I ribelli della Presa § 1


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I ribelli della Presa § 2

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I ribelli della Presa # 3

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola I ribelli della Presa Mottarone Gignese Lago Maggiore Mariuccia Andreani partigiani seconda guerra mondiale Enzo Renato Boeri Oss Ori Radio Salem spionaggio 1944 Mariuccia giovane

di Mariuccia Andreani

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola pubblica qui una lunga testimonianza inedita di Mariuccia Andreani, giovanissima staffetta, classe 1929, che racconta l’esperienza della sua famiglia con i partigiani del Mottarone. Si tratta di uno scritto molto importante perché ricostruisce una parte poco conosciuta della resistenza nel Nord Italia. Per facilitarne la lettura è stata divisa in tre parti: cliccare qui per leggere la seconda parte e qui per leggere l’ultima.

La storia, che si svolge a Gignese, nell’Alto Vergante, inizia l’8 Settembre 1943 e si conclude il 25 Aprile del 1945. In quel paese, il padre di Mariuccia, Desiderio Andreani era custode della Presa, una piccola diga nascosta in una valletta a due chilometri dal borgo, che assicurava acqua alla centrale idroelettrica. Proprio in quel luogo “Derio” nascose gli uomini della missione Apricot – Salem di Enzo Boeri (di cui abbiamo raccontato la prima parte qui: La Resistenza vien dal cielo. “Radio Salem”, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone) e, in seguito, ospitò diversi partigiani della brigata Paolo Stefanoni, comandata dal fratello di Enzo, Renato Boeri. La Presa era l’unico luogo sicuro dotato di elettricità, elemento fondamentale per trasmettere ogni giorno i bollettini alla base alleata di Brindisi. Da quel momento Radio Salem, collegata con Milano attraverso una rete di staffette, diventa la radio ufficiale del Corpo Volontari della Libertà.

Mariuccia, figlia del custode della Presa, aveva allora 14 anni. Era incaricata, all’inizio, di trasportare le batterie dalla Presa all’Alpe Formica e di reperire i viveri per i partigiani. Il racconto, pieno di avvenimenti drammatici e colpi di scena, fa rivivere al lettore quei due anni difficili sul Lago Maggiore, visti con gli occhi di una ragazza determinata e coraggiosa.

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Archivio Iconografico del Verbano I ribelli della Presa Mottarone Gignese Lago Maggiore Mariuccia Andreani partigiani seconda guerra mondiale Enzo Renato Boeri Oss Ori Radio Salem spionaggio 1944 9 Settembre 1943

La Stampa del 9 Settembre 1943 riporta la notizia dell’Armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani

Otto settembre 1943. Dopo oltre tre anni di un inutile guerra (questa guerra che già ha fatto troppi morti sui campi di battaglia e tra i civili, vittime degli innumerevoli bombardamenti) il maresciallo Pietro Badoglio proclama l’Armistizio. Molti credono che sia finita. Ci si abbraccia, commossi. Ed invece è il caos, molti militari lasciano l’esercito, i prigionieri fuggono e incomincia la più terribile ed atroce guerra. La guerra fratricida. La guerra che mette i padri contro i figli, i fratelli contro altri fratelli. La cosa più triste che in un paese possa capitare. Nel mio ricordo di ragazza, allora appena più che quattordicenne, quei momenti sono rimasti nella mia mente con una strana chiarezza. Senza accorgersene, la mia famiglia si trovò coinvolta in certe circostanze che fecero poi di lei un’alleata dei partigiani, una famiglia patriottica, una vera famiglia italiana. Cominciamo con ordine. Mio padre, Desiderio Andreani (“Derio”), era allora guardiano alla diga chiamata “La Presa”, molto isolata, che distava tre chilometri da Gignese.

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Desiderio Andreani, detto “Derio”, nato a Montegrino in provincia di Varese il 29 Giugno del 1901 era il papà di Mariuccia. Dopo aver lasciato la divisa di carabiniere era diventato gestore della Presa di Gignese per la Svel. Sposato con Angela Molinari aveva avuto tre figli: Fernanda, nata il 14 Novembre 1925, Pierangelo, nato  il 5 Maggio 1927 e Mariuccia, nata il 3 Marzo 1929

Non vi era a quel tempo nessuna abitazione nei dintorni. Era il 10 settembre, verso le otto del mattino. Tre inglesi – un ufficiale con due soldati – fuggiti dalla prigionia, avevano seguito il fiume “Airola” e si erano trovati finalmente davanti alla nostra casa. Erano stanchi ed affamati. Noi avevamo pochissimo da mangiare, ma demmo loro tutto quello che si poteva. Rimasero da noi tre giorni e tre notti. Poi passò da noi uno del paese e li vide. Bisognava quindi farli fuggire al più presto (c’era la pena di morte per chi aiutava i prigionieri evasi). Mio padre procurò loro degli indumenti borghesi e le loro divise vennero immediatamente bruciate. Demmo loro quel pò di pane tesserato che avevamo, con una fetta di polenta, e mio padre li accompagnò di notte, seguendo un pò i fiumi e rasenti ai boschi e li condusse fino alla frontiera Svizzera. Ritornò la notte del giorno seguente. Non lo sentii neppure arrivare. Doveva aver camminato parecchio!

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Una vista della Presa dall’alto: sulla destra la casa della famiglia Andreani, con il vascone di carico dell’acqua e, sulla sinistra, la cascina dove verranno nascosti i radio telegrafisti

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ll comandante Harold Rupert Alexander inviò a Derio Andreani un riconoscimento per aver salvato tre soldati inglesi, dando loro abiti civili e accompagnandoli fino in Svizzera

Che ne fu di quei militari? Non si seppe più nulla, tranne che, a guerra finita, mio padre ebbe un riconoscimento dagli Inglesi per aver aiutato tre dei loro a fuggire. Passarono ancora diversi giorni. Molti uomini ritornarono alle loro case e si nascosero per mesi. Più tardi, alcuni raggiunsero i partigiani mentre altri rimasero nascosti. Vi furono anche quelli che, incitati dalla famiglia, ritornarono all’esercito. Nessuno li vide più. Noi non avevamo più notizie di mio zio Maurizio Molinari, che si trovava a Rochemolles vicino a Bardonecchia nel periodo di guerra e ci si chiedeva cosa ne era di lui. Eravamo molto preoccupati. Mia nonna, una donna piena di iniziativa e molto coraggiosa, senza dire niente a nessuno, partì alla sua ricerca portando abiti femminili in una borsa. Con mio zio così vestito, arrivarono in treno a Stresa e, di notte, raggiunsero Gignese a piedi. Era certo impensabile tenerlo a casa, in pieno centro del paese. Arrivò così alla Presa una notte e ci rimase. Eravamo tanto contenti d’averlo con noi perchè gli volevamo tutti molto bene. A Gignese, mai nessuno seppe della sua presenza.

Archivio Iconografico del Verbano I ribelli della Presa Enzo Renato Boeri Maurizio Molinari

Lo zio di Mariuccia, Maurizio Molinari, era fratello di sua mamma Angela Molinari Andreani. Nel 1943 si trovava a Rochemolles, vicino a Bardonecchia, dove era a servizio militare come guardia di frontiera. Grazie alla mamma Cesarina, che gli portò dei vestiti femmili, riuscì a tornare a Gignese. Non si sarebbe più ripresentato miliare e fu il primo “ribelle” che trovò rifugio alla Presa di Derio. Collezione Bianca, Maria Molinari e Maurizio Potenza

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La carta d’identità falsa di Maurizio Molinari, che, in caso di cattura, avrebbe protetto la sua famiglia dalla vendetta. Molinari, che avrebbe trasportato la radio a Milano e scortato Ferruccio Parri in Svizzera con la macchina, si rivelò una delle staffette più affidabili e precise. Collezione di Bianca, Maria Molinari e Maurizio Potenza

Per noi era il primo “ribelle” (erano così chiamati dai fascisti) che ospitavamo. Ce n’erano certo stati altri sulle montagne, ma dove ? So che la gente dell’alpe Formica e i Basalini furono tra i primi e che da loro si formarono i primi nuclei di resistenza. Nel frattempo, Mussolini era stato liberato dai tedeschi e aveva formato la Repubblica di Salò. I fascisti si sentivano più sicuri di sè ora che avevano di nuovo il loro grande capo. Gli aerei incominciarono a sorvolare le montagne lanciando manifestini a migliaia che dicevano: “Ribelli, arrendetevi. Rientrate ai vostri reparti militari. Non vi sarà fatto nulla. Combatteremo nuovamente insieme“. Questo durò parecchi giorni, anzi, settimane. Poi, dalla supplica, si passò alla minaccia. Ora i volantini si centuplicavano : “Chi nasconde i ribelli verrà passato per le armi. Arresteremo la famiglia di chi non si presenta di sua volontà. Chi verrà arrestato sarà fucilato”. Intanto, i ribelli raggiungevano le montagne.

Battista detto "Titta" Basalini di Gignese era collaboratore del gruppo Radio Trasmittente. Fu il Basalini che, fra i primi, aveva preso con sè dei partigiani all'Alpe Formica

Battista detto “Titta” Basalini di Gignese era collaboratore del gruppo Radio Trasmittente. Fu il Basalini che, fra i primi, aveva preso con sè dei partigiani all’Alpe Formica

Noi, per un pò, avemmo solo mio zio. Ma gli Inglesi avevano già lanciato col paracadute i primi partigiani con la radio trasmittente. Mio zio, Bino De Gasperi, ci ha raccontato che erano stati paracadutati al Lagone, sopra Massino. C’era con loro il Dott. Enzo Boeri, che si ferì leggermente, cadendo su un cespuglio. In un primo tempo, andarono in una mansarda di villa Boeri, a Stresa, ma poi la villa venne requisita dai fascisti e dovettero trasferirsi all’alpe Formica, nella zona di Sovazza. Con Enzo Boeri, c’erano l’operatore Gianni Bono e Renato, fratello di Enzo. I primi collaboratori del gruppo Radio Trasmittente furono Pietro Carnevali (“Piero”), Albino De Gasperi e Battista Basalini (“Titta”). La radio di Enzo Boeri teneva i collegamenti del comando C.V.L. Alta Italia di Ferruccio Parri (“Maurizio”) col Comando Anglo-Americano del Mediterraneo del Generale Alexander. Un giorno, arrivai a casa di mio zio Bino De Gasperi e conobbi i primi partigiani: Pietro Carnevali detto “Piero”, Giancarlo Castelnuovo, Umberto Lilla di Armeno detto “Berto”. Piero così buono, Giancarlo e Berto tanto allegri.

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Umberto Lilla di Armeno, detto “Berto”, fu tra i primi collaboratori fidati della missione RT

Era da un bel pò che mio zio li ospitava, e, come loro, anche altri. Ora avevano bisogno che qualcuno caricasse gli accumulatori della radio perchè potessero continuare a trasmettere dall’alpe Formica, dove non c’era la corrente elettrica. Mio zio pensò subito a mio padre. Conoscendo le sue idee, e sapendo che avevamo mio zio Maurizio in casa, era sicuro di noi. Fui io a condurre alla Presa per la prima volta Giancarlo, Piero e Berto. Lì si misero subito d’accordo con mio padre: da noi si caricava le batterie, poi uno di loro le veniva a prendere e portava quelle scariche.

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Una scatola di cartone e una valvola Sylvania,in dotazione all’esercito americano e utilizzata per le radio trasmittenti. Archivio Renato Borroni, Stresa. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

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Foto di partigiani a Gignese: Albino De Gasperi, detto “Bino” (il secondo da sinistra) era lo zio di Mariuccia, sposato con Giustina, sorella della madre. Fu lui che portò gli operatori della radio alla Presa, dal cognato Derio Andreani. Alla sua destra Giancarlo Castelnuovo di Parabiago e Settimo Tabarini, cugino della madre di Mariuccia. A sinistra il  partigiano Luchini

Succese allora una cosa orribile. I tedeschi erano arrivati fino a Sovazza per una perlustrazione. Quando Piero li vide, corse e cercò rifugio in un fossato, nel bosco, ma fu crivellato di pallotole. Piansi tanto la sua morte. Mio zio e mio padre andarono a prendere il suo corpo e lo portarono, su un carro, nascosto sotto il fieno, al suo paese, Magognino, dove fu seppellito. Dopo pochi giorni, venne da noi sua moglie, madre di tre bambini, per ringraziare mio padre. La rivedo ancora, tutta vestita di nero, con uno scialle sul capo; le lacrime le scorrevano sul giovane viso, ma nel suo dolore c’era tanta dignità. Andai in camera e piansi a lungo. Con Piero incominciavo ad intuire tutto l’orrore e l’angoscia che ci attendevano.

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Pietro Carnevali con il figlio e un amico sul Mottarone nella primavera del 1944. Nato a Chignolo Verbano, oggi Stresa, il 18 Aprile del 1911, Carnevali era un valente alpino del Battaglione Intra. Nel 1936, con il grado di sergente, era partito per l’Africa. Rientrato a Intra nel 1937 tornò a fare il suo lavoro di piastrellista e conobbe Renato Boeri. Nel 1940 Carnevali fu richiamato a La Thuile, dove rimase fino al 14 Settembre 1943. Avendo maturato un pensiero antifascista, Pietro scappò a Stresa per sottrarsi alla cattura dei tedeschi e decise di unirsi ai partigiani. Si occupò, su incarico di Renato Boeri, dei contatti radio tra OSS e i reparti nascosti tra i monti

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L’ultima fotografia di Carnavali al Mottarone nel Luglio del ’44. Fu ucciso il 27 Luglio durante di un rastrellamento, in prossimità di Sovazza. Aveva 33 anni, una moglie Elisabetta e tre figli

Dopo quella morte, si ebbe paura che i tedeschi avessero un sospetto. Così non fu più Giancarlo a portare gli accumulatori ma fui io, o, a volte, mio fratello. Con lo zaino in spalla (e pesava!) andavo su molto lontano fino a un punto dove un’altra staffetta lo prendeva in consegna e mi dava le batterie da caricare. Era pesante e faticoso ma lo facevo volentieri. Quando mio fratello Pierangelo era a casa (lavorava sul trenino della Ferrovia del Mottarone, che collegava Stresa all’Alpino ed al Mottarone), era lui ad andare.

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Pierangelo Andreani, il fratello di Mariuccia Andreani, lavorava sul trenino del Mottarone

Durò questo fino alla soglia dell’inverno. Poi si ebbe paura che con la prima neve si lasciassero le orme. Così fu deciso che la radio trasmittente fosse trasferita alla Presa. Ci trovammo lì con Gianni, Bruno, Gigi, Rosso e Nando. Gigi e Bruno erano sposati. Quest’ultimo aveva una bambina. Le loro mogli e le loro mamme avevano saputo da una staffetta dove si trovavano, inoltre mio padre aveva messo a loro disposizione la casa che aveva a Gignese. Così, i nostri operatori ebbero spesso la possibilità di trovarsi con le loro consorti. D’altronde, sempre grazie all’aiuto di una staffetta, potemmo far venire i genitori di Gianni (i suoi “cari vecchietti“, come li chiamava), con un suo cugino. Rivedo ancora la mamma che abbracciava senza sosta suo figlio. Ci fece tanta pena vederli partire raccomandandoci tanto il loro Gianni. Fu quella l’ultima volta che ebbero la possibilità di vedere il loro unico figlio.

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Una veduta di Gignese nella prima metà del Novecento

I primi giorni, mi ricordo, si soffrì tanta fame. Fui mandata verso gli alpeggi a cercare un pò di burro. Quanti ne passai, quel giorno? Non so, ma quando rincasai piangevo di rabbia e di umiliazione. Avevo sentito solo insulti e minacce. Non chiedevo l’elemosina. Avrei pagato quel burro! Ricordo che mancava il sale e che facevamo la polenta con quel poco granoturco che si aveva, macinato con un vecchio macinacaffè (ora l’ho io a casa, come ricordo).

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Il granturco disponibile alla Presa veniva macinato per fare la polenta con questo macinacaffè

Intanto i partigiani diventavano più numerosi e si organizzavano. Con le prime armi che riuscivano a procurarsi, cominciarono a compiere i primi sabotaggi: tagliare le linee telefoniche, far saltare qualche fortino o delle ferrovie, a modo di recare il più danno possibile ai tedeschi. Se si prendevano dei fascisti, venivano subito fucilati (da noi non si torturava). C’era però l’ordine preciso che nessun tedesco doveva essere ucciso, per evitare ai paesi le rappresaglie. Sapevamo che, per ogni tedesco ucciso, dieci civili avrebbero pagato con la loro vita ed il paese avrebbe corso il rischio di essere bruciato. Questa era la legge tedesca: ogni volta che iniziavano un rastrellamento, arrestavano molti civili al solo scopo di tenerli in ostaggio. Se si fosse potuto agire quando passavano i convogli, la guerra sarebbe finita prima, ma lì era la loro forza. Se riuscivamo a catturare un tedesco, lo si teneva bene, poi si faceva un cambio. Il primo a fare uno di questi cambi fu il partigiano chiamato “Tom Mix”, comandante la formazione “I Falchi del Mottarone”.

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Il leggendario Giulio Lavarini, conosciuto con il nome di battaglia “Tom Mix”, comandante della brigata Franco Abrami. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

Io ero una spericolata, sapevo sempre tutto, correvo, avvisavo. Mio fratello, pure lui, lavorando sul tram, sapeva tante cose e ci informava. Quante volte mi dicevano : “Mariuccia, va ad avvertire Landi o Il Pompiere (erano le nostre staffette, venivano da Milano) di non scendere a Gignese che è pieno di fascisti“, e io correvo. Ma una volta, nell’autunno del ’44, mi ero incamminata per avvertirli ma c’erano dei fascisti sul Sciarè. Non sò se fu per paura, ma spararono nella mia direzione. Sentii le pallotole fischiare sopra di me, però riuscii a buttarmi a terra e, strisciando, a sfuggirgli. Spesso, sempre di notte, passavano da noi piccoli gruppi di partigiani, affamati, stanchi e intirizziti dal freddo (avevano poco per vestirsi). Mio padre mi diceva : “Mariuccia, prendi lo zaino, va in paese e vedi se trovi qualcosa da mangiare“.

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Il quadratino al centro del cerchio rosso è la Presa della Svel, dove vivevano gli Andreani

Era buio ma, stranamente, non avevo paura. Una cosa importante è da notare: la gente del paese era al corrente ma seppe tacere. Infatti, arrivata a Gignese, andavo a bussare dal prestinaio, Angiulin Motta. Si affacciava, gli dicevo piano: “Sono Mariuccia, vengo a vedere se avete qualche pezzo di pane“. Lui non fiatava, ma poco dopo usciva dal portone, mi faceva entrare e mi riempiva lo zaino. Anche la Rina Ferri faceva così, ma lei tutte le volte mi ammoniva : “Sta attenta cara, una volta o l’atra ti fai prendere!“. C’era ancora un altra persona, Virginia, la nipote dell’Aristide, il tabaccaio di Gignese. Fingeva di non sapere che facevo parte dei partigiani, però mi dava tante informazioni, così, come se si parlasse del tempo. Chi se la ricorda? Era una ragazza dai lunghi cappelli neri, l’aria assente, ma come mi è stata cara e preziosa! E la signora Maria, qualcuno se la ricorda? Abitava appena sotto la chiesa, e anche lei nascose spesso dei partigiani nel suo granaio. Grazie a tutti voi, Cari. Non vi dimentico.

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Il Municipio di Gignese in una cartolina degli anni Trenta

Il comandante per la nostra zona era Renato Boeri (fratello di Enzo). Su di lui, i tedeschi avevano messo una taglia di 30’000 lire per chi sarebbe riuscito a farlo catturare. Renato si trovava presso una famiglia di sfollati, la quale, avendo appreso della taglia, fu presa dal panico, il che era comprensibile: essendo la somma assai importante allora (circa quarante milioni negli anni novanta), avrebbe certamente fatto gola a qualcuno. Perciò lo condussero di notte alla Presa. Rimase da noi un pò, poi si trasferì all’Alpe Formica, ed infine da mio zio Bino, che, malgrado il tremendo rischio (stava in pieno centro di Gignese) aveva sempre la casa piena di partigiani. Anche in questa occasione, i Gignesini seppero stare zitti.

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Un gruppo di partigiani della brigata Stefanoni, divisione Valtoce all’Alpe Formica. Il terzo da sinistra in piedi è il comandante Renato Boeri, detto “Renatino”. Rimase per poco tempo nascosto alla Presa, ma poi trovò riparo  in centro a Gignese, a casa di Albino “Bino” De Gasperi

Intanto i fascisti e i tedeschi diventavano sempre più cattivi. Arrivò l’inverno. Fu la nipote del tabaccaio, Virginia, ad avvertirmi: “Sai, i tedeschi organizzano un grande rastrellamento, sono in molti“. Mio padre, quando glielo dissi, scavò una fossa sotto al locale dove si teneva lo strame per le bestie, per nascondervi Gigi, Gianni, Bruno, Rosso e Nando, e fece una bottola in cemento. Chi non ricorda quei giorni? Quando arrivarono, erano migliaia. In un attimo invasero il paese, presero ostaggi che portarono alle scuole (se un tedesco fosse stato ucciso, li avrebbero passati per le armi). Le ragazze giovani del paese furono costrette a presentarsi all’Albergo Due Riviere, dove si trovava il comando tedesco, per servire gli ufficiali.

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La buca scavata da Derio Andreani all’interno della cascina vicino alla Presa. Serviva per occultare i cinque operatori della radio trasmittente in caso di rastrellamento. Sopra la botola veniva sparso lo strame per le bestie in modo che non si vedesse nulla. Rimasero nascosti per quattro giorni e tre notti dal 29 Novembre del 1944

Così cominciarono quattro giorni e tre notti d’angoscia. Al primo giorno (il 29 novembre ’44), si sentì già sparare e lanciare bombe vicino alla Presa. Io, come al solito, presi il mio zaino e mi recai a fare la spesa. Incrociai parecchi tedeschi. Sentii le gambe che mi tremavano ma sorrisi loro. Arrivata a Gignese, feci la spesa poi andai a prendere il giornale. La tabaccaia mi disse piano, e con calma: “Sai: hanno preso tuo zio Bino e ferito tre altri“. Capii subito chi erano. Mi disse pure che uno era stato ucciso ed era rimasto nella grotta dove si erano nascosti. Come feci a rimanere così calma? Gli dissi solo che avevo dimenticato qualcosa e di tenermi un attimo lo zaino e, piano piano, mi avvicinai all’albergo. Fingevo di niente; ero così giovane, come avrebbero potuto dubitare di me? Gironzolai un pò e vidi che con mio zio c’erano Renato Boeri, De Mori e Michelino. Immaginai immediatamente che colui che era stato ucciso era il Fachiro, un ragazzo pieno di brio e sempre pronto a scherzare.

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In alto Guido Tilche insieme a Renato Boeri. Giovanissimo, era nato ad Alessandria d’Egitto il 6 Luglio 1921. Tornato a Milano ammalato dalla campagna di Russia, aveva raggiunto i partigiani a Gignese, dove era conosciuto con il nome di “Fachiro”. Restò vittima di un rastrellamento il 29 Novembre del ’44, quando Boeri fu catturato dai tedeschi e portato a Baveno, per essere interrogato dal Capitano Stamm. La cattura sul Mottarone di due tecnici della Siemens, che erano venuti dalla Germania per trovare la radio, consentì di fare lo scambio e liberare così Boeri

Non tremai, non gridai, anche se ne avevo voglia. Anzi, sorrisi ai due tedeschi che mi guardavano. Ritornai sui miei passi, presi il mio zaino, che era pesante perchè portavo da mangiare per dieci persone, e che allora sembrava pesare ancora di più. Camminavo piano, con una gran voglia di piangere. Pensavo ai prigionieri; se i tedeschi avessero saputo che tenevano Renato Boeri, sarebbe stato difficilissimo fare uno scambio, pensavo a mio zio ferito e pensavo anche ai nostri cinque partigiani nascosti nella buca, a cosa sarebbe successo se li avessero trovati. Incrociai di nuovo dei tedeschi. Ce n’erano dovunque. Arrivata a casa, non dissi niente ai miei. Mio padre mi chiese se sapevo a chi avevano sparato. Risposi di no, che non sapevo niente. Mia mamma era lì, con un viso pallidissimo sul quale le si leggeva l’angoscia. Cara mamma, quanta paura hai preso! E poi tremavi tutte le volte che mi vedevi partire con lo zaino. Solo ora, con il passare degli anni mi rendo conto di tutte le tue ansie. Mia madre si mise a fare da mangiare. Io e mia sorella Nanda la aiutammo. Stavamo per andare a tavola, quando la casa fu tutta circondata dai tedeschi. Piazzarono la mitragliatrice con la canna rivolta verso l’entrata, ed entrarono di colpo. Noi si finse d’essere sorpresi. Salirono verso le camere, andarono in cantina. Mia mamma li seguì sempre. In quel momento sembrava un altra donna. Poi si recarono nella cascina dove mia mamma prese il tridente e rimosse lo strame dicendo “Vedete, qui non c’è niente“, intanto il nascondiglio si copriva sempre di più.

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Il tesserino del Corpo Volontari della Libertà di Angela Andreani, la madre di Mariuccia e moglie di Desiderio. Quando arrivarono i tedeschi Angiolina dimostrò un notevole sangue freddo, fingendo che nella cascina ci fosse solo del fieno, quando invece vi erano cinque persone nascoste

La perquisizione durò circa un’ora, poi se ne andarono. Allora vidi mia mamma cambiare viso. Era pallida, cominciò a tremare, si comprimeva il petto e singhiozzava. L’aveva presa una vera crisi di nervi. Pensai allora che avevo fatto bene a non dire niente di zio Bino, di Renato, e degli altri. Poi, ad un tratto, si calmò. Disse: “Quei figlioli là sotto devono tremare ancora, perchè hanno sentito tutto, e poi devono anche mangiare“. Preparò cinque razioni, le posò nella gerla, le coprì con un panno, poi con un sacco e si avviò verso la cascina, chiamando le galline. Sollevò la bottola di cemento, fece scendere loro il cibo e, piano, disse loro : “Ragazzi! Per oggi ce l’abbiamo fatta. Vi raccomando, non muovetevi, ce ne sono dapertutto“. Ci si mise a tavola, ma nessuno di noi aveva fame. Ecco arrivare il mio cuginetto – era un bambino, ma sapeva comportarsi da uomo -. Entrò e annunciò quello che io sapevo già: hanno preso suo papà, Renato, gli altri, e il Fachiro è stato ucciso. Non dimenticherò mai i visi sconvolti di mia mamma, mio papà e mia sorella. C’era una tale angoscia, pensavamo ai nostri cinque partigiani, nascosti là fuori e, quasi inconsciamente, pregammo insieme. Arrivò la notte, e i tedeschi illuminarono la casa e spararono continuamente. Mia sorella, accanto a me, tremava come una foglia. Ad un tratto si alzò e andò nell’altro letto, accanto alla mamma. La sentii a lungo singhiozzare. Poi, sentimmo bussare piano. Scendemmo, ed era Gianni. Disse: “Non si può più respirare, la candela si spegne, manca l’ossigeno“. Allora, mio padre, che aveva scavato una fossa nascosta dietro un albero, tra un chiarore e l’altro, vi fece passare Gianni e Rosso.

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Il tesserino della divisione Valtoce di Fernanda Andreani, la sorella di Mariuccia. Fernanda era fidanzata con Giovanni Bono, operatore radio di Boeri, che si nascose nella cascina della Presa con i suoi compagni. In seguito fu catturato, torturato e ucciso a Valbondione, in provincia di Bergamo. Da Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia

Ma, al mattino, dovettero rimettersi tutti sotto la cascina. Era troppo pericoloso tenerli nella fossa, fuori. Mio padre disse: “Se sentite che è tranquillo, alzate ogni tanto la bottola. Se invece sentite chiamare le galline, tirate giù in fretta, e noi verremo a coprire con le foglie”. Il giorno seguente, mio cugino Piergiovanni, informato da mia zia Derina Molinari, che si trovava all’Albergo Due Riviere a Gignese per servire gli ufficiali, mi avverte che sono segnalata dai tedeschi. Con quei grandi zaini, a chi porto da mangiare? E così, sarò pedinata fino alla fine del rastrellamento. Ora prendo pochissimo, una piccola borsa. Saltiamo spesso il pasto. Però, tutti i giorni vado in paese e così posso apprendere che hanno bruciato delle case. Cara gente di Gignese! Eravate al corrente ma avete saputo resistere alla pressione.

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Il ricordo di Guido Tilche pubblicato sulla rivista clandestina “Il Fuorilegge”

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In apertura: un ritratto di Mariuccia Andreani

Per scaricare il pdf della prima parte cliccare qui: I ribelli della Presa § 1

Per leggere la seconda parte del racconto cliccare qui: I ribelli della Presa § 2

Per leggere la terza parte del racconto cliccare qui:

https://archiviodelverbanocusioossola.com/2015/06/02/i-ribelli-della-presa-%C2%A7-3/

 

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Published in: on 12 maggio 2015 at 1:12  Comments (1)  
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