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Il Mottarone: ritratto in cartolina

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Fu il reverendo inglese Samuel William King, membro della Royal Geographical Society, uno dei primi turisti ad avvernturarsi sul Mottarone. Raccontò la sua avventura nella guida Le valli italiane delle Alpi Pennine. Il pastore anglicano viaggiava nel 1855 in compagnia della fedele moglie Eliza. Dopo essere giunti all’Albergo San Giulio di Orta, dove furono accolti dall’oste Ronchetti, che parlava bene l’inglese, i King decisero di provare a salire sul “Monte Monterone”. Con poca fortuna. Il tempo non era buono, l’asino macilento e la guida inesperta. “Giunti sulla cima brancolando nella nebbia abbaiamo trovato un sentiero per la discesa. A questo punto la nostra timida guida ha confessato la sua assoluta ignoranza della regione. Veramente ne coltivavamo il sospetto fin dall’inizio. Dopo esserci fermati in una baita di pastori a prendere del latte e del pane nero, la guida ha perso per l’ennesima volta l’orientamento e siamo finiti tutti in una profonda palude dove l’asino era continuamente impantanato. Il nostro uomo appariva però di buon umore e sin troppo ingenuo nelle sue scuse. Inutile prendersela. Di certo eravamo lontanissimi dalla via giusta: solo torbiere, valloncelli e colline. A un tratto nel pentolone ribollente di nuvolaglia che saliva dal basso si aprì uno squarcio improvviso con una minuscola apparizione che da una montagna è veramente eccezionale: un battello attraversava la acque senza respiro del Lago Maggiore”.
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Il panorama sul golfo Borromeo dal Mottarone

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, dopo Meina e Solcio, propone ai suoi lettori un ritratto del Mottarone in cartolina.

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Il Mottarone agreste
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Prima di diventare ambita località turistica per sciatori neofiti, il Mottarone era soprattutto un’alpe dove, dalla metà dell’Ottocento, si avventuravano sparuti turisti anglosassoni. Utilizzata dai contadini come pascolo estivo per il bestiame, la montagna sopra Stresa era disseminata di ricoveri per pastori e per il fieno, come quello qui sopra, dal caratteristico tetto di paglia
Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina aloe

Un’antica cartolina mostra mucche e pastori sul Mottarone. Nel 1850 il governo sabaudo, sospettando un possibile furto di bestiame da parte degli austriaci, trasferì pecore, capre e mucche alla Mandria, nei pressi di Torino
Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Sulla strada per il Mottarone

Sulla strada ancora non asfaltata si incontravano spesso donne e bambini con la “sciuera”, il contenitore da caricare sulle spalle, impegnate nella spola fra gli alpeggi in alto e i ricoveri a valle
Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina baite della costa

Le baite della costa erano circondate da faggi e aceri, utili per la conservazione dei latticini. Nel 1881 gli alpeggi censiti erano settantasette e ospitavano circa 2000 mucche
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Prima della ferrovia l’unica modo possibile per accedere alla vetta del Mottarone era camminare e affidare ai muli il carico. Il giornalista e scrittore Nino Bazzetta De Vemenia (Novara, 12 Novembre 1880 – 26 Giugno 1951) ha riportato di un ascensione al Mottarone compiuta da Manzoni. Non sappiamo se la storia sia vera o un’invenzione, comunque si dice che Don Lisander sarebbe salito da Stresa, su un cavallo preparato con una sella e un morbido cuscino da un tale Omarini. Lo scrittore preferiva però camminare. “Fo ancamc di passit e poeu monti”, diceva. Così, piano piano, arrivò in cima, dichiarando: “se avessov vist quel bin cavallin che oggied de riconoscenza ch’el me faseva!”
Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina portatrici

Una famiglia di alpigiani trasporta, in pieno inverno, alimenti, vino e racchette da neve. Sullo sfondo il Grand Hotel Mottarone della famiglia Guglielmina, aperto al pubblico il 15 Giugno 1884
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I turisti che volevano salire sul Mottarone si affidavano a contadini che mettevano a disposizione il loro carro e i loro buoi per portare sulla vetta bauli e valigie. Nella foto la “Corriera Espresso” sulla strada Miasino Mottarone, dal n. 9-1911 della Rivista Mensile del Touring Club
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Il trasporto con le gerle era spesso affidato alle donne che portavano fieno e legna
Sulla mulattiera salivano e scendevano pastorelle con il bestiame. Per la vicinanza con Milano il Mottarone divenne la meta prediletta dei pittori naturalisti lombardi, come Filippo Carcano, Leonardo Bazzaro ed Eugenio Gignous, tra gli altri, che scelsero la montagna verbanese come luogo incontaminato dove riprendere motivi agresti dal vero

Sulla mulattiera salivano e scendevano pastorelle con il bestiame. Per la vicinanza con Milano il Mottarone divenne la meta prediletta dei pittori naturalisti lombardi, come Filippo Carcano, Leonardo Bazzaro ed Eugenio Gignous, tra gli altri, che scelsero la montagna verbanese come luogo incontaminato dove riprendere motivi agresti dal vero

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Il sasso papale
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Fra le attrattive del Mottarone esisteva sulla strada da Gignese un enorme masso, detto il Sasso Papale, dove i viandanti si facevano fotografare volentieri. La pietra è poi scomparsa, ma sulla sua presenza erano nate alcune leggende, come l’ipotetica sosta che il primo Papa San Pietro fosse passato da Gignese. Da qui l’appellativo “papale”
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Un’altra storia racconta, trovata sul sito, racconta che il diavolo un giorno in cui era di pessimo umore colpì la pietra con un corno e la fece ruzzolare giù. Un incavo sul sasso era la traccia rimasta del gesto rabbioso di Satana
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Due portatori in possa davanti al masso erratico, che alcuni chiamavano sasso del Vescovo. In alto a sinistra il Grand Hotel di proprietà Guglielmina
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I millecinquecento metri cubi di granito avevano suscitato l’interesse dei geologi, come lo studioso Carlo Fabrizio Parona dell’Università di Torino
Federico Sacco nel 1883 autore di uno studio sulla geologia del Mottarone qui accanto a un masso erratico in località Nocco

Nella foto il paleontologo e geologo Federico Sacco (Fossano, 5 Febbraio 1884 – Torino, 2 Ottobre 1848), ritratto, nel 1883, accanto a un masso erratico in località Nocco. Il Sacco pubblicò nel 1885, assieme a Orazio Spanna nel 1892 l’articolo “Il Margozzolo e il Mottarone (tra Lago Maggiore e d’Orta, Verbania” sul Bollettino del Club Alpino Italiano del 1885 e, nel 1892, la “Carta geologica dell’anfiteatro del Lago Maggiore”

SeparatoreOrazio Spanna
Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Mottarone Storia Lago Maggiore Cartolina Orazio Spanna

Il “papà” del Mottarone si chianava Orazio Spanna. Nato a Torino da una famiglia originaria di Fobello, in Valsesia, lo Spanna era un giusrista, afflitto da “Mottaronite”, tanto da dedicare buona parte della sua vita allo suo sviluppo agricolo e alla promozione turistica della montagna

Il valsesiano Orazio Spanna era un giurista e viveva a Torino. Dopo l’Unità d’Italia, era stato inviato come funzionario del Regno d’Italia, a Napoli e a Palermo come segretario del Luogotenente del Re, ma era affezionatissimo alla sua terra natia e soprattutto ad Ameno: “è qui dove si volge il mio pensiero perennemente, e il mio desir si appunta. Lorché nel pian, fra il loro e l’aer nero, ogni vigor dell’animo si spunta. Oh Ameno, Ameno! Hai dolce nome e ancora più del tuo nome è dolce il tuo soggiorno, dolce la pace che al tuo sol s’infiora. Deh, voglia il Ciel, che quando venga il giorno in cui del mio partir suonerà l’ora mi stien tuoi poggi a salutarmi attorno”. Quintino Sella gli ripeteva, ogni volta: “Ma voi, Spanna, siete affetto da Mottaronite acuta. È una malattia sana, fate di non guarirne”. Orazio aveva osservato che c’erano più stranieri che italiani sul Mottarone e non era d’accordo sul paragone tra la montagna piemontese e l’elvetico Righi. Lapidariamente diceva: “Il Mottarone sarà sempre quello che è, mentre il Righi sarà sempre quello che è”. Nel 1874 fu eletto presidente del Club Alpino Italiano, anno in cui nacque la sezione Verbano. Da principio si occupò del nome e lo battezzò Mottarone, da meut rond, infatti c’era chi lo chiamava Monterone, chi Mergozzolo, chi Margozzolo, creando una serie di incomprensioni. La sua passione lo portò a propagandare dappertutto la grazia del massiccio piemontese e a migliorare le condizioni dei pastori, che invitava ad unirsi in un consorzio, secondo l’esempio della Savoia, della Svizzera, dell’America e della Svezia. “Fa d’uopo riunire le forze individuali, ordinare compagnie, in sostanza, combinare insieme la piccola proprietà e la grande coltura. Servono a tale fine le cantine sociali. Una cascina unica basta per tutti gli associati: le macchine, gli utensili di fabbricazione servono per tutti. Un solo cascinaio o caciaio lavora il latte provveduto dai vari proprietari uniti in sodalizio”.
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Nel 1884 Orazio Spanna pubblicò a Torino l’opuscolo “Il Mergozzolo e il Mottarone”, da Scenari

Lo Spanna vorrebbe diffondere i formaggi del Margozzolo ovunque e apprezza il metodo di concimazione adottatto dai montanari. “Assai ingegnoso nella sua semplicità è il metodo che i pastori del Margozzolo adoperano per letamare le pasture traendo partito dai dolci declivi del terreno e dalla acque abbondantissime. Essi raccolgono queste in certi canali che si diramano in ogni direzione della montagna. Quei canali passano in vicinanza dei casolari, ricevono le immondizie dalle stalle e le trasportano miste all’acqua. Dove occorre, si forma nel canale una chiusa; l’acqua impregnata di quei depositi si versa fuori e si spande sui pascoli sottostanti. Quando una parte di pascolo è concimata a sufficienza, apresi la chiusa e l’acqua fertilizzante torna a discendere per canale fino a una nuova chiusa, e così una nuova cateratta”. Le “vispe villanelle, deposto il fascetto d’erba e di felci, intonano al vento delle canzoni d’amore: Quandi mi s’era giù par Amen/tant i gh’avevi un po’ de ben;/ma adess ch’a son su da chi/mi piangiaria la nott e ‘l dì…
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Orazio Spanna, con la moglie e la figlia in viaggio verso il Grand Hotel Mottarone, sul carro dl contadino Giulio Covini di Vacciaghetto

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