I Mazzarditi, ma quali pirati?


di Gianni Lucini

Nonostante la leggenda “nera” che li circonda i fratelli di Cannobio sono probabilmente i protagonisti di una delle ultime grandi ribellioni delle nostre zone contro il dominio di Milano. Una vicenda che meriterebbe un’indagine più attenta e maggior rispetto.

La tesi

Il luogo è suggestivo. Un castello costruito nei pressi di Cannero su un isolotto nel Lago Maggiore a qualche decina di metri dalla riva. Non mancano le leggende, probabilmente inventate per sollecitare la curiosità dei turisti, che parlano di echi di catene, urla di guardie e fuochi che illuminano la notte. Un posto ideale per collocarvi una ciurma di pirati sanguinari, capi di una banda di “bravacci” dispotici e sanguinari. E così è stato.

Le rovine del castello della Vitaliana sull’isolotto davanti a Cannobio, sul Lago Maggiore. La “leggenda nera” dei pirati Mazzarditi narra che proprio qui, all’inizio del Quattrocento,  si erano stabiliti i feroci corsari, che infestavano la zona con le loro angherie. Mito o realtà? Da “Album delle principali Castella Feudali della Monarchia di Savoja, Torino, 1848-67, litografia, disegnata da F. Gonin, stampata dai Fratelli Doyen

Da secoli si racconta che qui abbiano vissuto i Mazzarditi, cinque fratelli che per qualche tempo avrebbero infestato le zone del Lago Maggiore fino a quando un gruppo armato inviato dai Visconti ha riportato l’ordine. Un gruppo di delinquenti e un’operazione di polizia che ha rimesso le cose ha posto. Più o meno così vengono liquidati i Mazzarditi in una sorta di storiografia “ufficiale” che mescola leggenda, invenzione romantica e amenità varie sulla famosa rocca dei pirati. Tra l’altro le rovine che si vedono ora non sono quelle del primo castello, ma quelle della rocca Vitaliana una costruzione successiva simbolo di un più recente tentativo di ribellione contro il dominio di Milano guidato dai Borromeo.

Il contado di Milano nell’affresco tardo cinquecentesco di Ignazio Danti, Roma, Musei Vaticani

Al di là delle leggende e dei piccoli o grandi falsi, i fratelli che hanno per primi edificato la rocca di Cannero erano davvero soltanto una sorta di ciurma di sanguinari banditi di strada? Una lezione importante, in questo senso, arriva dalla ricostruzione della vicenda di Fra Dolcino. Anche la sua storia per tanto tempo è stata coperta da una sorta di “leggenda nera” che descriveva i fratelli apostolici come taglieggiatori violenti e feroci. In fondo solo la curiosità e l’uso della ragione da parte di qualche cercatore che non si è fermato ai pochi documenti ufficiali scritti tutti dalla parte avversa ha potuto liberare la figura di Dolcino dalla polvere interessata del tempo e delle versioni di parte.

La storia dell’ “eretico” Fra Dolcino,  oggetto di una mistificazione postuma, mostra alcune similitudini con quella dei Mazzarditi

Un’analoga operazione può essere compiuta per i Mazzarditi. Cronache di parte, scritte dai vincitori e derivate, quasi tutte, dagli atti di un processo postumo, ripetono per loro quanto già successo per Fra Dolcino: un movimento insurrezionale sconfitto diventa “feroce e sanguinaria pirateria”. Guardando più da vicino la loro vicenda si scopre che le “pezze giustificative” della teoria dei pirati qualche difetto ce l’hanno. Intanto sono tutte posteriori agli eventi e poi hanno come principale e unico riferimento un processo intentato cinquant’anni dopo dagli eredi delle “vittime” per rientrare in possesso dei beni. Tutte le testimonianze addotte hanno questo scopo e sono citate dalla parte che rappresenta l’accusa. In più proprio questa pezza giustificativa dimostra che il castello centrale dell’intera “leggenda nera dei pirati” non regge. Da quegli atti si desume che ai Mazzarditi sconfitti viene lasciata salva la vita e i beni. L’unica pena comminata è l’esilio, in un caso il carcere, e comunque la cacciata dalle zone che li hanno visti in azione. Nessuno, dunque, tra i contemporanei ha mai assimilato il movimento dei Mazzarditi alla pirateria, visto che la pena per la pirateria era la morte e la confisca dei beni.

L’incoronazione di Gian Galeazzo Visconti nella Chiesa di Sant’Ambrogio a Milano, il 5 Settenbre del 1395, nella miniatura di Michelino da Besozzo. Da Offiziolo di Gian Galeazzo Visconti, Firenze, Biblioteca Nazionale. La vicenda dei Mazzarditi si svolse dopo la morte del Duca, quando la contea di Angera, con Cannobio e la Pieve, finirono nei possedimenti del figlio Giovanni Maria Visconti. I cinque fratelli Mazzardi, schierati con i Ghibellini, formarono una banda per riconquistare le terre dei Visconti

Mano mano che l’indagine, scevra dalle contaminazioni di parte, procede ci si accorge che c’è un’altra tesi plausibile ed è quella che i Mazzarditi siano stati i geniali e lucidi capi militari di un grande moto (durato più di dieci anni!) per l’autodeterminazione delle zone del Lago Maggiore contro Milano che da poco se n’era impadronita. Una ribellione pressoché dimenticata dai libri di storia che, per altro, non riguarda neppure solo il Lago Maggiore. Brevemente, la loro vicenda si svolge agli inizi del ‘400.

Giovanni Maria Visconti (7 Settembre 1388 – 16 Maggio 1412), il figlio di Gian Galeazzo e Caterina. Apassionato di caccia, sadico e malvagio, ereditò, alla morte del padre, il ducato di Milano, che in poco tempo si sgretolò, grazie anche all’influenza del condottiero Facino Cane

Il 3 settembre 1402 muore Giangaleazzo Visconti, fresco conquistatore di gran parte del Lago Maggiore, lasciando due figli minorenni: Giovanni Maria e Filippo Maria. Al primo tocca il ducato di Milano e la contea di Angera (di cui fa parte la nostra zona). Il controllo sui territori si allenta e, approfittando dell’occasione, molte “zone dei Laghi” (di Como e Maggiore) insorgono e tentano di recuperare pezzi d’autonomia. In questo movimento si distinguono in particolare Cannobio e la Pieve (una delle più recenti acquisizioni dei Visconti), dove i Ghibellini sono la maggioranza e sono capitanati dai Mazzironi e dai Poscoloni e si contrappongono ai Guelfi, con a capo i Mantelli. Pare una contrapposizione destinata a protrarsi a lungo quando cinque figli fratelli Mazzardi, (Giovanolo, Beltramino, Simonello, Petrolo detto Sinasso e Antonio detto Carmagnola) originari di Ronco, raccolgono una banda, si schierano con i Ghibellini e assaltano Cannobio, prendendola rapidamente.

I cinque fratelli Mazzarditi (Giovanolo, Beltramino, Simonello, Petrolo detto Sinasso e Antonio detto Carmagnola), schierati con i Ghibellini, dopo aver formato una banda, assalirono Cannobio e se ne impossessarono. Il campanile del paese divenne la loro prima roccaforte, cui seguirono il Sasso Carmino, il Castello di Traffiume e la Fortezza Malpaga. In alto Veduta di Cannobio disegnata da G. Berettini e Bosio e incisa da Luigi Rados, Milano, Fratelli Bettalli, 1815 circa

Il Campanile di Cannobio diventa la prima loro fortezza, cui seguono il Sasso Carmino, il Castello di Traffiume dove prende posizione Petrolo con i suoi uomini e da ultimo la Fortezza Malpaga, cioè il Castello di Cannero il cui comando viene affidato ad Antonio. “Liberato” il circondario di Cannobio (Cannero non viene conquistata, ma presta giuramento di fedeltà), essi si spingono sempre più verso il basso lago colpendo gli interessi dei Visconti fino ad Arona e ad Angera. Nel frattempo anche a Milano ci sono episodi di ribellione e Giovanni Maria Visconti viene ucciso nella Chiesa di S. Gottardo a Milano.

La morte di Giovanni Maria Visconti nella tela di Ludovico Pogliaghi (Milano, 7 Gennaio 1857 – Varese, Sacro Monte, 30 Giugno 1850), 1889, Milano Accademia di Brera. Il duca fu assassinato in seguito a una congiura nella chiesa di San Gottardo in Corte il 16 Maggio del 1412

Gli succede il fratello Filippo Maria che, prima ancora di riconquistare Como, si preoccupa di muovere contro i Mazzarditi. Nel 1414 al comando di Giacomo Lunati una vera e propria armata muove contro le terre dell’alto Lago Maggiore. I “Mazzarditi” si difendono a lungo nella fortezza, resistendo all’assedio e lasciando pensare a una filiera di aiuti soprattutto alimentari prima di capitolare. Alla fine non sono sconfitti, ma trattano la resa. Vengono quindi condannati a lasciare le terre (e non a morte, come sarebbe stato in caso di “pirateria”) e viene riconosciuto loro il diritto a mantenere il possesso dei beni. In più, alcuni anni dopo verranno anche riabilitati dagli stessi milanesi che li hanno sconfitti.

Filippo Maria Visconti (23 Settembre 1392 – 13 Agosto 1447), l’ultimo Duca visconteo a reggere  Milano. Sposata Beatrice Lascaris, la vedova quarantenne di Facino Cane, cercò, nel 1414, di riaffermare il proprio potere sui territori lacustri con un’armata guidata da Giacomo Lunati. I Mazzarditi trattarono la resa, lasciarono la zona, ma mantennero il possesso dei beni

La favola dei “pirati sanguinari” nasce invece dagli atti del processo con il quale i guelfi Mantelli e i loro eredi, anni dopo la sconfitta dei Mazzarditi, cercheranno di dimostrare il loro diritto ad appropriarsi dei beni in possesso degli eredi dei fratelli Mazzardi. È da queste testimonianze interessate che i cinque fratelli appaiono come mostri feroci e sanguinari, anche se per quel che riguarda le violenze vanno storicizzate nel clima del tempo. Lorenzo il Magnifico, grande mecenate ed umanista, fece centinaia di morti nella sua contrapposizione contro la famiglia dei Pazzi, ma nessuno trae da questi fatti un giudizio morale con il metro di giudizio di oggi.

Un’illustrazione degli anni Trenta ricalca la diceria secondo cui i Mazzarditi rapivano abitualmente giovani donzelle e spose, uccidendo quelle che non si concedevano ai loro desideri

Del resto le truppe d’occupazione milanesi non scherzavano se Giò Francesco del Sasso Carmino nella sua “Informazione Istorica di Cannobio” racconta che la gente del lago in quegli anni subì “…molte estremità di soldati, gravezze ed angherìe, talmente che gli uomini erano ridotti a termine di disperazione ed avevano, come suol dirsi, invidia ai morti…”. In anni più recenti uno storico autorevole come Giancarlo Andenna, parlando dei Mazzarditi, lungi dal liquidarlo come un banale episodio di pirateria, ha scritto che «… fu un episodio complesso, da inserire nei difficili anni delle lotte per l’affermazione ducale di Filippo Maria Visconti, dominati dalla violenza di Facino Cane e dal metodo del terrore applicato coscientemente verso i gruppi rivali che non si comportavano a loro volta in modo dissimile. Si tratta dunque di un fatto da smitizzare e da collocare entro il secolo in cui avvenne, non assumendo come unica e assoluta verità le deposizioni testimoniali di parte».

I Mazzarditi, chi erano costoro

Chi sono i Mazzarditi, da dove arrivano? Le fonti sono incerte anche soltanto sul nome vero. C’è chi li cita come Mazzadrio e chi Mazzardi. Non era un’epoca stabile per quel che riguarda i cognomi e comunque la prevalenza delle fonti documentali fa propendere per Mazzardi, il cui diminutivo nelle zone del lago fa Mazzardìn e al plurale Mazzardìt (piccoli Mazzardi). I cinque protagonisti, Giovanolo, Beltramino, Simonello, Petrolo detto Sinasso e Antonio detto Carmagnola, nascono a Ronco, un borgo oggi incorporato in Cannobio il cui territorio di competenza all’inizio del ‘400 si estendeva dalla riva del lago a nord di Cannobio fino al confine con il territorio della cittadina, oggi svizzera, di Brissago. I fratelli Mazzardi sono figli di Lanfranco, chiamato anche Francolo e Franciscolo, dalla pluralità delle cronache postume viene definito un “beccaio”. È interessante questa figura del padre, certamente ancora vivo quando i cinque figli danno il via all’azione e probabilmente ascoltato patriarca vista l’epoca e i rapporti famigliari. La qualifica di “beccaio”, attribuita a Lanfranco Mazzardi, trasformata ai giorni nostri genericamente in “macellaio” e in qualche caso estesa anche ai figli, va presa con le pinze.

Un’altra cartolina racconta la storia, tutta da verificare, della bella e virtuosa fanciulla appartenente alla famiglia dei Mazzironi che, dopo aver sostenuto una tenace lotta con Govanolo, fu crudelmente uccisa

I documenti meno animosi, compresi gli atti della riabilitazione da parte dei Visconti, attestano che l’uomo conduceva insieme ai figli un’attività commerciale di rilevante importanza economica. In quel periodo Cannobio ha una sviluppata industria di lavorazione delle lane (come risulta dagli statuti del XIII-XIV sec.) e del cuoio. Con ogni probabilità Lanfranco Mazzardi si occupava dell’acquisto e dello smercio di pellame destinato alla lavorazione manifatturiera. La qualifica di “macellaio” viene invece utilizzata negli anni successivi per dare l’idea di un pugno di paesani ignorantotti trasformati in briganti dall’avidità.

In questa cartolina si racconta che, fra le varietà di supplizi d’ogni genere a cui i Mazzarditi, secondo il mito, sottoponevano gli infelici che cadevano nelle loro mani per terrorizzare le popolazioni. Secondo la didascalia ricorrevano di frequente anche all’impiccagione su aste fissate all’alto della torre. Questo trattamento fu riservato anche ai fratelli Mantelli appartenenti a facoltosa famiglia di Cannobio e i loro cadaveri furono lasciati esposti per sei giorni. Una storia inventata, visto che i Mantelli vennero sì incarcerati, ma furono successivamente liberati

Per confutare questa tesi va ricordato anche che in vari atti il padre dei cinque fratelli viene indicato con l’appellativo di “dominus”. Anche per i figli forse è necessario qualche precisazione in più visto che in un testamento del 1410 a Traffiume Giovanolo (filius domini Lafranchi de Mazardis) viene indicato come “notarius”, cioè notaio. Non è un’indicazione da poco perché sta a indicare che quelli che vengono tramandati come sanguinari e volgari banditi hanno tra i loro capi un uomo di legge. Le contraddizioni non finiscono qui. La “leggenda nera” parla di loro come di una masnada di feroci senza Dio e mangiapreti, mentre scorrendo gli atti del processo postumo compare anche un prete che sta con i Mazzarditi fino alla fine della loro avventura. Si tratta di Stefano Destrieri, considerato un po’ il “cappellano” del movimento. Sacerdote a parte è evidente che i Mazzarditi non sono un pugno di avvinazzati e prepotenti plebei, ma una famiglia borghese. La differenza non è da poco e non solo per la diversa luce che getta sul gruppo e la sua capacità di governo del territorio, ma perché in un epoca in cui i protagonisti vantano quasi sempre titoli nobiliari, la loro origine segna una rottura nella gerarchia sociale.

Antonio, uno dei fratelli Mazzarditi, che aveva assunto il comando della fortezza della Malpaga, sull’isolotto di Cannero, era soprannominato “il Carmagnola” per le sue capacità militari, o forse perché aveva fatto parte dell’esercito del valoroso capitano di ventura, protagonista della celebre opera di Alessandro Manzoni. In alto il disegno di Francesco Hayez raffigurante Il Conte di Carmagnola, mentre sta per essere condotto al supplizio, raccomanda la sua famiglia all’amico Gonzaga, ultima scena della tragedia di Alessandro Manzoni”, 1820-1821, penna e acquerello rialzato a biacca su carta preparata, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Manzoniano

Se poi analizziamo il soprannome di Antonio potremmo ipotizzare anche una spiegazione alla loro indubbia capacità militare. Antonio o Antoniolo, è soprannominato “il Carmagnola” con un evidente riferimento esplicito al soprannome di Francesco Bussone, il “Conte di Carmagnola”, un capitano di ventura molto famoso all’epoca. Perché soprannominare così Antonio, cioè il fratello più sveglio dal punto di vista militare tanto da assumere il comando della Malpaga, l’ultima fortezza del sistema difensivo? Forse per le sue capacità, ma più probabilmente perché il buon Antoniolo ha passato un certo periodo nelle schiere del Carmagnola.

Il colpo di mano

Sulla data dell’inizio del periodo mazzardita anche gli atti del processo del 1459 concordano nel datarlo tra il 1403 e il 1404, cioè nel quadro della crisi seguita alla morte di Gian Galeazzo e di analoghe ribellioni nelle zone del Lago di Como e delle valli Elvetiche. Viene difficile pensare che si tratti di episodi isolati e del tutto casuali. In più l’idea che ciò che avviene a Cannobio sia frutto d’una improvvisa azione banditesca nata per caso cozza contro il fatto che i Mazzarditi erano in contatto con gli analoghi movimenti della zona del comasco. Lo provano i contatti con un personaggio di punta dei fatti d’arme di quella zona come il Bianco da Lèzzeno (che cattura per loro Antonio Mantelli), l’aiuto che ricevono in varie occasioni e la presenza tra le loro file di un Cazzetta da Cantù. Erano Ghibellini? Quando tutto inizia certamente sì, ma poi tendono a svincolarsi dalle due parti, Guelfe e Ghibelline, per imporre il proprio ordine o per farsi gli affaracci loro secondo i detrattori.

La popolazione di Cannobio nei primi anni del Quattrocento era divisa tra Guelfi, sostenuti dalle famiglie Mantelli, Cervetti, Zaccheo e tra Ghibellini, di cui facevano parte i Mazzironi, i Poscoloni e i Mazzarditi, che l’avranno vinta. I Mantelli vennero incarcerati nel campanile fortificato e poi lasciti liberi con l’obbligo di non farsi più rivedere nel villaggio. In alto veduta di Cannobio da Viaggio pittorico ai tre Laghi Maggiore, di Lugano e Como, Milano, 1816-21, disegnato da F. Lose e inciso da Carolina Lose

Le famiglie più importanti di Cannobio al momento del colpo di mano Mazzardita sono divise tra Guelfi (Mantelli, Cervetti e Zaccheo) e una maggioranza di Ghibellini (Mazzironi, Poscoloni, Sasso che poi diventeranno Sasso del Carmino e altri). Quando si muovono i Mazzarditi i Sasso si schierano subito con loro, mentre gli altri traccheggiano. Lo scontro armato è rapido e feroce e i Guelfi vengono sconfitti. Antonio e Paolo Mantelli tentano di fuggire ma vengono catturati. Antonio cade nelle mani del Bianco da Lèzzeno a Bizzozero, nel varesotto, e Paolo ad Ascona per mano di un gruppo di Ghibellini locali. I due fatti indicano come i fratelli Mazzardi fossero tutt’altro che soli e isolati fin dall’inizio della loro azione. Giusto per onore di verità occorre aggiungere che i Mantelli vengono incarcerati nel campanile fortificato di Cannobio e poi lasciati liberi con l’obbligo di non abbandonare la città. Negli atti del processo si parla di loro nuove incarcerazioni successive e di torture subite. Quando però l’armata del Lunati sconfigge i Mazzarditi, i due fratelli guelfi sono ancora vivi, arzilli e in grado di tornare alle loro occupazioni e di lamentarsi a lungo per i beni sottratti dai Mazzarditi e dai loro seguaci.

L’organizzazione e la difesa del territorio

La principale fonte di dubbi rispetto alla leggenda dei “bravacci” e dei “pirati sanguinari”, oltre alla durata del periodo mazzardita è l’organizzazione territoriale che presuppone una disponibilità di uomini, un controllo e un consenso che vanno al di là della forza delle armi e del terrore. Non si resiste dieci anni senza avere il consenso della popolazione o di una parte rilevante di essa. L’intero sistema difensivo dei Mazzarditi si struttura su una rete di centri fortificati che vengono attrezzati e costruiti fin dall’inizio della loro avventura. Il primo e quello simbolicamente più importante è la torre campanaria duecentesca situata al centro di Cannobio. Fortificata e resa praticamente inespugnabile ospita anche le carceri dei Mazzarditi e forma un tutt’uno con l’adiacente palazzo della Ragione. Il secondo baluardo è ovest di Cannobio, dove, sulla strada che porta alla valle Cannobina, in località Duno, nei pressi di Traffiume viene costruita una fortezza affidata al comando di Petrolo. La terza roccaforte è costituita dalla fortificazione del borgo del Carmino, luogo in cui sono radicati i Sasso, la famiglia che fin dall’inizio si è schierata coi Mazzarditi. Il piccolo nucleo abitato, collocato su uno sperone di roccia accessibile da un solo lato è un baluardo robusto e naturalmente adatto alla difesa.

Il sistema difensivo dei Mazzarditi era composto da centri fortificati in posizione strategica, come la duecentesca torre campanaria di Cannero unita al Palazzo della Ragione, la fortezza di Traffiume, la torre del borgo Carmino proprietà della famiglia Sasso, e il Castello della Malpaga per il controllo del Lago. In alto acquatinta degli antichi castelli presso Cannero, Vienna presso Artaria e Comp., circa 1820, Borgomanero, Collezione Fondazione Achille Marazza

A completare il sistema viene edificato sugli scogli di Cannero, il castello della Malpaga, in grado di controllare una vasta porzione di Lago e tenere d’occhio ogni arrivo da Sud. Quello dei Mazzarditi è, dunque, un sistema difensivo razionale e duttile, dislocato sul territorio in modo da consentire anche ripiegamenti tattici con l’abbandono di parte dello stesso senza rischi di gravi rovesci. Un po’ troppo complicato per un gruppo di “bravacci” spinti solo dall’avida tentazione di rapina… Un’altra notazione riguarda la gestione politica del territorio. I Mazzarditi non esercitano formalmente e in modo diretto il potere. Dopo la conquista di Cannobio e del territorio vicino il responsabile dell’amministrazione pubblica resta lo stesso di prima, cioè Giacomo del Pozzo, vicario ducale, che ricopre il ruolo di podestà e continua a esercitare la piccola amministrazione giudiziaria. La “leggenda nera” racconta che il poveretto alla fine, dopo che i Mazzarditi gli avevano rapito la moglie, abbia lasciato l’incarico per scappare. L’ipotesi, pur plausibile, non tiene conto che la nomina aveva durata biennale (quindi il suo abbandono dell’incarico potrebbe essere semplicemente dettato dalla scadenza) e non spiega perché mai i Mazzarditi, che certamente non si facevano troppi scrupoli quando si trattava di eliminare un problema, l’avessero lasciato in carica. Certamente Del Pozzo non è l’ultimo a ricoprire la carica. Nessuno dei Mazzarditi si insedierà in quell’incarico. Nel 1407 il vicario di Cannobio è Ambrogio de Baddis e in seguito tocca ad Ambrogio Adobba. Un territorio ben difeso, in cui l’amministrazione viene gestita senza grandi scossoni da un sistema burocratico già rodato fa a pugni con la tesi della banda di filibustieri e contribuisce a spiegare la durata nel tempo dell’avventura.

Sviluppi e declino dei Mazzarditi

Verso il 1406 la fase più acuta degli scontri armati è finita. I Mantelli non fanno più paura e, dopo l’assalto ad Angera (svoltosi tra il 1405 e il 1406), presa e messa a ferro e fuoco aderendo alla sollecitazione del locale leader ghibellino Alberto de Lucho, tutta la zona entra in una fase di relativa tranquillità. Antonio Mazzardi ha una figlia nel 1408 e in occasione del suo battesimo avviene una sorta di riconoscimento dello status quo da parte di moltissime casate illustri delle zone vicine. Si può dire che in quel periodo nessuno metta in discussione il potere dei Mazzarditi, rimasti in quattro dopo la morte di Simonello. In ogni caso nessuno parla in alcun modo di pirati. Addirittura a Giovanolo Mazzardi viene donata il 22 giugno 1412 la casa milanese confiscata a Lanzalotto Bossi, maestro delle entrate ducali, ucciso durante l’entrata in Milano di Filippo Maria Visconti. Come se non bastasse il 24 febbraio 1413 viene concessa ai fratelli la cittadinanza milanese. I problemi nascono quando Filippo Maria tenta di recuperare il consenso delle popolazioni “secessioniste” attraverso un giuramento di fedeltà che le sottomette a Milano.

Dopo il 1406, in seguito all’assalto di Angera, la zona del Lago entrò in un periodo di tranquillità. Nel 1413 venne concessa ai fratelli la cittadinanza milanese. Ciononostante non si sottomisero al giuramento di fedeltà richiesto da Filippo Maria Visconti, ma vennero invece ricevuti dall’Imperatore Sigismondo, provocando l’ostilità del Duca, che nel marzo 1414 mandò cinquecento uomini al comando di Giacomo Lunati alla conquista del territorio controllato dai Mazzarditi, che infine si arrensero e vennero catturati vivi. In alto ritratto dell’Imperatore Sigismondo (Norimberga, 15 Febbraio 1368 – Znijmo, 9 Dicembre 1437) di Albrecht Dürer (Norimberga, 21 Maggio 1471 – 6 Aprile 1528), circa 1509-1516, Norimberga, Germanisches Nationalmuseum

I Mazzarditi non accettano e guardano con interesse alla venuta in Italia dell’imperatore Sigismondo da cui vengono ricevuti, guadagnandosi l’ostilità del Visconti. I fratelli reagiscono come sanno e cioè con un nuovo sacco ad Angera e un’altra incursione in Valtravaglia. Nel marzo 1414 (alcuni testimoni del processo parlano del 1413 e la differenza non sarebbe da poco perché porterebbe a oltre un anno la resistenza dei Mazzarditi) cinquecento uomini al comando Giacomo Lunati si muovono contro il territorio controllato dai Mazzarditi. La durata della spedizione è difficile da ricostruire perché i giudizi e le testimonianze divergono. I soldati conquistano prima il castello di Duno di Traffiume poi il borgo di Cannobio, quindi quello di Carmino e, infine, si dispongono all’assedio della Malpaga. I Mazzarditi alla fine si arrendono vengono catturati vivi. Nessuno di loro viene passato per le armi. Antonio il Carmagnola nel 1421 è ancora rinchiuso a Milano nella rocchetta di Porta Romana, mentre gli altri fratelli sono in esilio, Petrolo a Cerano, Giovanolo a Intra e Beltramino a Varallo Pombia. Nel 1429, a riprova di un trattamento diverso da quello riservato ai pirati o ai criminali comuni, Filippo Maria concede il perdono a Giovannolo, Petrolo e Antonio, mentre Beltramino è già morto.

In conclusione

L’impronta del dubbio mi ha sorretto in questa piccola e modesta cronaca da osservatore e non da storico. Forse la vicenda dei Mazzarditi aspetta ancora di essere indagata più a fondo con l’uso delle carte ma anche con l’uso della ragione. Troppe nebbie e troppe menzogne nascondono una delle pagine più interessanti della storia del Lago Maggiore e delle sue genti. Se qualcuno volesse continuare si potrebbe probabilmente riscriverla interamente.

Di Gianni Lucini, in Banditi e ribelli dimenticati, Lampi di Stampa, Milano, 2006.

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4 commentiLascia un commento

  1. La tesi è molto interessante, manca però di una parte qualificante quale la rivolta dei Rusconi (Ruscona-ghibelina) e Vitani (Vitana-guelfa) al Duca Gio. Maria Visconti (Cap.XIII parte prima Informazione istorica del borgo di Cannobio ..) cui potrebbe inserirsi la partecipazione dei Mazzarditi, partigiani parte ghibellina.

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    • Gentile Signor Scarduelli,
      grazie per i suoi complimenti che gierò all’autore del testo Gianni Lucini. Per quantoriguarda la rivolta dei Rusconi e dei Vitani contro il Duca Giovanni Maria Visconti devo confessare che non ero al corrente. Per questo anche sui Mazzarditi abbiamo “ospitato” Gianni Lucini e noi abbiamo cercato e messo le immagini. Se per caso anche lei volesse dare un contributo con il racconto, anche breve, di questo episodio di storia le saremmo molto riconoscenti. Grazie ancora e cordiali saluti. Paola Vozza con Marco Casali

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    • 02 Jul 2014 14:21:29 at 9.41 Gianni Lucini said

      leggo ora la nota. Proprio alla rivolta dei Rusconi e Vitani contro Giovanni Maria Visconti in quel di Como nel 1404 faccio riferimento quando scrivo “molte “zone dei Laghi” (di Como e Maggiore) insorgono e tentano di recuperare pezzi d’autonomia.”.

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  2. leggo ora la nota. Proprio alla rivolta dei Rusconi e Vitani contro Giovanni Maria Visconti in quel di Como nel 1404 faccio riferimento quando scrivo “molte “zone dei Laghi” (di Como e Maggiore) insorgono e tentano di recuperare pezzi d’autonomia.”.

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