Il Mottarone: ritratto in cartolina


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Per leggere un articolo sul trenino cliccare qui: La ferrovia Stresa – Mottarone

Fu il reverendo inglese Samuel William King, membro della Royal Geographical Society, uno dei primi turisti ad avvernturarsi sul Mottarone. Raccontò la sua avventura nella guida Le valli italiane delle Alpi Pennine. Il pastore anglicano viaggiava nel 1855 in compagnia della fedele moglie Eliza. Dopo essere giunti all’Albergo San Giulio di Orta, dove furono accolti dall’oste Ronchetti, che parlava bene l’inglese, i King decisero di provare a salire sul “Monte Monterone”. Con poca fortuna. Il tempo non era buono, l’asino macilento e la guida inesperta. “Giunti sulla cima brancolando nella nebbia abbaiamo trovato un sentiero per la discesa. A questo punto la nostra timida guida ha confessato la sua assoluta ignoranza della regione. Veramente ne coltivavamo il sospetto fin dall’inizio. Dopo esserci fermati in una baita di pastori a prendere del latte e del pane nero, la guida ha perso per l’ennesima volta l’orientamento e siamo finiti tutti in una profonda palude dove l’asino era continuamente impantanato. Il nostro uomo appariva però di buon umore e sin troppo ingenuo nelle sue scuse. Inutile prendersela. Di certo eravamo lontanissimi dalla via giusta: solo torbiere, valloncelli e colline. A un tratto nel pentolone ribollente di nuvolaglia che saliva dal basso si aprì uno squarcio improvviso con una minuscola apparizione che da una montagna è veramente eccezionale: un battello attraversava la acque senza respiro del Lago Maggiore”.

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Il panorama sul golfo Borromeo dal Mottarone

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, dopo Meina  e Solcio, propone ai suoi lettori un ritratto del Mottarone in cartolina.

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 Il Mottarone agreste

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Prima di diventare ambita località turistica per sciatori neofiti, il Mottarone era soprattutto un’alpe dove, dalla metà dell’Ottocento, si avventuravano sparuti turisti anglosassoni. Utilizzata dai contadini come pascolo estivo per il bestiame, la montagna sopra Stresa era disseminata di ricoveri per pastori e per il fieno, come quello qui sopra, dal caratteristico tetto di paglia

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina aloe

Un’antica cartolina mostra mucche e pastori sul Mottarone. Nel 1850 il governo sabaudo, sospettando un possibile furto di bestiame da parte degli austriaci, trasferì pecore, capre e mucche alla Mandria, nei pressi di Torino

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Sulla strada per il Mottarone

Sulla strada ancora non asfaltata si incontravano spesso donne e bambini con la “sciuera”, il contenitore da caricare sulle spalle, impegnate nella spola fra gli alpeggi in alto e i ricoveri a valle

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina baite della costa

Le baite della costa erano circondate da faggi e aceri, utili per la conservazione dei latticini. Nel 1881 gli alpeggi censiti erano settantasette e ospitavano circa 2000 mucche

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Prima della ferrovia l’unica modo possibile per accedere alla vetta del Mottarone era camminare e affidare ai muli il carico. Il giornalista e scrittore Nino Bazzetta De Vemenia (Novara, 12 Novembre 1880 – 26 Giugno 1951) ha riportato di un ascensione al Mottarone compiuta da Manzoni. Non sappiamo se la storia sia vera o un’invenzione, comunque si dice che Don Lisander sarebbe salito da Stresa, su un cavallo preparato con una sella e un morbido cuscino da un tale Omarini. Lo scrittore preferiva però camminare. “Fo ancamc di passit e poeu monti”, diceva. Così, piano piano, arrivò in cima, dichiarando: “se avessov vist quel bin cavallin che oggied de riconoscenza ch’el me faseva!”

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina portatrici

Una famiglia di alpigiani trasporta, in pieno inverno, alimenti, vino e racchette da neve. Sullo sfondo il Grand Hotel Mottarone della famiglia Guglielmina, aperto al pubblico il 15 Giugno 1884

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I turisti che volevano salire sul Mottarone si affidavano a contadini che mettevano a disposizione il loro carro e i loro buoi per portare sulla vetta bauli e valigie. Nella foto la “Corriera Espresso” sulla strada Miasino Mottarone, dal n. 9-1911 della Rivista Mensile del Touring Club

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Il trasporto con le gerle era spesso affidato alle donne che portavano fieno e legna

 Sulla mulattiera salivano e scendevano pastorelle con il bestiame. Per la vicinanza con Milano il Mottarone divenne la meta prediletta dei pittori naturalisti lombardi, come Filippo Carcano, Leonardo Bazzaro ed Eugenio Gignous, tra gli altri, che scelsero la montagna verbanese come luogo incontaminato dove riprendere motivi agresti dal vero

Sulla mulattiera salivano e scendevano pastorelle con il bestiame. Per la vicinanza con Milano il Mottarone divenne la meta prediletta dei pittori naturalisti lombardi, come Filippo Carcano, Leonardo Bazzaro ed Eugenio Gignous, tra gli altri, che scelsero la montagna verbanese come luogo incontaminato dove riprendere motivi agresti dal vero

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Il sasso papale

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Fra le attrattive del Mottarone esisteva sulla strada da Gignese un enorme masso, detto il Sasso Papale, dove i viandanti si facevano fotografare volentieri. La pietra è poi scomparsa, ma sulla sua presenza erano nate alcune leggende, come l’ipotetica sosta che il primo Papa San Pietro fosse passato da Gignese. Da qui l’appellativo “papale”

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Un’altra storia racconta, trovata sul sito, racconta che il diavolo un giorno in cui era di pessimo umore colpì la pietra con un corno e la fece ruzzolare giù. Un incavo sul sasso era la traccia rimasta del gesto rabbioso di Satana

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Due portatori in possa davanti al masso erratico, che alcuni chiamavano sasso del Vescovo. In alto a sinistra il Grand Hotel di proprietà Guglielmina

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I millecinquecento metri cubi di granito avevano suscitato l’interesse dei geologi, come lo studioso Carlo Fabrizio Parona dell’Università di Torino

Federico Sacco nel 1883 autore di uno studio sulla geologia del Mottarone qui accanto a un masso erratico in località Nocco

Nella foto il paleontologo e geologo Federico Sacco (Fossano, 5 Febbraio 1884 – Torino, 2 Ottobre 1848), ritratto, nel 1883, accanto a un masso erratico in località Nocco. Il Sacco pubblicò nel 1885, assieme a Orazio Spanna nel 1892 l’articolo “Il Margozzolo e il Mottarone (tra Lago Maggiore e d’Orta, Verbania” sul Bollettino del Club Alpino Italiano del 1885 e, nel 1892, la “Carta geologica dell’anfiteatro del Lago Maggiore”

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Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Orazio Spanna

Il “papà” del Mottarone si chianava Orazio Spanna. Nato a Torino da una famiglia originaria di Fobello, in Valsesia, lo Spanna era un giusrista, afflitto da “Mottaronite”, tanto da dedicare buona parte della sua vita allo suo sviluppo agricolo e alla promozione turistica della montagna

Il valsesiano Orazio Spanna era un giurista e viveva a Torino. Dopo l’Unità d’Italia, era stato inviato come funzionario del Regno d’Italia, a Napoli e a Palermo come segretario del Luogotenente del Re, ma era affezionatissimo alla sua terra natia e soprattutto ad Ameno: “è qui dove si volge il mio pensiero perennemente, e il mio desir si appunta. Lorché nel pian, fra il loro e l’aer nero, ogni vigor dell’animo si spunta. Oh Ameno, Ameno! Hai dolce nome e ancora più del tuo nome è dolce il tuo soggiorno, dolce la pace che al tuo sol s’infiora. Deh, voglia il Ciel, che quando venga il giorno in cui del mio partir suonerà l’ora mi stien tuoi poggi a salutarmi attorno”. Quintino Sella gli ripeteva, ogni volta: “Ma voi, Spanna, siete affetto da Mottaronite acuta. È una malattia sana, fate di non guarirne”. Orazio aveva osservato che c’erano più stranieri che italiani sul Mottarone e non era d’accordo sul paragone tra la montagna piemontese e l’elvetico Righi. Lapidariamente diceva: “Il Mottarone sarà sempre quello che è, mentre il Righi sarà sempre quello che è”. Nel 1874 fu eletto presidente del Club Alpino Italiano, anno in cui nacque la sezione Verbano. Da principio si occupò del nome e lo battezzò Mottarone, da meut rond, infatti c’era chi lo chiamava Monterone, chi Mergozzolo, chi Margozzolo, creando una serie di incomprensioni. La sua passione lo portò a propagandare dappertutto la grazia del massiccio piemontese e a migliorare le condizioni dei pastori, che invitava ad unirsi in un consorzio, secondo l’esempio della Savoia, della Svizzera, dell’America e della Svezia. “Fa d’uopo riunire le forze individuali, ordinare compagnie, in sostanza, combinare insieme la piccola proprietà e la grande coltura. Servono a tale fine le cantine sociali. Una cascina unica basta per tutti gli associati: le macchine, gli utensili di fabbricazione servono per tutti. Un solo cascinaio o caciaio lavora il latte provveduto dai vari proprietari uniti in sodalizio”.

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Nel 1884 Orazio Spanna pubblicò a Torino l’opuscolo “Il Mergozzolo e il Mottarone”, da Scenari

Lo Spanna vorrebbe diffondere i formaggi del Margozzolo ovunque e apprezza il metodo di concimazione adottatto dai montanari. “Assai ingegnoso nella sua semplicità è il metodo che i pastori del Margozzolo adoperano per letamare le pasture traendo partito dai dolci declivi del terreno e dalla acque abbondantissime. Essi raccolgono queste in certi canali che si diramano in ogni direzione della montagna. Quei canali passano in vicinanza dei casolari, ricevono le immondizie dalle stalle e le trasportano miste all’acqua. Dove occorre, si forma nel canale una chiusa; l’acqua impregnata di quei depositi si versa fuori e si spande sui pascoli sottostanti. Quando una parte di pascolo è concimata a sufficienza, apresi la chiusa e l’acqua fertilizzante torna a discendere per canale fino a una nuova chiusa, e così una nuova cateratta”. Le “vispe villanelle, deposto il fascetto d’erba e di felci, intonano al vento delle canzoni d’amore: Quandi mi s’era giù par Amen/tant i gh’avevi un po’ de ben;/ma adess ch’a son su da chi/mi piangiaria la nott e ‘l dì…

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Orazio Spanna, con la moglie e la figlia in viaggio verso il Grand Hotel Mottarone, sul carro dl contadino Giulio Covini di Vacciaghetto

Come vedremo pià avanti, fu lo Spanna a suggerirere l’apertura del Grande Albergo ai Guglielmina di Varallo. Tre mesi dopo l’apertura dell’hotel scriveva una lettera alla Rivista del Cai sul suo viaggio. “Sono arrivato ieri sera dal Mottarone, dove io ero andato domenica col mio Cesare, e fummo raggiunti lunedì mattina dal resto della famiglia, che vi giunse gloriosamente trasportato da Armeno fino all’Albergo da due robusti buoi sopra un carro a due ruote, e ne discese comodamente con lo stesso veicolo. È questo il primo viaggio di andata e ritorno al Mottarone, che siasi fatto in carrozza. Il trasporto fu eseguito dal contadino Giulio Covini, uomo robusto e di buon garbo dimorante a Vacciaghetto (frazione di Armeno) pel prezzo di L. 10 al giorno, prezzo discretissimo, se consideri che il nolo costa tra le 10 e le 15 lire. Il Covini avrebbe in animo di stabilire per l’anno venturo un servizio regolare con carri costruiti a posta, inverniciati e coperti da tenda. Insomma: chi vivrà vedrà. Nella salita il tragitto del carro durò 4,30 nella discesa ore 3,30. L’affluenza alla nuova casa dei Guglielmina continua ad essere grande. I forestieri vi arrivano di giorno e di notte: un vero porto di mare… in  montagna. Sembra, che già si pensi di allargare l’edificio”. Lo Spanna morì a Torino il 6 maggio 1892 e venne sepolto, come aveva richiesto, ad Armeno, vicino alla sua amata montagna. Poco prima di morire aveva scritto una lettera a Juppi Guglielmina, su suggerimento del Cav. Boggiani di Omegna, sulla possibilità di tracciare un sentiero dal paese del Cusio verso il Mottarone. “Così avremo – scriveva – gli arrivi delle cavalcature da Omegna, gli arrivi in carrozza e in barroccio da Armeno, gli arrivi con la ferrata-funicolare dal Lago Maggiore. Verrà un giorno in cui si avranno anche gli arrivi i pallone dal cielo”.

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Il ricovero Cortano

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Una fotografia d’epoca del ricovero Cortano sul versante di Armeno del Mottarone

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Particolare archittettonico del rifugio Cortano in una fotografia del 1930

Con una spesa di 370 lire il Cai faceva restaurare, nel 1880, un piccolo rifugio ceduto da Giacomo Verdina di Armeno in località Alpe Curtan a 1038, su suggerimento di Orazio Spanna. Sull’edificio, costruito come una grande cappella, venne posta la seguente epigrafe: “Le sezioni alpine di Domodossola, Intra, Varallo e Biella, soprannominate le “quattro Rosine” nel settembre del 1880 a Macugnaga deliberarono di restaurare, a comune vantaggio, questo rifugio rovinato per vecchiezza“. La sezione Verbano, pur con il sussidio di private offerte ricostituiva nel 1881 affidandolo al Municipio di Armeno e al rispetto dei viandanti. Negli anni Trenta verrà ingrandito per dare riparo alle auto che arrivano sulla nuova strada che giunge da Armeno.

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Il Grand Hotel Mottarone

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Il Grand Hotel Mottarone nel giorno della sua inaugurazione, il 15 Giugno 1884. La posa della prima pietra, per mano dell’operaio Giulio Tassera, risaliva a un anno prima, il 28 Giugno 1883

Dopo il restauro del rifugio Cortano il presidente del Cai Orazio Spanna si impegnò a trovare i fondi per costruire un albergo, “onde erigere in prossimità della vetta un rifugio più comodo e più capace di servire a coloro che avessero voluto pernottarvi per godere lo spettacolo sempre meraviglioso della levata e del tramonto … Non un palazzo, ma una casa decente e vasta non solo per le persone doviziose, ma eziandio per le modeste”.

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Truppe di soldati a Varallo durante la prima guerra mondiale. In fondo a sinistra si scorge l’Albergo Italia dei fratelli Guglielmina. Foto dell’Archivio Fotografico Zanfa

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La famiglia di albergatori Guglielmina arrivò a gestire ben otto grandi alberghi, dalla fine dell’Ottocento. Qui sopra l’Albergo Monte Rosa ad Alagna, aperto nel 1850

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Dal 1871 un ramo della famiglia Guglielmina gestiva l’Albergo delle Alpi di Riva Valdobbia

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Il rifugio al Col D’Olen, a 2900 metri di altezza, era stato inaugurato il 21 Agosto del 1878 e sovvenzionato da Re Umberto I con una donazione di mille lire

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Il Grand Hotel Bellevue all’Alpino di Gignese in una cartolina del 27 Luglio 1901

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Una carta intestata del Grand Hotel Bellevue all’Alpino di Gignese, aperto nel 1900, datata 27 Maggio 1909. A sinistra l’elenco di tutti gli alberghi della numerosa famiglia Guglielmina

Una bolletta del Grand Hotel Belle Vue con piccole illustrazione degli altri “alberghi tenuti dalla Famiglia Guglielmina”

A Varallo Sesia l’Albergo Italia era gestito dal 1879 da un ramo della famiglia Guglielmina, detta la “tribù dei Guglielminotti”, un numeroso clan formato da otto fratelli con ventiquattro figli, che avevano altri alberghi: ad Alagna l’Albergo Monte Rosa dal 1850, l’Albergo delle Alpi di Riva Valdobbia dal 1871. Era dei Guglielmina anche il ricovero al Col d’Olen, il terzo albergo della famiglia, inaugurato il 21 Agosto 1878 a 2900 metri di quota e sovvenzionato dallo stesso Re Umberto I, con una donazione di mille lire, e l’Hotel Bellevue Alpino di Gignese, aperto nel 1900. In Liguria gestivano il Royal ad Ospedaletti dal 1901 e il Grand Hotel Eden a Santa Margherita. Inoltre i giornali dell’epoca raccontano che i Guglielmina erano presenti anche in Sicilia, dove a Palermo gestivano il Ristorante Cafè Chantant durante l’Esposizione Nazionale del 1891.

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Dal 1901 gli intraprendenti Guglielmina aprirono l’Hotel Royal a Ospedaletti, in Liguria. I clienti sceglievano gli alberghi alpini durante l’estate e d’inverno scendevano in riviera

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone storia cartoline Guglielmina Santa Margherita Ligure Grand Hotel Guglielmina

Pure a Santa Margherita i Guglielmina erano presenti, con il Grand Hotel Eden

Il capostipite della famiglia, Giuseppe, che aveva iniziato a lavorare come calzolaio a Mollia in Valsesia, era anche un eccellente guida alpina, avendo salvato “qual fulmine veloce”, sul Rosa valsesiano, il senatore Perazzi che era scivolato in un pericolosissimo canalone. Lo Spanna raccontò che “trovandomi nell’albergo Italia condotto dai signori Guglielmina, mi cadde in mente ch’eglino forse avrebbero saputo risolvere anche da soli il problema dell’erezione di un albergo sul Margozzolo. Ne tenni discorso col signor Alessandro Guglielmina, il quale assentì meco di fare una gita sul Mottarone”. L’appuntamento era fissato per il 19 Settembre 1880: lo Spanna trascinò il giovane Alessandro sulla vetta per contemplare l’incomparabile panorama, lo fece sdraiare sull’erba e il Guglielmina non fece altro che osservare e fare domande. Concluse che la costruzione sarebbe stata un’idea eccellente e si ripromise di parlarne al ritorno in Valsesia con il padre e i fratelli. Il terreno fu acquistato dal Signor Filippo Rossi e dalla Prebenda parrocchiale di Levo, con uno strumento del 29 Novembre 1882 a cura del notaio Giuseppe Bono-Lamberti di Stresa. Il disegno era di Juppi Guglielmina che diresse anche la costruzione.

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L’invito del Club Alpino Italiano, sezione Verbano, sede di Intra, alla inaugurazione del nuovo Albergo del Mottarone sulla cima del Mergozzolo, a m. 1490, in occasione del convegno delle quattro “Rosine”, le sezioni del Cai di Biella, Domodossola, Varallo e Verbano

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La costruzione del Grand Hotel incrementò la quantità di turisti sul Mottarone. Orazio Spanna aveva avuto una giusta intuizione quando sosteneva, ancora nel 1873: “se vi è luogo dove si potrebbe stabilire un grande albergo è senza dubbio il Margozzolo … bel giorno invero sarebbe quello in cui i colleghi in alpinismo potessero darsi la posta sulla vetta del Motterone. Adesso intanto rassegnamoci a salire e discendere nello stesso dì, a meno che piaccia a taluno di passare la notte sul Motterone sotto la tenda, ciò che nella stagione estiva i più potranno fare senza danno della salute, purché pensino a portare seco una coperta di lana e rhum generoso”

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Mottarone Albergo Mottarone 1901

Nella cartolina del 20 Settembre 1901 l’Albergo Motterone come si presentava prima dell’ampliamento realizzato nel 1909

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L’Hotel Motterone in una cartolina datata 14 Settembre 1909. Si può notare la crescita delle piante e, sulla destra, l’edificio della Colonia Pizzini, con la sua caratteristica torretta

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Il Grand Hotel sotto la neve in una cartolina del primo Novecento

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La pista per il bob sotto il Grand Hotel

La sezione Verbano del Cai garantì una sottoscrizione di 1208 lire e 27 centesimi e il cantiere iniziò il 28 Giugno 1883. Il 15 Giugno 1884, meno di un anno dalla posa della prima pietra, sotto una pioggia scrosciante, si tenne la festa di inaugurazione del cinque stelle. Una lapide marmorea venne posta a ricordo della fondazione: Questo albergo auspice la sezione verbanese del Club Alpino Italiano i fratelli Guglielmina costrussero anno 1884. Nel giorno del vernissage la sezione Cai Verbano dedicò un bosco del Mottarone alla memoria di Quintino Sella. Dopo aver contribuito alla costruzione dell’Albergo lo Spanna si augurava che il Municipio di Armeno voglia organizzare una strada adatta al passaggio di veicoli trianati da mulo. Fin da principio il Grand Hotel divenne meta prediletta degli aristocratici europei. Nel 1885 ospitò la principessa di Germania e il suo entourage, con la Regina Margherita che arrivò “a cavallo di asinelli”. Nel 1891 si riunirono all’albergo i soci del Cai per un congresso nazionale e fu servito “in modo inappuntabile un banchetto veramente splendido, sontuoso, squisitissimo”. Nel 1885 fu inaugurata la Stazione Metereologica, alla presenza del padre barnabita Francesco Denza, futuro direttore della specola al Vaticano, che benedisse la nuova stazione con una poesia. Il lancio di un pallone areostatico per celebrare la novità si concluse con uno schianto fallimentare sulle cime valsesiane.

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La carta intestata dell’Hotel Mottarone in una lettera del 26 Novembre 1905

L’anonimo F.F, in Il Mottarone e il suo avvenire, stampato dalla tipografia G.B. Fovana e Soci di Gravellona Toce nel 1910, è raccontato come la colonizzazione turistica della montagna trasformò i rapporti sociali tra gi aristocratici del Grand Hotel e i contadini, incaricati di scodellare il miglior latte fresco, da gustare con la polenta fragrante. E dopo la cura dei latticini c’era quella delle acque, conosciute e apprezzate per la freschezza glaciale e la leggerezza, specialmente le fonti dell’Alpe Celle e dell’Alpe di Selva Spessa. Gli alpigiani rifornivano i Guglielmina di latte, panna, burro o vitelli da macellare ed erano sempre bene accolti. Erano incaricati di preparare, sui punti più in vista dal piano, sulle creste, i fasci di legna per i grandi falò, segnali di festa. L’autore sognava anche di installare sulla cima una stazione radio per collegare il Mottarone con il suo alter-ego, il Righi elvetico, nonché con Macugnaga e Alagna in Valsesia. E perché non realizzare anche un campo di aviazione, un parco per i cacciatori, una serie di ville e qualche albergo?

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La copertina del volumetto “Il Mottarone suo avvenire” dell’anonimo autore F.N., stampato a Gravellona Toce nel 1910 e decorato da tre graziose edelweiss

Con l’apertura della ferrovia elettrica Stresa Mottarone, i Guglielmina decisero di allargare l’albergo, aggiungendo un altro corpo di fabbrica. Nel 1911 giunse ospite l’Ingegner L.V. Bertarelli, direttore del Touring Club Italiano, al Mottarone per contemplare il levare e il calare del sole e per curiosare un po’ in giro. Ne scrive sulla sua rivista: “L’Alpino si dice voglia presto trasformarsi ammodernandosi alquanto e l’albergo Mottarone in vetta già in previsione della ferrovia si è raddoppiato quest’anno costruendo un’ala nuova con criteri moderni isporati alla propaganda del Touring per la semplicità, l’eleganza e la pulizia estrema, il comfort”.

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Il 30 Ottobre 1908 Guglielmo Guglielmina scrive una lettera all’impresario Maurizio Rinaldi in merito alla costruzione della nuova ala dell’albergo, che sarà ultimata nel 1910

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Il Grand Hotel dopo il 1910, in piena Belle Epoque. Si può osservare in questa immagine la nuova ala dell’albergo, aggiunta nel 1910

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Mottarone Grand Hotel sports Invernali neve animata

La ristrutturazione dell’albergo prevedeva anche l’aggiunta di una perlinatura di legno all’ultimo piano, probabilmente per motivi estetici e di isolamento termico. In questa cartolina gli ospiti salgono sulla cima con gli sci o a piedi. Non esistevano ancora gli ski-lift

Pienone di sciatori e sportivi nella stagione invernale al Grand Hotel, dopo la ristrutturazione

Pienone di sciatori e sportivi nella stagione invernale al Grand Hotel, dopo la ristrutturazione

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L’ampia visione sul golfo Borromeo dalla cima del Mottarone

L’Hotel Mottarone fu rinominato Grand Hotel Mottarone Vetta, il Righi d’Italia, il re dei panorami e dei tramonti. Il 6 febbraio 1930 la cronaca di Stresa registrava il cambio di gestione. La sera del 6 il vecchio e i nuovi proprietari hanno offerto un banchetto “del saluto e dell’augurio” in un’atmosfera di cordialità crescente. A mezzanotte gli invitati che avevano raggiunto la cima con un treno speciale facevano ritorno a Stresa. L’atto di vendita fu siglato da Guglielmo Guglielmina, procuratore per conto del fratello Ulderico fu Ulderico ai signori fratelli Augusto, Paolo detto anche Luigi e Guglielmo Cerutti di Pietro con una clausole: la conservazione della lapide affissa alla fondazione dell’Hotel.

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La vetta del Mottarone vista dal Grand Hotel durante l’estate

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Una vista ravvicinata del Grand Hotel

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Alcuni escursionisti con parasole salgono verso l’albergo in una cartolina degli Anni Venti

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L’ampia visione sul golfo Borromeo dalla cima del Mottarone

Mottarone Grand Hotel con sciatore e neve

Inverni con nevicate abbondanti garantivano all’albergo un flusso costante di ospiti

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Con l’avvento della linea a cremagliera Stresa-Motttarone dal 1913 aumentarono gli avventori

Mottarone Grand Hotel pubblictà

Una pubblicità del Grande Albergo Mottarone-Vetta degli Anni Trenta

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Con la costruzione della carrozzabile da Armeno giunsero sul Mottarone le prime automobili. La foto è di Menotti Thanhoffer, proprietario a Stresa di un laboratorio di fotografia negli anni Venti

Un gran traffico di veicoli davanti all'entrata del Grand HotelUn gran traffico di veicoli davanti all'entrata del Grand Hotel

Traffico di veicoli davanti all’entrata del Grand Hotel in una foto scattata nel settembre del 1930

Mottarone Grand Hotel Sport Invernali sciatori

Pantaloni alla zuava, sci di legno e racchettoni: era la divisa d’ordinanza per lo sciatore provetto

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Orfani della prima guerra mondiale in gita al Mottarone durante l’estate

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Come il Righi elevetico il Mottarone è spesso avvolto in un mare di nebbia

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Il Grand Hotel in una cartolina colorata

La storia del Grand Hotel finì tristemente in fumo: ceduto nel 1930 dai Guglielmina alla famiglia Cerutti, il 17 Gennaio del 1943, mentre tutta l’Europa era in guerra, un corto circuito, durante una serata danzante, scatenò un incendio che distrusse l’edificio causando la morte di quattro persone. Un destino comune ebbero anche il Grand Hotel Alpino che aveva subito un incendio negli anni Ottanta e il rifugio al Col D’Olen che venne completamente distrutto, a causa del forte vento, da un altro incendio la mattina del 22 dicembre 2011.

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La Croce

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La croce in vetta al Mottarone

In uno Stato cattolico come l’Italia non poteva mancare l’allusione al divino e per questo nel 1901 venne eretta una croce in marmo di Cararra. Il basamento era fatto di granito proveniente da Baveno. Il conte Gilberto Borromeo ne aveva promosso la costruzione, cedendo gratuitamente fondo di sua proprietà. Il Papa Leone XIII volle scrivere sull’epigrafe: “Per la salute dei due Verganti”. Il 2 Maggio 1951 la croce venne distrutta da un fulmine, ma fu riedificata l’anno dopo.

Mottarone Fotomontaggio

Escursionisti in posa sotto la croce. A destra il Grand Hotel, in un improbabile fotomontaggio

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Visitatori e soldati di fianco alla croce, con il timbro dell’Hotel Eden

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La croce in una cartolina colorata degli Anni Trenta

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La Colonia Pizzini

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Il piccolo edificio della colonia della Villa Pizzini con il caratteristico terrazzo rotondo. La villa, originariamente costruita nel 1880 a 1350 metri di altezza dalla famiglia Tornielli

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La patinoire del Grand Hotel sopra la Colonia Pizzini

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La villa era in stato di abbandono quando. nel 1950, l’arciprete di Stresa Don Giovanni Porzio e Donna Maura Dal Pozzo pensarono di adibirla a colonia estiva per i bambibi stranieri. Piccoli ospiti della colonia fanno giro girotondo in compagnia delle suore

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La colonia parrocchiale appare anche in queste vedutine. Il nome della villa era a ricordo di Edoardo Pizzini, un ragazzo di Stresa morto in un incidente stradale

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La Madonna della Neve

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La chiesa alpina cusiana è dedicata alla Madonna della Neve. I lavori vennero eseguiti dall’impresa Fratelli Florio di Miasino sul progetto di Carlo Charbonnet, che aveva già costruito opere al Sestrieres e il villaggio operaio di Villar Perosa per la famiglia Agnelli. All’inaugurazione, il 4 Ottobre 1931, erano presenti il Vescovo di Novara Monsignor Castelli e il conte Federico Borromeo, che aveva donato il terreno. Prima che venisse costruita la chiesa le cerimonie e le messe festive si tenevano nel Grand Hotel su concessione pontificia

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Il campanile della chiesa e la vista sulle isole del golfo Borromeo

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La Madonna della Neve si affaccia sul Lago

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La chiesa in un paesaggio invernale

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Mamme, bambini e sciatore davanti alla Madonna della Neve

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In molti donarono alla chiesa arredi e suppellettili sacre. Carlo Scavia, proprietario della Saff, fabbrica di tappeti a Mortara, offrì un tappeto orientale per la gradinata dell’altare. Una famiglia offre uno zerbino, altri un nettascarpe in ferro e un secchio, chi un tappeto di linoleum e due panche da esterno per il porticato. Furono offerti un quadro con cornice, la stuccatura gratuita dell’altare, dodici candele, della corda per le campane, un attaccapanni con ripiano, un antico armadio per la sacrestia, un vaso di cemento per i fiori e molte piante grandi da giardino

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Il soffitto e la perlinatura di legno dell’interno della Madonna della Neve vennero donati dal Cav. Franco Marinotti, presidente della Snia

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L’Hotel Eden

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Mottarone Hotel Eden 1

L’Albergo Ristorante Pensione Eden era situato di fianco alla Stazione.

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Il biglietto da visita di Efisio Bertoletti. L’albergo è ancora attivo: Hotel Eden Mottarone

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Un uomo si affaccia sulla terrazza dell’albergo, da cui penzolano alcuni ghiaccioloni. L’albergo aveva due piani dedicati alle stanze e una sala ristorante con luminose finestre

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L’immagine della libertà e della leggerezza in questa cartolina con l’Hotel Eden al centro

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La Stazione, il Ristorante Italia e l’Albergo Eden in una visione invernale

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In questa cartolina estiva l’Albergo e di fianco la Stazione, corredata di pubblicità Campari e Cioccolata Zeda, che veniva prodotta nella fabbrica di Intra di Domenico e Paolo Francioli

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore CartolinaMottarone Vetta Hotel Eden con neve

Il retro dell’Hotel Eden con la Stazione sulla destra. Il treno è in arrivo

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Piccoli sportivi sullo slittino davanto all’Albergo Eden

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L’albergo negli anni Cinquanta

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Due signore camminano sul prato, verso l’Hotel Eden, affacciato sul Lago

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Mottarone Hotel Eden colorata estiva animata

La stessa immagine, resa moderna con il colore

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Vedutine dell’albergo. In alto a sinistra la sala per il gioco delle carte, a destra il ristorante. In basso a sinistra il bar con l’immancabile juke-box, l’albergo sotto la neve e una camera

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Lo sci e gli sport invernali sul Mottarone

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Lo “slittone”, un rudimentale, ma accogliente skilift

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Il primo impianto di risalita fu allestito nel ’40 da Tano ed Enrico Motti, i figli del custode della Colonia Snia Viscosa

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Prima dello skilift sulla neve si camminava

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Un’altra cartolina, simile alla precedente, in cui le persone sono trasfigurate in silhouettes

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Alcuni intraprendenti sciatori in posa davanti alla croce

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Gli sciatori percorrevano un anello passando sotto e poi davanti al Grand Hotel

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Dalla vetta il panorama sulle cime circostanti

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Dalla cima del Mottarone, nei giorni nitidi, si ha una straordinaria visione sul Lago d’Orta e il Monte Rosa, il Lago Maggiore, l’Ossola e sulla Lombardia

Nel 1909 era nato a Stresa lo Sci Club Mottarone

Nel 1909 era nato a Stresa lo Sci Club Mottarone

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Esperimenti di Sci Kioring

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Ménage à trois sulla slitta. Dalla rivista “Verbania”, n. 5, Maggio 1910

Ricordo di un momento felice

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Sugli sci in vista del Monte Rosa

Mottarone ski primo skilifto Cai Omegna 1947

Impavidi sciatori provano il primo skilift installato sul Mottarone

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Il riposo dello sportivo di fianco alla Madonna della Neve con inconfondibili oblò

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Avanti e indietro, basta muoversi e respirare l’aria purissima del Mottarone

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Sci in spalla al tramonto

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La versione moderna dello skilift con i piattelli gialli. L’importante è non deviare dalle tracce

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Il trampolino Dux e la Coppa d’Oro del 1934

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Dal 18 al 20 Gennaio 1935, in occasione della Coppa d’Oro del Duce, si svolse la prima gara di slalom gigante nella storia dello sci italiano, assegnata per decreto al Mottarone. La pista era lunga un chilometro e mezzo e aveva trecentocinquanta metri di dislivello. In occasione della gara venne realizzato anche il trampolino di ferro “Dux” per il salto con gli sci.

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Lo scheletro del trampolino, in tubi di ferro, era stato suggerito dal norvegese Kjellberg; parteciparono alle gare i più famosi campioni d’Europa. Dopo la gara di salto la premiazione fu celebrata con una sontuosa cena al Grand Hotel Mottarone

Il giornale dell’Istituto Luce del 1934 è dedicato al Mottarone, “incantevole ritrovo per gli appassionati dello sky”, con una graziosa sequenza finale di bambini che si lanciano palle di neve. Chissà che fine hanno fatto.

Due Giornali del Gennaio 1935 registravano l’avvenimento della Coppa d’Oro, con il sonoro tipico dell’epoca e immortalavano l’inaugurazione del trampolino e i coraggiosissimi salti.

Il secondo filmato contiene alcune belle sequenze della gara di slalom.

La colonia Snia Viscosa

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La colonia per i figli dei dipendenti della Snia Viscosa

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La Snia Viscosa aveva un’altra colonia a Chiavari, utilizzata per l’estate

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La colonia era formata da due semplici corpi di fabbrica uniti al centro dall’ingresso con il terrazzo sovrastante, utile per l’elioterapia

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Inquadatura alla “Via col vento” per la cartolina ricordo del soggiorno in colonia

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Due sciatori in discesa dalla vetta verso la colonia

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Un’altra visione della colonia

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Gioco di squadra davanti alla colonia

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La croce, gli ellebori, il prato fiorito e la colonia: ingredienti per una vacanza, forse, felice

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Anche la colonia Snia Viscosa aveva il suo altarino sulla cima del Mottarone

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La Baita Omegna

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La Gran Baita Omegna fu costruita alla fine del 1946 sull’Alpe Omo e detta, da allora “Alpe Omegna”. Venne edificata da volontari sul progetto del geometra Silvio Berrone

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Il costo della baita Omegna venne coperto da buoni di lire cinquanta per metro quadrato

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Tutti i materiali furono portati a spalla da indomiti volontari. “Alla Baita siamo entrati che non c’erano ancora le finestre”, ricordava Egidio, il figlio del primo custode Agostino Erbetta. La famiglia lasciò poi la baita per gestire la Casa della Neve

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La salita al Mottarone diventò presto, con la diffusione delle due ruote, una delle mete preferite per appassionati e sportivi. La figlia del custode della Baita Omegna sposerà il campione di ciclismo Vittorio Adorni, che era giunto sulla cima del Mottarone per fare esercizio

Il mago del Mottarone

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La copertina del romanzo poliziesco “Il mago del Mottarone” di Mario Benzing

Nel 1936 lo scrittore e traduttore di origine tedesca Mario Benzing, nato a Como il 7 Dicembre 1896, che aveva amico di Ernest Hemingway in ospedale, ambientò il suo romanzo poliziesco Il mago del Mottarone sulla montagna piemontese. La storia inizia con il rapimento di una bambina di nome Nanetta e si intreccia con intrighi internazionali e con la misteriosa vita di un signore che vive in una villa abbandonata.

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La casa della neve

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L’albergo Casa della Neve, che ospitava anche il Ristorante da Zio Gurin, è tutt’ora esistente

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Tre vedute della Casa della Neve

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L’Hotel Miramonti

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Il bell’Albergo Ristorante Miramonti con la terrazza assolata

Mottarone Hotel Miramonti

Vedutine dell’Hotel Miramonti, in perfetto stile alpino

SeparatoreLa funivia Stresa – Mottarone

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Pensionato il lento e vetusto trenino, nel 1970 fu costruita la veloce funivia Stresa – Mottarone

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La stazione di partenza è al Lido di Carciano, di fianco a Stresa

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La funivia venne realizzata dalla ditta Piemonte Funivia ed è divisa in due tronconi. Il primo raggiunge il Giardino Alpinia, il secondo arriva in cima al Mottarone.

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In venti minuti la cabina, che ha una capienza di 40 persone, raggiunge la cima del Mottarone

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I panorami del Mottarone

Mottarone, in vetta con vista Monte Rosa

Fu Luigi Boniforti,  nella “Corografia del Lago Maggiore” del 1857, a scrivere per primo del Mottarone. Era rimasto deluso da non aver trovato menzione in nessuna guida. “Intorno a quel tempo erasi cominciato a visitarlo da qualche touriste, da qualche coraggiosa lady, ma per difetto di opportuna réclame e di conveniente ricovero assai pochi erano quelli invogliati a visitarlo”. La salita “si presenta assai comoda sia da Baveno, da Stresa o da Orta e richiede dalle quattro alle cinque ore. Salendo da Armeno, a tre quarti d’ora dalla cima, trovasi uno degli ultimi alpi chiamato della volpe, che taluni hanno soprannominato del lupo per allusione forse alla esorbitante carezza del magrissimo risotto offerto colà da una specie di oste ivi stabilito”

Sul n 22 del Bollettino del Cai veniva pubblicato nel 1874 il panorama dal Mottarone di Edoardo Francesco Bossoli che raccontava dell’ “Immenso quadro ove tutte quasi si compendiano le bellezze della natura che stordiscono ed esaltano l’animo”

Sul n. 22 del Bollettino del Cai dell’anno 1874 veniva pubblicato il panorama dal Mottarone di Edoardo Francesco Bossoli che raccontava dell’“immenso quadro ove tutte quasi si compendiano le bellezze della natura che stordiscono ed esaltano l’animo”

“La più simpatica delle gite e la più riuscita per me fu quella al Mottarone”. Sopra Levo il Klinger incrocia un vecchio pastore. Improvvisa un’intervista sulla vita nell’alpe e raccoglie informazioni su feroci lupi affamati di bestiame e sulle lunghe notti stellate

“La più simpatica delle gite e la più riuscita per me fu quella al Mottarone”, così commentava il viaggiatore Klinger. Sopra Levo incrociò un vecchio pastore. Improvvisata un’intervista sulla vita nell’alpe, raccolse informazioni su feroci lupi affamati di bestiame e sulle lunghe notti stellate

A stimolare negli italiani la curiosità per il Mottarone ci penserò Stendhal che si dichiara innamorato del Lago Maggiore e della Isole Borromee. Per Henry Beyle è uno dei luoghi più belli del mondo “paragonabile solo alla strada che corre da Napoli a Pompei”.

Stendhal si dichiarò innamorato del Lago Maggiore e delle Isole Borromee. Per Henry Beyle era uno dei luoghi più belli del mondo, “paragonabile solo alla strada che corre da Napoli a Pompei”

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Una visione insolita del Mottarone dal Lago Maggiore

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Il panorama sul gruppo del Rosa e il Michalbol

Guido Miglio, il segretario della Commissione Conservatrice dei Monumenti d’antichità e belle arti. “Una delle più belle strade per chi dal Lago Maggiore vuol giungere a Varallo è quella che da Stresa o da Baveno sale pel Margozzolo, ricco di ubertosi pascoli e alpi; quindi superate le più alte vette fino all’eccelso Mottarone, scende al Lago Cusio ad Omegna”

Secondo Gabriele D’Annunzio, che si esprimeva su tutto, sarebbe stato opportuno per la città di Milano “inaugurare un nuovo periodo ponendo dei premi per i voli di lontananza sino a Genova, sino a Torino, e per i voli d’altezza sino alla vetta del Mottarone”

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Bibliografia: Carlo Amoretti, Viaggio da Milano ai tre laghi, Milano, Tipografia di Giovanni Silvestri, 1814; Samuel William King, The Italian valleys of the Pennine Alps, a tour through all the romantic and less frequented “Vals” of the Northern Piedmont, from the Tarentaise to the Gries, London, John Murray, 1858; Valentino Carrera, Peregrinazioni di uno zingaro per Laghi ed Alpi, Torino, 1861; C. Baedeker, La Suisse et les parties limitrophes de l’Italie, de la Savoye et du Tyrol, Coblenz 1869; John Ball, A Guide to the Western Alps, London, Longmans, Green and Co., 1870; Oliviero Rinaldi, Memorie del Mergozzolo, Novara, Comunità Montana Cusio Mottarone, 1984; La Ferrovia elettrica Stresa-Mottarone, Stresa, Andrea Lazzarini Editore, 1996; Teresio Valsesia, Il Mottarone, Panathlon Club Mottarone e Alberti Libraio Editore, Verbania, 1997; Alberto Paleari, Arrampicare, camminare, conoscere il Mottarone, Gignese, Monte Rosa Edizioni, 2012.

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Published in: on 2 febbraio 2013 at 16:46  Comments (4)  
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  1. MI INFANCIA EN OMEGNA Y STRESA

    ” Quédense acá conmigo,
    en ese mullido prado,
    a la sombra de mis castaños.
    Voy a narrarles la fábula de mi vida.
    Porque yo soy Guido Boggiani,
    el ”Rey Pálido1.”

    Nací por casualidad en Omegna, a orillas del Lago de Orta, en Piamonte, en la Alta Italia, un 25 de septiembre de 1861, en aquel entonces, Italia aún no existía, y nuestra linda provincia de Novara era integrante del Reino Sardo.
    Por casualidad, así es, mi papá Giuseppe Boggiani había creado ahí la primera compañía de navegación del Lago de Orta, y mi mamá, Clelia Gené2, en una bochornosa tarde de septiembre, cuando enormes nubarrones corrían por encima del lago, me dio a luz, en medio de relámpagos de una tormenta de fin de verano.
    Porque en realidad, éramos todos de Stresa, a orillas del Lago Mayor, y sin esa estadía profesional de mi padre, hubiera nacido en mi querida Stresa, en mi amada Villa Boggiani, en La Fotografía, así se llamaba mi caserón de tres pisos, con vista panorámica al Lago y a Isola Bella, porque mi papá había puesto ahí un negocio de fotos.
    Me pasaba horas armando y desarmando las cámaras viejas, pero a veces agarraba las nuevas y mi papito se ponía furioso, pese a mi carácter díscolo siempre contaba con el benévolo custodio de mi padre, y también pasábamos horas pintando acuarelas del Lago juntos, esperando a los improbables clientes, a la hora de la siesta.
    Tambíen teníamos una gran huerta de medio hectárea detrás de la casa, al pie de los Alpes, con melocotones, duraznos, ciruelas, almendras y peras, frutas con las cuales fabricábamos dulces, jarabes y frutas en lata, cuya fama había trascendido los límites de Piamonte y se vendía hasta Lombardía, y me pasé horas jugando en aquel Jardín de Eden, con Oliverio mi hermano mayor, mientras mis tres hermanas mayores: Elisa, Evelina y Estella, nos observaban desde la escalinata de atrás.
    Pro mi precoz pasión por las artes pictóricas me valió un día de castigo completo por mi madre, a pan y agua en mi aposento, porque a los seis años, decoré las lujosas tapicerías de la sala de estar con dos tizones apagados, dibujando intricadas selvas tropicales salidas directo de mi imaginación, mi madre al verlo se mareó, y yo tracé sin saberlo los signos de mi futuro camino…
    Todos dicen que nací muy pálido, con la frente prominente, que mi pelo espeso era rubio veneciano como él de Cristóbal Colón, que mis ojos pardos tiraban a gris y verdes y que tenían el color cambiante de las aguas del Lago, entre la Isla de los Pescadores y la Isla Bella, por las largas tardes de septiembre, adónde iba a pescar de niño con mi querido papá Giuseppe, que me enseñaba todos sus secretos, sus artes en sacar de las frías aguas del Lago Mayor una cantidad alucinante
    de pececitos variopintos cuyos colores mágicos se arruinaban al entrar en contacto con el aire, en el fondo de nuestro barquito…
    Nací también con un lápiz en la mano derecha, y por donde iba dibujaba en los muros, en las paredes, en el piso, y en la mano izquierda, los dioses me dieron la manía de la aventura, de la exploración, de la búsqueda del Otro.
    Ya de niño, durante las vacaciones de verano en Omegna, organizamos una salida en barco con mis amiguitos del puerto:
    ” El bello lago de Orta, risueño y tranquilo tras los montes, se abre como un ojo azul en el entorno verde de los jardines y castañares. Una quinta que da directo al lago tiene todas las ventanas abiertas. Cuatro niños están pasando por la vereda delante. Uno de ellos Vittorio, ve las ventanas abiertas y se exclama:
    ¡Tal vez ha llegado Guido!
    Los cuatro chicos van acercándose a la entrada para ojear curiosamente entre las rejas. Ven al jardinero, que está rastrillando una alameda y de repente le preguntan:
    ¿Ha llegado Guido?
    Sí, el patroncito llegó hoy mismo al mediodía -les contestó. En ese momento preciso, se asoma a una ventana del primer piso la cara simpática de un chaval: en los bordes de su cabello rubio y tupido, brillan sus grandes ojos inteligentes. Ese chaval es don Guido. Sonríe a sus amigos gritando:
    Ya bajo.
    Abraza a sus amigos que conoce desde hace años y los acompaña un rato.
    Guido nació el 25 de septiembre de 1861, en aquella preciosa quinta sobre el Lago de Orta, en las afueras de la ciudad de Omegna, y todos los años retorna ahí a veranear.
    – ¡Aprobé mi examen! -anuncia a sus amigos- y el Papá Noel me ha traído un barquito de vela. ¿Quieren estrenarlo mañana conmigo? La bauticé ”Esperia”: Quizás no me traiga suerte el antiguo nombre de nuestra patria….
    Con un solo aplauso de júbilo, los cuatro jóvenes saludaron la propuesta de Guido, que añadió, indicando un punto más alejado en la ribera:
    Nos encontramos allá mañana por la mañana a las ocho.
    Al día siguiente, en el mismo momento en que el campanario escandió en el aire sereno las ocho cabrillas de la hora convenida, la vela cándida de La Esperia, apareció sobre el agua. Desde la ribera, los amigos festejaron ruidosamente a Guido. En breve todos embarcaron. Guido manejaba el timón, serio y seguro, mientras Vittorio izaba la vela. Empujados por el viento favorable, torcieron la proa rumbo a Bagnella.
    Bagnella es una localidad verde y sombreada con pequeñas playas solitarias. Los cinco amigos arribaron ahí y se sentaron en la hierba, a la sombra de los álamos. Guido les enseña a los amigos un álbum lleno de dibujos y les dice:
    Hice todos estos dibujos en el colegio a la hora del recreo. Debo anunciarles una gran novedad: quiero volverme pintor.
    La excursión transcurrió jocosa entre los cinco amigos. Los juegos y los pasatiempos iban intricándose sin cesar a lo largo de las jornadas de vacaciones. Un día Guido propuso:
    ¡Salgamos a buscar hierbas raras!
    Ya estaba en sus adentros, como un brote ávido de expansión, un ánima, la de un artista y un explorador.
    Ahora lo tenemos guiando a la pandilla por un sendero del Mottarone, la montaña imponente que se refleja en el lago. Van cruzando el bosque llenos de sorpresas.
    Alcanzan un pequeño altiplano donde paran un rato: visto desde arriba el lago parece una baldosa de esmalte azul.
    Hagamos el inventario de las cosas encontradas -ordenó Guido con la autoridad de un verdadero pequeño comandante.
    Entonces, cinco viseras al mismo tiempo se agachan hacia las alforjas abiertas: fragmentos de granito rosa, de mármol negro, caracolcitos, escarabajos, mariquitas, flores, hojas…
    Después de un rato, volvieron a salir: Guido lleno de entusiasmo, se exclamó:
    `- ¡ Cuándo sea mayor y me haya vuelto un hombre, andaré a buscar otros tesoros, acaso allende el océano!
    Mientras tanto, buscaron frutillas en el bosque e hicieron una gran provisión.
    Se pararon una segunda vez para almorzar. Uno de sus compañeros, Gino, se alejó un poco del grupo y volvió con las manos llenas de hongos. Indignación general.
    ¡ Tira ya esa porquería: son setas venenosas!
    Vayamos a buscar setas – propone Roberto.
    ¡ Tantas setas al pie de los castaños, entre las hojas secas que cubren la tierra húmeda!
    Al volver los rapaces estaban calentísimos y sedientos, mas felices, ofrecieron las setas a la mamá de Guido, que les permitió recobrar fuerzas con una fresca naranjada.
    – Los espero a todos mañana – dice Guido a sus compañeros quienes ya se están yendo.
    Al día siguiente, la pandilla llena de vida está reunida de nuevo en la casa de Guido, el cual les enseña cono se debem aplicar en las páginas de un herbario las hojas y las flores encontradas, distendiéndolas con cuidado y poniéndolas a secar detrás de una hoja de papel absorbente. Para cada planta, lo invita a Vittorio a que escriba su nombre, con una bella escritura.
    Así transcurrieron de tranquilas las vacaciones de Guido Boggiani y sus amiguitos, mientras en el alma del joven estudioso e inteligente iba creciendo la semilla de un gran destino3.”

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  2. Bellissimo, grazie per l’esclusiva, non capisco tutto, ma mi sembra che stie venendo molto bene. Un abbraccio. Paola

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  3. Molto bello , qualcuno mi può aiutare ? Io cerco di mettermi in collegamento con i Sig. Cerutti Mario e Vittorio , dove posso trovarli ?
    Ringrazio anticipatamente.
    Cordiali saluti
    Filosi Remo 3683033198

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