Villa Alice, mon amour


di Carlo Landriscina

“E’ piena di fantasmi, di notte si danno appuntamento i contrabbandieri, nelle cantine si aggirano topi giganteschi e se tutto questo non bastasse ci scorrazzano i ragazzi più grandi”. Il mio primo impatto con Villa Alice, in un’epoca dove gli iPod si chiamavano mangiadischi, è stato all’insegna di queste presenze inquietanti. Va bene gli spettri, va bene i mariuoli, va bene le pantegane ma le bande dei più grandi erano intollerabili. Entrare a Villa Alice, seppure di giorno, era una sorta di iniziazione, una prova di coraggio che sanciva il rispetto degli amici e l’ammirazione delle ragazze. E fare questa esperienza, con l’aggravante di eventuali incursioni dei più grandi che si divertivano a dileggiarti davanti al gentil sesso, diventava impresa umiliante. La prima volta che ho varcato la soglia della dimora che nelle mie fantasie era una specie di Casa Usher lacustre, è stato rigorosamente di giorno. A quell’epoca era abbandonata. Ero in compagnia dei miei tre più cari amici, che ho la fortuna di frequentare ancora. Con noi, una sola ardimentosa. Entrammo dal piccolo cancello posto sul viottolo che da Villa Lesa precipita a Lesa. Una breve pausa per riprendersi dall’emozione e subito nel retro della casa dove, sapevamo, si poteva penetrare in un’altra dimensione, quella del Mistero, con una certa facilità: la soglia che conduceva in un altro mondo era la porta finestra della cucina. Come ben servito, che a noi suonò come monito dall’Aldilà, un grande lavello in marmo adibito a mattatoio. Ma questo era niente, perché poi si inanellavano stanze grandi e piccole, pertugi, nicchie, contro pareti che celavano chissà quali terrificanti misteri. E poi lo scalone centrale che portava ai piani superiori fatto di gradini sconnessi e infidi. Mi ricordo ancora la sensazione di curiosità mista a paura che ci attanagliò: cos’altro potevano provare quattro amici figli della tenebrosa cultura di Zio Tibia?! L’amica, con nostra grande sorpresa, non sembrava spaventata, anzi, a un certo punto apprezzò l’ospitalità offerta da una delle tante toilette d’epoca della villa. La sua disinvoltura ci imbarazzò un poco, ma questo lo riconoscemmo solo quando fummo usciti da lì, dentro il terrore aveva prevalso sulla vergogna. Quella fu la nostra prima volta, altre ne seguirono, ma sempre, soprattutto nelle incursioni notturne, non ci abbandonò mai il timore di sfidare le presenze che incombevano all’interno della casa. Il rapporto con Villa Alice finì una notte di luglio. Nella nostra compagnia (sì, ai tempi si chiamavano così) c’era un ragazzo di qualche anno più grande. Ricordo ancora la sua faccia patibolare, degna di un racconto di Stephen King, che contrastava con la stupefacente bellezza della sorella. Non ho mai visto la Natura agire in modo così bizzarro e discriminate nei confronti di due fratelli. Ma tant’è: Patibolo aveva dodici anni e già fumava. Essendo a corto di soldi non poteva approvvigionarsi di nicotina. Ci disse: “se entro da solo a Villa Alice di notte, mi comprate una stecca? Per dimostrare che sono veramente nella casa, vi farò un segnale con la torcia dal terrazzino sul tetto”. Accettammo, tanto sapevamo che avremmo vinto la scommessa: anche uno zombie in erba non poteva sfidare Villa Alice; per di più avrebbe dovuto attraversarla tutta per raggiungerne la sommità. Mission impossible! Quella notte ci demmo appuntamento nel parco. Patibolo era lì ad aspettarci con la sorella: “allora vado”. Passò qualche minuto, poi nel buio più completo apparve un segnale luminoso: era Patibolo! Ammirazione, invidia, sconforto frullarono nelle nostre teste. Oltre a riconoscere che aveva molto coraggio si profilava il pasticcio di mettere insieme i soldi per la stecca: per quattro ragazzotti di dieci anni non era poi così facile. Trattammo e alla fine ce la cavammo con due pacchetti. Cosa che a lui non piacque tanto, e piacque ancora meno alla sorella che da quel giorno ci trattò come degli infanti. E qui sta la nota dolente, perché se Villa Alice è stato il mio primo terrore, la sorella del precocissimo tabagista è stato il mio primo amore, la persona per cui, quando era presente o solo ne sentivo pronunciare il nome, iniziavo a entrare in stato confusionale. Da quella notte, forse perché frustrati dalla vicenda della torcia, non entrammo più nella villa dei nostri timori giovanili. Eppure, quando ancora oggi ci passiamo davanti, non possiamo fare a meno di sentire gli antichi brividi. Certo, adesso si sorride di quelle paure ma la suggestione di questa straniante dimora persiste ancora. I suoi fantasmi se ne sono andati, i contrabbandieri probabilmente non ci sono mai stati e neppure i topi: oggi che ho la chioma color cuoio capelluto provo nostalgia per quegli innocui mostri. E provo invece un po’ di tristezza per chi, all’età mia di allora, i veri mostri li vede tutti i giorni dentro una scatola che vomita immagini e suoni.

Voglio imparare il sanscrito, vita dopo vita l’ho dimenticato. Carlo Landriscina a dieci anni, commosso dalla luce verde di Biarritz, decide che da grande farà il poeta. Per questo, coerentemente, qualche anno dopo si iscrive a Veterinaria presso l’Université de Lyon, brancolando tra esami di chimica, biologia, fisica, botanica, anatomia. Approdato a Milano sulle tracce del suo idolo Stendhal, va fuori corso a Lettere Moderne e al contempo entra, su raccomandazione di un’amica compassionevole, in un’agenzia di pubblicità, in qualità di copy piscinin. Gli anni passano, si avvicendano le agenzie, arrivano le onoreficenze. Il nostro, non più piscinin, mette su famiglia (con una francese, naturalmente, da cui si separa) e va avanti con la comunicazione commerciale. Ma di nascosto coltiva la sua antica passione per la letteratura e per le parole un po’ meno banali. Perché sa che nella tenzone del marketing ci vuole sì un’anima pragmatica ma anche – e soprattutto – nobile. Carlo (lottek) a nick devoted to Otto Klemperer’s daughter; la mia vita tra le parole (a ritroso): storyteller at Lottek Ruysch Carter – Narrations Commerciaux ; writer & creative consultant at Arabica Fenice; copywriter freelance at Idearti Communication Factory; copywriter freelance at Comunicazioni Sociali; communication projects manager at Sermedia Progetti; copy strategist at Idearti Communication Factory; copywriter supervisor at Tribal DDB Italia; copywriter at Rapp Collins; copywriter at PMG – Euro Rscg; copywriter at Promoplan; copywriter at Gruppo Essevi; copywriter at TBWA Promotion; drafter at Campagne e Prodotti; copywriter at Promosponsor.

Villa Alice, poi Riva, è stata costruita nel 1906. La sua facciata è dipinta con raffinati motivi a ghirlande di fiori e frutta. La dimora, posta in altro tra Lesa e Villa Lesa, era accessibile da una monumentale scalinata visibile da via Roma e aveva davanto un grande parco a prato ingentilito da quinte di alberi, che fu poi tagliato a metà dalla linea ferroviaria per Domodossola.

La fotografia in apertura è di Enrico Mercatali, da Taccuino di Casabella.

 

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