I ribelli della Presa § 2


Per leggere la prima parte del racconto cliccare qui:

I ribelli della Presa § 1

Per leggere la terza parte del racconto cliccare qui:

I ribelli della Presa # 3

Foto di gruppo di partigiani della Brigata Stefanoni. Da sinistra in piedi: "Brigantin", Renato Boeri, Santo Vimercati "Tino", Guido Tilche "Fachiro", Aldo Oliva "Ridolini", Giampiero Tagliamacco "Belli", Della Rossa "Anicetto", Colambatti "Lina", Zani "Dom", Maruzzi "Marus", Maurizio Molinari, Albino De Gasperi "Bino", il ragazzo Piergiovanni DE Gasperi. Associati da sinistra: Oreste Tozzi "Tozz"; Luigi Ferrari "Gigi", Mario Ajello "Franz".

Foto di gruppo di partigiani della Brigata Stefanoni a Gignese. Da sinistra in piedi: “Brigantin”, Renato Boeri, Santo Vimercati “Tino”, Guido Tilche “Fachiro”, Aldo Oliva “Ridolini”, Giampiero Tagliamacco “Belli”, Aniceto Della Rossa “Fulmine”, Lina Colombatti, Zani “Dom”, Maruzzi “Marus”, Maurizio Molinari, Albino De Gasperi “Bino”, il bambino Piergiovanni De Gasperi.
In basso da sinistra: Oreste Tozzi “Tozz”; Luigi Ferrari “Gigi”, Mario Ajello “Franz”

di Mariuccia Andreani

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola pubblica qui una lunga testimonianza inedita di Mariuccia Andreani, giovanissima staffetta, classe 1929, che racconta l’esperienza della sua famiglia con i partigiani del Mottarone. Si tratta di uno scritto molto importante perché ricostruisce una parte poco conosciuta della resistenza nel Nord Italia. Per facilitarne la lettura è stata divisa in tre parti: per leggere la prima cliccare qui e per leggere la terza ed ultima cliccare qui.

La storia, che si svolge a Gignese, nell’Alto Vergante, inizia l’8 Settembre 1943 e si conclude il 25 Aprile del 1945. In quel paese, il padre di Mariuccia, Desiderio Andreani era custode della Presa, una piccola diga nascosta in una valletta a due chilometri dal borgo, che assicurava acqua alla centrale idroelettrica. Proprio in quel luogo “Derio” nascose gli uomini della missione Apricot – Salem di Enzo Boeri (di cui abbiamo raccontato la prima parte qui: La Resistenza vien dal cielo. “Radio Salem”, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone) e, in seguito, ospitò diversi partigiani della Brigata Stefanoni, comandata dal fratello di Enzo, Renato Boeri. La Presa era l’unico luogo sicuro dotato di elettricità, elemento fondamentale per trasmettere ogni giorno i bollettini alla base alleata di Brindisi. Da quel momento Radio Salem, collegata con Milano attraverso una rete di staffette, diventa la radio ufficiale del Corpo Volontari della Libertà.

Mariuccia, figlia del custode della Presa, aveva allora 14 anni. Era incaricata, all’inizio, di trasportare le batterie dalla Presa all’Alpe Formica e di reperire i viveri per i partigiani. Il racconto, pieno di avvenimenti drammatici e colpi di scena, fa rivivere al lettore quei due anni difficili sul Lago Maggiore, visti con gli occhi di una ragazza determinata e coraggiosa.

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Panorama di Gignese dai prati

Durante il periodo del rastrellamento, c’era il coprifuoco. Una volta, se mia sorella non mi fosse venuta a cercare, mi sarei fatta ammazzare stupidamente. Ero a Gignese, come al solito, a prendere notizie, e mi ero dimenticato che, dalle quattro del pomeriggio, sparavano a tutte le ombre. Per fortuna è arrivata lei in tempo. Siamo tornate a casa quando l’ora era già passata. Mia mamma mi disse: “Ma Mariuccia, vuoi farmi morire!“. Al quarto giorno, appena levato il coprifuoco, io ero già in paese. E così vidi grossi camion che partivano, carichi di Tedeschi.

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Una foto di Desiderio Andreani impegnato a suonare nel corpo musicale di Gignese

Gli ostaggi erano stati rilasciati. Credo che quella volta ho impiegato meno di cinque minuti per correre alla Presa. Arrivai gridando: “Sono partiti!“. Mio padre corse ad aprire la bottola. Uscirono tutti e cinque magri e con la barba lunga, ma felici. E alzarono mio padre fra le loro braccia. Lo tennero così in alto, gridando: “Derio, ti faremo un monumento!“. Poi, potemmo raccontare quello che era accaduto.

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Giovanna Ottolini, detta “Ginin”, nata il 15 Maggio 1909 a Pallanza, era un’infermiera particolarmente attiva nel servizio informazioni e preziosa nelle trattative con i nazifascisti per lo scambio dei prigionieri. Archivio INSMLI

Intanto, venimmo informati che, allorchè il rastrellamento non era ancora finito, i partigiani Tino, Giancarlo e Aldo avevano già iniziato le trattative con i tedeschi per la liberazione di Renato, Bino e gli altri, dal loro nascondiglio vicino a Magognino, tramite le staffette Gina e Mimì di Magognino, la Ginin Ottolini e Don Ettore di Stresa. La prima condizione emessa dai partigiani era la cessazione del rastrellamento, ma i tedeschi tiravano alla lunga, sperando di scoprire il nascondiglio di Tino e compagni, e di liberare quindi i prigionieri tedeschi.

Tino Vimercati

Tino Vimercati, nato a Segrate il 23 Ottobre del 1918. era partigiano nella Brigata Stefanoni. Lui custodì alcuni tedeschi che furono utilizzati nello scambio per liberare Boeri e i suoi uomini il 9 Dicembre del ’44, sequestrati dal 29 Novembre del 1944, giorno della morte del Fachiro. I partigiani erano tenuti prigionieri a Baveno dal Capitano Ludwig Stamm. Archivio Vimercati

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Una rarissima foto del capitano Ludwig Stamm (1) mentre stringe la mano al “Cinquanta” Luigi Fusco, un fascista infiltrato nei partigiani e capo del gruppo autonomo garibaldino “Franco”. Il 3 Dicembre il “Cinquanta”, che fu in seguito giustiziato, era presente a Baveno all’Hotel Beau Rivage, mentre era in corso l’interrogatorio di Stamm a Renato Boeri

Racconterò ora la cattura di due ingegneri tedeschi, che ebbe luogo prima del rastrellamento e ne fu la causa. Questa cattura potè avvenire grazie al coraggio e all’astuzia di un partigiano chiamato Bismarck. Questi era già stato catturato due volte in un solo giorno dai tedeschi, ma, per due volte, con grande abilità, era riuscito a evadere. Un giorno che si trovava sul trenino che conduceva al Mottarone, Pierangelo, mio fratello, lo avvertì immediatamente: “Nell’altra carrozza, ci sono due tedeschi in borghese accompagnati da uno che sembra un fascista“.

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Pierangelo Andreani, il fratello di Mariuccia, lavorava sul trenino del Mottarone e segnalò al partigiano Bismarck, la presenza in vettura di ingegneri tedeschi della Siemens, accompagnati da uno svizzero. Forniti di due radiogoniometri portatili e di una mappa, i tecnici stavano cercando di individuare la Presa. In alto il tesserino di Pierangelo. Archivio INSMLI

Bismarck si tenne tranquillo fino a verso l’Alpino. Quando i tedeschi si portarono verso l’uscita, girando così la schiena alle due carrozze. Il Bismarck puntò la pistola contro la schiena di uno di uno dei tedeschi e un dito contro quella dell’altro e intimò loro di alzare le mani, sennò sparava. I tre uomini ottemperarono subito, ed egli li disarmò rapidamente. Poi, col trenino raggiunsero il Mottarone.

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La stazione del trenino sulla cima del Mottarone in una cartolina d’epoca

La, c’era il comando della nostra brigata (Brigata P. Stefanoni), che prese i prigionieri in consegna. Il terzo uomo risultò essere uno svizzero che collaborava con i tedeschi, come guida e come spia, a pagamento; fu rapidamente processato, condannato e fucilato. Invece, i due tedeschi erano ingegneri della Siemens; furono le loro suppliche e la loro molto giovane età ad incitare il comando a risparmiarli. Questa decisione si avverò ulteriormente saggia perchè aumentava le probabilità di portare a termine i negoziati per il cambio. Al posto della cintura, entrambi portavano un piccolissimo radiogoniometro per le intercettazioni radio. Quegli oggetti erano di gran valore per i tedeschi, ne esistevano infatti pochissimi esemplari in Europa. Nella tasca di uno di loro, si trovò inoltre una mappa della zona del Mottarone e dintorni, sulla quale erano tracciate delle righe di colore ed un cerchio rosso con una freccia che puntava verso il centro. Era evidente che, non essendoci altre case nei dintorni, quel cerchio indicava proprio la Presa.

Il gruppo tedesco del radio goniometro che fu catturato per caso dal partigiano Bismarck mentre si trovava sul trenino del Mottarone. Foto da Aldo Icardi, American Master Spy, University Books, New York, 1956

Il gruppo tedesco del radio goniometro fu catturato per caso dal partigiano Bismarck sul trenino del Mottarone. Foto da Aldo Icardi, American Master Spy, University Books, New York, 1956

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Il radio goniometro portatile, in tedesco Gürtelpeiler, era utilizzato dai servizi segreti germanici per localizzare le radio clandestine. Sviluppato nel 1942 dallla Sezione Sviluppo Comunicazioni della Ordnungpolizei e chiamato “Fu GP. c”, lo strumento era prodotto a Vienna da Kapsch. Sagomato per aderire perfettamente al corpo dell’agente, era il primo localizzatore di radio adatto ad essere completamente nascosto sotto i vestiti dell’operatore. Il ricevitore aveva due antenne: una fissa e l’altra che doveva essere posta attorno al collo. Non molti radio goniometri sopravvissero alla guerra e i pochi rimasti sono in collezioni private, come questo di Günther Hütter. Informazioni tratte da Crypto Museum. Si ringrazia per la ricerca Helge Fyske/LA&NCA

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Uno dei giovanissimi ingegneri tedeschi fotografato con indosso il radio goniometro. Lo strumento aveva pochi e semplici pulsanti per la regolazione. Il segnale si poteva ascoltare tramite un auricolare e captava a tre km di distanza, ma funzionava meglio se la radio clandestina era nell’area di un chilometro. Posto sotto un impermeabile era del tutto invisibile e rendeva l’operatore insospettabile. Foto da Aldo Icardi, American Master Spy, New York, 1956

I partigiani vennero subito ad informarci del pericolo che correvamo. Quella carta, me la vedo ancora! Quei tedeschi, con il loro piccolo apparecchio, avevano scoperto da dove si trasmetteva, o stavano per farlo. Non sapevamo se, al comando tedesco, esisteva o no una copia di quel documento. Ma per fortuna, risultò dall’interrogatorio fatto dai partigiani che le righe colorate si riferivano a controlli precedenti, mentre il cerchio rosso indicava la zona che avrebbero dovuto controllare quel giorno. Perciò, facendo affidamento sul nascondiglio sotterraneo, la decisione fu presa di mantenere le radio alla Presa. Naturalmente fu aumentata la vigilanza. Dimenticavo che, passati due giorni dalla fine del rastrellamento, il comune annunciò che si poteva andare a prendere la salma del Fachiro. Lo portarono su in spalla. Non dimenticherò mai la vista di quel giovane corpo crivellato di pallottole e tutto sanguinante. Lo portarono nella chiesa di San Rocco e mia zia Tina – la moglie del Bino – si alzò una notte e scese con un secchio d’acqua a lavarlo tutto. Disse che non era umano sotterrarlo così. Fu sempre molto coraggiosa e fu di grande aiuto per la resistenza. Tennero in casa anche un tedesco, preso in ostaggio per potere fare un cambio con uno dei nostri.

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I funerali a Gignese di Guido Tilche “Fachiro”, caduto in combattimento il 29 Novembre 1944

Da mio zio ci furono sempre tanti partigiani, tra i quali si fermò anche Ferruccio Parri. Erano in costante pericolo, trovandosi al centro del paese. Anche i nostri cugini Settimo Tabarini e sua moglie tennero dei partigiani nascosti. Li mettevano in una soffitta tutta di legno – la “grà“- dove un tempo si mettevano le castagne a seccare. Da noi, alla Presa, avemmo per un bel pò Giorgio “Dodo” Parri, figlio di Ferruccio. Ci furono persino due Russi, un americano e due italo-americani, di cui ricordo i cognomi: Holohan, Icardi e Lo Dolce.

I componenti della Missione ÒMagosteeen & ChryslerÓ 26 settembre 1944In prima fila, accovacciati da sinistra: Capitano Landi, partigiano addetto ai servizi segreti italiani; Sergente Artur Ciarmicola; Red ÒIl RossoÓ radio operatore.In seconda fila, in piedi da sinistra: maggiore Willliam V. Holohan, capo missione Mangosteen; Tenente Aldo Icardi, capo missione Chrysler; sergente Carl Lo Dolce;  Gianni, partigiano addetto ai servizi segreti militari Italiani; Tenente Victor Giannino.

I componenti della missione Magosteeen e della missione Chrysler il 26 settembre 1944 a Bari, prima di partire per il Mottarone. Da sinistra il maggiore William V. Holohan, capo della Mangosteen il tenente Aldo Icardi, sergente Carlo Lo Dolce, Tullio Lussi detto “Landi”, ten. Giannini. Accosciati: sergente Loris, Arthur Ciarmicola e Gelindo Bartoluzzi detto “Red”

Intanto, da noi, si continuava a trasmettere. Al mattino dell’undici dicembre del ’44, mentre nevicava, i tedeschi improvvisarono un importante rastrellamento. A casa nostra, gli operatori erano in attività, e, sull’altura che domina la Presa, in direzione di Gignese, avevamo messo una sentinella. Io stavo andando verso il paese e mi trovavo all’altezza della capelletta di Via Nova quando vidi una pattuglia che stava salendo la strada. Immediatamente, corsi verso casa. La sentinella, vedendomi ritornare così inaspettatamente, scese alla Presa e avvertì i radiotelegrafisti. In un attimo scomparve tutto: antenna, radio, munizioni, e loro giù di nuovo nella fossa. Quando arrivarono, i tedeschi chiesero se, nei dintorni, c’erano altre case con la corrente elettrica. Mio padre disse di no. Continuarono a lungo ad insistere: “È impossibile che non ci siano case con la corrente“. Fu facile per noi capire che cercavano la radio trasmittente, ma non sospettarono di noi perchè mio padre era guardacanale ed era difficile immaginare che potesse commettere infrazioni. E, per quella volta, se ne andarono di nuovo.

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Un gruppo di partigiani a Gignese nel Novembre del 1944. Foto Archivio Tino e Liliana Vimercati

Arrivò poi il Natale del quarantaquattro, che ricordo con particolare emozione. Quando mi alzai, al mattino del 25, sul tavolo della cucina, trovai un pacco per me nel quale scoprii una borsetta, una sciarpa ed un paio di guanti, tutti di color marrone. C’era anche un biglietto, firmato da Gianni, Bruno e Gigi: “Alla cara Mariuccia, in riconoscenza di tutto ciò che fa per noi“. Rosso mi regalò un orologio, che possiedo tuttora. Non ero abituata a ricevere regali così; li abbracciai, molto commossa. Con noi, c’era un’altra staffetta che era molto preziosa perchè manteneva il contatto tra Milano, da dove partivano gli ordini, e noi. Purtroppo, un triste giorno, ci lasciò, per raggiungere i tedeschi.

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Il giorno di Natale del 1944 Mariuccia ricevette regali anche dai partigiani ospiti alla Presa

Fu un avvenimento orribile, che procurò a tutti una grande angoscia e creò un certo scompiglio nell’organizzazione della Brigata: la obbligava a modificare una parte importante del suo dispositivo. Immediatamente, venne dal comando l’ordine che i radiotelegrafisti non dovevano più rimanere a la Presa. Perciò bisognava che gli operatori partissero subito. C’era tanta neve, ma, nel pomeriggio tutto fu pronto, e al tramonto se ne andarono. Dovevano valicare tante montagne per arrivare ad un posto molto lontano. Bruno e Gianni raggiunsero un paesino (Bondione, nel Bergamasco) e vissero in una grotta, continuando a trasmettere. Purtroppo, vicinissimi alla fine della guerra, furono scoperti. Gianni tentò di fuggire e gli spararono. Li condussero alla piazza del paese, misero il ferito su una sedia, perchè non poteva stare in piedi, e li fucilarono subito. Dopo averli salvati dai grandi rastrellamenti, non ci parve vero, ma la guerra e un triste destino fecero che, ormai prossimi alla liberazione, persero la vita. Questa perdita fu tanto più crudele per mia sorella che Gianni e lei erano fidanzati. Avevano in progetto di sposarsi alla fine della guerra. Quindi, per noi Gianni era praticamente un membro della famiglia.

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Giovanni Bono, detto “Gianni”, operatore radio di Boeri, era con i suoi compagni nella buca sotto la cascina, quando giunsero i tedeschi durante la notte. Con gli altri teneva la botola socchiusa per far entrare l’ossigeno, ma dovevano serrarla se avessero sentito Mariuccia fare il verso per richiamare le galline, chiaro segnale che i tedeschi erano lì vicino in perlustrazione. Dopo il trasferimento della radio a Bondione in provincia di Bergamo, Bono tornò alla Presa il Capodanno del 1944 per festeggiare con la sua fidanzata Fernanda Andreani, sorella di Mariuccia. Fu poi ucciso con Aldo Campanella “Bruno” in un rastrellamento tedesco a Bondione

Dopo una brevissima calma, la Presa si riempì di nuovo. A casa di mio zio Bino, come prima, era sempre pieno. non posso citare il nome di tutti. Erano così numerosi. Arrivò allora la terribile notte di Capodanno ’45, durante la quale si vide salire verso il Mottarone il trenino, carico di militari tedeschi, mentre arrivavano da Armeno grossi camion, pieni anche loro di soldati. Alla vetta si trovava un gruppo importante di partigiani che stavano festeggiando. I tedeschi circondarono l’albergo e colsero di sorpresa tutti coloro che vi si trovavano. Non ricordo più se furono venti, trenta o più ad essere catturati quella notte. Mi rammento soltanto qualche nome: Giancarlo, Bismarck, Loreto, Zim, Nando, Rosso, Franz e Tom Mix (era stato lui il primo a fare il cambio di un tedesco per due partigiani). I nomi mi sfuggono, ma rivedo i loro visi, a volte allegri e a volte preoccupati. Li portarono al comando tedesco a Baveno e poi alle carceri S. Vittore di Milano. In entrambi i posti subirono interrogatori e torture. Furono infine portati nei campi di concentramento in Germania, dopo una tappa a Bolzano.

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Partigiani delle brigate “P. Stefanoni” e “F. Abrami” durante un rastrellamento all’Alpe Canà l’11 Dicembre del 1944. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

Una notte, fummo svegliati da un rumore di passi davanti alla casa. Ci precipitammo alla porta, temendo che si trattasse di tedeschi, e ci trovammo davanti a Rosso e Nando. Secondo il loro racconto, Bismarck era riuscito a nascondere una lama abbastanza solida per segare un’ apertura nella parete del vagone che li stava trasportando. Soltanto loro due erano riusciti a scappare perchè i tedeschi si erano accorti troppo presto di cosa stava succedendo. Ci dissero anche che, prima di quell’episodio, allorchè erano in trasferta da Milano a Bolzano su un pullman, Bismarck, approfittando dell’oscurità, aveva abbassato piano piano il vetro di un finestrino. Appena l’apertura fù sufficiente, saltarono fuori Franz e Tom Mix. Purtroppo, l’astuto Bismarck ebbe sfortuna: venne fermato dalla sentinella che si era accorta di cosa stava succedendo.

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Il 31 Dicembre del 1944 ci fu un grosso rastrellamento nazifascista sul Mottarone, dove un gruppo di partigiani stava festeggiando il Capodanno. Mariuccia, che era stata avvertita dalla Virginia figlia del tabaccaio di Gignese, rinunciò alla festa, ma avvertì tutti del pericolo imminente. Furono catturati in molti, tra i quali Mario Ajello detto “Franz”, nato a Napoli il 1 Marzo 1914. Era un comandante del secondo Battaglione “Tenente Angelini”. Lui e Giulio Lavarini “Tom Mix” riuscirono a scappare, prima del Brennero, dal pullman che li avrebbe portati in Germania. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

Apprendemmo solamente a guerra finita, da alcuni nostri patrioti che erano sopravissuti, che molti tra i nostri erano morti, bruciati vivi nei forni crematori. Il Giancarlo, lo tennero al comando tedesco un po’ e lo torturarono parecchio. Poi, fu trasferito a San Vittore dove subì nuove torture. Riuscì comunque a farci pervenire un messaggio: a S. Vittore aveva sentito tante volte il nome Andreani. Infine fu portato a Bolzano. Liberato alla fine della guerra, non era più che l’ombra del nostro Giancarlo. Le torture l’avevano distrutto. Visse poco, dopo la liberazione. Aveva passato troppe brutture ed era ormai un uomo finito. Anche tu, Giancarlo, sei rimasto nel mio cuore e nel ricordo di tutti, fra gli eroi della resistenza.

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Il tesserino della Brigata Stefanoni di Giancarlo Castelnuovo, nato il 21 Maggio 1919 a Parabiago. Fu catturato sul Mottarone e portato nel carcere di San Vittore a Milano, dove fu interrogato e torturato. Tramite un guardiano, riuscì a far avere un messaggio per Renato Boeri. Nel biglietto avvertiva il comandante del pericolo che correvano i partigiani e i loro collaboratori a Gignese, a causa dell’inflitrazione di una spia che aveva rivelato nomi e informazioni. Giancarlo non si riprese più dopo le torture. Rilevò l’albergo al Mottarone, ma morì dopo poco tempo

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Gianni Parnisari “Bruno” fu arrestato e portato a San Vittore assieme alla moglie Palmira

Enzo Boeri, quando ricevette il messaggio di Giancarlo, fatto pervenire grazie all’aiuto di un guardiano di S. Vittore che collaborava con la resistenza, mandò immediatamente verso la Presa una staffetta a portare l’ordine che le famiglie Andreani e De Gasperi dovevano subito partire e rifugiarsi nella vicina Svizzera. Mio padre e mio zio, dopo essersi concertati, rifiutarono. Presero la decisione di aumentare soltanto la sorveglianza. Gli operatori Rosso e Nando rimasero da noi e ristabilirono con gli alleati il collegamento radio, che era stato interrotto quando Gianni e Bruno dovettero partire. Naturalmente, la buca sotto la cascina fu soppressa e mio padre cercò un’altro nascondiglio, più lontano dalla casa. Uscì il primo giornale “Il Fuori Legge”. Io, con mio cugino Piergiovanni (figlio dello zio Bino, 10 anni allora ), andavamo a Stresa e ne posavamo in ogni luogo, negli alberghi, sulle panche, presso la ferrovia, li lasciavamo cadere dalle finestre spalancate. Tutte le volte che veniva stampato “Il Fuori Legge”, facevamo questo. Cercavamo di incitare la popolazione ad essere con noi, i giovani a raggiungere le nostre file. E così capivano che anche il partigianato esisteva e agiva.

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La prima pagina di “Il Fuori Legge” del Gennaio 1945. Era la pubblicazione della Brigata Stefanoni che veniva distribuita in zona dalle staffette

 

In apertura: foto di gruppo dei partigiani della Brigata Stefanoni e dei loro collaboratori. Archivio Tino e Liliana Vimercati.

Per scaricare il pdf della seconda parte cliccare qui: I ribelli della Presa §

Per leggere la terza e ultima parte cliccare qui

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Note:

(1) Ludwig Stamm (nato a Hildesheim nel 1902 – morto non si sa dove) era il capitano della SS Polizei Regiment 20 e operava dal 1942 con il suo battaglione nel protettorato della Boemia-Moravia. Nel 18 Ottobre del 1943 partecipò al raid del ghetto di Roma, che portò alla cattura di mille ebrei che furono deportati ad Auschwitz. Giunse in Ossola nel 1944 dove diventò Ortskommandant di Baveno, rilevando il comando dal Capitano Krumhaar. Fu premiato il 31 Dicembre 1944 a Ghiffa della Croce di Ferro II Classe per l’operato in Ossola. Si pensava che si fosse suicidato a Busto Arsizio, ma l’ex partigiano Mario Colombo ha ricostruito la verità: non fu Stamm a morire con una pallottola in testa, ma il Colonello Hans Smaller. Stamm fu fatto prigioniero a Novara, ma approfittò del suicidio di un altro ufficiale, il colonnello Buch, per assumerne l’identità. Fu internato nel maggio del 1945 a Coltano (Pisa). Stamm riapparse nel 1954, come se niente fosse, nello stesso Hotel Beau Rivage di Baveno, dove aveva, per tanto tempo, tenuto il suo comando di compagnia. Il proprietario, che lo riconobbe subito, ma non lo denunciò, gli suggerì di trovare un’altra sistemazione e Stamm partì la mattina dopo su un’auto targata Firenze. Emerse che il Capitano Stamm morì nel suo letto nel 1986 nella provincia argentina de Entre Rios  (da Il Postalista) e da Storia del nazista che si “suicidò” due volte e morì nel suo letto.

 

 

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Published in: on 24 maggio 2015 at 10:48  Lascia un commento  
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