L’Isolino dell’amore. La passione segreta di Umberto Boccioni e Vittoria Colonna


Archivio Iconografoco del Verbano Cusio Ossola L'isolino dell'amore Umberto Boccioni Il Sogno Paolo e Francesca 1909

“Quello che c’è tra noi è una profonda realtà, è nato come realtà. Per quanto poco prima ci siamo conosciuti poi simpatizzato, poi… poi c’è il nostro segreto quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà! Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore, la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina Mia, lo sento che mi vuoi bene, un po’ di bene, un po’ più di quando me lo misuravi con il ditino… Rammenti? Come sono tuo! Come ti sono fratello e amico, come ti ammiro, sempre, ad ogni respiro, sempre! Sempre!”. Così scriveva da Verona il pittore futurista Umberto Boccioni, soldato della 29° Artiglieria di campagna il 7 Agosto 1916, a Vittoria Colonna di Sermoneta, moglie di Leone Caetani principe di Teano, in vacanza sull’Isolino di San Giovanni di fronte a Pallanza, dove la principessa trascorreva l’estate.

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L’epistolario segreto

Una passione ben custodita quella tra la nobildonna romana e Boccioni. Le lettere che si scambiarono l’artista e la principessa romana sono rimaste nascoste per cinquant’anni e ritrovate, per puro caso, dalla nipote della nobildonna. Marella Caracciolo Chia stava raccogliendo da tempo notizie del suo avo, il 15° duca di Sermoneta Leone Caetani, del quale voleva scrivere una biografia. Quest’ultimo aveva sposato Vittoria il 20 Giugno del 1901 e dall’unione era nato un figlio, Onorato. Nel 1921 Leone aveva improvvisamente abbandonato l’Italia, lasciando tutto e si era trasferito a Vernon, in Canada, in mezzo alle montagne dell’Okanagan, dove aveva scelto di vivere in solitudine, assieme alla nuova fidanzata Ofelia e alla figlia Sveva.

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Un ritratto di Vittoria Colonna (Londra, 19 Novembre 1880 – 17 Novembre 1954) , principessa di Teano e duchessa di Sermoneta. Il suo epistolario segreto, con le lettere d’amore a Umberto Boccioni, fu ritrovato da Marella Caracciolo Chia, che ne trasse ispirazione per il suo libro Una parentesi luminosa, pubblicato da Adelphi nel 2008

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Umberto Boccioni (Reggio Calabria, 19 Ottobre 1882 – Chievo, 17 Agosto 1916) in una foto del 1913 di Emilio Sommariva, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Sommariva

Per anni la Caracciolo Chia aveva cercato negli archivi famigliari e persino in Canada l’epistolario di Leone e di Vittoria, finché nel 2006 Prospero Colonna, nipote di un cugino della principessa, si ricordò di un baule di lettere, da poco donato alla Fondazione Camillo, dedicata al nipote di Leone Caetani, morto sul fronte albanese nel 1940. In quelle sale di via delle Botteghe Oscure era conservato l’intero archivio della famiglia Caetani, testimonianza secolare di storia romana e tutti i documenti di Leone. Nel misterioso baule, fra inviti a ricevimenti e a balli, c’erano le numerosissime lettere scritte da Vittoria al marito durante il loro matrimonio, divise anno per anno e legate da un “nastro di garza color pervinca”, tutte introdotte dalle parole “Amore mio”.

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Leone Caetani (12 Settembre 1869 – 25 Dicembre 1935), nel giardino di Fogliano. Il duca aveva sposato Vittoria nel 1902. Nell’epistolario, ritrovato dalla Caracciolo Chia c’era anche tutta la corrispondenza tra Vittoria e il marito, divisa meticolosamente anno per anno. Ogni pacchettino era legato insieme da un nastro color pervinca. Da http://www.ravenala.eu

Nella corrispondenza la biografa trovò anche un pacchetto “orfano”. “Ho aperto con cura, delicatamente”, scrive Marella Caracciolo. “Si trattava di un gruppo di ventuno lettere. Su molti fogli ho riconosciuto la scrittura larga e tondeggiante di Vittoria. Come pure – su alcuni – il suo monogramma: una V e una C in un ovale circondato da nastri svolazzanti e sovrastato da una corona principesca. Poi le risposte, lunghissime e con numerose cancellature. Tutte firmate nello stesso modo: Vostro Boccioni”. In tutto si contavano diciannove lettere tra la principessa e l’artista, undici di Boccioni e le altre otto di Vittoria, conservate per raccontare ai posteri un amore nato nel paesaggio incantato delle Isole Borromee.

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Una cartolina con un acquarello raffigurante Pallanza, dove si svolse la storia d’amore segreta tra la nobildonna Vittoria Colonna Caetani e il pittore futurista Umberto Boccioni

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L’Isolino San Giovanni, davanti a Pallanza, scelto da Vittoria come buen ritiro estivo dal 1914

La relazione tra Boccioni e la principessa Colonna fu breve, durò qualche settimana, ma sconvolse la vita di entrambi, nel clima fosco dell’Italia in guerra. Marella Caracciolo Chia l’ha raccontato, con eleganza e delicatezza, nel libro Una parentesi luminosa, pubblicato da Adelphi nel 2008. Tra le lettere c’erano anche le foto della principessa all’Isolino, forse scattate proprio da Boccioni, una piccola immagine del pittore nel suo studio di fianco alla scultura Espansione spiralica di muscoli in movimento e un’altra in uniforme, un fazzoletto confezionato a mano, senza cifre, e alcuni ritagli di giornale. Di quella felice estate la principessa manterrà sempre un geloso riserbo, ma non distruggerà mai le missive e le fotografie. Quando Vittoria Colonna decise di riordinare la sua corrispondenza, lasciò a un parente il baule, con la precisa indicazione che doveva essere aperto a cinquant’anni di distanza dalla sua morte. Non le sarebbe dispiaciuto che la sua amicizia con Boccioni fosse scoperta, ma soltanto dopo la sua morte.

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L’universo “passatista” di Villa San Remigio

Boccioni incontrò Vittoria il 6 Giugno 1916 a Pallanza, dove l’artista si trovava, grazie a una licenza dal fronte, per dipingere il ritratto del musicista Ferruccio Busoni. Il maestro era ospite con la moglie Gerda Sjöstrand, figlia dello sculture Aeneas, nella magnifica Villa San Remigio. Busoni era un pianista virtuoso, un enfant prodige che aveva imparato in tenera età a suonare il pianoforte, dalla madre Anna Weiss esponente di una famiglia triestina di origine ebraica. Un esempio del suo estremo virtuosismo si può ascoltare nella sua versione della celebre Polonaise di Chopin:

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Fu per merito del pianista Ferruccio Busoni (Empoli, 1° Aprile 1866 – Berlino, 27 Luglio 1924), che Vittoria Colonna incontrò Umberto Boccioni a Pallanza nel 1916. Busoni era ospite con la moglie Gerda dei Marchesi della Valle Casanova a Villa San Remigio, dove l’artista era impegnato a dipingere il suo ritratto en plein air sulla terrazza della dimora. Nell’immagine foto Ferruccio Busoni a Basilea, originale in vendita sul sito Rodoni.ch

Gerda Sjöstrand Busoni, Benvenuto Busoni, Raffaello Busoni, 1902

La moglie di Ferruccio Gerda Sjöstrand con i figli Benvenuto e Raffaello Busoni nel 1902, fotografati a Berlino da Albert Meyer, Empoli, Centro Studi Musicali Ferruccio Busoni. Gerda aveva conosciuto il maestro a  Helsinki, nel 1888, quando Busoni era stato assunto come insegnante di pianoforte nel nuovo Conservatorio. Gerda, figlia dello sculture Aeneas, era una sua allieva. Dopo una serie di incontri, Busoni la invitò a un concerto nel Marzo 1889 e decise di chiedere la sua mano. Il padre accettò e Busoni celebrò il fidanzamento regalando alla sposa l’Enciclopedia Brockhaus, un dono che lui stesso, da bibliofilo, desiderava

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Il frontespizio del catalogo della mostra sui Futuristi italiani a Londra nel 1912. Busoni acquistò per 4000 franchi La città che sale di Umberto Boccioni, ora conservato al Moma

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Umberto Boccioni, La città che sale, 1910, New York, Museum of Modern Art. Acquistato da Busoni nel 1912, il dipinto fu poi venduto al Museo americano dal figlio Rafaello nel 1951

Allo scoppio della prima guerra mondiale Busoni, di indole pacifista, si era trasferito a Zurigo, dopo aver condotto una vita cosmopolita. Aveva vissuto a Berlino per vent’anni e prima aveva insegnato a Vienna, Graz, Lipsia, Helsinki, Mosca, Boston e a Bologna. Il maestro aprezzava molto l’opera futurista di Boccioni, che aveva visto nel marzo del 1912 alla mostra allestita alla Sackville Gallery di Londra. Ne aveva subito scritto alla moglie: “Sono stato a vedere i ‘Futuristi’ e ho avuto una forte impressione da alcune cose … Boccioni mi sembra il più forte; ha un quadro “La ville qui monte” che è veramente grande”. Busoni non aveva esitato a tirare fuori ben 4000 franchi per quel dipinto, pur di vederlo appeso nella sala del suo appartamento berlinese di Victoria-Luisen Platz. L’anno dopo era però rimasto deluso dalla visita alla mostra delle sculture di Boccioni a Parigi, tanto da confidare alla moglie che, nonostante la grande stima che aveva per lui, non gli avrebbe affidato nemmeno un frontespizio.

Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), écrivain italien, à droite, et Umberto Boccioni (1882-1916), peintre italien, organisateurs du Salon des futuristes. Paris, rue Richepanse, vers 1910.

Boccioni con Filippo Tommaso Marinetti (22 Dicembre 1876 – 2 Dicembre 1944) a Parigi, in Rue de Richepanse alla Galleria Bernheim-Jeune, per l’esposizione futurista. Sullo sfondo La risata di Boccioni. Foto di Albert Harlingue

Nella primavera del 1916 qualcosa cambiò. Verso la fine del ’15 Boccioni era rientrato a Milano dal fronte, sconvolto. La sua fede nella violenza come forza rigenerante iniziava a scricchiolare e si stava allontanando dal gruppo di Filippo Tomaso Marinetti, il poeta ed editore con cui Boccioni aveva condiviso e promosso la poetica futurista. Anche nelle sue ultime opere si poteva osservare una distanza dallo sperimentalismo e un ritorno a un impianto figurativo. Busoni, che aveva allora cinquant’anni ed era un musicista affermato, prese in mano penna e calamaio e scrisse al pittore, che aveva conosciuto superficialmente nel 1912. Alcune lettere, ritrovate nella Staatsbibliothek Unter der Linden, sono state pubblicate del 1998 in un libro di Laureto Rodoni intitolato Tra futurismo e cultura mitteleuropea. L’incontro di Boccioni e Busoni a Pallanza, stampato dall’editore verbanese Alberti. ll maestro desiderava commissionare a Boccioni un ritratto en plein air sullo sfondo del Lago Maggiore, dove il musicista sarebbe stato ospite dei Marchesi Silvio e Sofia Casanova nella loro Villa San Remigio a Pallanza.

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L’entrata principale di Villa San Remigio a Pallanza, sulla collina della Castagnola

La dimora, sulla Castagnola, allora un colle pieno di orti e prati, era stata allestita da Silvio Della Valle Casanova e Sofia Browne e s’ispirava alle ville toscane del Quattrocento. I due cugini erano sposati e nel 1903 era nata la loro figlia Ester, che aveva tredici anni. Artisti entrambi, raffinati ed eleganti, i Casanova si erano conosciuti da piccoli e si erano subito innamorati. I coniugi avevano dedicato la loro vita alla costruzione della loro casa e del giardino, in uno stile che mescolava senza timore diversi linguaggi, dal classicismo, al romanticismo, al simbolismo.

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Il fronte della Villa San Remigio con la bella terrazza e il gruppo scultoreo del cocchio di Venere. La casa e il giardino erano stati progettati e realizzati da Silvio della Valle Casanova (1861-1929) , poeta e muicista e dalla moglie Sofia Browne (1860-1960), pittrice irlandese

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Silvio e Sofia Casanova al lavoro su una scultura per il giardino della Villa San Remigio. Da E. Azzoni, La fotografia dell’Ottocento sul Lago Maggiore, Verbania, Press Grafica e Margaroli, s.d.

Un ambiente ben diverso, decisamente “passatista”, da quelli che solitamente Boccioni frequentava. Busoni lo intuiva e prima della sua partenza gli scrisse: “La casa ed il parco di San Remigio sono una bella opera d’arte, il frutto di trent’anni di cure e di progetti. Le terrazze dominano il lago, come se questi loro appartenesse. Il tutto ha un carattere d’utopia, e se volete, di cosa artificiale e – senza essere fantastico – tiene del sogno”. Pallanza si era affermata fin dalla seconda metà dell’Ottocento come meta turistica. Il Grand Hotel Pallanza era stato inaugurato nel 1870 su iniziativa del tedesco George Seyschab. Dieci anni dopo l’architetto Febo Bottini aveva disegnato l’Hotel Eden.

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La Piazza di Pallanza vista dai portici nei primi anni del Novecento

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Il Grand Hotel Pallanza (ora Hotel Majestic) era stato fondato da Giovanni Giorgio Seyschab, su progetto dell’ingegner Pompeo Azari. Nato a Lohe vicino a Norimbegra nel 1829, lo Seyschab, che era segretario d’albergo a Firenze, si era trasferito nel 1861 a Stresa dove aveva fatto costruire assieme ai fratelli Omarini il Grand Hotel et Des Iles Borromées, che tenne in gestione per sei anni. Trasferitosi a Pallanza aprì nel 1870 il fastoso Grand Hotel

La piazza Garibaldi non aveva allora pretese d’eleganza. Era stata costruita da poco la fontana con la vasca rotonda. Dove poi fu realizzata la passeggiata sul lungolago con le piante di magnolie, c’erano da principio delle semplici bancarelle. I barconi per le merci attraccavano per portare il carico al gabbiotto della pesa pubblica. Sulla riva ciottolosa le lavandaie erano impegnate a insaponare e sbattere la biancheria, che stendevano poi sulla “rena”, mentre dove sarebbe sorto il giardino pubblico con gli ippocastani c’era il cantiere dei battelli e ancora prima le beccherie. Al centro sorgeva il monumento a Carlo Cadorna scolpito da Paolo Troubetzkoy. Le automobili comparivano di rado sulla carreggiata delimitata da paracarri in pietra, al massimo c’erano delle carrozze con un tiro di cavalli e alcuni carretti a mani. Nella salita principale, detta la “Ruga” era popolare il bazar del fratelli Rossi, che offriva la merce in vendita a due prezzi fissi: centesimi 49 e 99.

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Una cartoline dalla Piazza Garibaldi di Pallanza nei primi anni del Novecento

La musica era il fil rouge che aveva unito, dal 1915, Busoni al Marchese Silvio Casanova: egli possedeva una rara collezione di autografi di Liszt: la Sonata in si minore e la prima versione della Danse macabre, documenti che Busoni aveva voluto esaminare in persona per i suoi studi sul compositore tedesco. I due avevano stretto un’affettuosa amicizia e il Marchese aveva invitato volentieri il maestro e Boccioni a Pallanza in quell’estate del 1916.

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Silvio della Valle Casanova suona il piano a Villa San Remigio. Il marchese aveva conosciuto Busoni nel 1915 e l’incontro era stato la realizzazione di un sogno, per la stima che provava per il maestro. Nell’Aprile del 1916 Busoni aveva deciso di invitare Boccioni a Villa San Remigio e aveva comunicato la sua idea al marchese, che l’aveva accolta con entusiasmo

Boccioni scese dal treno a Stresa sabato 3 Giugno. Giunto a Pallanza, salì sulla collina della Castagnola ed entrò nel viale che conduceva alla Villa San Remigio, punteggiato di obelischi e affiancato da siepi di bosso potate nello stile del giardino all’italiana, e salì alla terrazza con la vista sul lago. Osservando l’interno della dimora, ebbe la conferma di trovarsi in un luogo fuori dal tempo, pieno di oggetti antichi: liuti, armature, scudi, raccolti dal marchese Casanova, che lo accolse nell’atrio con Sofia, il maestro Busoni e sua moglie. Nonostante l’assenza di luce elettrica, Boccioni era entusiasta della sua camera con il gigantesco letto a baldacchino avvolto dal broccato giallo.

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Il salone delle armature della villa colpì particolarmente Boccioni. Foto di Silvio della Valle Casanova, da Renzo Boccardi, La Villa di S. Remigio, in “Emporium”, Vol. XLIII, n. 254, 1916

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L’angolo ovest della quadreria di Villa San Remigio. Foto di Silvio della Valle Casanova da Renzo Boccardi, La Villa di S. Remigio, in “Emporium”, Vol. XLIII, n. 254, 1916

Descrisse la villa in una lettera al cognato Guido Callegari: “È qualche cosa di spettacoloso … saloni immensi con stucchi, dorature. Mobili colossali antichi, cofani di tutti i generi, preziosi messali, poltrone, troni di legno lavoratissimi. Centinaia di armadi intarsiati, decine d’armature complete, centinaia di lance pugnali pistole. Insomma trent’anni di raccolta amorosa e passatista, ma di molto gusto”. Rimase impressionato dal salone delle armature che avrebbe potuto contenere cinquecento persone e dall’ampia sala da pranzo ingentilita dagli archi dorati.

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La principessa Colonna

Quelle tre settimane furono piacevoli per Boccioni, soprattutto per la “semplicità senza etichette, senza formalità”. Busoni lo ricordava in una lettera indirizzata a Silvio Casanova: “Quel soggiorno colmo di bellezza naturale e artistica resa maggiore e più gustevole da una squisita ospitalità mi fornirà d’ora in qua un purissimo ricordo. Di questo dono ringrazio la Marchesa e Lei collo animo vibrante di simpatia. La seccità (sic) relativa di questo ambiente svizzero mi serve bene a raccogliermi nuovamente per por fine ad alcuni ed inaugurare altri lavori. Così mi consolo d’un ideale abbandonato. Sarò felice rivederli… Se Boccioni è tutt’ora a S. Remigio lo saluti da confratello. Il quadro è in casa mia e mi costò quasi 200 lire di spese! (che non rimpiango). Tendo le braccia alle statue agli alberi alle terrazze di S. Remigio; al lago, ai monti ed alle nuvole (sue predilette) benché tal volta un po’ troppo generose del loro elemento…”. Fu grazie ai Marchesi che Boccioni incontrò Vittoria. La trentacinquenne nobile romana, dama della regina Elena, si era stabilita con il figlio sull’Isolino San Giovanni, un piccolissimo lembo di terra distante via acqua pochi metri da Pallanza.

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La marchesa Sofia Browne della Valle Casanova sulla scalinata di Villa San Remigio. Foto di Silvio della Valle Casanova, da Renzo Boccardi, Bellezze italiane: Il giardino della Villa San Remigio sul Lago Maggiore, in “Emporium”, Vol. XXXVIII, n. 224, 1913. Al suo ritorno in Svizzera Busoni, che aveva già ricevuto il suo ritratto, scrisse a Silvio della Valle ricordando con nostalgia i giorni trascorsi a Pallanza, nonostante i frequenti acquazzoni

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Vittoria Colonna Caetani, principessa di Teano e duchessa di Sermoneta, era in vacanza sull’Isolino di Pallanza con il figlio Onorato. Incontrò casualmente Boccioni, che era ospite a Villa San Remigio per lavorare al ritratto di Busoni, quando fu invitata dai Della Valle

Nata il 29 Novembre 1880 a Londra, Vittoria era la figlia di Marcantonio Colonna e Teresa Caracciolo. Era “una bellezza altera e in apparenza poco affabile”, una donna aristocratica e mondana, ricca e annoiata. Aveva i capelli castani, due grandi occhi scuri e un bel sorriso ironico. Boldini ed Emil Fuchs l’avevano ritratta, ma nessun artista era riuscito a coglierne l’anima, perché in quei quadri risultava fredda e composta.

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Vittoria era nata nel 1880 da Teresa Caracciolo e dal principe e duca di Paliano Don Marcantonio Colonna, assistente al trono pontificio, ritratto qui in una foto del 1920

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Una fotografia del profilo di Vittoria Colonna prima del matrimonio con Leone Caetani

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I Locks of Norbury, illustri antenati di Vittoria

Vittoria aveva, da parte materna, nobili origini inglesi. Parlava e scriveva perfettamente in inglese, trascorrendo ogni anno molti mesi in Inghilterra. Nel 1940 pubblicò il libro The Locks of Norbury: the Story of a Remarkable Family in the XVIIIth & XIXth Century, dedicato al ramo inglese dei suoi avi, a cui era idealmente legata. Per la sua bisnipotina, figlia di Ginevra Chigi Zondadari Bonelli scelse il nome della nonna, Selina. La fascinosa Augusta Selina Elizabeth Lock era nata dall’unione di William Lock III e Selina Tollemache.

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Il capostipite dei Locks of Norbury, William I (1732-1810), da cui discendeva Augusta Selina Lock, la nonna materna di Vittoria, in un ritratto di Sir Thomas Lawrence del 1790. Il ritratto, che fu dipinto in una sola seduta, quando Lawrence aveva solo ventun anni e non è finito, ma piacque così tanto a Wiliam che lo pagò più del dovuto. Boston, Museum of Fine Arts

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La moglie di William Lock I, Frederica Augusta Schaub nel 1770, con i due figli Charles e William. Cerchia di Giovanni Battista Cipriani (Firenze, 1727 – Londra 1785), già London , Bonhams, Old Master’s Painting, 20 Ottobre 2009

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Mrs William Lock, qualche decennio dopo, nel 1829 in un ritratto di Sir Thomas Lawrence conservato al Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City, Missouri

Il nonno di Selina, William Lock I di Norbury Park nel Surrey (1732-1810) era discendente dell’omonimo filosofo inglese. Pur essendo illegittimo, aveva ereditato dal padre, il suo omonimo William Lock, una grande fortuna. Lock I era un ricco amante dell’arte e aveva raccolto importanti opere d’arte a Roma in occasione del suo Grand Tour, iniziato nel 1749 con l’artista Richard Wilson e lo stampatore e mercante Thomas Jenkins, raggiungendo Roma nel 1752. Wilson accompagnava Lock per fermare sulla carta scorci del paesaggio italiano e infine si fermò a Roma per sei anni, dove aprì uno studio a Piazza di Spagna. La collezione di Lock annoverava tele come la Sant’Orsola di Lorrain, ora conservata alla National Gallery di Londra, il cartone attribuito a Michelangelo della Leda e il cigno e, fra le sculture, possedeva un versione del Discobolo e un torso di Venere giunto poi al British Museum. William Hamilton aveva definito Lock uno dei rari connoisseur d’arte britannici

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Nel Settecento il paesaggio italiano appariva come nel dipinto di Richard Wilson, compagno di viaggio di William Lock, che dipinse il Lago di Nemi e Genzano dalla terrazza del Monastero Cappuccini, circa 1750, New York, Metropolitan Museum, già nella collezione Lock

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Richard Wilson, Presunto ritratto di William Lock, Christie’s, The Barratt Collection, 2010

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William aveva raccolto durante il suo Grand Tour una collezione d’arte che annoverava la Sant’Orsola, uno dei capolavori di Claude Lorrain, dipinto nel 1641, ora alla National Gallery

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Attribuito prima a Michelangelo, poi a Rosso Fiorentino il cartone di Leda e il cigno, 1530, era stato acquistato da William Lock a Firenze nel 1771 dagli eredi di Bernardo Vecchietti. Spedito a Londra nel 1773, il disegno fu appeso a Norbury Park. Alla morte del collezionista passò al figlio William II che lo tenne nel suo studio, finché, per il progetto di spostarsi in Italia, decise di liberarsene. Sir Thomas Lawrence, che era amico di famiglia e collezionista ossessivo di opere grafiche degli antichi maestri, cercò disperatamente di convincere Lock II a vendergli il cartone, che invece lo donò alla Royal Academy, dove è tutt’ora conservato. Londra, Royal Academy of Arts, Photo R.A./Prudence Cuming Associates

William I sposò nel Gennaio del 1767 Frederica Augusta Schaub (1750-1832), la figlia del diplomatico svizzero Sir Lucas Schaub. Dalla nuova unione nacque, nello stesso anno del matrimonio, un figlio maschio che fu chiamato pure lui William. Il secondo figlio, Charles, venne alla luce nel 1770. Si sposò con Cecilia Margaret Ogilvie e fu il console britannico a Napoli durante la rivoluzione del 1799. Alla corte partenopea Charles conobbe Lord Nelson e Lady Hamilton, per cui sviluppò una solida antipatia e la definì “una donna superficiale, arrivista e volgare”. Designato console in Egitto Charles Lock morì di peste prima di arrivare a destinazione nel Lazzaretto di Malta il 12 Settembre 1804. Come gli altri membri della famiglia anche Charles fu ritratto da Thomas Lawrence, probabilmente nel 1795, l’anno del suo matrimonio.

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Charles Lock of Norbury (1770-1804), il secondo figlio di William I, ritratto da Sir Thomas Lawrence nel 1795, anno del suo matrimonio con Cecilia Margaret Ogilvie

Nel 1774 il padre di Charles, William Lock I, acquistò un terreno a Norbury, nei pressi di Mickleham nel Surrey, dove fece costruire una villa sulla collina dall’architetto Thomas Sandby. Nella dimora, dove erano ospiti abituali personaggi come Sir Joshua Reynolds, Edmund Burke ed Edward Gibbon, una stanza era stata decorata dal pavimento al soffitto dal paesaggista irlandese George Barrett il vecchio (1732-1784), mentre altri ambienti erano abbelliti da dipinti di Giovan Battista Cipriani (1727-1785).

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Vista del fronte nord-ovest di Norbury Park, foto di Bedford Lemere & Co, Maggio 1921, English Heritage Archives

Una stanza di Norbury Park era interamente decorata dall'artista irlandese George Barrett il vecchio. Qui il bozzetto conservato alla Cortauld Gallery

Una stanza di Norbury Park era stata interamente decorata, su commissione di William Lock I, dall’artista irlandese George Barrett il vecchio. In alto il bozzetto, grafite e acquarello su carta, Cortauld Gallery, © The Samuel Courtauld Trust, The Courtauld Gallery, London

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La drawing room di Norbury Park con il trompe l’oeil di George Barett il vecchio, foto di Bedford Lemere & Co, Maggio 1921, English Heritage Archives

Quando fu instaurato il Terrore in Francia alcuni personaggi, i cosidetti “costituzionalisti” si rifugiarono esuli in Inghilterra e si stabilirono a Juniper Hall, vicino a Mickleham. Iniziarono a frequentare William Lock e sua moglie a Norbury Park: erano, tra gli altri, Madame de Stäel, il Duca di Montmorency, Monsieur Sicard e il Generale Alexandre D’Arblay, che proprio là incontrò la scrittrice Miss Frances “Fanny” Burney. I due si innamorarono e, malgrado l’opposizione del padre della sposa, si unirono in matrimonio. Fu proprio William Lock I a donare alla coppia un pezzo di terreno nel suo parco dove costruirono una piccola casa, terminata nel 1797 e finanziata con i proventi del fortunato romanzo di Fanny Camilla.

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Ritratto di Frances d’Arblay ‘Fanny’ Burney, dipinto dal cugino Edward Francisco Burney, 1784-1785, London, National Portrait Gallery. La scrittrice britannica incontrò il futuro marito, l’esule francese generale Alexandre D’Arblay nella drawing room di Norbury Park

William Locke I morì nel 1810, lasciando Norbury in eredità all’unico erede sopravvissuto. Il figlio più giovane, Frederic Lock, detto ‘Freddy’, che era nato nel 1786, aveva intrapreso un viaggio per problemi di salute, ma era morto di tisi a Madeira nel 1805. La figlia più giovane Amelia aveva sposato John Angerstein nel 1799.

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Thomas Lawrence, Ritratto a pastello di Frederic Lock, Collezione Privata

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Thomas Lawrence, William Lock e la figlia Amelia, 1796, carboncino, Collezione Privata

William Locke II seguì le orme del padre e fu amico e patrono di artisti, studiò da pittura sotto la guida di Henry Fuseli. Produsse una quantità di disegni e alcuni quadri storici, come Gli ultimi momenti del Cardinale Wolsey. Aveva uno stile compendiario e incisivo. Nel 1781 seguì le lezioni del Reverendo William Gilpin, che aveva elaborato il concetto di pittoresco, alla Cheam School, dove Lock II lo aiutò nella elaborazione di una particolare acquatinta che poi Gilpin utilizzò nelle illustrazioni del Tour of the Lakes. William II si sposò nel 1800 con Miss Elizabeth Jennings, una dama famosa per la sua venustà, figlia del collezionista Henry Constantine Jennings, detto “Dog”, per aver scoperto e acquistato a Roma una bizzarra scultura di un gigantesco cane.

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William Lock II nacque nel 1867 e fu patrono e promettente artista, ma dopo il Grand Tour abbandonò l’arte. In questo bellissimo ritratto di John Hoppner del 1784 aveva 17 anni

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Thomas Lawrence, Ritratto di Elizabeth Jennings nel 1798, due anni prima del matrimonio con William Lock II, Collezione Privata. Il ritratto era a figura intera, ma fu tagliato nel 1912

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William Lock II, Studio per una illustrazione del poema Rape the Lock di Alexander Pope, 1783, carboncini colorati e grafite su carta, 1783, London, The British Museum

Col tempo William II perse fiducia nelle sue capacità, ma continuò a disegnare schizzi, che mostrava soltanto al padre, con grande dispiacere di Fuseli. Il maestro pensava che Lock stesse gettando alle ortiche il suo talento e che la ricchezza fosse una sfortuna per lui. L’essere nato gentleman non lo obbligava a dipingere per vivere. Fuseli riteneva che i suoi disegni fossero senza rivali per creatività, gusto e spirito. Gilpin era della stessa opinione e aveva dichiarato che “All that remains of this master’s works are the outlines of a few heads, characters, & slightly detached figures, which were … etched in a masterly manner, by sign, [or] Stampozzi. … The fact is, he was a born gentleman; & lay under the misfortune of not being obliged to use his pencil for his maintenance. If his father had been so kind as to have disinherited him; & bequeathed him only a pot of oil – a few bladders of paint – a pallet, & a dozen brushes, it is thought he would have made one of the greatest masters in the art of painting, the world ever saw”. Nell’autunno del 1798 Lock partì per l’Italia ed era ancora a Roma nel 1794, ma tornò deluso in Inghilterra nel 1794. Dopo aver venduto la proprietà di Norbury nel Giugno del 1819, Lock si trasferì sulla terraferma, dove visse principalmente tra Roma e Parigi, avendo abbandonato definitivamente il progetto di diventare artista.

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Wiliam Lock II, Figure di elfi su un candelabro, penna e inchiostro, San Marino, California, The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Garden, Sir Bruce Ingram Collection

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William Lock II, Due studi di Lady Hamilton mentre balla la tarantella, grafite, penna, inchiostro grigio e marrone su carta, 1791-95, London, The British Museum

William II morì nel 1847 e lasciò due eredi, William Lock III ed Elizabeth, tutti e due di eccezionale bellezza, mentre il terzo figlio Charles era morto in tenera età. La figlia, detta ‘Bessie’, sposò l’irlandese Joseph Henry Blake, il terzo barone di Wallscourt (1797-1849) nel 1822 a Galway in Ardfry House. Suo marito era un uomo interessante che, dopo aver viaggiato in Europa abbracciò gli ideali socialisti e cercò di fondare una comune nel suo terreno. Aveva una forza straordinaria e amava il pugilato, ma era soggetto a improvvisi moti di rabbia e di violenza. Amava stare nudo in casa e, su suggerimento della moglie, si portava dietro una campana da mucca e, quando era in quello stato, la suonava per avvertire la cameriera.

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Thomas Lawrence, Lady Elizabeth Wallscourt mentre suona la chitarra, 1825, già London, Christie’s. Il bel volto di ‘Bessie’ fu divulgato dal suo famoso ritratto dipinto da Lawrence nel giugno 1825 e riprodotto subito in stampa.  L’artista era amico di famiglia, e, come racconta Vittoria Colonna nel suo libro The Locks of Norbury, dipinse una visione deliziosa di Elizabeth: con un viso armonioso, occhi grandi e capelli ricci, la lady era avvolta nel fichu di mussola bianca, con la chitarra fra le mani e la bocca socchiusa, come a sussurrare una canzone. Le sedute furono lunghe e complicate dagli impegni di Lady Wallscourt e dalla sua debolezza per aver partorito il mese precedente il figlio William Richard Blake. Il quadro, che fu regalato ai baroni da Lawrence, ebbe un enorme successo e fu foriero di grande fama per l’autore, che si assicurò di poterlo prendere in prestito per qualche mese al fine di riprodurre ‘Bessie’ in stampa. Il dipinto fu poi venduto e si presume sia in Collezione Privata

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Da Thomas Lawrence, stampa di William Lock III con il cane, London, The British Museum

Il fratello di Bessie, William III capitano delle Life Guards nell’esercito e dilettante artista, aveva un carattere amabile e uguale bellezza. Lawrence lo ritrasse da piccolo con il suo cagnolino. William III fu soprattutto un illustratore delle opere di Byron. Si sposò a Brighton, il 7 Dicembre del 1829, con Selina (1812-1893), figlia dell’Ammiraglio Tollemache e di Lady Elizabeth Stratford. Nel 1832 i Locke trascorsero l’estate in una villa sul Lago di Como. Il 14 Settembre, mentre Selina, che era appena rimasta incinta, guardava il marito in barca dal balcone, un improvviso colpo di vento provocò il naufragio della barca e William annegò, non ancora trentenne.

Una delle illustrazioni di William Lock III per La Parisina di George Byron, litografia, 1924-1832 circa, London, The British Museum

Una delle illustrazioni di William Lock III per La Parisina di George Byron, litografia, 1924-1832 circa, London, The British Museum

Illustrazione di William Lock III per il Manfred di George Byron, scena 2: lotta tra Manfred e il cacciatore di camosci, 1824-1832 circa, litografia, London, The British Museum

Illustrazione di William Lock III per il Manfred di George Byron, scena 2: lotta tra Manfred e il cacciatore di camosci, 1824-1832 circa, litografia, London, The British Museum

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Ritratto di William Lock III, già Itchen Stoke, Nr Winchester, Andrew Smith and Son. William III morì annegato nel Lago di Como nell’estate del 1832. Lasciò la vedova incinta. La figlia Augusta Selina, che nacque orfana a Milano il 6 Giugno 1833 era la nonna di Vittora Colonna

La figlia, Augusta Selina, che sarebbe poi diventata la nonna di Vittoria, nacque orfana di padre il 6 Giugno 1833, a Milano e fu soprannominata ‘Leila’. Raggiunti i sedici anni la giovane si sposò, il 17 Ottobre 1849 ad Apethorpe, con Ernest Fitzroy Neville Fane, ovvero Lord Burgersh (7 Gennaio 1824 – 22 Gennaio 1851). Il marito morì improvvisamente a soli 27 anni per le conseguenze di una caduta da cavallo, come accadrà a Boccioni nel 1916. Augusta Selina, rimasta vedova, il 31 Agosto del 1854 si unì di nuovo in matrimonio, nella chiesa di St James a Westminster, con il nobile napoletano Don Luigi Caracciolo, duca di San Teodoro e Sant’Arpino. La coppia si stabilì a Napoli, nell’imponente Palazzo Caracciolo a Riviera di Chiaia. Dal loro matrimonio era nata, il 5 Novembre 1855, la loro unica figlia Teresa, mamma di Vittoria. Luigi era gelosissimo della consorte e le imponeva di trascorrere la maggior parte del suo tempo a casa. Leila, una sera che voleva recitare in uno spettacolo teatrale, dopo una scenata, per reazione si tagliò i capelli a zero, lasciò il duca, da cui si separò nel Novembre del 1876, e si trasferì a Londra.

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Il Palazzo Caracciolo, secondo da destra, sulla Riviera di Chaia a Napoli, dove nacque, il 5 Novembre 1855 da Leila Lock e da Luigi Caracciolo, Teresa, mamma di Vittoria Colonna

In Gran Bretagna trovò il terzo marito, Lord Thomas de Grey sesto barone di Walsingham, che sposò il 19 Marzo del 1877. Personaggio pubblico di rilievo, il barone di Walsingham era nato a Mayfair il 19 Luglio del 1843. Educato a Eton e poi al Trinity College di Cambridge, divenne membro del Parlamento di West Norfolk dal 1865 al 1870, quando ereditò i beni, il titolo paterno, la proprietà di Merton ed entrò nella Camera dei Lords nei conservatori. Fin dall’infanzia si era dilettato nel raccogliere farfalle e falene e aveva continuato durante i suoi viaggi in Inghilterra, in Europa e nel Nuovo Mondo. La sua prima nota manoscritta sui diversi tipi di zampe dei bruchi era stata vergata all’età di otto anni. Era così diventato uno dei maggiori esperti di microlepidotteri, le piccole farfalle notturne. La sua collezione di 260.000 esemplari, una delle più grandi al mondo, fu donata da Lord Walsingham al Natural History Museum, insieme a 2600 libri sull’argomento. Gli piaceva moltissimo pescare e cacciare le pernici. In un solo giorno, a Blubberhouses Moore, ne uccise 1070, un record che non sembra molto ammirevole al giorno d’oggi, ma che allora fu certamente lodato. Le avventure erotiche di Lord Walsingham erano notevoli, anche se lo scandalo rimaneva in famiglia, perché nella maggior parte dei casi dormiva di solito con le domestiche. La moglie Leila morì nel 1906, mentre il Barone le sopravvisse fino al 1919, dopo essersi risposato per ben due volte.

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Thomas De Grey, sesto barone di Walsingham (1843-1919),  l’11 Agosto 1902 durante l’incoronazione di Re Edoardo VII, foto di Lafayette, London, V&A Museum

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Merton Hall, dimora di Lord Walsingham, prima dell’incendio del 1956 che la distrusse

L’8 maggio 1875 la figlia di Leila, Teresa, era diventata la moglie, a Roma, del principe di Paliano Marcantonio Colonna (Napoli, 1844 – Roma, 1912), duca di Marino, esponente di una delle più antiche e nobili famiglie romane, che annoverava tra i suoi avi un Papa, svariati cardinali e la poetessa Vittoria Colonna che aveva incantato Michelangelo. Il 12 Febbraio 1879 nacque la primogenita, Donna Isabella, principessa di Avella, duchessa di Tursi, di San Teodoro Arpino, marchesa di Villamaina Capriglia. Si sposò con Angiolo Ansano Chigi Zondadari, marchese di San Quirico, e morì nel paese toscano il 20 Marzo 1957. Il suo salotto senese di Vicobello fu sempre vivace e ricco di ospiti internazionali. Vittoria venne alla luce nel 1880. La madre Teresa aveva ereditato dalla nonna Leila il carattere volitivo e indipendente. Ben presto il matrimonio con Marcantonio naufragò, a causa di uno scandalo che lei stessa aveva provocato: Napoleone del Gallo di Roccagiovine si era suicidato per una delusione d’amore provocata da Teresa. Lei per qualche tempo aveva corrisposto alla passione, ma poi, dopo che era intervenuto il marito, aveva cambiato idea.

Palazzo Colonna a Roma, storica dimora della dinastia, in una raffigurazione del 1748

Palazzo Colonna a Roma, storica dimora della dinastia, in una raffigurazione del 1748

La presunta adultera fu allontanata dalla vita della nobiltà romana e dalle figlie che restarono a Palazzo Colonna. A Teresa, nei primi anni, furono concesse rare visite alle bambine e sempre in presenza di una tata. Trascorrevano molto tempo con la nonna paterna Isabella Alvarez de Toledo, una donna colta e appassionata di teatro che avea recitato insieme ad Adelaide Ristori. La loro vita era solitaria e rigidamente scandita da appuntamenti quotidiani: si alternavano le lezioni con il precettore, le passeggiate in carrozza ai giardini pubblici, i corsi di pianoforte, di ballo ed equitazione. Teresa, ormai separata dal marito, tornò in Inghilterra dalla madre e si stabilì nel castello di Merton, la proprietà di Lord Walsingham, dove Isabella e Vittoria trascorsero molto tempo durante l’adolescenza. Impararono a cavalcare due pony, Merrylegs e Snowdrop, grazie alle lezioni del vecchio cocchiere Amos Carrier.

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Isabella e Vittoria Colonna impararono a cavalcare a Merton Hall, la proprietà di Lord Walsingham, il terzo marito della nonna materna Leila Lock. Da http://www.merton.ukgo.com

Nel grande giardino, pieno di rose antiche, rododendri, querce e abeti, c’era anche la cosiddetta Shell House, una casetta in miniatura completamente ricoperta all’interno da conchiglie di mare. Lord Walsingham era stato soprannominato “W” dalle bambine. Le trattava con gentilezza e si divertiva a giocare con loro. Nelle sue memorie Vittoria ricordava: “È con riverenza che i miei pensieri mi riportano a Merton Hall, un luogo che ho così adorato durante la mia infanzia, tanto che soltanto sentire pronunciare quel nome mi fa venire le lacrime agli occhi … A Merton ho imparato a giocare all’aria aperta, ad amare l’erba e gli alberi, a raccogliere le more … Avevo cari amici in tutti i cottages dei villaggi di Merton, Tomston, Tottington e Stanford”.

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A Merton Hall Vittoria e Isabella trascorrevano il loro tempo con la madre Teresa. Nelle sue memorie Vittoria ricorderà quei soggiorni felici con nostalgia. Vista del fronte sul giardino dal sito di Matthew Beckett, Lost Heritage: http://www.lostheritage.org.uk

Il maniero, che era sempre appartenuto alla famiglia de Grey, era di origine medievale ed era stato ricostruito nel 1613 e allargato nel 1833. Nel 1956 un grande incendio lo ridusse in macerie. Finirono in fumo la maggior parte dei locali e anche le tre camere dedicate alla fiaba I bambini nel bosco. Teresa divenne famosa per aver inviato al ‘Times’ una lettera in cui, come il genero Leone, criticava la scelta del governo italiano di invadere con la Turchia la Libia e si dichiarava “inorridita dai massacri di indigeni innocenti perpetrati dai suoi connazionali a Tripoli”.

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Teresa Caracciolo, benefattrice a Pallanza

Dal 1911 la madre di Vittoria scelse di vivere a Pallanza nella Villa Maria, una dimora sulla litoranea, quasi di fronte all’Isolino, da identificare con la Villa Ceretti, inserendosi nella vivace società locale. Alla morte di Marcantonio, nel ’14, Teresa aveva ricevuto l’eredità. A maggio era già in prima fila all’inaugurazione della personale di Achille Tominetti, proposta dal Museo del Verbano, nel ridotto del Teatro Sociale di Pallanza. Insieme ad altre personalità dell’epoca, come Marco De Marchi, Tullo Cantoni Mamiani, William B. Kaupe, Edoardo Saporiti, Cesare e Luciano Fantoli, Teresa Caracciolo fu tra i fondatori del Museo del Paesaggio. Il suo nome figura nella lista dei benefattori sulla lapide marmorea posta alla fine della scalinata di Palazzo Viani Dugnani, sede del Museo dal 1914. Il suo attivismo sociale la portò a raccogliere fondi a favore dell’Ospedale Castelli e a sostenere le spese per la nuova sala operatoria che intitolò all’antenata del marito, la poetessa Vittoria Colonna.

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Un’immagine di Pallanza nei primi anni del Novecento. Nel 1911 Teresa, la madre di Vittoria Colonna, si trasferì nella cittadina lacustre, dove si fece promotrice di iniziative filantropiche

Nel 1913 la nobildonna organizzò un tavolo di lavoro con il sindaco e i rappresentanti delle società di mutuo soccorso per sostenere il problema della disoccupazione invernale. Nel 1914 fu la promotrice di un te benefico al Museo del Paesaggio a sostegno di questa iniziativa. Insieme alla figlia Vittoria, Teresa Caracciolo fu madrina delle principali istituzioni locali, come l’asilo d’infanzia, l’orfanotrofio, l’associazione combattenti, la Croce Rossa e fu socia benemerita della rivista “Verbania”.

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L’elenco dei fondatori del Museo del Paesaggio di Pallanza, dove si legge il nome della principessa Teresa Colonna Caracciolo, madre di Vittoria Colonna

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Il te benefico al Museo del Paesaggio organizzato da Teresa Caracciolo nel 1914, da Storia d’Italia. L’immagine fotografica, Torino, Einaudi, 1979, Archivio del Museo del Paesaggio

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Vittoria Colonna era appassionata di escursioni in pallone, tanto che per la stampa inglese la chiamava The Ballooning Princess. Nell’immagine è al centro con il velo sul cappello

Nel 1920 Teresa si risposò con l’archeologo e storico dell’arte Rodolfo Amedeo Giuseppe Filippo Lanciani. Morì quindici anni dopo, nel 1935 a Roma, ma era nei suoi desideri essere seppellita a Pallanza. Nel cimitero esiste ancora il sarcofago in pietra, oggi in stato di abbandono, disegnato e fatto costruire dalla principessa, con gli stemmi dei Colonna e dei Caracciolo e la semplice scritta “Teresa Caracciolo, Duchessa di San Teodoro, Principessa Colonna”. Dalla madre Vittoria aveva ereditato dinamismo e irrequietezza. Nella sua infanzia si era dedicata a movimentate partite di polo in bicicletta. Era nota, in Inghilterra, con il soprannome di The Ballooning Princess perché adorava le pericolose ascensioni in pallone. In una di queste imprese si ritrovò, con sua grande sopresa, in Olanda. A Roma Vittoria, circondata dai suoi nobili amici, non mancava a nessuna cena, festa o ballo. Aveva un raffinato senso dell’umorismo che le consentiva di liquidare con una risata stranezze che altri consideravano con serietà. Prestò il suo bel profilo allo scultore Carlo Fontana per il viso della vittoria alata nella Quadriga della Libertà nel monumento al Milite Ignoto al Vittoriano.

vestita da fata durante un ballo di beneficenza 1898 copia da La Stampa

Vittoria in costume da fata durante un ballo di beneficenza nel 1898. Per concessione di  Selina Bonelli Zondadari, dal libro di Marella Caracciolo Chia, Una parentesi luminosa

Un altro aneddoto racconta che durante una passeggiata nella campagna romana un improvviso acquazzone aveva creato fangose pozzanghere. La principessa trovò riparo senza riempirsi le vesti di pillacchere grazie all’accortezza di alcuni ufficiali che stesero le loro mantelle sul bagnato. Vittoria recitò la parte di Cleopatra in un ballo a tema a Palazzo Ruspoli, dove erano impersonati i grandi d’Egitto. Il suo ingresso fu scenografico: giunse su una portantina sulle spalle di africani agghindati con pelle di leopardo e preceduta da dodici soldati.

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Veduta notturna delle rovine di Ninfa, in provincia di Latina, in una stampa da Edmund Kanoldt, 1869-1872. La città abbandonata era una proprietà della famiglia Caetani. Fu proprio a Ninfa che Vittoria Colonna incontrò il suo futuro marito Leone Caetani

La storia d’amore con Leone era iniziata nell’Aprile del 1901 durante un incontro a Ninfa, il romantico paese in rovina ai piedi dei Monti Lepini di proprietà dei Caetani. Negli anni Sessanta dell’Ottocento il luogo aveva colpito lo sguardo di Ferdinand Gregorovius, lo storico tedesco della Roma medievale. “Ecco Ninfa, ecco le favolose rovine di una città che con le sue mura, torri, chiese, conventi e abitati giace mezzo sommersa nella palude, sepolta sotto l’edera foltissima. In verità questa località è più graziosa della stessa Pompei, le cui case s’innalzano rigide come mummie tratte fuori dalle ceneri vulcaniche”. Negli anni Venti Ninfa sarebbe stata trasformata in un giardino all’inglese, secondo il progetto della madre di Leone, Ada e del fratello Gelasio.

Historical archive photo of Leone Caetani in Egypt taken in 1888 by Turkish photographer Pascal Sébah who died in 1900 ( over 100 years ago )[2] from year 1888 "Biblioteca dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana"

Leone Caetani in Egitto nel 1888, in uno scatto del fotografo turco Pascal Sébah. Roma, Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana. La storia d’amore con Vittoria era iniziata nel 1901, quando si era conosciuti nel giardino dei Caetani a Ninfa

La gita era stata organizzata da uno zio di Vittoria, forse su suggerimento del padre Marcantonio, che desiderava per la figlia un buon matrimonio. Come racconta Marella Caracciolo Chia “Quando Vittoria giunse a Ninfa, Leone … stava passeggiando in quel che restava dell’hortus conclusus … quale luogo ideale dove mettere a dimora la sua collezione di anemoni”. L’attrazione tra i due aristocratici fu immediata e, scrisse poi Vittoria, “alla fine della giornata aveva già deciso di sposarmi”. “Vedo ancora il tuo caro muso con i baffi à la coup de vent e mi sembra adesso che ti volevo bene anche allora, benché so che questo è impossibile … Pensa cosa sarebbe stata la mia vita adesso se non avessi mai passata quella porta”, rammenterà Vittoria in una lettera da Londra al marito.

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Il principe viaggiatore

Leone Caetani, nato a Roma il 12 Settembre 1869, era figlio di Ada Constance Bootle Wilbraham e di Onorato Caetani, quattordicesimo duca di Sermoneta e quarto principe di Teano. Ada, era una donna di fine cultura, esperta amazzone e curiosa viaggiatrice affascinata dal Mediterraneo. Era nata a Marylebone, nel Middlesex, il 14 Luglio 1846, la quarta figlia del colonnello Edward Bootle-Wilbraham di Skermelsdale e da Emily Ramsbottom.

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Ada Constance Bootle Wilbraham era la madre inglese di Leone Caetani

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Onorato Caetani, quattordicesimo duca di Sermoneta e quarto principe di Teano era il padre di Leone Caetani. Appassionato di archeologia, fu  Sindaco di Roma e ministro per gli affari esteri, presidente della Società Geografica Italiana, membro del Club Alpino Italiano e del suo equivalente britannico. Con Ada ebbe cinque figli maschi e una femmina

Il cugino di Ada, il latifondista e politico Edward, era ciambellano della Regina Vittoria, proprietario di una delle più raffinate dimore palladiane del Lancashire, Lathom House. Costruita per volontà di Sir Thomas Bootle in quindici anni, dal 1725 al 1740, comprendeva un parco per cerbiatti disegnato dal progettista di giardini Humphry Repton, famoso progettista di giardini e “The Line”, il più lungo viale di alberi della Gran Bretagna. Faggi, querce, tigli, aceri giapponesi, rigogliosi rododendri ombreggiavano aiuole meticolosamente curate dal giardiniere Hathaway di Stottery, ricolme di geranii e calceolaria, contenuti da bordure di Miscanthus sinensis. Le serre erano piene di palme, camelie, felci, orchidee Odontoglossum e Cattleya. Dietro un bosco di sicomori era nascosta una pista per pattinare.

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Edward Bootle Wibraham, primo conte di Lathom era il cugino di Ada, la mamma di Leone

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Lathom House era la villa di Edward Bootle Wibraham in un raffianato stile palladiano, da Catherine Ostler, England’s lost Downtons

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola An Edwardian garden party at Lathom. The mansion's demise was described as 'swift and destructive'

Una riunione di famiglia sulla scalinata di Lathom House, da England’s lost Downtons

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L’utimo abitante di Lathom, Edward, terzo conte di Wilbraham. abbandonò il palazzo dopo la prima guerra e lo mise in vendita per pagare i debiti. La villa in rovina, fu poi demolita

Non mancavano un viale per il bowling, una chiesa, un rifugio di caccia e un caseificio in stile gotico. L’ultimo abitante di Lathom fu il terzo eccentrico conte Edward Bootle Wilbraham, scrittore di pièce teatrali e amico di Noel Coward. Abbandonò il palazzo dopo l’occupazione dell’esercito durante la prima guerra mondiale e si trasferì nella vicina Blythe Hall, continuando a usare Lathom per ospitare attori e celebrità durante il fine settimana. Nel 1925, per pagare i suoi debiti, mise in vendita la proprietà. Edward morì nel 1934 di tubercosi. Lathom Hall fu demolita per lasciare spazio ad anonime palazzine vetrate per uffici.

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Ada Caetani fu una pionera dell’alpinismo e fu la prima donna a salire su una delle tre cime di Lavaredo il 15 agosto del 1882, dipinte da E. Scherffius nel 1930. Il quadro è in vendita sul sito Dolomitiheart

La madre di Leone fu un’intrepida pioniera dell’alpinismo. Aveva visitato i più erti colossi alpini, le sue mete preferite erano Grinderwald, St. Moritz, Zermatt e Promontogno. Si era arrampicata il 15 agosto del 1882 su una delle tre Cime di Lavaredo, l’unica donna ad aver mai posato piede su quel picco dolomitico. L’evento – come racconta Mirco Gasparetto nel suo libro Pioneers. Alpinisti britannici sulle Dolomiti dell’Ottocento ferma non solo la più che probabile terza salita assoluta, bensì la prima ascensione femminile di una cima che, allora, rappresentava emblematicamente l’estremo limite dell’arrampicata dolomitica. Dietro la blasonata figura della duchessa Ada di Sermoneta, si cela l’inglese Ada (Adela) Constance Bootle-Wilbraham, il cui cognome richiama colui che salì il Monte Bianco nella lontana estate del 1830 … ovvero il padre di Ada, Edward Bootle-Wilbraham. La giovane inglese era convolata a nozze nel 1867 con Onorato Caetani, esponente di una dinastia che annoverava nella storia due Papi.

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il duca Michelangelo Caetani (Roma, 20 Marzo 1804 – 12  Dicembre 1882), nonno di Leone, era un politico e letterato. Uomo bellissimo e affascinante, aveva avuto la fortuna di incontrare intellettuali come aveva sposato la contessa Calixta Rwewuski

Onorato era figlio del duca Michelangelo e della contessa polacca Calixta Rzewuski. In gioventù, aveva accompagnato a Firenze suo padre, il duca Michelangelo, uno dei pochi liberali tra la nobiltà nera, per consegnare al Re Vittorio Emanuele II il risultato del plebiscito sull’adesione del popolo romano al Regno d’Italia. La leggenda racconta che Papa Pio IX s’infuriò a tal punto da scagliare un anatema: nel giro di due generazioni i Caetani si sarebbero estinti. In effetti andò proprio così per i Caetani di Sermoneta. Uomo bellissimo e affascinante, Michelangelo, che aveva riassestato le finanze della casata, portava candidi boccoli e un’ascetica barba bianca. Stendhal, che ne era rimasto colpito, essendo convinto che tutti i principi romani fossero imbecilli, dovette ricredersi e divenne un suo caro amico. Il nonno di Leone era un uomo coltissimo e pur essendo un gran signore era sarcastico, bizzarro e morigerato. Non usava mai la carrozza, pranzava spesso all’osteria e si raccontava che una volta, a un viaggiatore francese che gli aveva chiesto di visitare il castello di Sermoneta, aveva risposto: “Sarei lieto di invitarla anche a pranzo, ma sa, purtroppo il mio cuoco è morto… alla fine del Cinquecento”. Viaggiava in terza classe, “perché non c’è la quarta”. La prematura morte della prima moglie Calixta, nel 1842, lo costrinse a occuparsi dell’educazione e dei viaggi di Onorato e della sorella Ersilia. Si risposò nel 1854 con l’inglese Margherita Knight e morta anche la seconda moglie, si riaccasò una terza volta con Enrichetta Georgiana Ellis.

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Leone Caetani tra la braccia di una balia nel 1870, dal sito Lathom Angel

Appassionato di archeologia, Onorato Caetani era stato sindaco di Roma e ministro per gli affari esteri, presidente della Società Geografica Italiana, membro del Club Alpino Italiano e del suo equivalente britannico. Con Ada mise al mondo cinque figli maschi e una femmina, uno dopo l’altro: Leone nel 1869, Roffredo nel 1871, Livio nel 1873, Giovannella nel 1875, Gelasio nel 1877 e Michelangelo nel 1890. La maledizione di Pio IX pareva improbabile. Ada si era appassionata alla cura dei possedimenti di famiglia e aveva progettato il parco di Fogliano e il giardino di Ninfa.  I bambini crebbero nel clima intellettuale del palazzo, dove capitavano scrittori, scienziati, insegnanti di lingua orientali e missionari. In questo milieu ognuno sviluppò passioni differenti. Leone si appassionò di cultura araba, Roffredo, avendo studiato con Liszt e con Sgambati, si distinse come compositore e musicista. Livio fu ministro in Persia, Gelasio divenne un importante ingegnere e poi ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti. Leone era appassionato di lingue straniere e fin da bambino aveva imparato il tedesco dalla sua tata, mentre già sapeva parlare italiano e l’inglese. A quindici anni decise di imparare, da solo, il sanscrito e l’arabo. Nel 1891 si era già laureato in Lingua e Storia Orientale alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma. In seguito studiò l’ebraico, il persiano e arrivò a parlare e leggere ben undici lingue.

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Ada con i figli durante una vacanza in Svizzera

I Caetani possedevano estesissimi terreni che dall’Agro Pontino arrivavano al mare e Leone fu obbligato, fin da giovanissimo, a occuparsi delle proprietà, dimorando spesso nel gelido palazzo di Cisterna. “Il loro era più un piccolo regno che una proprietà privata”, aveva commentato Vittoria in seguito; i Caetani avevano al loro servizio anche dei guardiani a cavallo, che trottavano su equini a pelo lungo e indossavano un’uniforme con i colori del blasone, il blu e il giallo. La gestione dei beni di famiglia non impedì a Leone di viaggiare in Egitto, nel Sinai, in Algeria. Era un autentico nobiluomo di grande cultura e fortuna. Taciturno e distaccato, membro dell’Accademia dei Lincei, amava soprattutto ritirarsi nel suo studio per occuparsi di culture e filosofie lontane. Aveva in mente l’ambizioso progetto di scrivere la biografia di Maometto, ma non realizzò il progetto e si dedicò agli Annali dell’Islam, seimila pagine in dodici volumi, una mastodontica opera incompiuta, e alla Chronograophia Islamica o l’Onomasticum Arabicum, repertorio di nomi di persone e di luoghi ricorrenti nella letteratura islamica.

Chronographia Islamica

La Chronographia Islamica, riassunto della storia di tutti i popoli musulmani

Membro del Parlamento dal 1909 al 1913, nella corrente di sinistra, Caetani si espresse nel ’11, contro l’annessione della Libia e fu accusato di antinazionalismo. Emile Zola lo aveva definito “Un orso … quello che ha viaggiato, tanto grande, tanto alto, tanto ingenuo”. Ai suoi conoscenti Leone pareva freddo e distaccato, ma aveva una natura sensuale che aveva espresso in gioventù con una teoria di amanti e con l’approfondita lettura del Kamasutra. La cerimonia di nozze di Vittoria e Leone si era celebrata con grande sfarzo a Palazzo Colonna, tre mesi dopo, malgrado la notevole differenza di età.Il ricevimento, con gli esponenti delle più importanti famiglie nobili romane, si tenne nella Galleria Colonna, una lunga sala simile alla Galerie de Glaces a Versailles.

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Il ricevimento di nozze di Vittoria Colonna e Leone Caetani si celebrò con grande sfarzo nella sala grande di Palazzo Colonna, con le grandi specchiere affrescate e i quadri secenteschi

L’unione, che aveva sancito un legame tra due potentissimi clan, in conflitto fin dai tempi in cui nel 1297 Benedetto Caetani, assunto al soglio pontificio con il nome di Bonifacio VIII aveva scomunicato i cardinali Giacomo e Pietro Colonna, si era rivelata difficile fin dai primi anni. D’altra parte lo stesso motto dei Caetani recitava “Non confunditur”, ovvero non mischiamoci con altri. La giovane sposa di Leone, ventenne e vivace, non riusciva ad abituarsi alle assenze del marito, impegnato nei latifondi o assorto negli studi di orientalistica. A Vittoria non piaceva vivere nel “tetro Palazzo Caetani”, in via delle Botteghe Oscure. “Non si potrebbe andare in qualsiasi casa più gaia, anche in un appartamento piccolissimo?”, aveva chiesto Vittoria a Leone. Non erano solo l’oscurità e il rimpianto per il suo palazzo pieno di luce, affreschi e quadri a preoccuparla, ma la condivisione degli spazi con tutti i Caetani, che avevano abitudini ben diverse da quelle di Vittoria. I sei figli e rispettivi coniugi vivevano insieme ai genitori; il palazzo era perennemente in restauro, con maestranze che spargevano calcinacci e polvere ovunque.

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Palazzo Caetani in via delle Botteghe Oscure in una foto del 1930, da Roma ieri, Roma oggi, dove Vittoria iniziò la vita matrimoniale con Leone. Abituata alla luce e ai giardini di Palazzo Colonna la principessa non riuscì mai ad abituarsi alla nuova vita insieme a tutti i Caetani

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Ada con i figli Leone, Gelasio, Roffredo e Michelangelo

I Caetani condividevano tutto con i loro parenti e di conseguenza, secondo loro, anche le proprietà Colonna erano considerate disponibili per l’arredamento, per esempio della loro dimora di Fogliano. Vittoria non era della medesima opinione. Non erano formali e durante i pranzi e le cene, per i quali nessuno si cambiava d’abito e nessuno rispettava l’orario, ognuno mangiava ciò che voleva. Ricordava Vittoria che “il posto di ognuno a tavola era distinto da un gruppo di scatolette di latta e di barattoli diversi appartenti a ciascuno di noi”. Vittoria era solare, amava il bel mondo e le feste. Le piaceva fare compere, giocare a bridge, a poker, mentre Don Leone era un uomo introverso e solitario, sempre chiuso nella soffitta del palazzo dedito ai suoi studi e, forse, a qualche scappatella sentimentale. In ogni caso il divorzio non era mai stato preso in considerazione.

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Vittoria Colonna in bicicletta. Foto pubblicata in La nostra casta voluttà di Isabella Marchiolo, in “Il Quotidiano della Domenica”, 26 Aprile 2009

Per distrarsi Vittoria passava metà dell’anno all’Hotel Ritz Londra, dove era molto impegnata a divertirsi, suscitando l’interesse di re Edoardo VII e le gelosie della favorita del sovrano, Alice Keppel. Dipingeva quadri di paesaggio e firmava rubriche per alcune riviste, raccontando i suoi viaggi tra l’Inghilterra, la riviera francese e il lago di Como. Il 24 Aprile 1904 era nato l’unico erede, Onorato, ma questo non le impedì, fino allo scoppio della guerra, di recitare la sua parte di socialite. La sua grande passione erano i balli ispirati agli animali: il bunny hug, il grizzly bear e il turkey trot. Nulla di più lontano dalla storiografia islamica. La famiglia di Leone non apprezzava la nuora, ai loro occhi troppo spendacciona e mondana e d’altra parte Teresa, la madre di Vittoria, si divertiva ad almanaccare pubblicamente sull’avarizia dei Caetani.

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Vittoria, di naturale temperamento allegro, amava feste e ricevimenti. In una lettera al marito raccontava che le piacevano moltissimo i balli ispirati agli animali, come il Grizzly Bear, il Turkey Trot e il Bunny Hug, che si puà ascoltare qui: Bunny Hug

The Princess wears a high-necked day dress almost leg-o-mutton sleeves and a tight-fitting, non-blouson, bodice and a gently flaring skirt in this 1906 photo.

Vittoria Colonna in una foto dal titolo A Cloud-Loving princess, la principessa amante delle nuvole, in una pubblicazione inglese del 1906. L’attire è dei più sfarzosi: un vestito di velluto di seta a collo alto, spalle a zampa di montone, corpetto ricamato con rosa al centro, manicotto e stola in ermellino e cappello ornato da piuma

Il più grave problema nel matrimonio di Vittoria e Leone era in realtà la salute del figlio. La gravidanza era stata pesante, il parto difficile e il bambino era nato sottopeso. Crescendo manifestava difficoltà di apprendimento e nella deambulazione. Vittoria amava quel ragazzo dinoccolato, ma era invidiosa della cognata Marguerite Chapin, la moglie americana di Roffredo Caetani che aveva messo al mondo due figli sani e robusti e s’intratteneva nella sua Villa Romaine Versailles con artisti e intellettuali.

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Un’altra immagine della principessa in abito da sera su una rivista londinese del 1907

Nel 1908 in seguito al terremoto di Messina, Vittoria, che era capace di grandi slanci, aveva chiesto e ottenuto da Giolitti una nave ospedale per curare i feriti. Nonostante la tragedia Vittoria, come al solito, visitò Londra in estate. In un articolo del New York Times, datato 23 Agosto 1908, si leggeva: “La Principessa è altissima e scura di capelli, con lineamenti perfetti e, se fosse abbigliata come i suoi antenati sarebbe perfetta come imperatrice romana. Lei è dama di compagnia della Regina Elena, mentre suo padre è Principe Assistente al trono papale … Con tale sangue nobile nelle vene, la Principessa possiede una certa superbia”. Difatti, scriveva in una lettera a una sua amica che, invitata a un ricevimento dalla Duchessa di Sutherland, aveva scoperto con sua grande sopresa che l’ospite d’onore era Lina Cavalieri, la soprano romana di avvenente bellezza, che poi divenne icona preferita di Fornasetti. Gabriele d’Annunzio le dedicò una copia del romanzo Il piacere definendola la massima testimonianza di Venere in Terra. Tutta Roma sapeva bene che ‘La Cavalieri’, cresciuta in un orfanotrofio, aveva iniziato la sua carriera vendendo fiori all’ingresso dei teatri e delle sale da concerto. Donna Vittoria era molto imbarazzata, tanto da lasciare immediatamente il palazzo, sottolineando che lei non era adusa a incontrare tali personaggi. Re Edoardo, avendo saputo dell’incidente, dichiarò che la duchessa aveva perfettamente ragione.

Una cartolina colorata con la foto del soprano italiano Lina Cavalieri

Una cartolina colorata con la foto del soprano italiano Lina Cavalieri

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Re Edoardo VII d’Inghilterra  (Londra, 9 Novembre 1841 – 6 Maggio 1910) conosceva e stimava Vittoria. Foto di Alessandro Bassano, 1882, London, National Portrait Gallery

Nell’estate del ‘14 Vittoria si era rifugiata a Monte Cavo sui Colli Albani, per vivere “una vita da primitiva”, o almeno così avevano commentato la suocera e la cognata Giovannella a Palazzo Caetani, ma in realtà Vittoria cercava silenzio e tranquillità per dedicarsi al figlio, che a dodici anni mostrava un grave ritardo psichico e fisico. Anche rispetto alla guerra i coniugi erano divisi: neutralista lui, fervente interventista Vittoria che voleva fare la crocerossina all’ospedale militare del Celio, ma si limitò poi a confezionare con i ferri maglie di lana per la batteria di artiglieri comandata dal marito che recapitò lei stessa sul fronte a Calalzo di Cadore.

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Leone Caetani in uniforme militare. La banda nera era per la morte del fratello Livio, che era morto di polmonite a Padova l’11 Dicembre 1915. Arruolatosi volontario nell’artiglieria, Leone combattè sulle Dolomiti. Nel 1916 fu inviato in una missione speciale in Inghilterra

Title: New costume for lady-in-waiting--the Duchess of Sermoneta returns to Italy after perilous tour of Abyssinia 1910

Vittoria in abiti da esploratrice nel 1910, di ritorno da un’avventuroso viaggio in Abissinia

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La ballerina Ofelia Fabiani nel 1919. La donna era diventata amante di Leone già dal 1915 e nel ’17 era nata la loro figlia Sveva. Foto di Greater Vernon Museum and Archives

Nel ’21, a cinquantun anni, Leone avrebbe lasciato tutto per rifugiarsi a Vernon, nel Canada occidentale, con la sua giovane amante Ofelia Fabiani e la loro piccola Sveva Ersilia Giovannella Maria, nata a Roma nel 1917. In una lettera a un amico, nel 1934, Leone aveva espresso la sua delusione nei confronti di Vittoria. “Ho scelto una moglie che non ha mai avuto alcun interesse per i miei studi e le mie passioni e mi ha donato, per varie ragioni, una vita triste e difficile”.

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Il giardino flottante

La principessa si era invaghita dell’Isolino, che aveva affittato nell’autunno del 1914 dai Borromeo per cinquemila lire all’anno. Era giunta a Pallanza per stare vicino alla madre Teresa, che era afflitta da tali sbalzi di umore da dover essere curata con il bromuro. Vittoria aveva notato quel romantico luogo che era allora in locazione al conte Paul Graf Wolff-Metternich zur Gracht, ex ambasciatore tedesco a Londra. Non era stato difficile convincere il diplomatico a cederle l’Isolino, tanto più che il conte sapeva che con lo scoppio della guerra non avrebbe potuto restare.

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Vittoria Colonna aveva affittato dai principi Borromeo l’Isolino dall’autunno nel 1914

Quel minuto lembo di terra che emerge dal Lago Maggiore aveva una lunga storia. Nel 999 d.C. l’Isolino, che si trova nel golfo Borromeo, a pochi metri da Pallanza, fu nominato per la prima volta in un diploma redatto dall’imperatore Ottone III, come castrum sancti Angeli in lacu Maiore. La chiesa nel castello era infatti dedicata a San Michele Arcangelo. In seguito la chiesa venne distrutta e l’isola cambiò nome in San Giovanni, dal nome dell’oratorio che conteneva il fonte battesimale dedicato al santo. Possedimento dei Barbavara, Conti di Castello dal 1152, l’Isolino entrò poi nelle proprietà degli spagnoli e nel 1612 fu concessa in enfiteusi al nobile Don Lorenzo, un parente del governatore di Milano Don Giovanni di Mendoza, che voleva costruirvi un palazzo e visse lì per quattro anni, bonificando l’isola dagli animali selvatici.

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“Castrum sancti Angeli in lacu Maiore”, così l’Isolino veniva nominato in un diploma del 999d.C. redatto dall’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III di Sassonia

Nel 1616 il contratto passò a don Ercole Morigia che lo cedette al conte Cesare Borromeo, finché nel 1632 la nobile famiglia ottenne l’Isolino in enfiteusi perpetua. Fu disegnato un progetto per il palazzo con pianta a L, che ha evidenti somiglianze con quello sull’Isola Madre, forse da un allievo di Pellegrino Tibaldi. Da allora i Borromeo si dedicarono ad abbellire l’edificio e il giardino. Nei primi anni del Novecento, dal 1900 al 5 Dicembre 1913, l’Isolino fu concesso in affitto al diplomatico Sir Edward Henry Capel Cure (Oxford 1866 – Pallanza 1923), addetto commerciale dell’Ambasciata inglese a Roma. Capel Cure affittò in seguito, dalla famiglia Ferraris, la Villa Mirasole sulla collina della Castagnola, che per ribattezzò Villa della Quercia, dal suo pseudonimo di scrittore e giornalista Giovanni Della Quercia.

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Arturo Toscanini affittò l’Isolino dal 1931 al 1952 come sue residenza estiva

Nel 1931 nuovi villeggianti dell’isola erano lo scultore Laurence Tompkins con la affascinante moglie Molly, pittrice e interprete teatrale con il loro figlio Peter, che allora aveva dodici anni. I Tompkins erano per coincidenza amici di Camillo Caetani, nipote di Leone. Poco dopo la famiglia rinunciò all’affitto e vi giunse, come nuovo e celebre inquilino, il direttore d’orchestra Arturo Toscanini, che ne fece la sua residenza dal 1931 al ’52 e arredò in palazzo con mobili e quadri concessi dalla famiglia Borromeo. Per la principessa Vittoria quella minuscola isola era il suo regno. Si sentiva libera, vi trovava quiete e solitudine, lontana dai doveri romani e dal frenetico attivismo sociale londinese. I pettegoli le avevano attribuito flirt con re Edoardo VII e con Churchill. Pare che quest’ultimo le chiese di intercedere presso il Governo italiano per un alleanza a favore degli inglesi. Si mormorava pure che l’Aga Khan, per manifestarle la sua stima, l’avesse sommersa di orchidee e che Gabriele D’Annunzio non nascondesse la sua ammirazione per la nobildonna. Ormai rassegnata alla solitudine coniugale, l’Isolino era per Vittoria l’unica gioia. Lì si poteva dedicare alla sue passioni: “l’idea di avere finalmente un giardino” e il ricamo.

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L’Isolino era il rifugio preferito di Vittoria, che vi soggiornava con il figlio Onorato. Lì poteva dedicarsi alle sue passioni: il giardinaggio, il ricamo e le lunghe passeggiate mattutine

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Il Veronal era un barbiturico utilizzato ampiamente nel Novecento come sedativo. Anche Vittoria vi ricorreva quando era depressa per la sua “vita scucita e errante”

Con una somma donata dalla madre Teresa, Vittoria si dedicò ad arredare la casa con alcuni mobili d’epoca, tessuti colorati, libri, ma soprattutto fiori. Trovava inoltre la serenità per accudire il figlio Onorato, che si dilettava a scrivere liste di parole tratte dal dizionario e a comporre album con le foto dei suoi divi cinematografici preferiti. Conduceva una vita ordinata, piena di rituali. Ogni mattina arrivava nella stanza Emma, la cameriera, con il vassoio fumante di caffé e i giornali. Poi si vestiva, sempre con freschi abiti bianchi e partiva per il giro del giardino con il fedele cane lupo Max. Portava con sé un cesto di paglia, dove infilava i fiori recisi per riempire di fragranza l’interno della casa. Dopo pranzo schiacciava un sonnellino sul divano di vimini sotto il portico e alle quattro e mezza in punto, puntuale, veniva servito il te. Vittoria non dimenticava mai di scrivere lunghe e affettuose lettere al marito, punteggiate da racconti sulla routine quotidiana e sui momenti bui, di vera e propria depressione, dovuta alla sua “vita scucita ed errante”, che la Colonna curava con forti dosi di Veronal.

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Vittoria con Leone e il piccolo Onorato. La principessa sperava che Leone si riunisse con loro due all’Isolino, ma il marito venne una sola volta per firmare il contratto d’affitto. La loro era, di fatto, una vita da separati e già nel 1915 Leone aveva iniziato a frequentare Ofelia Fabiani. Foto da Marella Caracciolo Chia, Una parentesi luminosa, Milano, Adelphi, 2008

Vittoria desiderava che Leone venisse all’Isolino, che si riunisse a lei e a Onorato, ma il marito venne una volta nel 1914 per firmare il contratto d’affitto e passò l’anno successivo, quando già aveva stretto una relazione con Ofelia Fabiani. Qualche settimana prima di incontrare Boccioni Vittoria aveva scritto a Leone: “Voglimi bene perché ne ho bisogno … sono la persona più sola di questo mondo”.

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Boccioni, “anima a balzi”

Figlio di un impiegato in Prefettura e di una sarta, Umberto Boccioni subiva da sempre il fascino dell’eleganza. Si era trasferito a Parigi nel Marzo del 1906, dopo un lungo soggiorno a Roma, dove aveva preso lezioni di pittura da Giacomo Balla con Gino Severini. Oltre ad essere l’artista di punta del movimento futurista, a 33 anni era un uomo attraente e atletico, un amante disinvolto e sensuale, che a Francia aveva ammirato l’indipendenza e la modernità delle parigine, di cui scriveva divertenti resoconti alle due donne della sua famiglia, la madre e la sorella.

1884

Umberto Boccioni a due anni nel 1884, dal sito Futur-ism

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola L'isolino dell'amore Umberto Boccioni Vittoria Colonna Autoritratto 1905 New york Metropolitan

Autoritratto di Boccioni nel 1905, New York, Metropolitan Museum

Lui, detto “Boccionì”, girava sempre con “Sironì” ed erano conosciuti come le deux italiens. Il 17 Aprile scrisse una “letterona” alla madre e alla sorella Amelia. Descriveva la rutilante ville-lumiére nella sua vitalità, elencava cifre, facendo confronti con l’Italia. Si divertiva, frequentava i cabaret. “L’Inferno sta vicinissimo al primo nella stessa strada: la porta è un’enorme bocca di diavolo con la testa che fa da stipite; il soffitto e le pareti sono rosse e piene di lampadine rosse: un diavolo t’introduce, dentro è semibuio; delle donne bellissime bruciano tra le fiamme, i camerieri vestiti da diavoli servono inappuntabilmente. Questi stanno a Montmartre e se non li avessi visti non crederei. Le Nèant altro cabaret, questo invece è macabro: servono la birra su casse da morto; i camerieri sono vestiti da becchini e appaiono degli spettri”.

Les deux italiens Boccionì e Sironì a Parigi nel 1912

Les deux italiens Boccionì e Sironì a Parigi nel 1912. Dal sito Futur-ism

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Il Café de l’Enfer a Montmartre, un locale satanico frequentato da Boccioni: i visitatori dovevano entrare nelle fauci del diavolo. L’uomo all’ingresso, in costume da lucifero, dava il benvenuto agli avventori con la minaccia: “Entrate e sarete dannati!”

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L’interno del Café de l’Enfer con le anime dei dannati penzolanti dal soffitto

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Il Cabaret du Néant era invece dedicato alla necrofilia. I drink erano serviti sulle bare da camerieri vestiti da becchini, i muri decorati da scheletri, teschi e ossa. Era previsto anche una giro nella camera della morte attraverso un macabro corridoio decorato da finti resti umani. Dentro quell’ambiente, scuro e tetro, si poteva assistere alla fine di una florida giovane, che da un’aspetto vitale si trasformava in un ripugnante cadavere

Boccioni osserva specialmente le signore, soprattutto les cocottes. “Io ho veduto donne come non avrei mai immaginato che esistessero! Sono tutte dipinte: capelli, ciglia, occhi, guance, labbra, orecchi, collo, spalle, petto, mani e braccia! Ma dipinte in un modo così meraviglioso, così sapiente, così raffinato, da diventare opere d’arte. E notate che questo fanno anche quelle di basso rango. Non sono dipinte per supplire alla natura, sono dipinte per gusto, con colori vivissimi: capelli del più bell’ora con sopra dei cappellini che sembrano delle canzoni: meravigliosi! Il volto pallido, d’un pallido di porcellana bianca; le gote leggermente rosee, le labbra di puro carminio, tagliate nette e ardite, le precchie rosee; il collo, la nuca e il seno bianchissimi. Le mani e la braccia dipinte in modo che tutte hanno mani bianchissime, attaccate con polsi bianchissimi a braccia musicali. Taratan taratan taratan!!! Voi riderete ma io sono in un godimento continuo. E ciò che mi fa piacere è che queste donne non hanno per me alcuna attrattiva sensuale; sono troppo diverse dalle donne che ho sempre oddervate e queste mi sembrano oggetti. Non vi parlo poi degli abiti; anche questi sono una perfetta musica: elegantissimi, così le calzature, così tutto”.

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Questo Idolo Moderno di Boccioni, del 1911 sembra una perfetta illustrazione delle lettere parigine inviate dall’artista alla madre e alla sorella. London, Estorick Collection

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Ne La risata del 1911, ora al Museum of Modern Art di New York, Boccioni interpreta il dinamismo e la vitalità della vita urbana, come l’aveva vissuta a Parigi

Boccioni era appena stato al ballo del Moulin de la Galette. “È uno dei più sfrenati … sono entrato in un’immensa sala … dove sotto una luce sfolgorante ci saranno state 500 persone tra uomini e donne. Li ho veduto le donne che vho descritto! Che tipi! Che spettacolo! Chi si abbracciava, chi si baciava; molti stavano ai tavoli, gli uomini tra le braccia delle donne: era un abbandono generale…”. Era nel suo carattere una certa leggerezza rispetto ai legami sentimentali. Boccioni si era innamorato giovanissimo della cugina Sandrina Procida, poi di Maria Capobianco. Aveva patito un amore tormentato e platonico con la Ines, “la ragazza del primo bacio”, che compare anche nelle Tre donne, tra la madre e Amelia, e una violenta passione per Margherita Sarfatti.

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Le Tre donne di Boccioni: a sinistra la madre, la misteriosa Ines, con cui ebbe un amore platonico e tormentato, e la sorella Amelia, Milano, Gallerie d’Italia

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Boccioni in uniforme con la madre, la sorella Amelia e un cagnolino, 1915. Dal sito Futur-ism

Di donne ne aveva avute molte, tanta da lasciare un elenco delle amate su un taccuino il 26 settembre 1915. Nel maggio del 1906 aveva avuto un figlio, chiamato Piotr, o Pietro, o Pierre, dalla relazione con Augusta Petrovna Popoff, la moglie di un funzionario governativo della Russia zarista in missione all’estero, Sergej Berdnicoff. La liaison era iniziata quando Boccioni dava lezioni di disegno all’elegantissima signora per 50 franchi al mese. Il maestro era poi diventato amico del marito, tanto che in agosto, quando lei era già incinta di tre mesi, partì con loro per Tzaritzin. Giunto l’inverno Boccioni, infreddolito e stanco, decise di tornare in Italia, a Padova. L’8 Febbraio annotava sul taccuino: “all’amica Augusta Petrovna è nato un bambino. Felicità a tutti e due”. Forse non sapeva che il figlio era suo, o magari lo sapeva.

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Nel 1906 Boccioni partì con la sua amante, l'”elegantisima” Augusta Popoff e il marito di lei, Sergej Berdnicoff, per Tzaritzin. Lei era incinta di tre mesi e il figlio era di Boccioni. La liaison era iniziata con le lezioni di pittura, che Boccioni le impartiva per 50 franchi al mese

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Nella foto Boccioni a Tzaritzin a casa di Augusta Popoff, con l’amante e i suoi fratelli, con scritta autografa: “Ricordo d’una gaia compagnia. Tzaritzin 1906”. A Tzaritzin, poi Stalingrado, trascorse quasi tre mesi. Il figlio Pietro fu allevato dalla madre in Francia e quando Augusta morì, nel 1920, dagli zii materni. Raggiunta la maggiore età sì trasferì a Parigi dove cercò di diventare pittore sotto la guida di Gino Severini. Morì disperso nella prima guerra mondiale

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Una foto di Tzaritzin con la didascalia autografa di Boccioni: “Ricordo di una gaia compagnia”, 1906. Dal sito Futur-ism

Nel 1912 Augusta si separò dal marito e si trasferì con la madre e il piccolo a Soisson, in Francia, dove già viveva suo sorella Nadejda, con la sua famiglia. Alla vigilia della Rivoluzione, Augusta volle tornare in Russia, dove poi morì, nel 1920. Pietro fu allevato dagli zii e a vent’anni si trasferì a Parigi. Voleva fare il pittore e per questo contattò Gino Severini, l’amico del padre, per prendere lezioni. Purtroppo non aveva il talento di Umberto e morì disperso in guerra. “Anima a balzi … sensibilità vulcanica … Piena inondante di un fiume geniale”, così Marinetti definiva Boccioni, che ma soprattutto amava l’avventura. “Sfogliò molti libri, ma preferì sempre una bella donna o un viaggio”. Non era ricco, ma aveva stile e una naturale eleganza. “Portava un berretto russo di pelo, degli stivali fino al ginocchio, un corto soprabito con un grande collo, anch’esso di pelo”, scriveva Luigi Russolo.

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Boccioni indossa il colbacco acquistato in Russia in questo Autoritratto del 1908, conservato alla Pinacoteca di Brera di Milano. L’artista si era da poco trasferito nella cittò lombarda, dove abitava in via Castelmorrone 7, in un’edificio che oggi ha una lapide a suo ricordo. Aveva annotato nel taccuino, in data 6 Novembre 1907: “Sono vicinissimo alla campagna. Ci voglio molto lavorare, ma il freddo è intenso e ne soffre il mio petto”. Allora in quella zona c’erano ancora ampie zone di campagna. Boccioni registra alle sue spalle la vista dal suo terrazzo: il treno sul viadotto dell’Acquabella e alcune case in costruzione

Boccioni, che come rivelerà a Vittoria era in “un momento di crisi nei metodi, negli amici, in tutto”, temeva la difficoltà di ritrarre Busoni, abituato alla calma dello studio e aveva paura che si annoiasse a posare per tante ore all’aria aperta. Sapeva che sulla guerra avevano idee opposte: mentre lui era un convinto interventista, Busoni era un pacifista. Malgrado le perplessità il lavoro al ritratto si rivelò gradevole per entrambi. Gli ingredienti furono l’eccezionalità del luogo, la calda ospitalità dei marchesi Casanova, che avevano entrambi una grande cultura e una forte sensibilità artistica, e l’amore per la musica. Boccioni cantava e fischiettava sempre ed era intonatissimo. Mentre lavorava diceva: “Io ho sbagliato mestiere: io avrei dovuto fare il musicista. E tu?” e Busoni rispondeva, ironico: “A chi lo dici? Io ero nato per dirigere l’orchestrina di un varietà. Accompagnare le canzonettiste… Ma ci pensi? Non sarebbe stato più divertente?”.

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Una foto del maestro Ferruccio Busoni dal sito Rodoni.ch. Boccioni temeva le difficoltà di ritrarre il musicista all’aria aperta, fuori dalla calma dello studio, in un ambiente estraneo come quello di Villa San Remigio. Il lavoro si rivelò, al contrario, piacevole e stimolante

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Disegno preparatorio per il grande ritratto di Busoni, giugno 1916, New York, MoMA

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Camicie bianco, cappello e tavolozza: Boccioni con Busoni a Villa San Remigio

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In quest’immagine il ritratto appare quasi finito e pare che Busoni stia valutando il risultato

In camice bianco, tavolozza in mano e cappello di paglia in testa, l’artista iniziò a dipingere sulla grande tela verticale, montata sul cavalletto preso a prestito dalla marchesa Sofia. Il 16 Giugno, in una lettera a Francesco Balilla Pratella, Boccioni scriveva da Pallanza: “Caro Balilla, sono ospite in questa Villa. Lavoro molto e in parecchi sensi. Scrivevo a Marinetti che è terribile il peso di dovere elaborare in sé un secolo di pittura. Tanto più quando si vedono i nuovi arrivati al futurismo afferrare le idee inforcarle e correre a rotta di collo stroppiandole… Ti pare? Scrivimi. Boccioni Villa S. Remigio Pallanza. Lavori? Baci Auguri saluti alla tua famiglia. Tuo Boccioni”. Alla Sarfatti scriveva: “Il ritratto … procede bene, ma è difficile applicarvi qualcosa di nuovo … Voglio sperimentare del paesaggio applicando alla luce e all’atmosfera una solida stilizzazione: è difficile. Vedrò”. Aveva messo il Maestro a sedere in un angolo del giardino sotto un albero dalle grandi foglie, evitando di includere l’oleografica visione del lago. Prima di posare Busoni si sedeva al piano, suonava Bach o Liszt. L’estate tardava a comparire, “il ciel piovorno” regalava temporali biblici e sotto le nuvole i due artisti discutevano e si confrontavano.

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Il marchese della Valle Casanova, lo scultore Riccardo Ripamonti, Ferruccio Busoni e Boccioni sulla terrazza di Villa San Remigio in una pausa del lavoro al ritratto, Giugno 1916

Ne venne fuori un quadro poco “futurista”, un ritorno alla figura che rimandava a Cézanne nella sensibilità cromatica e concludeva un percorso di cambiamento iniziato due anni prima. Nel ritratto di Ferruccio Busoni, oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, i colori dissonanti fanno pensare a degli accordi, la tavolozza richiama alla mente un’orchestra. Lo stesso Boccioni racconterà a un amico che dipingere quel ritratto era stata una curiosa esperienza. “Dipingevo con pennelli che non erano più pennelli e anche con le dita che andavano per conto loro … io non so come sia saltato fuori quel ritratto, che tra le altre cose è somigliante … tutto è stato guidato e dominato come non si era mai riuscito in una figura intera all’aria libera. Vero è che il modello era formidabile … incrollabile e poi come le ho detto la sua presenza mi incitava e mi eccitava. Sentivo una mente accesa e vigile”. A Pallanza eseguì anche altri ritratti: due della moglie di Busoni Gerda Sjöstrand, uno secondo la grammatica futurista e il secondo più tradizionale, il Ritratto del marchese Casanova e quello dello scultore milanese Riccardo Ripamonti.

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Il ritratto di Ferruccio Busoni dipinto, 1916, ora a Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

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Uno dei due ritratti di Gerda eseguiti da Boccioni a Villa San Remigio

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Una fotografia di Gerda Sjöstrand, la moglie danese di Ferruccio Busoni

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Umberto Boccioni, Ritratto della signora Busoni, 1916, Milano, Galleria d’Arte Moderna

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Un’infinita comunione di corpo e spirito

Umberto e Vittoria si conobbero a Villa San Remigio il 6 Giugno. La principessa era stata invitata a cena dai marchesi Casanova, che volevano presentarle il pittore e il musicista. La mattina i padroni di casa avevano introdotto il personaggio a Boccioni: era una nobile romana che si chiamava come la musa di Michelangelo, cresciuta in mezzo ai capolavori d’arte antica di Palazzo Colonna e aveva scelto di vivere all’Isolino che Boccioni poteva scorgere dal Belvedere. Vittoria arrivò dall’acqua. Portava i capelli castani tagliati sotto le orecchie, alla francese. Consceva di fama “il futurista” e subito scrisse al marito dell’incontro: “Boccioni è a jolly boy pieno di allegria e intelligenza. Viene a vedere l’isola oggi; la troverà molto passatista! Tan pis pour lui. A me piace così”.

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Incuriosito dal mondo di Vittoria, Boccioni accettò subito l’invito della principessa. Foto del 1913 di Emilio Sommariva, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Sommariva

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Il 6 Giugno Boccioni incontrò Vittoria per la prima volta a Villa San Remigio. Il giorno dopo, nel pomeriggio, prese una barca per raggiungere l’Isolino e vedere il regno di Vittoria

Il giorno dopo Boccioni, senza dirlo a nessuno, prese una barca a remi per raggiungere l’Isolino nel pomeriggio e vedere il “giardino flottante” di Vittoria, che lo aspettava in piedi sulla darsena, circondata da cipressi e bambù e incorniciata da un glicine. Il piccolo regno di Vittoria aveva al centro l’edificio secentesco, un terrazzo fiorito di rose inglesi, la spiaggia privata e grandi cespugli di ortensie. Quel giorno stesso era atteso anche l’autista dei Caetani con una nuova auto per Vittoria, una Overland decappotabile disegnata e prodotta in America. L’appuntamento era per il te delle cinque e prevedeva una passeggiata al tramonto, con tappe per osservare il campo per le bocce di Onorato, parlare del progetto di un pollaio e fare un bagno.

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Una nuova fiammante automobile Overland decappotabile era in arrivo per Vittoria, lo stesso giorno in cui Boccioni salpò da Pallanza per vedere il “giardino flottante” di Vittoria

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Vittoria con il cane Max all’Isolino in una foto scatatta da Boccioni nel Luglio del 1916

Nei giorni successivi Boccioni tornò ancora a visitare Vittoria all’Isolino e martedì 13 Giugno, notte di plenilunio, l’artista si fermò a cena tra i profumi di gigli, gelsomini e verbene. Conversando con Vittoria, Boccioni scoprì che anche lei era stata pittrice, dopo aver rinunciato alle escursioni in pallone. Era stata allieva in storia dell’arte di Adolfo Venturi e poi aveva imparato a dipingere da Noël, il suo insegnante. I quadri di Vittoria, che rappresentavano celebri località italiane e vedute di giardini, esposti nella Leicester Gallery, erano stati acquistati anche da re Edoardo. Quando, cinque anni dopo, aveva saputo che il suo maestro era caduto in Francia sotto il fuoco tedesco aveva deciso di abbandonare l’arte. “Morto lui, volli morire anch’io come pittrice”. Gli incontri si ripeterono e il 22 Boccioni ebbe l’onore di conoscere la madre di Vittoria, Teresa Caracciolo e Antonio Massara, uno dei fondatori della rivista “Verbania” e tra gli artefici, nel 1909, del Museo Storico Artistico del Verbano e delle Valli adiacenti, l’istituzione culturale che prenderà il nome di Museo del Paesaggio. All’Isolino Boccioni si interessava di tutto: i fiori, l’orto, del suo “piccolo amico” Onorato a cui si avvicinò con empatia.

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Boccioni invitò a Pallanza gli amici Luigi Russolo, Mario Sironi e Margherita Sarfatti, qui ritratta in un pastello su cartone del 1916-17 da Mario Sironi

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Luigi Russolo, Autoritratto, 1912, Collezione Privata

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Mario Sironi, Autoritratto, 1904. Da Mario Sironi

Boccioni alternava il lavoro al ritratto di Busoni con escursioni nei dintorni, a casa di amici dei marchesi, come il bizzarro Andrea Faussone di Germagnano, fratello del Sindaco di Pallanza, i conti Cioia e la principessa di Teano. Scrisse a Margherita Sarfatti, per invitarla a venire a Villa San Remigio con Sironi e Russolo. I tre ospiti visitarono il parco della villa, pazientemente e senza commentare il mondo onirico e fantastico creato dai marchesi Della Valle. Boccioni incontrò anche la sorella del marchese, donna Bettina, che dal 1886 si occupava di un orfanotrofio femminile per bambine valdesi e protestanti, che nel ospitava nel Villino San Remigio.

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Boccioni rientrò a Milano alla fine di Giugno e scrisse subito un’affettuosa lettera all’amico Busoni. Era in attesa dell’arrivo dei quadri per dare gli ultimi ritocchi in studio. Nella foto Boccioni nel suo studio ai Bastioni di Porta Romana nel 1914, a 31 anni

Busoni partì il 19 giugno e, dieci giorni dopo, Boccioni gli scrisse da Milano. “Caro e terribile amico! Sono a Milano dopo essere rimasto due giorni ancora a S. Remigio. Si è sempre parlato di voi e della gentile Signora Gerda. Io sono ancora sotto l’impressione del soggiorno che, confesso, mi ha riconciliato un poco con la campagna e la solitudine. Forse perché ho lavorato e perché la vostra sferzante genialità sempre lucida e sempre desta mi ha incitato enormemente e ha risvegliato in me infiniti contatti, assopiti negli ultimi tempi per molte ragioni che è inutile enumerare. Pensate dunque quante ragioni di riconoscenza mi legano ora a Voi. Spero che avrete trovato subito la vena per lavorare, che la vista del vostro ambiente e sopratutto dei vostri manoscritti vi avranno lanciato subito nella divina ispirazione. Ora che mi avete concesso il tempo per fare il ritratto vi dico che temevo molto di vedervi resistere… So cosa vuol dire attendere e vedere lavorare gli altri. Vi sono perciò ancor più riconoscente”. Boccioni attese l’arrivo dei quadri per dare l’ultimo tocco in studio.

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Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Antonio Sant’Elia e Mario Sironi nel 1915. La guerra tanto mitizzata dalla poetica futurista si rivelò terribile per Boccioni, che la definì “porca”. La consapevolezza di dover partire di nuovo nell’estate del 1916 lo gettava in uno stato di sgomento e tristezza. Rimpiangeva il tempo che avrebbe dovuto rubare all’arte

Boccioni al fronte nel 1915

Boccioni al fronte nel 1915. Dal sito Futur-ism

Sant'Elia, Boccioni e Marinetti nel 1915

Sant’Elia, Boccioni e Marinetti nel 1915. Dal sito Futur-ism

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Boccioni con il fucile, stampa da incisione a puntasecca di Anselmo Bucci, 1915, Milano, Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco

Era un momento di stasi; dopo essersi arruolato l’anno prima, con grande entusiasmo, nel Battaglione Lombardo dei Volontari Ciclisti, si era ben presto reso conto di aver mitizzato l’esercito. La sua partecipazione alla presa di Dosso Casina, assieme a Marinetti, Antonio Sant’Elia, Anselmo Bucci e Mario Sironi non era stata una passeggiata, come scriveva sul taccuino il 25 Ottobre 1915: “Avanti il lavoro prosegue tra spari violentissimi. Ad ogni sibilo si corre dietro un sasso con la testa a terra. Siamo sporchi laceri sfiniti. Non ci laviamo il viso e le mani da 5 o 6 giorni. Avanti! La notte è terribile ventosa. I piedi gelati non lasciano dormire. Sironi verso mezzanotte viene da me e stretti con le gambe intrecciate cerchiamo di dormire. Niente”. Sapeva di dover tornare al fronte, allo squallore della trincea e già rimpiangeva la libertà dalla “porca” guerra, il tempo da dedicare all’arte, seppure in un luogo così tradizionale e classicheggiante come la residenza lacustre dei marchesi Della Valle Casanova. Lo aspettava, nella corrispondenza, la cartolina di richiamo, cui rispose a malincuore.

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Dopo qualche giorno a Milano, Boccioni tornò di nuovo a Pallanza il primo Luglio del 1916, questa volta ospite all’Isolino da Vittoria Colonna, nella camera “verde” che era stata preparata per lui. Era scoppiata l’estate e appena sceso dalla barca si rinfrescò nel Lago. Sarebbe restato una settimana. In alto la piazza di Pallanza con l’Hotel Pension Bellevue

La mattina del primo Luglio Boccioni salì sul treno delle otto per Pallanza. Vittoria lo attendeva alla stazione con l’automobile. Sbarcati all’Isolino si buttarono subito in acqua per rinfrescarsi e poi pranzarono. Boccioni si appisolò nella camera “verde”, che guardava il lago. Rimasero insieme per una settimana, che furoni i sette giorni più felici della vita di Boccioni. Con il marito volontario in guerra, Vittoria, che lo aveva informato della visita, non esitò a rompere ogni convenzione, in una “infinita comunione di corpo e spirito”. Umberto ne fu felice, sapeva che gli restava poco tempo per vivere quella passione, prima di partire soldato. Boccioni lasciò Pallanza l’8 Luglio, dopo un pranzo dai marchesi Casanova. Salutò affettuosamente Onorato, il figlio di Vittoria. Baciò la principessa e sorrise, cercando di nascondere la tristezza dell’addio. Salì sul treno che da Domodossola lo avrebbe portato a Milano. Vittoria definì quei giorni trascorsi con Umberto un “intervallo luminoso”, una “parentesi della nostra vita”.

Umberto Boccioni, Autoritratto, penna con inchiosto e matita, 1908, già nella Collezione di Arturo Toscanini e della sua famiglia, New York, Sotheby’s 7 Novembre 2012. Alla fine della settimana trascorsa con Vittoria le lettere di Boccioni cambiarono tono. Le sue parole erano quelle di un innamorato un po’ titubante, ma non nascondevano passione e amore: “Non c’è più che l’arte e la vostra amicizia. Vi amo, avete cancellato tutto. Siete superiore a tutto…”

Il giorno dopo l’arrivo Boccioni scrisse a Vittoria: “Cara e gentile amica, Sono arrivato a Milano trasognato! La serata estiva, il sabato il mio brusco risveglio alla realtà davano a Milano un’aria inquieta, rumorosa, affollata. Sono passato in mezzo ad una specie di trambusto cittadino come assente. Le acque il cielo e l’Isolino avevano lasciati in me un’armonia verde azzurra come i colori della Vostra casa … Sentivo aumentato il significato della mia vita e delle mie aspirazioni, come se la Vostra bontà avesse messo nel tumulto della mia sensibilità un ordine superiore. Questo stato d’animo dura tutt’ora e durerà sempre”. E ancora: “Ogni sera a quest’ora ho una crisi che meraviglia me stesso. La gente mi parla e io mormoro in me tenerezze infinite. Vi annoio? Mi ripeto? Forse è fatale che ciò avvenga data l’immutabilità del mio affetto”. L’amore aveva rinnovato in Boccioni nuovi progetti e il desiderio di una fusione tra vita e arte: “Non c’è più che l’arte e la vostra amicizia. Vi amo, avete cancellato tutto. Siete superiore a tutto. Ma è giusto che io paghi il mio debito di sacrificio. Lasciare ancora mia madre, lo studio, interrompere il corso della mia vita. Per voi e l’Italia avvenga quel che deve avvenire. Ho lavorato troppo, ho sognato troppo per una vita ideale di affetto e bellezza… il crollare tutto mi darebbe il diritto di dolermene?”.

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Vittoria all’Isolino. La principessa aveva conquistato Boccioni, che nelle sue lettere le scriveva parole d’amore e la implorava di poter tornare un’altra volta da lei. Sapendo che aveva una licenza fino al 24 Luglio desiderava trascorrere quei giorni sul Lago con Vittoria

In un’altra lettera, datata 12 Luglio: “Voi mi avete illuminato, mi avete ridato uno scopo, avete messo ordine, infuocata la speranza, nobilitata la mia ambizione! Se Vi tornerò a dire queste cose all’Isolino chi potrà pensar male? Vedo il piccolo porto con i vasi verdi e i fiori azzurri. Vedo i lumi di Stresa, il Mottarone e le isole sorelle addormentate. Vedo verde e azzurro! Sono i colori della mia pittura. Il verde della mia speranza, l’azzurro del mio sogno! … Mi farete venire? Vivo assente, attendo, scrivetemi subito ve ne prego. La purezza dei miei sentimenti vi circonda come la gloria azzurra del lago lambisce le rive della cara e piccola isola … Vi bacio rispettosamente le mani! Vostro dev. mo Boccioni”. Vittoria mandò a Umberto una cassetta di fiori freschi raccolti all’Isolino, con l’effetto di una “sconsolante nostalgia”.

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Vittoria non esitò a invitare Boccioni una seconda volta all’Isolino e ne informò anche il marito. “Venga appena può”, scrisse all’artista, che le rispose: “C’è qualche cosa di così armonicamente legato nei nostri atti ch’io rimango stupito! E faccio proponimenti pazzi per l’avvenire e non lo saranno! Saranno belle realtà amica mia! Dolcezza, profumo, estasi! Con voi tutto è possibile … È perché voi infiammate quello che in me è più profondo e puro, quello che più è nobile in me come uomo e come artista”. Partì il 16 per Pallanza

La principessa lo invitò ancora: “Amico caro, Torno ora da Intra e la sua lettera mi aspettava. L’ho letta tutta d’un fiato, seduta sulla veranda, perché sapevo che avrebbe da dirmi tante cose che mi avrebbero interessata. Dunque sarà artigliere, ed è libero fino al 24… ed è contento. Le dico subito: venga appena può. Non ci rivedremo forse per tanto e tanto tempo… A rivederci, amico. Fra breve, non è vero?”. La risposta di Boccioni denotava il suo entusiasmo: “Sono tutto vibrante d’affetto e ammirazione. Mia bella dolce e cara! … C’è qualche cosa di così armonicamente legato nei nostri atti ch’io rimango stupito! E faccio proponimenti pazzi per l’avvenire e non lo saranno! Saranno belle realtà amica mia! Dolcezza, profumo, estasi! Con voi tutto è possibile … È perché voi infiammate quello che in me è più profondo e puro, quello che più è nobile in me come uomo e come artista”.

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Entusiasta all’idea di tornare a Pallanza, Boccioni scrisse subito al suo caro amico Vico Baer la notizia: sarebbe stato ospite della principessa, “che mostra per me una gentilezza che mi commuove”. Voleva invitarlo all’Isolino. Il richiamo alle armi era per lui “una specie di danno”. Sperava di essere dichiarato inabile per un vecchio enfisema polmonare, ma ciò non accadde. In alto: Umberto Boccioni, Ritratto di Vico Baer, 1911

Boccioni riferì subito della partenza al fidato amico Vico Baer: “Sono stato fatto abile e sono stato assegnato all’Art. da Campagna! … La mia classe ha ottenuto la licenza fino al 24 corrente. Domattina 16 parto per Pallanza. Torno ospite della principessa di Teano, che mostra per me una gentilezza che mi commuove … Sarò a Milano il 23 e il 24 mi presenterò … Questo richiamo sotto le armi è una specie di danno… pazienza!”. Sperava d’esser dichiarato inabile per un vecchio enfisema polmonare, ma i medici lo giudicarono adatto all’esercito. Quello stesso giorno ricevette il pagamento di duemila lire da Busoni per il suo ritratto e la promessa di inviare più avanti le cinquecento lire pattuite per l’altro quadro, Il lutto. Restò con la principessa un’altra settimana, in cui Vittoria scrisse al marito soltanto una lettera. Senza nascondere la felicità Boccioni scrisse di nuovo a Baer il 20 Luglio:  “Ho ricevuto la tua cartolina qui presso la Principessa di Teano, alla quale l’ho letta e mi dice di dirti che sarebbe felice, se passi di qui, di averti a colazione. Le ho detto quanto tu conti nella mia vita e ormai ti conosce. Io però vorrei restare qui fino al 23 sera. Se tu passi prima avvertimi e vieni qui all’Isolino. D’altra parte io con le valige e il resto non so come starci nell’automobile. Preferisco rimanere qui fino all’ultimo momento e poi prendere il treno. Grazie in ogni modo caro Vico. Sarei felice di vederti!”.

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Durante il suo ultimo soggiorno sul Lago Boccioni visità molti luoghi noti con la principessa: il Lago d’Orta, il santuario di Santa Caterina del Sasso e l’Isola Bella. “Sono felice”, scrisse alla madre Cecilia, “Qui tutto va benissimo … Sono ancora più contento di prima”

E continuava: “Qui tutto è magnifico. Ogni giorno faccio gite in automobile che mi mostrano cose mai viste. La Marchesa di Casanova vuol venire a Milano per visitare la tua casa e vedere i miei quadri. Ho portato il mio album e le Tre donne hanno fatto furore! Addio. Come sta la tua Signora? Auguri!!! Ti abbraccio affettuosamente tuo Boccioni. Mi presento per la ‘vestizione’… il 24 mattina. Arrivo a Milano il 23 ma credo che mi lasceranno a Milano un giorno o due. Spero. Grazie di nuovo scrivimi subito ciao”. E alla madre: “Qui tutto va benissimo … sono ancora più contento di prima. Qui il soggiorno è magnifico. Sono felice”. Insieme a Vittoria visitò il Lago d’Orta, l’eremo di Santa Caterina del Sasso e l’Isola Bella.

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Soldato e innamorato

Il 23 Luglio Boccioni dovette ripartire per Milano. Tutto era pronto per la partenza. Boccioni aveva firmato ogni sua opera, di modo che, se il destino gli fosse stato avverso, sua madre avrebbe potuto vendere tutto, anche i disegni meno significativi. Aveva redatto una specie di testamento e salutato le persone più care. Carlo Carrà ricordava così il suo ultimo incontro: “Lo vedo là sulla strada … al margine di un isolotto di luce elettrica, fra larghe ombre sdraiate a lui d’intorno, nella immensità della notte. Mi parlava delle ore prime della nostra fraternità, quando la sera, a lavoro finito, ci si rimescolava l’anima nei problemi estetici. Si sentiva entrambi che c’eravamo negli ultimi tempi troppo tormentati: e avremmo voluto scaricare tutto il tenero che gonfiava di commozione quella sua vigilia di partenza”.

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Carlo Carrà, qui ritratto da Boccioni, fu uno degli ultimi amici e vederlo vivo a Milano

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Boccioni disegnato da Carlo Carrà nel 1916. Alla vigilia della partenza per Verona il pittore scrisse un testamento, ordinò le sue carte e firmò tutte le sue opere, in modo che se gli fosse successo qualcosa la madre avrebbe potuto venderle e ricavare denaro

Il 24 Luglio Boccioni mostrò la sua cartolina di richiamo. “Partirai con gli altri subito per Verona. Poi raggiungerete il Chievo, che è poco fuori città. Là è di stanza il 29° Reggimento d’Artiglieria da Campagna, al quale sei stato assegnato”, gli disse il sottufficiale, dopo aver consultato una lista di nomi. Boccioni pensò alla sorella Amelia che viveva proprio a Verona. Era contento di poterla rivedere presto. L’artista partì per Verona inquieto. Era preoccupato per la salute della madre e per l’abbandono del suo lavoro. Ne scrisse a Busoni. “Purtroppo non Le posso scrivere nulla che riguardi progetti di lavoro. La mia ‘classe’ è richiamata … Quest’attività mi va, sono contento. Lo sarei completamente se non vi si opponesse il desiderio di lavorare, che da che siamo stati insieme non mi abbandona più e che mi faceva vagheggiare un periodo produttivo. Per di più c’è mia madre, e a parte il suo ben comprensibile dolore resta in me il cruccio di lasciarla sola con mezzi scarsi, che ora non sono più in grado di integrare … Solamente dopo un’istruzione di tre mesi andrò al fronte. La mamma non lo sa; e se Lei le scrive non tocchi questo tasto … Speriamo non mi accada nulla di serio”.

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Umberto Boccioni, La sorella Amelia al balcone, 1909. Boccioni era contento che il suo addestramento avvenisse al Chievo, vicino a Verona, dove viveva sua sorella Amelia

La madre 1906

Umberto Boccioni, La madre, pastelli, 1906. L’artista, in partenza per l’addestramento,  era preoccupato per sua mamma, sapendo bene che con il suo lavoro poteva mantenerla

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Umberto Boccioni, Gli Addii, 1911. Boccioni partì in treno per Verona il 26 Luglio 1916

Il 26 trovò una nuova lettera di Vittoria: “Amico caro … sono commossa dal vero affetto che dimostra e le parole di sincera amicizia che ha trovate per me. Chi sa se in questi quindici giorni non abbiamo creato il principio di qualche cosa di grande: una unione spirituale dalla quale verrà fuori qualcosa che rimarrà: chi sa! chi sa! Per ora tutto è sospeso, e chi sa per quanti mesi… Deve fare il soldato, come tutti, e sono sicura che lo farà benissimo, del resto! E dopo, ci metteremo d’accordo per la guerra nostra. Scriverò spesso, ma non vorrei che la frequenza delle mie lettere suscitino commenti qui, visto che non ho la possibilità di impostarle da me. A voi, le due mani da creola! Vittoria Colonna”. Boccioni si rifugiò l’indomani in un “bettolino”, per rispondere a Vittoria: “Ieri sera in vettura, nella città buia, guardavo le stelle che sembravano bianchissime. Le pensavo sul lago calmo, sulla bella veranda e vedevo le finestre della sua candida camera. È ben strana la vita e il suo ingranaggio illogico…”. Si preoccupava di “scriverle con tutta intimità”, forse temeva che le lettere rivolte a Vittoria fossero controllate da occhi indiscreti.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola L'isolino dell'amore Umberto Boccioni Vittoria Colonna Nudo (complementarismo plastico di forma-colore) 1913

Umberto Boccioni, Nudo (complementarismo plastico di forma-colore), 1913. Durante il periodo di addestramento il pittore sentiva profondamente la mancanza di Vittoria e le scriveva, ricordando il felice incontro:  “Quello che c’è tra noi è una profonda realtà, è nato come realtà. Per quanto poco prima ci siamo conosciuti poi simpatizzato, poi… poi c’è il nostro segreto quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà! Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore, la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina Mia, lo sento che mi vuoi bene, un po’ di bene, un po’ più di quando me lo misuravi con il ditino… Rammenti? Come sono tuo! Come ti sono fratello e amico, come ti ammiro, sempre, ad ogni respiro, sempre! Sempre!”

La risposta di Vittoria arrivò il 28: “Qualche volta mi sembra un sogno, che è venuto ad illuminare la mia vita solitaria e monotona, quella nostra amicizia così completa. Ci penso spesso: era l’ultima cosa sulla quale mi aspettavo, trovare un amico come Lei all’Isolino … Mi scriva spesso! Cambi di busta e calligrafia spesso, per non suscitare commenti”. Il 29 Boccioni, che non aveva ancora ricevuto l’ultima lettera dell’amante, le scrisse con la stessa carta da lettera: “…Sento tutto il mio sacrificio e penso che il destino non mi può togliere al ritorno, se ritorno, la dolce cara e buona amica che mi ha ridata con un soggiorno incantato, la gioia, l’entusiasmo, la fede nella vita”. Rievocava con grande nostalgia la giornata della “mia” principessa all’Isolino, rammaricandosi che “alle cinque e mezza quando il mio amore ha preso o prende il tè, io poveraccio, vado a prendere il rancio…”.

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Vittoria Colonna davanti a un’enorme ortensia, probabilmente piantata da lei, all’Isolino nell’Agosto del 1916, in una fotografia fatta da Boccioni. La principessa era preoccupata che lettere dell’artista venissero intercettare dalla suocera Ada, come poi forse avvenne, quindi raccomandava sempre a Boccioni di cambiare spesso carta e grafia

Boccioni con lo zaino a Verona nel 1916

Una delle ultime foto di Boccioni con lo zaino a Verona nel 1916. Dal sito Futur-ism

All’Isolino la routine di Vittoria, in quella calda estate, procedeva come sempre. Il 4 Agosto scrisse un’altra lettera, molto spontanea: “Vedo quanto è profondo e sincero il sentimento che prova per me … c’è troppo intendimento fra noi, credo che ci capiremo sempre, non è vero? … Io penso molto a lei: non abbia dubbi sapendomi non più sola – non v’è ombra di flirt o di coquetterie in queste mie amicizie”. Poi si raccomandava, con una frase premonitoria, di fare attenzione ai cavalli. Il 7 Agosto Boccioni, preoccupato perché non aveva più ricevuto alcuna lettera da Pallanza, scrisse ancora a Vittoria una missiva piena di sentimento: “Mi appago solo di questo che quando altri ti vedranno assorta, il tuo pensiero sia per me. Io qui trabocco d’amore per te! Ieri sera coricandomi mi sono sorpreso a mordere il fazzoletto e a mormorare il tuo nome. Cosa sarebbe per me se sotto il peso di questa vita pesante e solitaria non fossi sostenuto e rinfrancato dalla fresca soavità del tuo ricordo. Sei per me uno scopo e una speranza … Ma tu sei una donna che può spingermi alle altezze che non osa sperare. Qui però il mio cuore non vive che di te, bellezza mia, dolce bambina … Amore tu mi hai dato un amore terribile per la vita! Voglio tornare! Voglio rivederti e adorarti come tu vorrai! Non sono buono? Addio! Addio. Scrivimi. Ti bacio tutta con tutto il mio ardore e la mia tenerezza. Mandami un bacio amore! Tuo U. Boccioni”.

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Umberto Boccioni, Studio di testa femminile, 1910. Dalle missive di Boccioniera evidente il rammarico di non potersi dedicare alla sua arte e la fatica della vita da soldato

Da Vittoria nei giorni successivi non arrivò più corrispondenza. Il 12 Boccioni scrisse a Busoni da Sorte: “D’arte, da qui, non posso parlare. La fatica è enorme e il cervello non funziona più … Da questa vita uscirò con una specie di sprezzo per tutto ciò che non è arte. Nulla è più terribile dell’arte. Tutto quanto vedo è giuoco in confronto ad una pennellata giusta ad un verso ad un accordo giusti. Voglio sviluppare questa idea se avrò tempo e voglia. Tutto è meccanico e facile e abitudinario. Pazienza e memoria. Non c’è che l’arte col suo soffio inconoscibile e i suoi abissi inscrutabili. Tutto il resto è raggiungibile basta darsene la pena”.

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Umberto Boccioni, Cavallo + cavaliere + case, 1914. Da sempre appassionato di dinamismo e velocità, Boccioni non era un cavallerizzo esperto, ma voleva imparare anche per Vittoria

Da Vittoria invece tutto taceva. Le sue lettere, che lei continuava a inviare, non arrivarono mai nelle mani di Umberto, ma in quelle della sospettosa suocera Ada che era in quei giorni sul Lago Maggiore e forse le aveva intercettate, tramite la complicità del nuovo precettore di Onorato, incaricato anche della posta. L’artista temeva chissà quale disgrazia: “Cosa è accaduto?”, scrisse il 16 Agosto, “Non comprendo! Vivo in un orgasmo che non mi dà pace. Non ho nemmeno la forza di stare a cavallo… In che cosa ho mancato?”. Ed è proprio per Vittoria, per essere degno di una donna colta e sportiva, che Umberto voleva imparare a cavalcare. La madre, che conosceva il desiderio del figlio, si raccomandava di “non essere imprudente quando andrai a cavallo perché tu meglio di me saprai che le bestie sono capricciose”.

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La caduta

Il 16 Agosto, un mercoledì, Umberto imbucò una cartolina diretta all’amica Margherta Sarfatti: “I miei superiori sono con me di una estrema cortesia … Grazie a loro sono sempre a cavallo e ciò mi svaga un poco”. Era in attesa di Giorgio Ferrante, che era stato incaricato dalla sorella Amelia di recapitare a Umberto giornali e leccornie. Andò all’appuntamento convenuto all’Osteria di Sorte, ma di Ferrante non c’era traccia. Boccioni si fermò a parlare con alcuni ufficiali. Uno di questi propose di fare un giro a cavallo. Boccioni accettò, ma prima tornò alla caserma per chiedere permesso del tenente maggiore Pirovano che, preoccupato, raccomandò agli altri di sorvegliare l’inesperto cavallerizzo: “Il signor Boccioni monta da poco. Non sa cavalcare. Vi prego di stargli al fianco”. All’inizio andarono al passo, in gruppo, finché uno degli ufficiali iniziò a galoppare e gli altri lo seguirono. Boccioni, restò indietro e proseguì adagio nel polverone sollevato dai suoi colleghi. Era deciso a trovare Ferrante e così prese la strada verso Verona.

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Umberto Boccioni, Elasticitò, 1912-15. Con la sua cavalla, che aveva battezzata Vermiglia, Boccioni si esercitava a cavalcare. Il 16 Agosto, per un caso sfortunato, l’animale si impennò e l’artista fu disarcionato. Battè la testa e fu soccorso da una contadina di quindici anni

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Boccioni in sella alla cavalla Vermiglia, Chievo 1916. Dal sito Futur-ism

La cavalla era tranquilla. Boccioni, che l’aveva battezzata Vermiglia, premeva delicatamente gli speroni nuovi contro i fianchi dell’animale e teneva le redini come gli aveva insegnato Pirovano. Cavalcando giunse alla ferrovia. Il passaggio era aperto e i due lo attraversarono. Dietro la curva giunse improvvisamente un autocarro che spaventò Vermiglia. Boccioni strinse la presa, la cavalla si’mpennò e l’artista fu disarcionato. Precipitò dalla sella e cadde, battendo la testa sui sassi. Un brutto volo, con la gamba ancora impigliata nella staffa. La cavalla si acquietò e proseguì alla ricerca di una prato dove brucare, trascinando dietro di se il cavaliere privo di conoscenza. Una contadina di quindici anni, Anna Mengoni, che lavorava in un campo lì vicino, vide tutta la scena e diede l’allarme. Boccioni fu subito soccorso e trasportato all’Ospedale Militare di Verona. Tolta l’uniforme i medici si accorsero di una ferita profonda al petto.

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Umberto Boccioni, La morte falciatrice, 1909. Boccioni spirò la mattina del 17 Agosto 1916

“Sei caduto?” gli chiedeva il suo tenente, durante l’agonia. E per due volte Boccioni aveva risposto “No”. Morì a 33 anni, all’alba del 17 Agosto 1916. Nel suo portafoglio fu trovata la missiva di Vittoria, datata 6-7 Agosto, che un amico comune restuirà al mittente e nella tasca interna della giacca un fazzoletto tricolore di seta, con stemma sabaudo al centro. La mattina del 18, nella cappella dell’Ospedale venne celebrato il funerale, senza i parenti. Non avevano fatto in tempo ad arrivare. Anni prima Boccioni aveva scritto: “Io credo all’amore come un’idea assoluta che si integra con il salto nell’infinito. È chiaro che coloro che vogliono l’assoluto amore, essendo due fisici in continua trasformazione, debbono adattarsi a raggiungerlo o a perire, non potendosi in alcun modo ripetere”.

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Umberto Boccioni, Il lutto, 1910. La notizia della morte di Boccioni uscì sui giornali il 19 Agosto e così giunse a Vittoria, mentre si apprestava alla lettura nella quiete dell’Isolino. Ne scrisse subito al marito: per lei la scomparsa dell’amico era “una perdita immensa, una amicizia che mi doveva dare un interesse e una soddisfazione per tutta la vita”. Busoni lo seppe soltanto il 22 e ne fu sconvolto. Restò contrariato dal tono dell’articolo, in cui si sottolineava l’aspetto patriottico della sventura, senza dare rilevanza alla perdita per l’arte

La notizia della morte di Boccioni uscì sui giornali il 19 Agosto, ma solo il 22 giunse a casa Busoni, che restò attonito e sorpreso, soprattutto per il peso che l’articolo dava al patriottismo, senza sottolineare la scomparsa di un grande uomo ed artista. La tanto attesa lettera di Vittoria non arrivò in tempo. Infatti, il 17 Agosto, Vittoria non sapeva ancora che il suo amore non respirava più. Gli scrisse confermandogli i suoi sentimenti. Invece di affidare la lettera al precettore, di cui sospettava, si recò personalmente all’ufficio postale di Pallanza. Sulla busta si leggono le parole “Arrivata dopo la sua morte”. Due giorni dopo, il 19 Agosto, Vittoria, come ogni mattina, si accomodò sul divano di vimini per la lettura dei quotidiani. Le cadde l’occhio su un trafiletto intitolato “Il pittore futurista Boccioni muore cadendo da cavallo”. Con le lacrime agli occhi prese la cesta e corse in giardino, poi a Milano, per riempire di fiori freschi dell’Isolino lo studio di Boccioni ai Bastioni di Porta Romana. Le lettere inviate all’artista furono recuperate e consegnate alla principessa.

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La lapide commemorativa a Chievo nel punto in cui morì Umberto Boccioni a Chievo

Qualche giorno dopo Vittoria scrisse una lettera al marito Leone. La sua lettera iniziava con “Amore mio” e gli raccontava il suo grande dispiacere per la morte dell’amico artista, la straziante visita alla sorella e alla madre a Milano, che aveva reagito alla traumatica notizia con tre parole: “Dio non esiste” e da allora era stata colpita da paralisi e afasia. Vittoria affermava che anche per lei la morte di Boccioni era “una perdita immensa, una amicizia che mi doveva dare un interesse e una soddisfazione per tutta la vita”. Vittoria partì subito per Viareggio, ospite della sua amica Jane di San Faustino, per distrarsi dalla morte dell’amante. “È la vita più insulsa che si possa fare, specialmente di questi tempi e ti assicuro che me ne vergogno”, ne scrisse in una lettera a Leone.

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La fuga di Leone

Il 6 Agosto 1917, un anno dopo la morte di Boccioni, venne al mondo a Villa Mengherini a Roma, la figlia di Leone Caetani e Ofelia Fabiani. Per la sua costituzione esile e delicata della madre il parto fu lungo e complicato e Ofelia lasciò la piccola Sveva nelle mani di una balia per dedicarsi a una lunghissima convalescenza. Vittoria, negando l’evidenza, scriveva ancora a Leone lettere piene di progetti comuni, mentre il marito costruiva sul Gianicolo la Villa Miraggio con torretta, residenza della sua nuova famiglia. L’orientalista, con l’affermarsi del fascismo in Italia, interruppe progressivamente i suoi studi e istituì nel 1924, presso l’Accademia dei Lincei, la Fondazione Caetani per gli studi musulmani, legandogli la sua ricchissima biblioteca. Ofelia era una donna minuta e bellissima, molto più giovane di Leone. Era figlia di un ingegnere benestante e conduceva una vita avventurosa tra Parigi e Roma. Amava il teatro e il melodramma, le piacevano i vestiti di seta e di velluto che comprava nei negozi alla moda.

Greater Vernon Museum and Archives

Ritratto ufficiale di Ofelia Fabiani e Leone Caetani con la piccola Sveva a quattro anni, nel 1921. Foto di Greater Vernon Museum and Archives

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Nel 1921 Leone Cetani commissionò all’ingegner Tullio Passarelli la progettazione e la costruzione sul Gianicolo di Villa Miraggio, una casa per la sua nuova famiglia. L’edificio, in laterizio rosso e cemento intonacato, era di tre piani sormontata da una torretta in con bandieruola in ferro battuto. Non mancavano i bow-window e il giardino intorno alla casa. Foto da Studio Passarelli

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La facciata posteriore del villino aveva terrazzi e scalinate che scendevano nel giardino.   Foto da Studio Passarelli

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Quando Leone si trasferì in Canada, nel 1921, nella villa si insediarono le Suore Domenicane di clausura e ristrutturarono radicalmente l’edificio aggiungendo anche una piccola cappella. Foto da Studio Passarelli

Con l’ascesa al potere di Benito Mussolini, Leone pensò di emigrare in Canada per ricominciare una nuova vita, lontano dalla sua origine così ingombrante e dai severi palazzi romani. Là avrebbe anche potuto riconoscere la piccola Sveva come sua figlia. Si traferì in British Columbia, dove era già stato nel 1890 con Felice Scheibler, un nobile amico prussiano, per un viaggio di caccia. Leone aveva trascorso in quell’occasione parecchi mesi nelle Kootenays a caccia di orsi grizzly. Era rimasto così impressionato dalla bellezza scenografica del paesaggio che aveva subito chiesto ad alcuni amici inglesi quale sarebbe stato il luogo migliore per trasferirsi. Gli dissero che il posto più adatto era la valle Okanagan e la scelta cadde su Vernon, una cittadina della Colombia Britannica, situata fra tre laghi. Di quel primo viaggio canadese resta un diario, Selkirks, trascritto e stampato da Danilo Aguzzi-Barbagli.

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Due visitatori non invitati, a Vernon, Canada, in una stampa del 1898 sul periodico The Graphic. Leone aveva già visitato la British Columbia nel 1890 con il nobile prussiano Felice Scheibler, per un viaggio di caccia agli orsi grizzly ed era rimasto così affascinato dal paesaggio che, nel 1921, decise di trasferisi con la sua famiglia a Vernon

L’itinerario prevedeva una crociera da Liverpool a New York sulla barca “City of Paris”, un lungo viaggio in treno con tappe a Chicago, St. Paul, Billings e Thompson Falls. I due giunsero al Lago Kootenay una settimana dopo la loro partenza dall’Inghilterra. Leone, Ofelia, Sveva e la governante svedese, Miss Maria Jüül, arrivarono alla stazione accompagnati da trenta bauli di abiti e acquistarono la terza casa che gli mostrò l’agente immobiliare il giorno stesso del loro arrivo, per settemila dollari in contanti.

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Leone, Ofelia, la piccola Sveva e la cameriera svedese Miss Jüül salparono sul transatlantico City of Paris per la crocriera da Liverpool a New York e proseguirono in treno verso Vernon. Dipinto del transatlantico di Antonio Nicolo Gasparo Jacobsen, 1889, già Bonhams

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La casa di Pleasant Valley Road a Vernon che Leone Caetani acquistò nel 1921

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Ofelia Fabiani portò dall’Italia trenta bauli di abiti, che ebbe scarse occasioni di sfoggiare in una comunità agricola e provinciale come quella di Vernon, dove mai si integrò

Nella dimora di Pleasant Valley Road Leone avrebbe passato quello che gli restava da vivere. La vivace Ofelia si sentì subito fuori posto nella remota comunità agricola di Vernon e mai si adattò al cambiamento per la sua innata timidezza che le impedì di stringere amicizie. In una poesia la figlia Sveva alludeva alla figura della madre come una “grande farfalla notturna che si era rinchiusa in una bottiglia”. Il bilancio domestico era garantito da alcuni avveduti investimenti che Leone aveva fatto prima di lasciare l’Italia, dopo aver venduto la sua parte di beni immobili. La sua indole somigliava sempre più a quello del nonno Michelangelo: farei “qualunque cosa pur di non avere servi e dipendenti”, come scriverà in una lettera del 1921.

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Leone Caetani a Vernon negli anni Venti. “Qui in Canada, menando la vita semplice … ho trovato molta pace, e sovratutto, riconcentrandomi in me stesso, ho acquistato quel bene inestimabile che è la serenità dello spirito, puramente contemplativo, scevro di ambizioni e rimpianti, pronto ad accettare con tranquillità qualunque vicenda del destino”. Così scriveva in una lettera al suo ex assistente negli studi, Giorgio Levi della Vida

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La piccola Sveva Caetani nel 1921, a 4 anni. Foto di Greater Vernon Museum and Archives

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Sveva era affezionatissima al padre che la amava teneramente, mentre fra lei e la madre ci fu sempre una grande distanza. Foto di Greater Vernon Museum and Archives

A Vernon Leone divenne un agricoltore gentiluomo. Acquistò un frutteto che curava personalmente; imparò a tagliar legna per il riscaldamento. Amava l’impegno manuale e, soprattutto, stare lontano da quel mondo aristocratico in cui era cresciuto. Indossava sempre abiti comodi per lavorare la terra e guidare il camioncino. “E così sono diventato quello che gli inglesi chiamano un ‘failure’ … non sono riuscito a nulla”, scrisse Leone in una lettera a Giorgio Levi della Vida, un suo assistente negli studi. “Qui in Canada, menando la vita semplice … ho trovato molta pace, e sovratutto, riconcentrandomi in me stesso, ho acquistato quel bene inestimabile che è la serenità dello spirito, puramente contemplativo, scevro di ambizioni e rimpianti, pronto ad accettare con tranquillità qualunque vicenda del destino. È questa felicità. Non lo so…”.

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Sveva nel giardino di Pleasant Valley Road. Foto di Greater Vernon Museum and Archives

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La morte colse Leone Caetani a 66, il giorno di Natale del 1936. Da allora Ofelia si chiuse nella casa e non volle mai più uscire, costringendo la figlia vicino a sè fino alla sua morte

La vita idilliaca che aveva cercato di realizzare Leone in Canada si incrinò quando, in seguito alla crisi economica del 1929, perse la maggior parte dei suoi soldi. Pochi anni dopo si ammalò di cancro alla gola e morì, a 66 anni, il giorno di Natale del 1936, lontano da ogni legame con la sua vita precedente.

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Sveva imprigionata

La morte di Leone per Ofelia fu uno shock devastante e da allora non uscì più di casa, trattenendo anche la bambina sempre vicina. Diceva di essere malata di cuore e che se la figlia l’avesse lasciata sola sarebbe morta. Ofelia sviluppò l’ossessione per la pulizia: fu così che Sveva passò la sua adolescenza tra libri, essendo la lettura l’unica attività consentita, e spazzoloni, lavando, stirando lenzuola e lucidando i pavimenti, insieme alla governante. Quando il suo acerbo sistema nervoso dava i primi segni di reazione a quel confino forzato, le fu concesso di uscire in giardino. Dopo sedici anni dalla morte di Leone, ottenne il permesso di andare in città per fare delle commissioni. Miss Jüül la seguiva ovunque e doveva chiamare la madre ogni mezz’ora.

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A causa della morte di Leone Ofelia sviluppò una forte depressione e parecchie ossessioni. La figlia Sveva ne fu vittima: fu costretta dalla madre a non uscire mai di casa, a pulire continuamente superfici e tappeti e a non poter mai scrivere o disegnare

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Sveva visse reclusa in casa da quando aveva diciotto anni, nel 1936 fino alla morte della madre, nel 1960. A quarantatre anni dovette imparare a vivere da sola

Per venticinque anni Sveva visse così, intrappolata in una casa per il volere della madre. Dopo la morte di Ofelia, nel 1960, Sveva aveva già quarantatre anni. Poteva finalmente iniziare a vivere. Nel suo testamento la madre non le aveva lasciato nulla: l’unica casa che possedeva in Italia l’aveva destinata alla Chiesa cattolica. Non c’erano i soldi per mantenere la casa di Vernon e l’anziana Miss Jüül. Sveva fu obbligata a trovarsi un lavoro. Imparò a guidare, a uscire alla sera, si fece degli amici e iniziò a insegnare alla scuola elementare locale, anche se non possedeva alcuna qualifica.

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Un intenso ritratto di Sveva Caetani. Divenne insegnante e ricominciò a dipingere. Nel 1975 progettò la serie di acquarelli intitolata Recapitulation sulla storia della sua vita

Nel 1970 ottenne il certificato per l’insegnamento all’Università di Victoria, dopo due anni di studi. La retta era stata pagata grazie a un prestito dei suoi amici. Tornata a Vernon Sveva insegnò arte e sociologia al liceo Charles Bloom di Lumby. Non si sposò mai né ebbe figli, ma trovò conforto nel lavoro e nel rapporto con gli studenti e a cinquant’anni ricominciò a dipingere, attività che aveva abbandonato perché la madre l’aveva scoraggiata. Nel 1975 progettò la serie di acquarelli intitolata Recapitulation, che aveva come soggetto la storia della sua vita. Il lavoro fu una sorta di psicoterapia attiva che le consentì di superare il dolore patito per la perdita del padre e la vita triste e solitaria con Ofelia.

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Sveva Caetani, Faust in Utero, dalla serie Recapitulation, foto di Heidi Thompson

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Sveva Caetani, Deep Transparency, dalla serie Recapitulation, foto di Heidi Thompson

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Sveva Caetani, Horses of the Imagination, dalla serie Recapitulation, foto di Heidi Thompson

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Sveva Caetani, The Abyss, dalla serie Recapitulation, foto di Heidi Thompson

Nel 1989 Sveva aveva dipinto 56 tele, oniriche e coloratissime, prodotte con una particolare tecnica di stratificazione. Qundici mani di pittura le consentivano di dar vita a una cromia unica e vibrante. Abituata a lavorare al mattino presto, per due o tre ore prima delle lezioni, oppure di sera, quando si ammalò di artrite alle ginocchia e alle mani continuò a dipingere su una sedia a rotelle. Quando non fu più in grado di tenere in mano un pennello, si dedicò a scrivere poesie e didascalie per ogni quadro. Recapitulation la rese famosa nel mondo dell’arte canadese. Dopo numerose mostre, Sveva donò gli acquarelli alla Alberta Foundation for the Arts di Edmonton.

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Sveva Caetani davanti a un acquarello della sue serie Recapitulation. Nel 1995, dopo la sua morte, fu pubblicato un libro con le fotografie di Heidi Thompson, intitolato Recapitulation – A Journey, con le immagini di Sveva al lavoro e tutte le cinquantasei tele del progetto

Heidi Thompson, un’amica pittrice e fotografa, le aveva suggerito di documentare in un libro la sua attività di pittrice e per dieci anni scattò fotografie che furono poi pubblicate, dopo la sua morte, nel 1995 nel volume Recapitulation – A Journey. Nel libro c’era una commovente testimonianza di Sveva sul padre: “Non penso ci sia stato un solo giorno dalla sua morte … senza che io lo abbia pensato o mi sia ispirata a lui. Sono parte non solo del suo sangue, ma della sua concezione di vita e dell’intrinseca passione per la realizzazione umana, per l’assoluta integrità, per il rispetto degli altri, per la libertà dello spirito e del pensiero che lui mi ha trasmesso … Intellettualmente egli era formidabile, ma nello stesso tempo era in grado di spiegarmi e discutere di qualsiasi cosa con me bambina, in modo da farmi cogliere che la grandezza di quelle idee che egli andava trasmettendomi, provenissero dalla Grecia, da Dante, da Shakespeare, da Goethe o semplicemente da lui stesso. Per me è stata un’iniziazione senza pari nel mondo del pensiero”.

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Sveva e suo padre in una doppia esposizione fatta a Roma nel 1923 dal cugino di Leone Filippo Lovatelli, fotografo e scultore. Foto di Greater Vernon Museum and Archives

Sentendo giungere la fine della sua vita Sveva si preoccupò del destino della sua casa e decise allora di donarla alla città di Vernon che ne affidò la gestione alla Vernon Art Gallery. Fu poi trasformata nel Caetani Cultural Centre, uno spazio destinato a ospitare artisti e artigiani. Sveva Caetani morì a 76 anni nell’aprile del 1994 e fu seppellita vicino al padre, alla madre e a Miss Jüül. Un breve video su Sveva ne ripercorre la vita: A historical minute on the life of Sveva Caetani. Nel 2009 il regista canadese Jim Elderton diresse un documentario di novanta minuti dedicato alla vita della pittrice:

Nel 2012 uscì un’altra pellicola, The mystery of Sveva Caetani, opera del filmaker Augustin Luviano-Cordero.

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Il tramonto di Vittoria

Abbandonata dal marito, salutato per sempre l’Isolino nel 1925, Vittoria si si stabilì a Roma, nel Palazzo Corsini, la dimora disegnata da Baldassarre Peruzzi sulle rovine del Teatro Marcello, che lei chiamava, con magniloquenza, Palazzo Sermoneta. La principessa di Teano consolò nostalgie e rimpianti con una vita di viaggi e mondanità. “Tu concluderai qualche cosa a questo mondo”, aveva scritto a Leone qualche anno prima, “e io sarò stata una sciocca gaudente che non ha mai saputo niente nella vita eccetto amare, ma quello molto bene”.

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Vittoria Colonna di Sermoneta in una foto ufficiale, da principessa

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La copertina delle Memorie, pubblicate nel 1937 da Vittoria Colonna di Sermoneta

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Il frontespizio di Sparkle Distant Worlds, pubblicato da Vittoria nel 1946

Diede alle stampe nel 1937 le sue Memorie, edite dai Fratelli Treves. Nel 1940 scrisse The Locks of Norbury: the Story of a Remarkable Family in the XVIIIth and XIXth Centuries, Things Past e, nel ’46, Sparkle Distant Words, un’altro libro autobiografico. Il suo salotto romano era frequentato da illustri esponenti del mondo della cultura e aristocratici. Vestita sempre di velluto o di seta, accoglieva personalità come Grazia Deledda, Eleonora Duse, Gabriele D’Annunzio e Buffalo Bill.

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Vittoria Colonna Caetani al ricamo davanti a una fontana, nel giardino di Palazzo Corsini, nel 1947. Foto di Alfred Eisenstaedt/Time&ife Pictures/Getty Images

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Vittoria nel salotto di casa sua. Foto di Alfred Eisenstaedt/Time&ife Pictures/Getty Images

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Umberto Boccioni, Autoritratto, 1905, Collezione Privata. Vittoria morì a Londra nel 1957 e fu seppellita a Merton. Portò con sé il segreto della suo incontro con Bocconi, fino al rinvenimento fortuito della loro corrispondenza da parte di Marella Caracciolo Chia, autrice del romanzo Una parentesi luminosa, edito da Adelphi nel 2008

Non raccontò mai del suo amore con Boccioni, anche se possedeva due suoi quadri, che forse  aveva comprato per aiutare la madre, ma li teneva in soffitta. Vittoria non dimenticò mai l’Isolino: “le ore passate in barca il giorno e la notte, il chiaro di luna riflesso nell’acqua, il bagno nella mia spiaggia, il caldo soffocante dell’estate e le incredibili raffiche di vento che in autunno calano dal Mergozzo”. Il figlio Onorato perì il 21 Dicembre del 1944. Vittoria morì a Londra il 20 Marzo del 1957 e fu seppellita a Merton.

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In apertura: Umberto Boccioni, Il Sogno Paolo e Francesca, 1909, Milano, Collezione Palazzoli.

Scarica qui il pdf dell’articolo: L’Isolino dell’amore

Bibiografia: The Nautical Magazine: A Journal of Papers on Subjects Connected with Maritime Affairs, London, Brown Son, and Ferguson, 1832; The Hon. E. B. Wilbraham, Narrative of an Ascent of Mont Blanc in August, 1830, in The Keepsake, London, 1832, Frederic Mansel Reynolds; Vittoria Colonna di Sermoneta, Memorie, Milano 1937; Duchess of Sermoneta, The Locks of Norbury: the Story of a Remarkable Family in the XVIIIth & XIXth Centuries, London, John Murray, 1940; F. Busoni, Lettere alla moglie, Milano, 1955; K. Garlick, Sir Thomas Lawrence, A Complete Catalog of the Oil Paintings, Oxford 1989; Heidi Thompson e Sveva Caetani, Recapitulation – A Journey, 1995; G. Agnese, Vita di Boccioni, Firenze, Camunia, 1996; Laureto Bodoni, Tra futurismo e cultura mitteleuropea. L’incontro di Boccioni e Busoni a Pallanza, Verbania, 1998, Alberti; Mirco Gasparetto, Pioneers. Alpinisti britannici sulle Dolomiti dell’Ottocento, NS Editore;S. Caetani, B. Bell, C. Harding, S. Toth, Caetani di Sermoneta. An Italian Family in Vernon 1921-1994, Vernon, Greater Vernon Museum and Archives, 2003; Michael Levey, Sir Thomas Lawrence,  New Haven-London, Yale Universuty Press, 2005; Giovanni Guiso, Salotti di Vittoria e Isabella Colonna, Accademia dei Rozzi, anno XVI, n. 26, 2007; Marella Caracciolo Chia, Una parentesi luminosa, Milano, Adelphi, 2008. Links: Rodoni Portale di Varia CulturaHeidi Thompson; Caetani Cultural Centre; Fondazione Caetani.

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Published in: on 17 agosto 2013 at 19:08  Comments (7)  
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7 commentiLascia un commento

  1. salve
    non riesco a scaricare il pdf dell’articolo, come posso recupararlo?
    Grazie

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  2. […] ritratto, un libro: Una parentesi luminosa, di Marella Caracciolo Chia, un post nel blog dell’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola. Secondo me: un soggetto per il […]

    Mi piace

    • Grazie per la citazione sul suo interessante blog. Pure noi pensiamo che la storia degli ultimi mesi di vita di Boccioni e l’amore con Vittoria Colonna sarebbe un bel soggetto. Chissà… Volevo chiederle se posso inserire il quadro di Scoppetta nell’articolo, perché non l’avevo mai visto, ma mi pare bello. Grazie e cordiali saluti. Paola Vozza con Marco Casali

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  3. […] Fonte: Archivio iconografico del Verbano Cusio Ossola […]

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