella di tanti altri paesi perché serrava più da presso la realtà, tutto il bene e tutto il male della vita.

Nel primo anno trascorso a Corconio Soldati scrisse “America primo amore”

Venne la primavera del ’35. Mario fu finalmente chiamato a Firenze da Bemporad e intanto, quasi negli stessi giorni, mi accorsi di avere scritto sull’America abbastanza tanto da farne un libro. C’era a Novara una bellissima ragazza, che Mario aveva conosciuto negli ultimi tempi e alla quale aveva preso l’abitudine, quando andava in città, di dettare le sue recensioni e i suoi scritti critici. Era Mary Molino che due anni dopo diventò sua moglie. la Mary ricopiò anche, dal mio dattiloscritto, i capitoli più torturati da correzioni. Il libro lo fece pubblicare Mario da Bemporad, e si chiamò America primo amore. Ebbe subito un certo successo ma solo di élite: le copie vendute credo non abbiano raggiunto il migliaio. Mario dunque stava a Firenze e io ero rimasto a Corconio. Avevo scritto qualche novella. Avevo cominciato un romanzo e avevo cominciato e finito, nel giro di poche settimane, tutto un libro sul cinema che Mario era riuscito a farmi “commissionare” da Corticelli, un editore di Milano.

I due scrittori restarono nel Cusio anche durante l’estate del 1935. Nella cartolina l’Isola di San Giulio vista dal paese di Orta

Si avvicinava l’estate: tutta un’estate che avrei passato a Corconio. Con quale gioia, soprattutto quando mi raggiunse la notizia che Mario sarebbe tornato. Un’altra estate! Un altro autunno! E un altro inverno! Sempre nella serenità del nostro lago, si annodavano intanto quasi insensibilmente, i fili del nostro futuro, e spero di potere un giorno raccontare anche di quel secondo anno. Ma come mai, mi chiedo oggi, come mai allora, per il solo fatto di sentirci a Corconio, eravamo così felici? Proprio una sera di quel secondo autunno, l’autunno del ’35, alcuni amici di Orta, in occasione non ricordo più di quale loro anniversario, avevano chiesto all’Angioletta di venirlo a celebrare da lei, nel “nostro” albergo. Anche quello era un rito che credo sia abituale ancora oggi di quella civiltà tra lombarda e piemontese: comitiva che approfittavano di periodiche ricorrenze per andare a cenare, come dice il Porta, “in santa libertà”, in qualche osteria o locanda sulle rive o a mezza costa, qua o là intorno al lago. Non di rado e non solo per divertimento, ma anche per non preoccupare, affaticare troppo la padrona del locale, quando la sapevano sola o quasi sola, i soci della comitiva chiedevano inoltre di essere loro stessi a cucinare, se non tutta la cena almeno i piatti principali e più elaborati. Era appunto questo il caso, quella sera.

Un panorama primaverila del Lago d’Orta. In fondo a destra la Torre di Buccione

Verso le cinque del pomeriggio arrivò infatti da Orta Cesare Mazzetti, che tutti sul lago chiamavano il Cesarone. Era un omone alto, grosso; un eterno berretto di pelo marrone, da carrettiere; barbaccia a punta, color carbone; pancione, vocione, e uno sguardo degli occhi nerissimi che lì per lì, a chiunque l’incontrava per la prima volta, veniva spontaneo definire torvo, truce, sinistro. Portò, oltre bottiglie di Ghemme e di Gattinara, oltre ai burdùgn sottaceto e oltre a insalate varia, agoni e anguille da friggere, trippa, galline e, come pezzo forte, un bel capretto da arrostire. Arrivò con tutta quella roba, andò dritto in cucina e si mise subito all’opera. Mario e io avevamo già avuto modo di conoscerlo, ma sempre di sfuggita. Quando, avvertiti dal tramestìo che si udiva di sotto e da quella baritonale voce dominante, capimmo che era arrivato, irresistibilmente ci levammo dalle nostre scrivanie e scendemmo a salutarlo. Il Pédar e l’Angioletta, quel giorno a colazione, ci avevano raccontato tutto di lui. Non c’era nessun dubbio: malgrado l’apparenza si trattava di una persona bonaria, gentile, mite: un vitellone invecchiato. Era stato sposato una volta, senza figli, e adesso viveva solo. Il suo unico difetto sarebbe stato la pigrizia, ma anche quello semmai era un difetto perdonabile: perché il Cesarone parecchi anni prima aveva fatto un colpo che gli permetteva di mangiare bere dormire giocare a carte e non fare mai altro nella vita.

Da Corconio nelle serate limpide si scorgevano le luci di Egro

Un capomastro di Orta, suo vecchio e caro amico, emigrato a New York era diventato impresario edile. Ricchissimo, era tornato per una vacanza. Pare che prima di partire per l’America amoreggiasse con la ragazza che poi aveva sposato il Cesarone. Fatto sta, neanche un mese dopo il suo arrivo, il Cesarone gli aveva venduto la moglie, e l’impresario se l’era comprata e portata per sempre a New York dopo aver versato in dollari, alla Banca Popolare di Novara, la somma necessaria a costituire il capitale di un cospicuo vitalizio a nome del Cesarone. Vedendoci entrare nella cucina, dove adesso era già acceso il fuoco e fervevano i primi preparativi per la cena, il Cesarone si affrettò a pulirsi la destra sul grembiulone che avea indossato: gliela stringemmo affettuosamente.  Intanto scrutavamo, con curiosità e non senza un brivido segreto tra la connivenza e la condanna, i suoi occhi non truci, no torvi – ma al contrario, adesso ci sembrava – stranamente allegri, quasi infantili. Il fatto che non ci fossero di mezzo figli toglieva, secondo noi, ogni veleno all’operazione della sposa venduta; e se, come pensavamo volentieri, tra lei e il ricco impresario di New York esisteva ancora, quando si erano ritrovati, l’antico amore, il Cesarone, nel fare la propria fortuna aveva anche avuto una fortuna più importante, quella di dimostrarsi umano. Tornammo al nostro lavoro. La cena cominciò verso le nove, e fu rustica e splendida, armonicamente conviviale. Il Cesarone conosceva una quantità di canzoni. Ma me ne ricordo, forse perché non poteva non riferirla all’episodio centrale della sua vita, una sola, e mi pare ancora di sentirla dalla sua voce e di vederlo a capo tavola, seduto un po’ indietro e un po’ di fianco, col bicchiere alto in mano, quando intonava:

Vien, vien, vien-biondina d’amor:-vien sotto all’ombra-di questo cuor.-Tu dormirai, biondina, in braccio a me-per consolare ‘sto misero cuor.-E fin che avevo dollari-nelle taschette-tutte le ragazzette-tutte le ragazzette-venivan da me.-Vien, vien, vien …-E finché avevo sangue-nelle mie vene-tu mi volevi bene-tu mi volevi bene,-venivi da me.-Vien, vien, vien …

Dalla terrazza dell’albergo, detta “il ponte di comando”, si intravedeva S. Maurizio d’Opaglio

E fu ancora questa, così patetica e cinica insieme, la canzone che riudimmo molto più tardi, quando la luna piena era già alta nel cielo. Da buoni venti minuti la comitiva si era avviata a piccoli passi per la scoscesa mulattiera che scende al lago come in un tunnel di rovi. Noi due, acceso il nostro ultimo mezzo toscano, ormai passeggiavamo sulla grande terrazza che chiamavamo il “ponte di comando”, e che infatti comandava tutto l’Orta, dalle luci lontane di Lagna e di San Maurizio d’Opaglio, fino oltre l’Isola, a quelle, ancora più lontane, di Egro e di Ronco. Nella chiarità azzurra della luna vedevamo addirittura lassù, di là dalla nerezza della Conca di Civiasco e appena sotto il brillare delle stelle, il confuso, incerto splendore del Rosa. Intanto, sulla strada asfaltata lungo il lago, il Cesarone e i suoi amici tornavano a Orta, camminavano e cantavano. Li seguivamo come se li vedessimo. Ecco, adesso il coro pareva allontanarsi, spegnersi… invece continuava quasi attutito da una sordina dovevano avere svoltato, erano dietro lo sperone d’In Val …improvvisamente, ci giunse, di nuovo chiarissimo, ma più lontano e più struggente, dovevano ormai marciare sul rettilineo di Imola, allo scoperto: … e fin che avevo dollari-nelle taschette…

Eravamo felici, come sicuri che la nostra vita avvenire, anche se cambiava, non sarebbe mai stata troppo diversa. Felici, come sicuri che non saremmo mai stati troppo tempo lontani da Corconio … Ma no, eravamo felici proprio per la ragione opposta: perché sentivamo che quel momento aveva qualcosa di supremo, e il nostro cuore ci diceva che non sarebbe tornato mai più.

In apertura: Mario Soldati negli anni Trenta, da Mario Soldati – La scrittura e lo sguardo

Scarica qui il pdf dell’articolo: Gli anni di Corconio

Da: A.A.V.V., Il Lago d’Orta. Pagine di letteratura, viaggio e ricordi da “Lo Strona” (1976-1982), a cura di Lino Cerutti e di Enrico Rizzi, Ornavasso, Fondazione Enrico Monti, 2008.

Link: per informazioni sulla storia di Corconio Corconio e la famiglia Bonola

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola è alla ricerca di cartoline, fotografie di paesaggio o ritratti a persone inerenti al racconto su Corconio.

Annunci
Published in: on 26 gennaio 2012 at 9:37  Lascia un commento  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

The URI to TrackBack this entry is: https://archiviodelverbanocusioossola.com/2012/01/26/gli-anni-di-corconio/trackback/

RSS feed for comments on this post.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: