Il costume vigezzino della siora Peppa de Craveggia


 

La “Peppa” ha un corpetto di velluto blu stretto in vita da una cintura in tessuto d’oro. La blusa è decorata sul davanti e le maniche mostrano galloni dorati, come i bordi del cappello in feltro che protegge la nuca dal sole, sopra un foulard di damasco, annodato dietro sul collo, detto panét. I cappelli sono importati dalla Francia e dalla Germania, dove gli uomini emigrano per lavorare, ma in estate vengono sostituiti da leggeri copricapi in paglia. La Siora Peppa de Craveggia è stata incisa da Antonio Maria Stagnon, un artista ossolano nato a Mondelli, un piccolo paese della Valle Anzasca il 2 Luglio 1751. Il padre Pietro Antonio, titolare di una bottega a Torino, dopo avergli insegnato l’arte dell’incisione dei sigilli lo mandò a Parigi per approfondire gli studi. Tornato in patria nel 1772 lo Stagnon ricevette, nel 1774, il titolo di Regio Incisore di Sigilli sotto il Re di Sardegna. Nel 1780 pubblicò il Récueil Général des modes d’ habillements des femmes des Etats de Sa Majesté le Roi de Sardaigne, preziosissimo volume con quarantatre tavole dedicato a Adelaide Clotilde di Francia, Principessa di Piemonte dal 1775, in occasione del matrimonio con il futuro Re Carlo Emanuele IV. Una copia di questa rarissima opera è conservata presso l’Archivio Storico della città di Torino. Lo Stagnon dedicò ai costumi ossolani cinque tavole ricche di dettagli, una testimonianza unica per gli studiosi di etnografia e gli appassionati di folclore.

Francesco (Ghilin) Giorgis (1828-1904), Ritratto della nonna della moglie, Collezione Privata. Oltre al foulard di seta damascata, al grembiule azzurro e alla cintura dorata, la nonna ritratta dal Giorgis indossa anche uno scialle di lana rosso. Il vestito di cotone scuro è impreziosito dai bottoni dorati, come d'oro sono gli importanti orecchini tondi e il crocifisso sul petto

Paolo Norsa in Invito alla Valle Vigezzo traccia una storia del costume vigezzino. Fino al Seicento, era costituito da calzoncini corti larghi, innestati ad un corsetto marrone o nero, ricoperti talvolta posteriormente da una mantelletta nera, che scendeva fino alla piegatura del ginocchio. In testa portavano cappelli di felpa (tessuto di seta con pelo più lungo del velluto) a cilindro; talvolta anche di paglia, a tese larghe, con bordatura in oro. Verso la fine di quel secolo, il cilindro di felpa venne sostituito da un fazzoletto di damasco, annodato dietro la nuca. Le ragazze ne lasciavano scendere le cocche sulla spalla destra. Col secolo XVII le donne ebbero a portare una giubba (pettorina) unita alla gonna, la quale arrivava alle caviglie ed era allacciata sul davanti da nastri di seta o cordoncini dorati. Il soprabito era chiuso sul davanti da un merletto. Il grembiale era perlopiù nero per le donne, a fiori per le ragazze. Le scarpe basse, gallonate d’oro e d’argento; le calze di seta nera o marrone; bianche per le spose. Le contadine portavano veste e sottoveste da lavoro, un piccolo drappo sulla schiena; al collo un fazzoletto di seta cruda, mista a cotone. Completavano l’abbigliamento collane di granato. Le spose avevano collane d’oro (normalmente di basso titolo: dorini) o d’argento, regalate dal fidanzato, e croci piatte coi simboli della Passione incisi sulla superficie.

Contadini di Craveggia. Un esemplare di una serie di immagini scattate nell'agosto del 1934 da Emilio Sommariva, Milano, Fondo Sommariva, Biblioteca Nazionale Braidense. Le donne indossano il foulard per coprire i capelli dallo sporco e dalla polvere

Il grembiule viene sollevato per evitare che si macchi sfiorando il terreno. Il contadino indossa il cappello di feltro, una camicia bianca, pantaloni di fustagno retti da bretelle

In questo scatto le due donne in primo piano sono prive di foulard, ma quella sullo sfondo indossa un cappello di paglia per proteggersi dal sole

In alcune belle immagini scattate dal fotografo lodigiano Emilio Sommariva (Lodi, 1883 – Milano, 1905) la cui sterminata collezione è stata comprata nel 1979 dalla Biblioteca Nazionale Braidense, si possono osservare gli abiti delle contadine vigezzine impegnate nella raccolta delle cipolle. Quando portava la gerla, l’alpigiana si copriva con il patach o patùn, una sorta di giaccona senza maniche e ai piedi i pedui, pantofole di stoffa trapuntate a mano. Oltre a quello d’uso quotidiano in cotone, semplice ed elegante nella sua modestia, alcune donne possedevano anche un vestito più elegante, che si differenziava per l’utlizzo di tessuti pregiati, come la seta di damasco per l’abito e per il grembiule, mentre la camicetta era bordata con pizzo valenciennes. L’abbigliamento era confezionato a mano durante le lunghe serate invernali. La stoffa veniva acquistata al mercato locale o importata  dai mariti, spesso spazzacamini, peltrai o venditori ambulanti, che rientravano dall’estero.

Graziose vigezzine nel loro migliore costume in una cartolina degli anni Trenta. Gli abbondanti colletti sono di pizzo valenciennes e le camicette sono ricamte in punto smock

Le occasioni per sfoggiare il vestii d’la festa, che solitamente era stato ricevuto in eredità dalla nonna, erano la messa domenicale, i matrimoni, i battesimi, le comunioni e i funerali. In queste feste di paese le donne gareggiavano in venustà. Gli uomini portavano la camicia di tela bianca con un fazzoletto al collo e sopra un tricoté di lana di pecora, filettato in verde o in rosso, pantaloni di fustagno o velluto marroni, neri o verdi, con una fascia rossa o blu attorno alla vita. Ai piedi calze di lana bianca o colorata, scarponi chiodati e gli straüs, ghette di stoffa bianca quadrettata o scozzese. Sulla testa un cappello di feltro impermeabile marrone o nero, il capel ad l’acqua, impreziosito da un cordoncino rosso intorno alla calotta. Il “vestito buono” che si tirava fuori dall’armadio per cerimonie importanti, prevedeva la marsina, giacca nera con accenno di code e la vita segnata dietro da due bottoni di seta nera.

Come recita la didascalia di questa cartolina colorata degli anni Trenta "leggiadre spose che il monte attende". Si tratta di un'allegra interpretazione del costume vigezzino in cinque versioni. Appare improbabile che le "spose" lavorassero la terra abbigliate con il loro abito migliore

In apertura la Siora Peppa de Craveggia da Antonio Maria Stagnon, Récueil Général des modes d’ habillements des femmes des Etats de Sa Majesté le Roi de Sardaigne, 1780.

Per scaricare il pdf dell’articolo clicca qui: Il costume vigezzino della siora Peppa de Craveggia

A Santa Maria Maggiore, nella Casa delle Associazioni è stata allestita la stanza del costume vigezzino, in cui si possono osservare abiti originali, oltre ad antiche fotografie, scattate dal Gruppo Folcloristico della Val Vigezzo, nato nel 1922 per iniziativa dei fratelli Alfredo ed Erina Belcastro. Un angolo è dedicato al vigezzino Giovanni Maria Farina, l’inventore dell’acqua di Colonia. Il piccolo museo in Piazza Risorgimento 7 (telefono 329-6505494 oppure 0324 9509) è aperto nei mesi di luglio e agosto, tutti i giorni dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00.

Bibliografia: A.A.V.V., Invito alla Valle Vigezzo, a cura di Paolo Norsa, Domodossola, Dante Giovannacci Editore, 1970: Caterina Bensi Chiovenda, Storia dei Costumi, in Terra d’Ossola, Domodossola, Lion’s Club, 1995.

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Published in: on 2 marzo 2012 at 13:24  Comments (2)  
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2 commentiLascia un commento

  1. E’ un articolo molto interessante per una amante dellam moda come me!

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