I ribelli della Presa § 1

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I ribelli della Presa # 3

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola I ribelli della Presa Mottarone Gignese Lago Maggiore Mariuccia Andreani partigiani seconda guerra mondiale Enzo Renato Boeri Oss Ori Radio Salem spionaggio 1944 Mariuccia giovane

di Mariuccia Andreani

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola pubblica qui una lunga testimonianza inedita di Mariuccia Andreani, giovanissima staffetta, classe 1929, che racconta l’esperienza della sua famiglia con i partigiani del Mottarone. Si tratta di uno scritto molto importante perché ricostruisce una parte poco conosciuta della resistenza nel Nord Italia. Per facilitarne la lettura è stata divisa in tre parti: cliccare qui per leggere la seconda parte e qui per leggere l’ultima.

La storia, che si svolge a Gignese, nell’Alto Vergante, inizia l’8 Settembre 1943 e si conclude il 25 Aprile del 1945. In quel paese, il padre di Mariuccia, Desiderio Andreani era custode della Presa, una piccola diga nascosta in una valletta a due chilometri dal borgo, che assicurava acqua alla centrale idroelettrica. Proprio in quel luogo “Derio” nascose gli uomini della missione Apricot – Salem di Enzo Boeri (di cui abbiamo raccontato la prima parte qui: La Resistenza vien dal cielo. “Radio Salem”, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone) e, in seguito, ospitò diversi partigiani della brigata Paolo Stefanoni, comandata dal fratello di Enzo, Renato Boeri. La Presa era l’unico luogo sicuro dotato di elettricità, elemento fondamentale per trasmettere ogni giorno i bollettini alla base alleata di Brindisi. Da quel momento Radio Salem, collegata con Milano attraverso una rete di staffette, diventa la radio ufficiale del Corpo Volontari della Libertà.

Mariuccia, figlia del custode della Presa, aveva allora 14 anni. Era incaricata, all’inizio, di trasportare le batterie dalla Presa all’Alpe Formica e di reperire i viveri per i partigiani. Il racconto, pieno di avvenimenti drammatici e colpi di scena, fa rivivere al lettore quei due anni difficili sul Lago Maggiore, visti con gli occhi di una ragazza determinata e coraggiosa.

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Archivio Iconografico del Verbano I ribelli della Presa Mottarone Gignese Lago Maggiore Mariuccia Andreani partigiani seconda guerra mondiale Enzo Renato Boeri Oss Ori Radio Salem spionaggio 1944 9 Settembre 1943

La Stampa del 9 Settembre 1943 riporta la notizia dell’Armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani

Otto settembre 1943. Dopo oltre tre anni di un inutile guerra (questa guerra che già ha fatto troppi morti sui campi di battaglia e tra i civili, vittime degli innumerevoli bombardamenti) il maresciallo Pietro Badoglio proclama l’Armistizio. Molti credono che sia finita. Ci si abbraccia, commossi. Ed invece è il caos, molti militari lasciano l’esercito, i prigionieri fuggono e incomincia la più terribile ed atroce guerra. La guerra fratricida. La guerra che mette i padri contro i figli, i fratelli contro altri fratelli. La cosa più triste che in un paese possa capitare. Nel mio ricordo di ragazza, allora appena più che quattordicenne, quei momenti sono rimasti nella mia mente con una strana chiarezza. Senza accorgersene, la mia famiglia si trovò coinvolta in certe circostanze che fecero poi di lei un’alleata dei partigiani, una famiglia patriottica, una vera famiglia italiana. Cominciamo con ordine. Mio padre, Desiderio Andreani (“Derio”), era allora guardiano alla diga chiamata “La Presa”, molto isolata, che distava tre chilometri da Gignese.

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Desiderio Andreani, detto “Derio”, nato a Montegrino in provincia di Varese il 29 Giugno del 1901 era il papà di Mariuccia. Dopo aver lasciato la divisa di carabiniere era diventato gestore della Presa di Gignese per la Svel. Sposato con Angela Molinari aveva avuto tre figli: Fernanda, nata il 14 Novembre 1925, Pierangelo, nato  il 5 Maggio 1927 e Mariuccia, nata il 3 Marzo 1929

Non vi era a quel tempo nessuna abitazione nei dintorni. Era il 10 settembre, verso le otto del mattino. Tre inglesi – un ufficiale con due soldati – fuggiti dalla prigionia, avevano seguito il fiume “Airola” e si erano trovati finalmente davanti alla nostra casa. Erano stanchi ed affamati. Noi avevamo pochissimo da mangiare, ma demmo loro tutto quello che si poteva. Rimasero da noi tre giorni e tre notti. Poi passò da noi uno del paese e li vide. Bisognava quindi farli fuggire al più presto (c’era la pena di morte per chi aiutava i prigionieri evasi). Mio padre procurò loro degli indumenti borghesi e le loro divise vennero immediatamente bruciate. Demmo loro quel pò di pane tesserato che avevamo, con una fetta di polenta, e mio padre li accompagnò di notte, seguendo un pò i fiumi e rasenti ai boschi e li condusse fino alla frontiera Svizzera. Ritornò la notte del giorno seguente. Non lo sentii neppure arrivare. Doveva aver camminato parecchio!

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Una vista della Presa dall’alto: sulla destra la casa della famiglia Andreani, con il vascone di carico dell’acqua e, sulla sinistra, la cascina dove verranno nascosti i radio telegrafisti

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ll comandante Harold Rupert Alexander inviò a Derio Andreani un riconoscimento per aver salvato tre soldati inglesi, dando loro abiti civili e accompagnandoli fino in Svizzera

Che ne fu di quei militari? Non si seppe più nulla, tranne che, a guerra finita, mio padre ebbe un riconoscimento dagli Inglesi per aver aiutato tre dei loro a fuggire. Passarono ancora diversi giorni. Molti uomini ritornarono alle loro case e si nascosero per mesi. Più tardi, alcuni raggiunsero i partigiani mentre altri rimasero nascosti. Vi furono anche quelli che, incitati dalla famiglia, ritornarono all’esercito. Nessuno li vide più. Noi non avevamo più notizie di mio zio Maurizio Molinari, che si trovava a Rochemolles vicino a Bardonecchia nel periodo di guerra e ci si chiedeva cosa ne era di lui. Eravamo molto preoccupati. Mia nonna, una donna piena di iniziativa e molto coraggiosa, senza dire niente a nessuno, partì alla sua ricerca portando abiti femminili in una borsa. Con mio zio così vestito, arrivarono in treno a Stresa e, di notte, raggiunsero Gignese a piedi. Era certo impensabile tenerlo a casa, in pieno centro del paese. Arrivò così alla Presa una notte e ci rimase. Eravamo tanto contenti d’averlo con noi perchè gli volevamo tutti molto bene. A Gignese, mai nessuno seppe della sua presenza.

Archivio Iconografico del Verbano I ribelli della Presa Enzo Renato Boeri Maurizio Molinari

Lo zio di Mariuccia, Maurizio Molinari, era fratello di sua mamma Angela Molinari Andreani. Nel 1943 si trovava a Rochemolles, vicino a Bardonecchia, dove era a servizio militare come guardia di frontiera. Grazie alla mamma Cesarina, che gli portò dei vestiti femmili, riuscì a tornare a Gignese. Non si sarebbe più ripresentato miliare e fu il primo “ribelle” che trovò rifugio alla Presa di Derio. Collezione Bianca, Maria Molinari e Maurizio Potenza

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La carta d’identità falsa di Maurizio Molinari, che, in caso di cattura, avrebbe protetto la sua famiglia dalla vendetta. Molinari, che avrebbe trasportato la radio a Milano e scortato Ferruccio Parri in Svizzera con la macchina, si rivelò una delle staffette più affidabili e precise. Collezione di Bianca, Maria Molinari e Maurizio Potenza

Per noi era il primo “ribelle” (erano così chiamati dai fascisti) che ospitavamo. Ce n’erano certo stati altri sulle montagne, ma dove ? So che la gente dell’alpe Formica e i Basalini furono tra i primi e che da loro si formarono i primi nuclei di resistenza. Nel frattempo, Mussolini era stato liberato dai tedeschi e aveva formato la Repubblica di Salò. I fascisti si sentivano più sicuri di sè ora che avevano di nuovo il loro grande capo. Gli aerei incominciarono a sorvolare le montagne lanciando manifestini a migliaia che dicevano: “Ribelli, arrendetevi. Rientrate ai vostri reparti militari. Non vi sarà fatto nulla. Combatteremo nuovamente insieme“. Questo durò parecchi giorni, anzi, settimane. Poi, dalla supplica, si passò alla minaccia. Ora i volantini si centuplicavano : “Chi nasconde i ribelli verrà passato per le armi. Arresteremo la famiglia di chi non si presenta di sua volontà. Chi verrà arrestato sarà fucilato”. Intanto, i ribelli raggiungevano le montagne.

Battista detto "Titta" Basalini di Gignese era collaboratore del gruppo Radio Trasmittente. Fu il Basalini che, fra i primi, aveva preso con sè dei partigiani all'Alpe Formica

Battista detto “Titta” Basalini di Gignese era collaboratore del gruppo Radio Trasmittente. Fu il Basalini che, fra i primi, aveva preso con sè dei partigiani all’Alpe Formica

Noi, per un pò, avemmo solo mio zio. Ma gli Inglesi avevano già lanciato col paracadute i primi partigiani con la radio trasmittente. Mio zio, Bino De Gasperi, ci ha raccontato che erano stati paracadutati al Lagone, sopra Massino. C’era con loro il Dott. Enzo Boeri, che si ferì leggermente, cadendo su un cespuglio. In un primo tempo, andarono in una mansarda di villa Boeri, a Stresa, ma poi la villa venne requisita dai fascisti e dovettero trasferirsi all’alpe Formica, nella zona di Sovazza. Con Enzo Boeri, c’erano l’operatore Gianni Bono e Renato, fratello di Enzo. I primi collaboratori del gruppo Radio Trasmittente furono Pietro Carnevali (“Piero”), Albino De Gasperi e Battista Basalini (“Titta”). La radio di Enzo Boeri teneva i collegamenti del comando C.V.L. Alta Italia di Ferruccio Parri (“Maurizio”) col Comando Anglo-Americano del Mediterraneo del Generale Alexander. Un giorno, arrivai a casa di mio zio Bino De Gasperi e conobbi i primi partigiani: Pietro Carnevali detto “Piero”, Giancarlo Castelnuovo, Umberto Lilla di Armeno detto “Berto”. Piero così buono, Giancarlo e Berto tanto allegri.

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Umberto Lilla di Armeno, detto “Berto”, fu tra i primi collaboratori fidati della missione RT

Era da un bel pò che mio zio li ospitava, e, come loro, anche altri. Ora avevano bisogno che qualcuno caricasse gli accumulatori della radio perchè potessero continuare a trasmettere dall’alpe Formica, dove non c’era la corrente elettrica. Mio zio pensò subito a mio padre. Conoscendo le sue idee, e sapendo che avevamo mio zio Maurizio in casa, era sicuro di noi. Fui io a condurre alla Presa per la prima volta Giancarlo, Piero e Berto. Lì si misero subito d’accordo con mio padre: da noi si caricava le batterie, poi uno di loro le veniva a prendere e portava quelle scariche.

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Una scatola di cartone e una valvola Sylvania,in dotazione all’esercito americano e utilizzata per le radio trasmittenti. Archivio Renato Borroni, Stresa. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

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Foto di partigiani a Gignese: Albino De Gasperi, detto “Bino” (il secondo da sinistra) era lo zio di Mariuccia, sposato con Giustina, sorella della madre. Fu lui che portò gli operatori della radio alla Presa, dal cognato Derio Andreani. Alla sua destra Giancarlo Castelnuovo di Parabiago e Settimo Tabarini, cugino della madre di Mariuccia. A sinistra il  partigiano Luchini

Succese allora una cosa orribile. I tedeschi erano arrivati fino a Sovazza per una perlustrazione. Quando Piero li vide, corse e cercò rifugio in un fossato, nel bosco, ma fu crivellato di pallotole. Piansi tanto la sua morte. Mio zio e mio padre andarono a prendere il suo corpo e lo portarono, su un carro, nascosto sotto il fieno, al suo paese, Magognino, dove fu seppellito. Dopo pochi giorni, venne da noi sua moglie, madre di tre bambini, per ringraziare mio padre. La rivedo ancora, tutta vestita di nero, con uno scialle sul capo; le lacrime le scorrevano sul giovane viso, ma nel suo dolore c’era tanta dignità. Andai in camera e piansi a lungo. Con Piero incominciavo ad intuire tutto l’orrore e l’angoscia che ci attendevano.

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Pietro Carnevali con il figlio e un amico sul Mottarone nella primavera del 1944. Nato a Chignolo Verbano, oggi Stresa, il 18 Aprile del 1911, Carnevali era un valente alpino del Battaglione Intra. Nel 1936, con il grado di sergente, era partito per l’Africa. Rientrato a Intra nel 1937 tornò a fare il suo lavoro di piastrellista e conobbe Renato Boeri. Nel 1940 Carnevali fu richiamato a La Thuile, dove rimase fino al 14 Settembre 1943. Avendo maturato un pensiero antifascista, Pietro scappò a Stresa per sottrarsi alla cattura dei tedeschi e decise di unirsi ai partigiani. Si occupò, su incarico di Renato Boeri, dei contatti radio tra OSS e i reparti nascosti tra i monti

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L’ultima fotografia di Carnavali al Mottarone nel Luglio del ’44. Fu ucciso il 27 Luglio durante di un rastrellamento, in prossimità di Sovazza. Aveva 33 anni, una moglie Elisabetta e tre figli

Dopo quella morte, si ebbe paura che i tedeschi avessero un sospetto. Così non fu più Giancarlo a portare gli accumulatori ma fui io, o, a volte, mio fratello. Con lo zaino in spalla (e pesava!) andavo su molto lontano fino a un punto dove un’altra staffetta lo prendeva in consegna e mi dava le batterie da caricare. Era pesante e faticoso ma lo facevo volentieri. Quando mio fratello Pierangelo era a casa (lavorava sul trenino della Ferrovia del Mottarone, che collegava Stresa all’Alpino ed al Mottarone), era lui ad andare.

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Pierangelo Andreani, il fratello di Mariuccia Andreani, lavorava sul trenino del Mottarone

Durò questo fino alla soglia dell’inverno. Poi si ebbe paura che con la prima neve si lasciassero le orme. Così fu deciso che la radio trasmittente fosse trasferita alla Presa. Ci trovammo lì con Gianni, Bruno, Gigi, Rosso e Nando. Gigi e Bruno erano sposati. Quest’ultimo aveva una bambina. Le loro mogli e le loro mamme avevano saputo da una staffetta dove si trovavano, inoltre mio padre aveva messo a loro disposizione la casa che aveva a Gignese. Così, i nostri operatori ebbero spesso la possibilità di trovarsi con le loro consorti. D’altronde, sempre grazie all’aiuto di una staffetta, potemmo far venire i genitori di Gianni (i suoi “cari vecchietti“, come li chiamava), con un suo cugino. Rivedo ancora la mamma che abbracciava senza sosta suo figlio. Ci fece tanta pena vederli partire raccomandandoci tanto il loro Gianni. Fu quella l’ultima volta che ebbero la possibilità di vedere il loro unico figlio.

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Una veduta di Gignese nella prima metà del Novecento

I primi giorni, mi ricordo, si soffrì tanta fame. Fui mandata verso gli alpeggi a cercare un pò di burro. Quanti ne passai, quel giorno? Non so, ma quando rincasai piangevo di rabbia e di umiliazione. Avevo sentito solo insulti e minacce. Non chiedevo l’elemosina. Avrei pagato quel burro! Ricordo che mancava il sale e che facevamo la polenta con quel poco granoturco che si aveva, macinato con un vecchio macinacaffè (ora l’ho io a casa, come ricordo).

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Il granturco disponibile alla Presa veniva macinato per fare la polenta con questo macinacaffè

Intanto i partigiani diventavano più numerosi e si organizzavano. Con le prime armi che riuscivano a procurarsi, cominciarono a compiere i primi sabotaggi: tagliare le linee telefoniche, far saltare qualche fortino o delle ferrovie, a modo di recare il più danno possibile ai tedeschi. Se si prendevano dei fascisti, venivano subito fucilati (da noi non si torturava). C’era però l’ordine preciso che nessun tedesco doveva essere ucciso, per evitare ai paesi le rappresaglie. Sapevamo che, per ogni tedesco ucciso, dieci civili avrebbero pagato con la loro vita ed il paese avrebbe corso il rischio di essere bruciato. Questa era la legge tedesca: ogni volta che iniziavano un rastrellamento, arrestavano molti civili al solo scopo di tenerli in ostaggio. Se si fosse potuto agire quando passavano i convogli, la guerra sarebbe finita prima, ma lì era la loro forza. Se riuscivamo a catturare un tedesco, lo si teneva bene, poi si faceva un cambio. Il primo a fare uno di questi cambi fu il partigiano chiamato “Tom Mix”, comandante la formazione “I Falchi del Mottarone”.

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Il leggendario Giulio Lavarini, conosciuto con il nome di battaglia “Tom Mix”, comandante della brigata Franco Abrami. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

Io ero una spericolata, sapevo sempre tutto, correvo, avvisavo. Mio fratello, pure lui, lavorando sul tram, sapeva tante cose e ci informava. Quante volte mi dicevano : “Mariuccia, va ad avvertire Landi o Il Pompiere (erano le nostre staffette, venivano da Milano) di non scendere a Gignese che è pieno di fascisti“, e io correvo. Ma una volta, nell’autunno del ’44, mi ero incamminata per avvertirli ma c’erano dei fascisti sul Sciarè. Non sò se fu per paura, ma spararono nella mia direzione. Sentii le pallotole fischiare sopra di me, però riuscii a buttarmi a terra e, strisciando, a sfuggirgli. Spesso, sempre di notte, passavano da noi piccoli gruppi di partigiani, affamati, stanchi e intirizziti dal freddo (avevano poco per vestirsi). Mio padre mi diceva : “Mariuccia, prendi lo zaino, va in paese e vedi se trovi qualcosa da mangiare“.

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Il quadratino al centro del cerchio rosso è la Presa della Svel, dove vivevano gli Andreani

Era buio ma, stranamente, non avevo paura. Una cosa importante è da notare: la gente del paese era al corrente ma seppe tacere. Infatti, arrivata a Gignese, andavo a bussare dal prestinaio, Angiulin Motta. Si affacciava, gli dicevo piano: “Sono Mariuccia, vengo a vedere se avete qualche pezzo di pane“. Lui non fiatava, ma poco dopo usciva dal portone, mi faceva entrare e mi riempiva lo zaino. Anche la Rina Ferri faceva così, ma lei tutte le volte mi ammoniva : “Sta attenta cara, una volta o l’atra ti fai prendere!“. C’era ancora un altra persona, Virginia, la nipote dell’Aristide, il tabaccaio di Gignese. Fingeva di non sapere che facevo parte dei partigiani, però mi dava tante informazioni, così, come se si parlasse del tempo. Chi se la ricorda? Era una ragazza dai lunghi cappelli neri, l’aria assente, ma come mi è stata cara e preziosa! E la signora Maria, qualcuno se la ricorda? Abitava appena sotto la chiesa, e anche lei nascose spesso dei partigiani nel suo granaio. Grazie a tutti voi, Cari. Non vi dimentico.

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Il Municipio di Gignese in una cartolina degli anni Trenta

Il comandante per la nostra zona era Renato Boeri (fratello di Enzo). Su di lui, i tedeschi avevano messo una taglia di 30’000 lire per chi sarebbe riuscito a farlo catturare. Renato si trovava presso una famiglia di sfollati, la quale, avendo appreso della taglia, fu presa dal panico, il che era comprensibile: essendo la somma assai importante allora (circa quarante milioni negli anni novanta), avrebbe certamente fatto gola a qualcuno. Perciò lo condussero di notte alla Presa. Rimase da noi un pò, poi si trasferì all’Alpe Formica, ed infine da mio zio Bino, che, malgrado il tremendo rischio (stava in pieno centro di Gignese) aveva sempre la casa piena di partigiani. Anche in questa occasione, i Gignesini seppero stare zitti.

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Un gruppo di partigiani della brigata Stefanoni, divisione Valtoce all’Alpe Formica. Il terzo da sinistra in piedi è il comandante Renato Boeri, detto “Renatino”. Rimase per poco tempo nascosto alla Presa, ma poi trovò riparo  in centro a Gignese, a casa di Albino “Bino” De Gasperi

Intanto i fascisti e i tedeschi diventavano sempre più cattivi. Arrivò l’inverno. Fu la nipote del tabaccaio, Virginia, ad avvertirmi: “Sai, i tedeschi organizzano un grande rastrellamento, sono in molti“. Mio padre, quando glielo dissi, scavò una fossa sotto al locale dove si teneva lo strame per le bestie, per nascondervi Gigi, Gianni, Bruno, Rosso e Nando, e fece una bottola in cemento. Chi non ricorda quei giorni? Quando arrivarono, erano migliaia. In un attimo invasero il paese, presero ostaggi che portarono alle scuole (se un tedesco fosse stato ucciso, li avrebbero passati per le armi). Le ragazze giovani del paese furono costrette a presentarsi all’Albergo Due Riviere, dove si trovava il comando tedesco, per servire gli ufficiali.

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La buca scavata da Derio Andreani all’interno della cascina vicino alla Presa. Serviva per occultare i cinque operatori della radio trasmittente in caso di rastrellamento. Sopra la botola veniva sparso lo strame per le bestie in modo che non si vedesse nulla. Rimasero nascosti per quattro giorni e tre notti dal 29 Novembre del 1944

Così cominciarono quattro giorni e tre notti d’angoscia. Al primo giorno (il 29 novembre ’44), si sentì già sparare e lanciare bombe vicino alla Presa. Io, come al solito, presi il mio zaino e mi recai a fare la spesa. Incrociai parecchi tedeschi. Sentii le gambe che mi tremavano ma sorrisi loro. Arrivata a Gignese, feci la spesa poi andai a prendere il giornale. La tabaccaia mi disse piano, e con calma: “Sai: hanno preso tuo zio Bino e ferito tre altri“. Capii subito chi erano. Mi disse pure che uno era stato ucciso ed era rimasto nella grotta dove si erano nascosti. Come feci a rimanere così calma? Gli dissi solo che avevo dimenticato qualcosa e di tenermi un attimo lo zaino e, piano piano, mi avvicinai all’albergo. Fingevo di niente; ero così giovane, come avrebbero potuto dubitare di me? Gironzolai un pò e vidi che con mio zio c’erano Renato Boeri, De Mori e Michelino. Immaginai immediatamente che colui che era stato ucciso era il Fachiro, un ragazzo pieno di brio e sempre pronto a scherzare.

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In alto Guido Tilche insieme a Renato Boeri. Giovanissimo, era nato ad Alessandria d’Egitto il 6 Luglio 1921. Tornato a Milano ammalato dalla campagna di Russia, aveva raggiunto i partigiani a Gignese, dove era conosciuto con il nome di “Fachiro”. Restò vittima di un rastrellamento il 29 Novembre del ’44, quando Boeri fu catturato dai tedeschi e portato a Baveno, per essere interrogato dal Capitano Stamm. La cattura sul Mottarone di due tecnici della Siemens, che erano venuti dalla Germania per trovare la radio, consentì di fare lo scambio e liberare così Boeri

Non tremai, non gridai, anche se ne avevo voglia. Anzi, sorrisi ai due tedeschi che mi guardavano. Ritornai sui miei passi, presi il mio zaino, che era pesante perchè portavo da mangiare per dieci persone, e che allora sembrava pesare ancora di più. Camminavo piano, con una gran voglia di piangere. Pensavo ai prigionieri; se i tedeschi avessero saputo che tenevano Renato Boeri, sarebbe stato difficilissimo fare uno scambio, pensavo a mio zio ferito e pensavo anche ai nostri cinque partigiani nascosti nella buca, a cosa sarebbe successo se li avessero trovati. Incrociai di nuovo dei tedeschi. Ce n’erano dovunque. Arrivata a casa, non dissi niente ai miei. Mio padre mi chiese se sapevo a chi avevano sparato. Risposi di no, che non sapevo niente. Mia mamma era lì, con un viso pallidissimo sul quale le si leggeva l’angoscia. Cara mamma, quanta paura hai preso! E poi tremavi tutte le volte che mi vedevi partire con lo zaino. Solo ora, con il passare degli anni mi rendo conto di tutte le tue ansie. Mia madre si mise a fare da mangiare. Io e mia sorella Nanda la aiutammo. Stavamo per andare a tavola, quando la casa fu tutta circondata dai tedeschi. Piazzarono la mitragliatrice con la canna rivolta verso l’entrata, ed entrarono di colpo. Noi si finse d’essere sorpresi. Salirono verso le camere, andarono in cantina. Mia mamma li seguì sempre. In quel momento sembrava un altra donna. Poi si recarono nella cascina dove mia mamma prese il tridente e rimosse lo strame dicendo “Vedete, qui non c’è niente“, intanto il nascondiglio si copriva sempre di più.

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Il tesserino del Corpo Volontari della Libertà di Angela Andreani, la madre di Mariuccia e moglie di Desiderio. Quando arrivarono i tedeschi Angiolina dimostrò un notevole sangue freddo, fingendo che nella cascina ci fosse solo del fieno, quando invece vi erano cinque persone nascoste

La perquisizione durò circa un’ora, poi se ne andarono. Allora vidi mia mamma cambiare viso. Era pallida, cominciò a tremare, si comprimeva il petto e singhiozzava. L’aveva presa una vera crisi di nervi. Pensai allora che avevo fatto bene a non dire niente di zio Bino, di Renato, e degli altri. Poi, ad un tratto, si calmò. Disse: “Quei figlioli là sotto devono tremare ancora, perchè hanno sentito tutto, e poi devono anche mangiare“. Preparò cinque razioni, le posò nella gerla, le coprì con un panno, poi con un sacco e si avviò verso la cascina, chiamando le galline. Sollevò la bottola di cemento, fece scendere loro il cibo e, piano, disse loro : “Ragazzi! Per oggi ce l’abbiamo fatta. Vi raccomando, non muovetevi, ce ne sono dapertutto“. Ci si mise a tavola, ma nessuno di noi aveva fame. Ecco arrivare il mio cuginetto – era un bambino, ma sapeva comportarsi da uomo -. Entrò e annunciò quello che io sapevo già: hanno preso suo papà, Renato, gli altri, e il Fachiro è stato ucciso. Non dimenticherò mai i visi sconvolti di mia mamma, mio papà e mia sorella. C’era una tale angoscia, pensavamo ai nostri cinque partigiani, nascosti là fuori e, quasi inconsciamente, pregammo insieme. Arrivò la notte, e i tedeschi illuminarono la casa e spararono continuamente. Mia sorella, accanto a me, tremava come una foglia. Ad un tratto si alzò e andò nell’altro letto, accanto alla mamma. La sentii a lungo singhiozzare. Poi, sentimmo bussare piano. Scendemmo, ed era Gianni. Disse: “Non si può più respirare, la candela si spegne, manca l’ossigeno“. Allora, mio padre, che aveva scavato una fossa nascosta dietro un albero, tra un chiarore e l’altro, vi fece passare Gianni e Rosso.

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Il tesserino della divisione Valtoce di Fernanda Andreani, la sorella di Mariuccia. Fernanda era fidanzata con Giovanni Bono, operatore radio di Boeri, che si nascose nella cascina della Presa con i suoi compagni. In seguito fu catturato, torturato e ucciso a Valbondione, in provincia di Bergamo. Da Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia

Ma, al mattino, dovettero rimettersi tutti sotto la cascina. Era troppo pericoloso tenerli nella fossa, fuori. Mio padre disse: “Se sentite che è tranquillo, alzate ogni tanto la bottola. Se invece sentite chiamare le galline, tirate giù in fretta, e noi verremo a coprire con le foglie”. Il giorno seguente, mio cugino Piergiovanni, informato da mia zia Derina Molinari, che si trovava all’Albergo Due Riviere a Gignese per servire gli ufficiali, mi avverte che sono segnalata dai tedeschi. Con quei grandi zaini, a chi porto da mangiare? E così, sarò pedinata fino alla fine del rastrellamento. Ora prendo pochissimo, una piccola borsa. Saltiamo spesso il pasto. Però, tutti i giorni vado in paese e così posso apprendere che hanno bruciato delle case. Cara gente di Gignese! Eravate al corrente ma avete saputo resistere alla pressione.

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Il ricordo di Guido Tilche pubblicato sulla rivista clandestina “Il Fuorilegge”

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In apertura: un ritratto di Mariuccia Andreani

Per scaricare il pdf della prima parte cliccare qui: I ribelli della Presa § 1

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Published in: on 22 magamTue, 12 May 2015 01:12:53 +00001312015 2011 at 9.41  Comments (1)  
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I ribelli della Presa § 3

Per leggere la prima parte del racconto cliccare qui:

I ribelli della Presa § 1

Per leggere la seconda parte del racconto cliccare qui:

I ribelli della Presa § 2

Ritorno della brigata "Stefanoni" a Gignese dopo la liberazione di Milano

Ritorno della brigata Stefanoni a Gignese dopo la liberazione. A sinistra Piergiovanni De Gasperi, cugino di Mariuccia Andreani, il comandante Renato Boeri e, a destra, Giancarlo Castelnuovo

di Mariuccia Andreani

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola pubblica qui una lunga testimonianza inedita di Mariuccia Andreani, giovanissima staffetta, classe 1929, che racconta l’esperienza della sua famiglia con i partigiani del Mottarone. Si tratta di uno scritto molto importante perché ricostruisce una parte poco conosciuta della resistenza nel Nord Italia. Per facilitarne la lettura è stata divisa in tre parti: cliccare qui per leggere la seconda parte e qui per leggere la seconda.

La storia, che si svolge a Gignese, nell’Alto Vergante, inizia l’8 Settembre 1943 e si conclude il 25 Aprile del 1945. In quel paese, il padre di Mariuccia, Desiderio Andreani era custode della Presa, una piccola diga nascosta in una valletta a due chilometri dal borgo, che assicurava acqua alla centrale idroelettrica. Proprio in quel luogo Derio nascose gli uomini della missione Apricot – Salem di Enzo Boeri (di cui abbiamo raccontato la prima parte qui: La Resistenza vien dal cielo. “Radio Salem”, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone) e, in seguito, ospitò diversi partigiani della brigata Stefanoni, comandata dal fratello di Enzo, Renato Boeri. La Presa era l’unico luogo sicuro dotato di elettricità, elemento fondamentale per trasmettere ogni giorno i bollettini alla base alleata di Brindisi. Da quel momento Radio Salem, collegata con Milano attraverso una rete di staffette, diventa la radio ufficiale del Corpo Volontari della Libertà.

Mariuccia, figlia del custode della Presa, aveva allora 14 anni. Era incaricata, all’inizio, di trasportare le batterie dalla Presa all’Alpe Formica e di reperire i viveri per i partigiani. Il racconto, pieno di avvenimenti drammatici e colpi di scena, fa rivivere al lettore quei due anni difficili sul Lago Maggiore, visti con gli occhi di una ragazza determinata e coraggiosa.

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Gignese, Cesarina Iacazzi e Angelo Molinari, i nonni di Mariuccia Andreani, fotografati nel giorno del loro venticinquesimo anniversario di matrimonio. Avevano avuto sei figli: Maria, nata nel 1907; Angela nata il 16 Ottobre 1908 e sposata con Desiderio Andreani e madre di Fernanda, Pierangelo e Mariuccia; Giustina, nata il 1° Dicembre del 1911, sposata con Albino De Gasperi e madre di Piergiovanni; Maurizio, nato nel 1916; Marta, nata nel 1919 e madre di Maurizio; Derina, l’ultima, nata nel 1922. Archivio Bianca Maria Molinari e Maurizio Potenza

Nel febbraio 1945, succese un avvenimento che mi toccò personalmente. Io, che ormai avevo quasi sedici anni, come tutte le mattine, mi recai in paese. Arrivata a casa di mia nonna, salii in camera e trovai mia zia Derina Molinari, col viso sconvolto, che tremava dalla paura. Riuscì solo a dirmi: “I fascisti sono in paese, e mi cercano!“. Con lei, c’era una ragazza che era corsa ad avvertirla. Quando guardai fuori dalla finestra, vidi dei fascisti che erano saliti sul promontorio della chiesa, da dove si dominava bene la casa, mentre altri si erano avvicinati al cancello.

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La chiesa parrocchiale di Gignese dedicata a San Maurizio. La casa della nonna Cesarina è proprio davanti all’edificio religioso. Nel febbraio del 1945 i fascisti, imbeccati da una spia, si appostarono sul muretto e irruppero nell’abitazone, alla ricerca della figlia minore Derina

Ad ogni ragazza che passava, chiedevano i documenti, poi la facevano entrare nel giardinetto. La ragazza che era con mia zia scese in cortile, e, naturalmente, fu controllata e messa con le altre. Dissi a mia zia di cercare di nascondersi in qualche posto, che io avrei fatto il mio possibile per trattenerli. Si mise su un piccolo balconcino e si tirò la persiana contro il corpo. Io andai incontro ai fascisti, così calma che riuscii persino a sorridere. A comandare i fascisti, c’erano due tenenti. Uno dei due ufficiali mi chiese chi ero e se Derina Molinari abitava lì.

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La zia di Mauriuccia, Derina Molinari, era ricercata dai fascisti, che volevano arrestarla. Si nascose su un terrazzino dietro una persiana nella casa della nonna e si salvò. Archivio INSMLI

Risposi che ero la sua nipote e che, effettivamente, viveva in quella casa, che ero venuta appunto per vederla, ma non l’avevo trovata e che, senz’altro, era già partita al lavoro. Vollero allora vedere la mia carta d’identità. Se la passarono l’un l’altro per un pò, e quello dalla faccia più crudele ripetè parecchie volte: “Andreani. Questo nome mi dice qualcosa“. Disse a due uomini di tenermi d’occhio. Quelli si misero uno per parte, tenendo il loro moschetto puntato verso di me. Il tenente diede allora l’ordine di perquisire la casa. Andarono su una decina di uomini. Per un pò sentii i loro scarponi andare e venire, ma poi tornarono senza nessuno. Il tenente era furioso, disse una frase, anzi, la ripetè più volte (lui disse un nome, ma, dopo tanti anni, preferisco non ripeterlo): “Eppure, (quella persona) ci ha garantito che Derina Molinari stava qui, e che, a quest’ora, l’avremmo trovata in casa!“. Quella frase, non potrò mai dimenticarla, mi è rimasta impressa, e per sempre rimarrà in me perche quello che udii allora era troppo orrendo.

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I fascisti controllarono tutti i documenti delle donne presenti, anche quello di Mariuccia e ripeterono che il nome Andreani gli diceva qualcosa. Due di loro ordinarono alla ragazza di scortarli all’Alpino, dove la zia Derina lavorava e Mariuccia diede, a caso, il nome di due ville

Allora, i tenenti, accompagnati dai loro sbirri, vennero verso di me. Uno era così furioso che, per un attimo, pensai che mi avrebbe battuta. Perentorio, mi diede l’ordine di accompagnarli dove mia zia era solita recarsi al lavoro. Diedi, a caso, due nomi di ville, all’Alpino. Una era l’ultima prima di arrivare al Giardino Alpinia. Ci incamminammo. Alcuni fascisti rimasero su alla chiesa, altri restarono nel giardinetto mentre una trentina di loro vennero con me, con due di loro che mi tenevano sempre il fucile puntato contro. Così, se avessi fatto una mossa, o se fossero stati attaccati dai partigiani, mi avrebbero certamente fatta fuori. Stranamente, ero calmissima. Vidi mia nonna scendere il sentiero che conduce all’Alpino. Ci incrociammo, fingendo di non conoscerci. Povera nonna! Io, in quel momento, pensavo ad una cosa: “Se quelli decidono di portarmi a Stresa, dovrò riuscire a tacere, so troppe cose“. Purtroppo, conoscevo i metodi dei fascisti, che torturavano fino alla morte, e speravo di morire in fretta senza parlare.

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Mariuccia e i due fascisti passarono davanti all’Albergo Alpino Fiorente, che si trovava davanti alla fermata intemedia del trenino. Era stato distrutto nel Luglio del 1944: i nazisti avevano visto dei partigiani fuggire dall’hotel e arrestato il proprietario Dionigi Falciola. Gli avevano chiesto una grossa somma per liberarlo ed avere salvo l’edificio, ma dopo aver incassato i soldi, fecero saltare ugualmente l’albergo. Il signor Falciola continuò comunque ad aiutare i partigiani

Quando arrivammo alla prima villa che avevo indicato, il tenente disse alla signora che era venuta ad aprire che io ero la nipote di Derina Molinari e avevo detto che lavorava da loro. Immagino che lei capì subito la situazione perchè disse pacatamente che, infatti, Derina lavorava da loro, ma che erano tre giorni che non la si vedeva più. Così si ripartì verso l’altra villa. La cosa mi sembrava quasi comica. Non mi sembrava vero di essere la protagonista di quella ridicola situazione. Quando arrivammo all seconda casa, gli abitanti dissero come la signora di prima. Il tenente era furente. Però non poteva neppure dire che avevo mentito. Io, allora dovevo giocare la commedia. Dissi: “Si vede che mia zia è scappata, se sono già tre giorni che non va a lavorare“. Il tenente, comunque, mi guardava sempre con un aria cattiva. Pensai veramente che mi avrebbero portata via. Di nuovo, disse: “Andreani. Questo nome, io l’ho già sentito“. Affermai che mio padre era un onest’uomo e che non parlava mai di fascisti o ribelli. Lui allora : “Non venirmi a dire che Andreani è un fascista!“. Cos’è che mi ispirò quella frase? Forse fu la Madonna, a cui ero tanto devota: “Mio padre ha un’idea sola: ritornare a Roma!“. Il tenente cambiò espressione di colpo. Il suo viso si illuminò come se gli avessi dato per certo che la guerra, l’avrebbero vinta loro. Dal tu, passò al lei: “Grazie, signorina. Non sa come queste parole toccano il mio cuore! Io sono romano ed è la frase più bella che poteva dirmi!“. Allora, fece segno ai due fascisti che tenevano l’arma puntata di abbassarla ed incominciò a parlarmi come se fossi stata una sua grande amica. Era molto sicuro di ritornare a Roma, coperto di gloria.

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Un’altra immagine dell’Albergo Alpino Fiorente distrutto. Mariuccia era riuscita con una frase inventata, e attribuita da lei al padre Desiderio, a neutralizzare la ferocia dei due fascisti

Arrivammo così a casa di mia nonna. Le ragazze erano ancora lì. Il tenente diede l’odine di lasciarle libere. Quindi entrò in casa, dove c’era mia nonna, le chiese dov’era sua figlia, e se rientrava la sera. Mia nonna rispose che non sapeva dove si trovava, e che a volte rientrava, e a volte no. Allora, il tenente la guardò con aria minacciosa e, perentorio, le disse: “Beh, al posto di sua figlia, prenderemo lei in ostaggio“. A quelle parole tremai, non volevo vedere portar via la mia nonna. Mi feci avanti, e gentilmente dissi: “Senta, prenda me al suo posto, mia nonna è molto malata di cuore e vengo volentieri” (la malattia era una pura invenzione). In quel momento, avrei fatto qualsiasi cosa, pur di non lasciarli prendere mia nonna. Ma ormai, avevo conquistato la simpatia dell’ufficiale e questa mia offerta non fece che accrescere la sua fiducia in me. Mi prese in disparte e mi disse piano: “Conto su di lei, qui c’è il mio numero di telefono. Appena ha notizie di sua zia, me lo fa sapere. Me lo promette?“. “Naturalmente!“, promisi con un gran sorriso. Con ambedue le mani, strinse la mia. Avevo quasi paura che mi baciasse. Così, all’una del pomeriggio, finirono col andarsene.

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La foto della nonna di Mariuccia, Cesarina Iacazzi Molinari, nel tesserino di “simpatizzante” della brigata P. Stefanoni, raggruppamento Divisione A. Di Dio, Divisione Valtoce, Archivio INSMLI

Su questo episodio, c’è ancora un dettaglio da racontare: mentre i fascisti mi tenevano a bada con le loro armi e i due tenenti erano in casa, passò di lì mia sorella che si stava recando al suo lavoro in sartoria. La fermarono, le chiesero i documenti, poi la misero con le altre ragazze. I suoi occhi si erano sbarrati, vedendomi là così, però facemmo finta di non conoscerci. Siccome non erano stati gli stessi a consultare i documenti, non seppero che era mia sorella e quindi anche lei nipote di Derina. Approfittando della sua buona conoscenza del luogo, riuscì a scappare senza farsi notare. È certo che se l’avessero vista, le avrebbero sparato. Così potè correre alla Presa ad avvertire i miei. Mia mamma – immagino la sua angoscia – volle correre giù a Gignese, ma, per fortuna, glielo impedirono. Erano tutti preoccupati per me, conoscevano troppo bene il modo di fare dei fascisti, e poi sapevo troppe cose. Stavano già studiando il modo di prendere un tedesco molto importante per fare subito il cambio, quando sbucai dalla curva che conduceva alla Presa. “La Mariuccia! Eccola!“. Corsero tutti verso di me e mi abbracciarono. Erano molto commossi, sui loro visi c’era tanta gioia, ma anche qualche lacrima. Vollero sapere tutto, non finivano più di farmelo ripetere. Ricordo bene il viso sorridente di Renato. Si sarebbe detto che facevo parte della sua famiglia, e che era orgoglioso di me. Per quel giorno, ma solo quel giorno, mi sentii un eroina, ma, più tardi, pensai che ero solo stata molto fortunata.

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I tesserini della settima brigata Stefanoni di Renato Boeri e Maria Cristina Mariani Dameno. Renato (Milano il 15 Maggio 1922 – 20 Luglio 1994) era il comandante della brigata. Maria Cristina, nata a Mlano il 19 Luglio del 1924, si era unita alla Resistenza nel Vergante con il ruolo di staffetta. Alla fine della guerra si sposarono nella chiesa della Madonna della Neve all’Alpino. Renato si dedicò alla prefessione di neurologo e divenne un pioniere della ricerca scientifica di fama internazionale. Maria Cristina, nota come Cini Boeri, dopo essersi laureata al Politecnico di Milano e aver collaborato con Gio Ponti e Marco Zanuso, aprì il suo studio di architettura nel 1963. Renato e Cini sono i genitori di Sandro (Milano, 7 Settembre 1950) giornalista e già direttore di Focus; Stefano (25 Novembre 1956) architetto, urbanista e politico e Tito (Milano, 3 Agosto 1958), economista e presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale

Il giorno seguente, una domenica, andai a messa, come sempre. Stavo salendo all’altare, quando arrivò mio cugino Piergiovanni, trafelato: “Scappa Mariuccia! Ci sono i fascisti che ti cercano, sono qui fuori!“. Fuggii dalla porticina posteriore della chiesa. La gente del paese è stata buona in quell’occasione perchè nessuno si è mosso o ha detto una parola per farmi prendere. Ancora una volta, devo ringraziarli tutti. Attraversai il ponticello che collega il terreno della chiesa alla strada, e via di corsa! Non mi vergogno a dirlo, ma quel giorno ebbi veramente la fifa. Era la prima volta che realizzavo cos’era la paura. Arrivai alla Presa e gridai: “Papà! Ci sono i fascisti, mi cercano!“. Ci nascondemmo, io, i partigiani e mio padre, nel nuovo nascondiglio trovato da mio padre, di cui parlerò più avanti. Più tardi, ci avvertirono che i fascisti se n’erano andati, ma, da quel giorno stetti più attenta, correvo ad avvertire e mi nascondevo anch’io, tutto questo grazie alla famosa spia che voleva far catturare Derina Molinari.

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Settembre 1944, un aereo alleato in volo sul Monte Falò – Tre Montagnette lancia un rifornimento di armi, viveri e divise per i partigiani. Da Dario Lorenzini, Sovazza, al me pais

Da noi, i radiotelegrafisti erano continuamente in attività. Avevamo bisogno di armi, di viveri e di vestiari. Si attendeva il lancio di tutto questo con molta ansia. Da noi, come da molti altri, ascoltavamo la radio clandestina che, tutti i giorni, alla stessa ora, trasmetteva tutte le notizie riguardo allo svolgersi della guerra e all’avanzata degli alleati. Per oi quel ascolto era ancora più importante. Infatti, vi erano i tre minuti per i messaggi speciali. Ne ricordo qualcuno, come: “Il pollo è arrosto“, “Giro d’Italia“, “Maurizio ha parlato“, “Navighiamo bene“, “Alla faccia del piffero“, “La moglie Eleonora”. Quest’ultimo era destinato a noi: se veniva ripetuto per tre sere consecutive, il lancio sarebbe effettuato la notte successiva

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola I ribelli della Presa Mottarone Gignese aviolancio

Schema di un campo di lancio. L’aviolancio era regolato da precise regole: due o tre giorni prima del lancio Radio Londra trasmetteva un messaggio in codice. La notte prefissata i partigiani segnavano il campo dove effettuare il lancio con dei fuochi, disposti a 100 metri di distanza l’uno dall’altro e dislocati in modo da permettere all’aereo come soffiava il vento e quindi come meglio fare il lancio. I fuochi venivano accesi all’ultimo per non attirare i fascisti. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola. Disegno di Santo “Tino” Vimercati

I lanci venivano effettuati nel modo seguente. Al piano detto Pisciola, vicino alla Presa, si scavavano tre buche di circa due metri di diametro e profonde un metro. In ognuna di queste veniva acceso un fuoco, mentre un partigiano si teneva a una ventina di metri e, con una torcia elettrica, ripeteva in morse la lettera di riconoscimento. L’aereo rispondeva in morse il suo codice di riconoscimento, sorvolando la zona a bassissima quota, e poi cominciava a lanciare. I contenitori con armi erano frenati da paracadute, mentre vestiari e viveri erano buttati direttamente, in pesanti bidoni. Questi, col fatto che non si sapeva mai dove andavano a finire, mettevano una gran paura. Per il recupero dei lanci, si erano riuniti tutti i partigiani della zona del Mottarone. Abbiamo lavorato per due notti e due giorni. Mia sorella ed io abbiamo piegato paracadute senza sosta, mentre mia mamma e mia zia Tina avevano un gran daffare a preparare da mangiare per tutti i gruppi di partigiani. Fu un lavoro intenso, senza riposo, per tutti. Eravamo sfiniti. Per fortuna, nei bidoni c’era di tutto, anche del buon caffè.

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Nella foto le armi inviate ai partigiani dagli alleati tramite aviolancio. I partigiani dovevano montarle e nascondere tutto il rifornimento prima possibile. La stoffa del paracadute veniva utilizzata per confezionare camicie e sottane. Immagine tratta dal sito Aldo Icardi

Finalmente, alla soddisfazione generale, il materiale fu tutto nascosto in una lunga e profonda buca appositamente scavata da mio padre nel cortile della Presa, coperto da grosse tele, anche loro lanciate col resto. Infine, mio padre riempì la buca di terra e la coprì con molte fascine. Quei rifornimenti rimasero lì pochissimo. Furono trasferiti in una vecchia galleria, i cui dintorni furono minati. Più tardi, tutto venne trasportato a Nocco. C’erano armi di tutte le speci, fra le quali molte non erano mai state viste fino ad allora. I partigiani dovettero imparare a montarle. Una volta montate, mi chiamavano, si scendeva al fiume, e provavamo le armi sparando contro le rocce. Imparai a usarle tutte con facilità, anche armi pesanti. Ma la cosa che non volli provare, era lanciare bombe a mano. Un giorno, un partigiano mi diede una piccola pistola automatica. Ne fui felice; la tenni come una cosa preziosa fino alla fine della guerra, quando dovetti consegnarla. Peccato. Anche a Coiromonte, furono presi dei giovani della Brigata F. Abrami e furono portati ad Arona. Erano stati denunciati da una spia.

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I dieci giovani partigiani freddati a Solcio, ammazzati il 24 Marzo 1945, per rappresaglia dal capitano Stam  in seguito all’uccisione di un soldato tedesco davanti alla Villa Cavallini. Dopo l’esecuzione i tedeschi lanciarono alcune bombe a mano sui cadaveri. Prima della fucilazione, nel passaggio da Belgirate, dal camion tedesco era stata sparata una raffica di mitra che aveva ucciso Cesare Simoncini di 25 anni, l’undicesima vittima, mentre si stava infilando in un vicolo. Le vittime erano: i tre fratelli Beltrami, Alfonso di 23 anni, Giovanni di 24, Cipriano di 31, tutti nati a Valduggia e residenti a Orta San Giulio; Gian Mario Comina, 24 anni, nato a Brescia e residente a Gignese; Giorgio Fagnoni, 17 anni, nato a Stresa e residente a Gignese: Severino Gobbi, 18 anni, nato a Goito e residente a Como; Tersilio Lilla, 20 anni, nato a Sovazza e lì residente; Pietro Tondina, 18 anni, nato a Sovazza e residente e Gignese; Paolo Torlone, 23 anni, nato a Cimamulera e residente a Gignese; Pietro Travaini, 17 anni, nato a Dagnente e lì residente.

Dopo pochi giorni, il 24 marzo 1945, i tedeschi, per rappresaglia, li caricarono su un camion e li portarono in riva al lago vicino a Solcio e li fucilarono. Fra i dieci fucilati c’erano Pietro e Giorgio di Gignese e i tre fratelli Beltrami di Armeno. Erano tutti tanto giovani. Per due giorni, li lasciarono là, così trucidati, impedendo chiunque di avvicinarsi. Poi lasciarono recuperare quei poveri corpi dilaniati. La mamma dei tre giovanissimi fratelli, uno dei quali aveva solo quindici anni, li caricò su un carretto a mano e lo trascinò, urlando di disperazione. Aveva già perso il marito in guerra e un figlio in campo di deportazione, ed ora morivano i suoi tre soli figli rimasti. Passò di paese in paese trascinando lei stessa il suo triste carico, mostrando a tutti i corpi straziati dei tre giovani. Povera mamma! Il dolore l’aveva annientata. Erano tre vittime fra i nostri eroi, ma erano davvero troppo giovani! Credo che in tutta l’Italia ci furono tanti giovani trucidati così, solo per odio e vendetta. Quanto male mi fa, pensare a tutte quelle vittime. Mi viene persino la nausea e vorrei smettere di scrivere.

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Pietro Tondina, 18 anni, nato a Sovazza e residente e Gignese, fucilato a Solcio il 24 Marzo 1945

Giorgio Fagnoni fucilato a Solcio il 24 3 1945

Giorgio Fagnoni, 17 anni, nato a Stresa e residente a Gignese, fucilato a Solcio il 24 Marzo 1945

Ma devo continuare, l’ho promesso a Tino, il nostro bravo partigiano. Bisogna scrivere, perchè i giovani di domani e di oggi sappino che, se hanno un’Italia libera, la devono ai partigiani della resistenza. È finita la dittatura ed ora sono liberi di muoversi ed esprimersi, senza correre il rischio di venire arrestati. Torniamo all’epoca partigiana. Ora eravamo veramente in molti. Ogni giorno arrivavano volti nuovi. Eravamo bene armati e anche bene organizzati. Naturalmente, i fascisti, sentendo prossima la loro fine, diventavano sempre più feroci: ogni volta che prendevano un partigiano, lo torturavano fino alla morte.

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Santo Vimercati detto “Tino”, Oreste Tozzi e un altro partigiano della brigata Paolo Stefanoni nella zona di Sovazza, nell’Ottobre del 1944. Tino Vimercati fu tra i fondatori del Museo della Resistenza “Alfredo Di Dio” di Ornavasso e chiese a Mariuccia di scrivere la sua testimonianza. Archivio Tino e Liliana Vimerccati

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Fu importantissimo il ruolo delle staffette nella Resistenza. Erano uomini e donne impegnati nel trasporto di documenti e informazioni. In alto a sinistra Liliana Fossati Vimercati con l’amica Angela Sommaruga. Archivio Tino e Liliana Vimerccati

Nella zona del Mottarone, si erano formati i comandi. Noi facevamo parte della brigata Stefanoni. Ormai era un vero esercito. Venne anche l’ora che mio zio Bino lasciasse il paese, era ormai troppo ricercato. Venne quindi alla Presa, con sua moglie e suo figlio. Arrivò pure Don Luciano, con sua sorella Marina, anche lei ricercata a Vezzo. Me lo ricordo bene, Don Luciano, buono e generoso. L’ho persino visto togliersi le scarpe per darle a un partigiano che le aveva rotte. Ci fù di grande aiuto, e anche di grande conforto in parecchi momenti. Arrivarono pure tre da Gattinara: Giorgio, Gatto e Piero. Sono arrivati di notte, dopo aver percorso parecchi chilometri, a piedi e nel buio. Non si sapeva dove metterli; dovettero dormire nella stalla. Avevamo gente dapertutto: sulla cascina, in cucina ed in una camera.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola I ribelli della Presa Mottarone Gignese Lago Maggiore Mariuccia Andreani partigiani seconda guerra mondiale Enzo Renato Boeri Oss Ori Radio Salem spionaggio 1944 donna Giustina Tina Molinari De Gasperi

Giustina Molinari era la moglie di Albino De Gasperi e madre di Piergiovanni, che all’epoca dei fatti qui raccontati era un bambino. Archivio INSMLI

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Lo zio di Mariuccia, Albino De Gasperi detto “Bino”, marito di Giustina Molinari era stato sempre antifascista e fu il primo a ospitare a casa sua, nel centro di Gignese, il partigiani. Si allontanò nell’Aprile del ’45 da Gignese perché era ricercato. In alto il suo tesserino. Archivio INSMLI

Una notte, stava per spuntare l’alba, mio papà e mio zio non riuscivano a dormire, si sentivano molto nervosi. Decisero quindi di uscire a fare una perlustrazione. Fu quell’idea a salvarci tutti. Videro dalla cappelletta di via Nova, ancora giù nella valle, una lunga fila di tedeschi che salivano, decisi. In un attimo, lo zio e papà furono alla Presa e diedero l’allarme. Tutti gli uomini fuggirono verso le vaschette, dove salirono un piccolo dirupo. Là vi era una roccia con una fessura molto stretta, ma abbastanza lunga e alta, nascosta da un grosso albero. Vi si entrava con molta fatica e bisognava starci in piedi e stretti.

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La fessura nella montagna, appena sopra la Presa, dove si nascosero Derio Andreani e i partigiani

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La vista del nascondiglio dal basso

Nel frattempo, noi non perdemmo un istante. Facemmo scomparire tutto ciò che avrebbe potuto sembrare sospetto, mettemmo i materassi l’uno sopra l’altro, rimovemmo il fieno e le foglie, poi tornammo a letto. I tedeschi, quel giorno, avevano messo delle scarpe felpate (quella volta, i Gignesini non li avevano neppure sentiti passare nel paese). Eravamo da pochissimo coricate e non li sentimmo neanche salire le scale ma vedemmo soltanto un braccio grigioverde aprire bruscamente la porta della camera. Per la prima volta, ebbi veramente paura. Sentii un brivido scendermi giù nella schiena, mi sedetti sul letto e, mi sembra, urlai. In un attimo, la camera fu piena. Noi si tremava, per noi, ma ci chiedevamo anche se avevano visto gli uomini fuggire. Ad un tratto, la paura si fece ancora più intensa: davanti a me si trovava un tedesco che era stato tenuto in custodia da zio Bino, poi anche da Settimo. Mi conosceva perfettamente: ero io a portare tutti i giorni il pane da loro. Mi guardò, strizzò un occhio, come per dire “stai tranquilla“, poi mi accarezzò una guancia e disse: “Ciao Bambolina!” (mi chiamavano tanti così). Aveva certamente riconosciuto anche mia zia ed avrebbe potuto farci prendere facilmente, ma non parlò. Non tutti i tedeschi erano cattivi. Quello non era un S.S. ma soltanto un soldato e un autista.

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La zona delle vaschette, sopra la Presa. Lì intorno i tedeschi perlustrarono senza successo

Ci alzammo tutte, infilandoci un vestito. Chiesero a mia zia chi era. Lei disse che era una sfollata e che si trovava lì perchè la sua casa a Milano era stata bombardata. Quando le chiesero dov’era suo marito, rispose che, dopo i bombardamenti, non ne aveva più avuto notizie. Domandarono a mia mamma dove si trovava mio padre. Disse che era in servizio, a controllare la linea elettrica. Poi vedemmo una colonna di soldati dirigersi difilati verso le vaschette. Senza dir niente, pensammo tutte la stessa cosa: li hanno visti! Non so quanto durò questo, ma so che salii in camera di mia mamma, dove si trovava un ritratto della Madonna, e la pregai tanto. Da dietro le persiane vidi i militari tornare, soli, portando solamente qualche paracadute. I nostri uomini erano dunque salvi! Così, se ne andarono.

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Il 6 Marzo del 1944 i tedeschi giunsero a Gignese con le scarpe felpate e si recarono all’alba a casa di Settimo Tabarini, che riuscì a fuggire. Custodiva tre partigiani che dormivano nella “grà”, la soffitta tutta in legno dove si mettevano a seccare le castagne. I tre furono catturati e portati a Albergo Beau Rivage di Baveno, quartier generale di Stamm. La casa di Settimo Tabarini venne distrutta e incendiata. In alto una foto di Gignese del 1954 in cui si vede Casa Verdaglio sinistrata, fatta saltare nell’agosto del 1944 dai tedeschi per rappresaglia

Seppimo più tardi che, prima di venire da noi, erano passati dal Settimo. Erano andati direttamente alla “grà“, dove erano nascosti i partigiani “Sandro” e “Barigia”, i quali si trovarono senza scampo e dovettero arrendersi. Poi i tedeschi avevano case, si può supporre che ci fu qualcuno a denunciarci. I partigiani catturati erano Sandro Ribolzi, Giuseppe Barigelletti e Raimondo Lucchini. Guidati da una spia il 6 Marzo 1945 i tedeschi irrompono nella casa del partigiano Settimo Tabarini, dove in un rifugio ritenuto sicuro, ci sono Raimondo Lucchini detto “Mondo”, Giuseppe Barigelletti e Sandro Ribolzi (ammalato); Settimo è riuscito a fuggire, ma il rifugio non ha “uscita di sicurezza” ed i tre vengono catturati. La casa di Settimo venne distrutta e incendiata. I tre partigiani vengono portati a Baveno nell’alloggio di Stamm. Sottoposti a interrogatori vengono più volte duramente percossi e tenuti ammanettati (NdR).

Giuseppe Barigelletti detto Bili del battaglione Bariselli

Giuseppe Barigelletti, detto “Barigia”, del battaglione Bariselli fu catturato a Gignese durante il rastrellamento del 6 Marzo 1945. Fu tenuto prigioniero a Baveno e poi usato come scudo umano dal capitano Stamm nella sua fuga con la famosa “Colonna Stamm”

Marino Ribolzi capo del CLN di Baveno il cui figlio Sandro era stato catturato a casa di Tabarini

Marino Ribolzi capo del C.L.N di Baveno. Arrestato dai tedeschi nel febbraio del 1945, dovette subire anche la cattura del figlio “Sandro” che fu preso a Gignese a casa di Settimo Tabarini il 6 Marzo del 1945 mentre era ammalato  e imprigionato a Baveno

I tre disperano di salvarsi e Barigelletti scrive dei messaggi sul retro del dei dischetti di carta degli interruttori della luce. In carcere c’è anche il partigiano “Billi” della brigata Stefanoni, che riesce a far uscire una lettera per Renato Boeri. Quando il Capitano Stamm si trovò costretto a scappare con la sua famosa “Colonna Stamm” prese oltre cento partigiani, tra cui Barigelletti, Lucchini, Ribolzi e “Billi” e si fece scudo, ammanettandoli a due a due e distribuendoli sui camion della colonna in ritirata. Per fortuna dopo questa terribile vicenda i tre amici tornarono liberi e Barigelletti recuperò i tre dischetti (N.d.R.).

Raimondo Lucchini di Stresa

Raimondo Lucchini di Stresa, il terzo partigiano che fu arrestato a Gignese il 6 Marzo 1945

I dischetti di carta degli interruttori della luce su cui il partigiano Pino Barigelleti, nel periodo della prigionia, ha lasciato messaggi "W l'Italia libera" e "La vita per l'Italia"

I dischetti di carta degli interruttori della luce su cui il partigiano Pino Barigelleti, nel periodo in cui era tenuto prigioniero da Stamm,  lasciò i messaggi “W l’Italia libera” e “La vita per l’Italia

Ora i fascisti si facevano vedere sempre meno. Avevano paura perchè la zona era piena di partigiani. Vennero con noi alla Presa anche tre collaboratori tedeschi, accompagnati dai partigiani. Un giorno, il 24 aprile ’45, i partigiani catturarono tre militari dell’esercito tedesco, con un ufficiale delle S.S. I tre soldati vennero portati alla Presa, ma non vedemmo il comandante. Lo portarono subito alla vasca di scarico, dove lo fucilarono (loro dicevano “mandarlo in Svizzera senza scarpe“). Ho poi saputo che si trattava di un criminale di guerra, il tenente Gunther, vice-comandante del Presidio di Meina, corresponsabile dell’eccidio degli ebrei. Così, era cominciata la storia con tre fuggiaschi inglesi, e si chiude il capitolo con tre prigionieri tedeschi.

Nella foto del 25 Aprile 1945 si vedono i tre tedeschi che furono fatti prigionieri con il Tenente Gunther il 24 Aprile a Stresa. I tre, in basso da destra a sinistra, sono invece i tedeschi che da tempo collaboravano con i partigiani. Il tenente Guther era già stato fucilato

Nella foto, del 25 Aprile 1945, si vedono i tre tedeschi che furono fatti prigionieri con il tenente Gunther il 24 Aprile a Stresa. I tre, in basso da destra a sinistra, sono invece i tedeschi che collaboravano con i partigiani. Il tenente Gunther era già stato fucilato e seppellito alla Presa

Intanto, c’è una grande agitazione generale. I tedeschi preparano la ritirata e sparano su tutti, bruciano case e cascine, fanno saltare i ponti, sparano col cannone. Con un obice, fanno saltar via un dito della mano leggermente alzata della statua di San Carlo Borromeo, ad Arona. Anche noi, siamo tutti eccitati. Scendiamo a Stresa, dove tutti ci accolgono come eroi (anche quelli che non ci possono vedere). L’albergo Borromeo viene messo a nostra disposizione. Si prepara la Calata al Piano. Il 27 aprile, ci rechiamo a Milano. Non c’è più il ponte di Sesto Calende e dobbiamo traghettare. Siamo sulla macchina con Don Luciano, io, zia Tina, Marina, mia sorella e l’autista.

 

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Mariuccia Andreani raggiunse Milano il 27 Aprile del 1945 insieme a sua sorella Fernanda, la zia Giustina De Gasperi, Don Luciano e sua sorella Marina. Arrivati al Ticino furono costretti a traghettare la macchina su una chiatta: ìl ponte di ferro che collegava Castelletto a Sesto Calende era stato definitivamente distrutto dal 57° Stormo Bombardieri dell’aviazione americana il 3 Ottobre del 1944. Foto gentilmente fornita da Associazione Pro Sesto Calende, foto Archivio Angelo Veronesi, dal libro Cesare Tamborini, I ponti sul Ticino a Sesto Calende, 2002

Arriviamo a Milano, dove i fascisti ci sparano da una finestra. Siamo fortunati, nessuno è ferito, ma il tetto della vettura è tutto forato dalle pallottole. Arriviamo alla caserma Baggio, già piena di partigiani venuti da tutte le parti. Siamo tutti commossi. A me sembra un sogno. In un angolo, ci sono i prigionieri tedeschi. Forse sarò sentimentale, ma ora, cosi indifesi, mi fanno pena. Mi avvicino a Franz, un partigiano della nostra brigata: “Ti prego, nel nome della libertà per cui abbiamo lottato, non fate come loro, non fate loro del male!”. E Franz dice: “Hai ragione“.

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La caserma Principe Eugenio di Savoia a Baggio era stata occupata dai partigiani il 25 Aprile. Nella foto soldati inglesi raggiungono la caserma con il tram n. 2. Foto di Imperial World Museum, © IWM Non-Commercial Licence (Demobilisation of the British Army)

La prima notte, Marina, mia sorella ed io la passiamo in caserma, ma poi Don Luciano, che non trova la cosa conveniente per tre giovani come noi, ci porta da una famiglia di sua conoscenza, dove siamo molto bene accolte. Vi passeremo cinque giorni, prima dell’arrivo degli americani. In piazza Loreto, hanno appeso il cadavere di Mussolini per i piedi. È una cosa che mi ripugna e non voglio andare a vederlo. Un giorno, mentre la nostra Divisione, la “Valtoce”, rientra da un’operazione fatta in provincia di Milano e si trova in Via Dante, gli sparano addosso da diverse finestre. I partigiani rispondono al fuoco poi entrano nelle case, dove arrestano diversi fascisti. Mio fratello è stato colpito di striscio e ci sono 15 altri partigiani feriti. Siamo stati fortunati, avrebbero potuto esserci molti morti.

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La divisione Valtoce sfila a Milano liberata, in via Dante. La fotografia è stata scattata pochi attimi prima che i fascisti sparassero dalle finestre, ferendo alcuni partigiani esultanti

Durante tutto questo, noi, nella nostra euforia, avevamo lasciato mia mamma a casa, da sola, per cinque giorni e cinque lunghe notti. Come abbiamo potuto essere così incoscienti per andarcene, lasciandola lì, sola in una casa così sperduta, con gente armata un pò dapertutto nella montagna? Ora solo realizzo il nostro egoismo e la crudeltà della nostra azione. Chiunque avrebbe voluto vendicarsi avrebbe potuto allora farle del male. Lei era là, sola ed indifesa. Perchè nessuno ha pensato a lei?

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La mamma di Mariuccia, Angela Molinari Andreani, ritratta nella stalla con due caprette

Quando ci penso, mi prende una pena immensa e un grande rimorso. Allora, nel silenzio di questo foglio, le chiedo perdono. A lei deve andare la riconoscenza dei partigiani del Mottarone perchè in lei hanno sempre trovato dolcezza e bontà. E quanta paura ha avuto, povera mamma! Per finire, c’è la sfilata a Gignese, dove siamo molto fieri e tanto applauditi. Hanno preso i due tenenti che mi avevano tenuta in ostaggio. Saranno fucilati dopo qualche giorno.

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Le staffette della brigata Stefanoni sfilano a Stresa liberata. Da sinistra: Mariuccia Andreani. Derina Molinari, Lina Colombatti e Maria Pagani

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Per scaricare il pdf dell’ultima parte cliccare qui: I ribelli della Presa § 3

Per leggere la prima parte del racconto cliccare qui: I ribelli della Presa § 1

Per leggere la seconda parte del racconto cliccare qui: I ribelli della Presa § 2

Published in: on 22 giupmTue, 02 Jun 2015 16:00:09 +00001522015 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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I ribelli della Presa § 2

Per leggere la prima parte del racconto cliccare qui:

I ribelli della Presa § 1

Per leggere la terza parte del racconto cliccare qui:

I ribelli della Presa # 3

Foto di gruppo di partigiani della Brigata Stefanoni. Da sinistra in piedi: "Brigantin", Renato Boeri, Santo Vimercati "Tino", Guido Tilche "Fachiro", Aldo Oliva "Ridolini", Giampiero Tagliamacco "Belli", Della Rossa "Anicetto", Colambatti "Lina", Zani "Dom", Maruzzi "Marus", Maurizio Molinari, Albino De Gasperi "Bino", il ragazzo Piergiovanni DE Gasperi. Associati da sinistra: Oreste Tozzi "Tozz"; Luigi Ferrari "Gigi", Mario Ajello "Franz".

Foto di gruppo di partigiani della Brigata Stefanoni a Gignese. Da sinistra in piedi: “Brigantin”, Renato Boeri, Santo Vimercati “Tino”, Guido Tilche “Fachiro”, Aldo Oliva “Ridolini”, Giampiero Tagliamacco “Belli”, Aniceto Della Rossa “Fulmine”, Lina Colombatti, Zani “Dom”, Maruzzi “Marus”, Maurizio Molinari, Albino De Gasperi “Bino”, il bambino Piergiovanni De Gasperi.
In basso da sinistra: Oreste Tozzi “Tozz”; Luigi Ferrari “Gigi”, Mario Ajello “Franz”

di Mariuccia Andreani

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola pubblica qui una lunga testimonianza inedita di Mariuccia Andreani, giovanissima staffetta, classe 1929, che racconta l’esperienza della sua famiglia con i partigiani del Mottarone. Si tratta di uno scritto molto importante perché ricostruisce una parte poco conosciuta della resistenza nel Nord Italia. Per facilitarne la lettura è stata divisa in tre parti: per leggere la prima cliccare qui e per leggere la terza ed ultima cliccare qui.

La storia, che si svolge a Gignese, nell’Alto Vergante, inizia l’8 Settembre 1943 e si conclude il 25 Aprile del 1945. In quel paese, il padre di Mariuccia, Desiderio Andreani era custode della Presa, una piccola diga nascosta in una valletta a due chilometri dal borgo, che assicurava acqua alla centrale idroelettrica. Proprio in quel luogo “Derio” nascose gli uomini della missione Apricot – Salem di Enzo Boeri (di cui abbiamo raccontato la prima parte qui: La Resistenza vien dal cielo. “Radio Salem”, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone) e, in seguito, ospitò diversi partigiani della Brigata Stefanoni, comandata dal fratello di Enzo, Renato Boeri. La Presa era l’unico luogo sicuro dotato di elettricità, elemento fondamentale per trasmettere ogni giorno i bollettini alla base alleata di Brindisi. Da quel momento Radio Salem, collegata con Milano attraverso una rete di staffette, diventa la radio ufficiale del Corpo Volontari della Libertà.

Mariuccia, figlia del custode della Presa, aveva allora 14 anni. Era incaricata, all’inizio, di trasportare le batterie dalla Presa all’Alpe Formica e di reperire i viveri per i partigiani. Il racconto, pieno di avvenimenti drammatici e colpi di scena, fa rivivere al lettore quei due anni difficili sul Lago Maggiore, visti con gli occhi di una ragazza determinata e coraggiosa.

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Panorama di Gignese dai prati

 Durante il periodo del rastrellamento, c’era il coprifuoco. Una volta, se mia sorella non mi fosse venuta a cercare, mi sarei fatta ammazzare stupidamente. Ero a Gignese, come al solito, a prendere notizie, e mi ero dimenticato che, dalle quattro del pomeriggio, sparavano a tutte le ombre. Per fortuna è arrivata lei in tempo. Siamo tornate a casa quando l’ora era già passata. Mia mamma mi disse: “Ma Mariuccia, vuoi farmi morire!“. Al quarto giorno, appena levato il coprifuoco, io ero già in paese. E così vidi grossi camion che partivano, carichi di Tedeschi.

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Una foto di Desiderio Andreani impegnato a suonare nel corpo musicale di Gignese

Gli ostaggi erano stati rilasciati. Credo che quella volta ho impiegato meno di cinque minuti per correre alla Presa. Arrivai gridando: “Sono partiti!“. Mio padre corse ad aprire la bottola. Uscirono tutti e cinque magri e con la barba lunga, ma felici. E alzarono mio padre fra le loro braccia. Lo tennero così in alto, gridando: “Derio, ti faremo un monumento!“. Poi, potemmo raccontare quello che era accaduto.

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Giovanna Ottolini, detta “Ginin”, nata il 15 Maggio 1909 a Pallanza, era un’infermiera particolarmente attiva nel servizio informazioni e preziosa nelle trattative con i nazifascisti per lo scambio dei prigionieri. Archivio INSMLI

Intanto, venimmo informati che, allorchè il rastrellamento non era ancora finito, i partigiani Tino, Giancarlo e Aldo avevano già iniziato le trattative con i tedeschi per la liberazione di Renato, Bino e gli altri, dal loro nascondiglio vicino a Magognino, tramite le staffette Gina e Mimì di Magognino, la Ginin Ottolini e Don Ettore di Stresa. La prima condizione emessa dai partigiani era la cessazione del rastrellamento, ma i tedeschi tiravano alla lunga, sperando di scoprire il nascondiglio di Tino e compagni, e di liberare quindi i prigionieri tedeschi.

Tino Vimercati

Tino Vimercati, nato a Segrate il 23 Ottobre del 1918. era partigiano nella Brigata Stefanoni. Lui custodì alcuni tedeschi che furono utilizzati nello scambio per liberare Boeri e i suoi uomini il 9 Dicembre del ’44, sequestrati dal 29 Novembre del 1944, giorno della morte del Fachiro. I partigiani erano tenuti prigionieri a Baveno dal Capitano Ludwig Stamm. Archivio Vimercati

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Una rarissima foto del capitano Ludwig Stamm (1) mentre stringe la mano al “Cinquanta” Luigi Fusco, un fascista infiltrato nei partigiani e capo del gruppo autonomo garibaldino “Franco”. Il 3 Dicembre il “Cinquanta”, che fu in seguito giustiziato, era presente a Baveno all’Hotel Beau Rivage, mentre era in corso l’interrogatorio di Stamm a Renato Boeri

Racconterò ora la cattura di due ingegneri tedeschi, che ebbe luogo prima del rastrellamento e ne fu la causa. Questa cattura potè avvenire grazie al coraggio e all’astuzia di un partigiano chiamato Bismarck. Questi era già stato catturato due volte in un solo giorno dai tedeschi, ma, per due volte, con grande abilità, era riuscito a evadere. Un giorno che si trovava sul trenino che conduceva al Mottarone, Pierangelo, mio fratello, lo avvertì immediatamente: “Nell’altra carrozza, ci sono due tedeschi in borghese accompagnati da uno che sembra un fascista“.

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Pierangelo Andreani, il fratello di Mariuccia, lavorava sul trenino del Mottarone e segnalò al partigiano Bismarck, la presenza in vettura di ingegneri tedeschi della Siemens, accompagnati da uno svizzero. Forniti di due radiogoniometri portatili e di una mappa, i tecnici stavano cercando di individuare la Presa. In alto il tesserino di Pierangelo. Archivio INSMLI

Bismarck si tenne tranquillo fino a verso l’Alpino. Quando i tedeschi si portarono verso l’uscita, girando così la schiena alle due carrozze. Il Bismarck puntò la pistola contro la schiena di uno di uno dei tedeschi e un dito contro quella dell’altro e intimò loro di alzare le mani, sennò sparava. I tre uomini ottemperarono subito, ed egli li disarmò rapidamente. Poi, col trenino raggiunsero il Mottarone.

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La stazione del trenino sulla cima del Mottarone in una cartolina d’epoca

La, c’era il comando della nostra brigata (Brigata P. Stefanoni), che prese i prigionieri in consegna. Il terzo uomo risultò essere uno svizzero che collaborava con i tedeschi, come guida e come spia, a pagamento; fu rapidamente processato, condannato e fucilato. Invece, i due tedeschi erano ingegneri della Siemens; furono le loro suppliche e la loro molto giovane età ad incitare il comando a risparmiarli. Questa decisione si avverò ulteriormente saggia perchè aumentava le probabilità di portare a termine i negoziati per il cambio. Al posto della cintura, entrambi portavano un piccolissimo radiogoniometro per le intercettazioni radio. Quegli oggetti erano di gran valore per i tedeschi, ne esistevano infatti pochissimi esemplari in Europa. Nella tasca di uno di loro, si trovò inoltre una mappa della zona del Mottarone e dintorni, sulla quale erano tracciate delle righe di colore ed un cerchio rosso con una freccia che puntava verso il centro. Era evidente che, non essendoci altre case nei dintorni, quel cerchio indicava proprio la Presa.

Il gruppo tedesco del radio goniometro che fu catturato per caso dal partigiano Bismarck mentre si trovava sul trenino del Mottarone. Foto da Aldo Icardi, American Master Spy, University Books, New York, 1956

Il gruppo tedesco del radio goniometro fu catturato per caso dal partigiano Bismarck sul trenino del Mottarone. Foto da Aldo Icardi, American Master Spy, University Books, New York, 1956

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Il radio goniometro portatile, in tedesco Gürtelpeiler, era utilizzato dai servizi segreti germanici per localizzare le radio clandestine. Sviluppato nel 1942 dallla Sezione Sviluppo Comunicazioni della Ordnungpolizei e chiamato “Fu GP. c”, lo strumento era prodotto a Vienna da Kapsch. Sagomato per aderire perfettamente al corpo dell’agente, era il primo localizzatore di radio adatto ad essere completamente nascosto sotto i vestiti dell’operatore. Il ricevitore aveva due antenne: una fissa e l’altra che doveva essere posta attorno al collo. Non molti radio goniometri sopravvissero alla guerra e i pochi rimasti sono in collezioni private, come questo di Günther Hütter. Informazioni tratte da Crypto Museum. Si ringrazia per la ricerca Helge Fyske/LA&NCA

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Uno dei giovanissimi ingegneri tedeschi fotografato con indosso il radio goniometro. Lo strumento aveva pochi e semplici pulsanti per la regolazione. Il segnale si poteva ascoltare tramite un auricolare e captava a tre km di distanza, ma funzionava meglio se la radio clandestina era nell’area di un chilometro. Posto sotto un impermeabile era del tutto invisibile e rendeva l’operatore insospettabile. Foto da Aldo Icardi, American Master Spy, New York, 1956

I partigiani vennero subito ad informarci del pericolo che correvamo. Quella carta, me la vedo ancora! Quei tedeschi, con il loro piccolo apparecchio, avevano scoperto da dove si trasmetteva, o stavano per farlo. Non sapevamo se, al comando tedesco, esisteva o no una copia di quel documento. Ma per fortuna, risultò dall’interrogatorio fatto dai partigiani che le righe colorate si riferivano a controlli precedenti, mentre il cerchio rosso indicava la zona che avrebbero dovuto controllare quel giorno. Perciò, facendo affidamento sul nascondiglio sotterraneo, la decisione fu presa di mantenere le radio alla Presa. Naturalmente fu aumentata la vigilanza. Dimenticavo che, passati due giorni dalla fine del rastrellamento, il comune annunciò che si poteva andare a prendere la salma del Fachiro. Lo portarono su in spalla. Non dimenticherò mai la vista di quel giovane corpo crivellato di pallottole e tutto sanguinante. Lo portarono nella chiesa di San Rocco e mia zia Tina – la moglie del Bino – si alzò una notte e scese con un secchio d’acqua a lavarlo tutto. Disse che non era umano sotterrarlo così. Fu sempre molto coraggiosa e fu di grande aiuto per la resistenza. Tennero in casa anche un tedesco, preso in ostaggio per potere fare un cambio con uno dei nostri.

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I funerali a Gignese di Guido Tilche “Fachiro”, caduto in combattimento il 29 Novembre 1944

Da mio zio ci furono sempre tanti partigiani, tra i quali si fermò anche Ferruccio Parri. Erano in costante pericolo, trovandosi al centro del paese. Anche i nostri cugini Settimo Tabarini e sua moglie tennero dei partigiani nascosti. Li mettevano in una soffitta tutta di legno – la “grà“- dove un tempo si mettevano le castagne a seccare. Da noi, alla Presa, avemmo per un bel pò Giorgio “Dodo” Parri, figlio di Ferruccio. Ci furono persino due Russi, un americano e due italo-americani, di cui ricordo i cognomi: Holohan, Icardi e Lo Dolce.

I componenti della Missione ÒMagosteeen & ChryslerÓ 26 settembre 1944In prima fila, accovacciati da sinistra: Capitano Landi, partigiano addetto ai servizi segreti italiani; Sergente Artur Ciarmicola; Red ÒIl RossoÓ radio operatore.In seconda fila, in piedi da sinistra: maggiore Willliam V. Holohan, capo missione Mangosteen; Tenente Aldo Icardi, capo missione Chrysler; sergente Carl Lo Dolce;  Gianni, partigiano addetto ai servizi segreti militari Italiani; Tenente Victor Giannino.

I componenti della missione Magosteeen e della missione Chrysler il 26 settembre 1944 a Bari, prima di partire per il Mottarone. Da sinistra il maggiore William V. Holohan, capo della Mangosteen il tenente Aldo Icardi, sergente Carlo Lo Dolce, Tullio Lussi detto “Landi”, ten. Giannini. Accosciati: sergente Loris, Arthur Ciarmicola e Gelindo Bartoluzzi detto “Red”

Intanto, da noi, si continuava a trasmettere. Al mattino dell’undici dicembre del ’44, mentre nevicava, i tedeschi improvvisarono un importante rastrellamento. A casa nostra, gli operatori erano in attività, e, sull’altura che domina la Presa, in direzione di Gignese, avevamo messo una sentinella. Io stavo andando verso il paese e mi trovavo all’altezza della capelletta di Via Nova quando vidi una pattuglia che stava salendo la strada. Immediatamente, corsi verso casa. La sentinella, vedendomi ritornare così inaspettatamente, scese alla Presa e avvertì i radiotelegrafisti. In un attimo scomparve tutto: antenna, radio, munizioni, e loro giù di nuovo nella fossa. Quando arrivarono, i tedeschi chiesero se, nei dintorni, c’erano altre case con la corrente elettrica. Mio padre disse di no. Continuarono a lungo ad insistere: “È impossibile che non ci siano case con la corrente“. Fu facile per noi capire che cercavano la radio trasmittente, ma non sospettarono di noi perchè mio padre era guardacanale ed era difficile immaginare che potesse commettere infrazioni. E, per quella volta, se ne andarono di nuovo.

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Un gruppo di partigiani a Gignese nel Novembre del 1944. Foto Archivio Tino e Liliana Vimercati

Arrivò poi il Natale del quarantaquattro, che ricordo con particolare emozione. Quando mi alzai, al mattino del 25, sul tavolo della cucina, trovai un pacco per me nel quale scoprii una borsetta, una sciarpa ed un paio di guanti, tutti di color marrone. C’era anche un biglietto, firmato da Gianni, Bruno e Gigi: “Alla cara Mariuccia, in riconoscenza di tutto ciò che fa per noi“. Rosso mi regalò un orologio, che possiedo tuttora. Non ero abituata a ricevere regali così; li abbracciai, molto commossa. Con noi, c’era un’altra staffetta che era molto preziosa perchè manteneva il contatto tra Milano, da dove partivano gli ordini, e noi. Purtroppo, un triste giorno, ci lasciò, per raggiungere i tedeschi.

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Il giorno di Natale del 1944 Mariuccia ricevette regali anche dai partigiani ospiti alla Presa

Fu un avvenimento orribile, che procurò a tutti una grande angoscia e creò un certo scompiglio nell’organizzazione della Brigata: la obbligava a modificare una parte importante del suo dispositivo. Immediatamente, venne dal comando l’ordine che i radiotelegrafisti non dovevano più rimanere a la Presa. Perciò bisognava che gli operatori partissero subito. C’era tanta neve, ma, nel pomeriggio tutto fu pronto, e al tramonto se ne andarono. Dovevano valicare tante montagne per arrivare ad un posto molto lontano. Bruno e Gianni raggiunsero un paesino (Bondione, nel Bergamasco) e vissero in una grotta, continuando a trasmettere. Purtroppo, vicinissimi alla fine della guerra, furono scoperti. Gianni tentò di fuggire e gli spararono. Li condussero alla piazza del paese, misero il ferito su una sedia, perchè non poteva stare in piedi, e li fucilarono subito. Dopo averli salvati dai grandi rastrellamenti, non ci parve vero, ma la guerra e un triste destino fecero che, ormai prossimi alla liberazione, persero la vita. Questa perdita fu tanto più crudele per mia sorella che Gianni e lei erano fidanzati. Avevano in progetto di sposarsi alla fine della guerra. Quindi, per noi Gianni era praticamente un membro della famiglia.

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Giovanni Bono, detto “Gianni”, operatore radio di Boeri, era con i suoi compagni nella buca sotto la cascina, quando giunsero i tedeschi durante la notte. Con gli altri teneva la botola socchiusa per far entrare l’ossigeno, ma dovevano serrarla se avessero sentito Mariuccia fare il verso per richiamare le galline, chiaro segnale che i tedeschi erano lì vicino in perlustrazione. Dopo il trasferimento della radio a Bondione in provincia di Bergamo, Bono tornò alla Presa il Capodanno del 1944 per festeggiare con la sua fidanzata Fernanda Andreani, sorella di Mariuccia. Fu poi ucciso con Aldo Campanella “Bruno” in un rastrellamento tedesco a Bondione

Dopo una brevissima calma, la Presa si riempì di nuovo. A casa di mio zio Bino, come prima, era sempre pieno. non posso citare il nome di tutti. Erano così numerosi. Arrivò allora la terribile notte di Capodanno ’45, durante la quale si vide salire verso il Mottarone il trenino, carico di militari tedeschi, mentre arrivavano da Armeno grossi camion, pieni anche loro di soldati. Alla vetta si trovava un gruppo importante di partigiani che stavano festeggiando. I tedeschi circondarono l’albergo e colsero di sorpresa tutti coloro che vi si trovavano. Non ricordo più se furono venti, trenta o più ad essere catturati quella notte. Mi rammento soltanto qualche nome: Giancarlo, Bismarck, Loreto, Zim, Nando, Rosso, Franz e Tom Mix (era stato lui il primo a fare il cambio di un tedesco per due partigiani). I nomi mi sfuggono, ma rivedo i loro visi, a volte allegri e a volte preoccupati. Li portarono al comando tedesco a Baveno e poi alle carceri S. Vittore di Milano. In entrambi i posti subirono interrogatori e torture. Furono infine portati nei campi di concentramento in Germania, dopo una tappa a Bolzano.

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Partigiani delle brigate “P. Stefanoni” e “F. Abrami” durante un rastrellamento all’Alpe Canà l’11 Dicembre del 1944. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

Una notte, fummo svegliati da un rumore di passi davanti alla casa. Ci precipitammo alla porta, temendo che si trattasse di tedeschi, e ci trovammo davanti a Rosso e Nando. Secondo il loro racconto, Bismarck era riuscito a nascondere una lama abbastanza solida per segare un’ apertura nella parete del vagone che li stava trasportando. Soltanto loro due erano riusciti a scappare perchè i tedeschi si erano accorti troppo presto di cosa stava succedendo. Ci dissero anche che, prima di quell’episodio, allorchè erano in trasferta da Milano a Bolzano su un pullman, Bismarck, approfittando dell’oscurità, aveva abbassato piano piano il vetro di un finestrino. Appena l’apertura fù sufficiente, saltarono fuori Franz e Tom Mix. Purtroppo, l’astuto Bismarck ebbe sfortuna: venne fermato dalla sentinella che si era accorta di cosa stava succedendo.

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Il 31 Dicembre del 1944 ci fu un grosso rastrellamento nazifascista sul Mottarone, dove un gruppo di partigiani stava festeggiando il Capodanno. Mariuccia, che era stata avvertita dalla Virginia figlia del tabaccaio di Gignese, rinunciò alla festa, ma avvertì tutti del pericolo imminente. Furono catturati in molti, tra i quali Mario Ajello detto “Franz”, nato a Napoli il 1 Marzo 1914. Era un comandante del secondo Battaglione “Tenente Angelini”. Lui e Giulio Lavarini “Tom Mix” riuscirono a scappare, prima del Brennero, dal pullman che li avrebbe portati in Germania. Da Ricordi della Resistenza, 2004, Comunità Montana Valle Ossola

Apprendemmo solamente a guerra finita, da alcuni nostri patrioti che erano sopravissuti, che molti tra i nostri erano morti, bruciati vivi nei forni crematori. Il Giancarlo, lo tennero al comando tedesco un po’ e lo torturarono parecchio. Poi, fu trasferito a San Vittore dove subì nuove torture. Riuscì comunque a farci pervenire un messaggio: a S. Vittore aveva sentito tante volte il nome Andreani. Infine fu portato a Bolzano. Liberato alla fine della guerra, non era più che l’ombra del nostro Giancarlo. Le torture l’avevano distrutto. Visse poco, dopo la liberazione. Aveva passato troppe brutture ed era ormai un uomo finito. Anche tu, Giancarlo, sei rimasto nel mio cuore e nel ricordo di tutti, fra gli eroi della resistenza.

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Il tesserino della Brigata Stefanoni di Giancarlo Castelnuovo, nato il 21 Maggio 1919 a Parabiago. Fu catturato sul Mottarone e portato nel carcere di San Vittore a Milano, dove fu interrogato e torturato. Tramite un guardiano, riuscì a far avere un messaggio per Renato Boeri. Nel biglietto avvertiva il comandante del pericolo che correvano i partigiani e i loro collaboratori a Gignese, a causa dell’inflitrazione di una spia che aveva rivelato nomi e informazioni. Giancarlo non si riprese più dopo le torture. Rilevò l’albergo al Mottarone, ma morì dopo poco tempo

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Gianni Parnisari “Bruno” fu arrestato e portato a San Vittore assieme alla moglie Palmira

Enzo Boeri, quando ricevette il messaggio di Giancarlo, fatto pervenire grazie all’aiuto di un guardiano di S. Vittore che collaborava con la resistenza, mandò immediatamente verso la Presa una staffetta a portare l’ordine che le famiglie Andreani e De Gasperi dovevano subito partire e rifugiarsi nella vicina Svizzera. Mio padre e mio zio, dopo essersi concertati, rifiutarono. Presero la decisione di aumentare soltanto la sorveglianza. Gli operatori Rosso e Nando rimasero da noi e ristabilirono con gli alleati il collegamento radio, che era stato interrotto quando Gianni e Bruno dovettero partire. Naturalmente, la buca sotto la cascina fu soppressa e mio padre cercò un’altro nascondiglio, più lontano dalla casa. Uscì il primo giornale “Il Fuori Legge”. Io, con mio cugino Piergiovanni (figlio dello zio Bino, 10 anni allora ), andavamo a Stresa e ne posavamo in ogni luogo, negli alberghi, sulle panche, presso la ferrovia, li lasciavamo cadere dalle finestre spalancate. Tutte le volte che veniva stampato “Il Fuori Legge”, facevamo questo. Cercavamo di incitare la popolazione ad essere con noi, i giovani a raggiungere le nostre file. E così capivano che anche il partigianato esisteva e agiva.

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La prima pagina di “Il Fuori Legge” del Gennaio 1945. Era la pubblicazione della Brigata Stefanoni che veniva distribuita in zona dalle staffette

 

In apertura: foto di gruppo dei partigiani della Brigata Stefanoni e dei loro collaboratori. Archivio Tino e Liliana Vimercati.

Per scaricare il pdf della seconda parte cliccare qui: I ribelli della Presa §

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Note:

(1) Ludwig Stamm (nato a Hildesheim nel 1902 – morto non si sa dove) era il capitano della SS Polizei Regiment 20 e operava dal 1942 con il suo battaglione nel protettorato della Boemia-Moravia. Nel 18 Ottobre del 1943 partecipò al raid del ghetto di Roma, che portò alla cattura di mille ebrei che furono deportati ad Auschwitz. Giunse in Ossola nel 1944 dove diventò Ortskommandant di Baveno, rilevando il comando dal Capitano Krumhaar. Fu premiato il 31 Dicembre 1944 a Ghiffa della Croce di Ferro II Classe per l’operato in Ossola. Si pensava che si fosse suicidato a Busto Arsizio, ma l’ex partigiano Mario Colombo ha ricostruito la verità: non fu Stamm a morire con una pallottola in testa, ma il Colonello Hans Smaller. Stamm fu fatto prigioniero a Novara, ma approfittò del suicidio di un altro ufficiale, il colonnello Buch, per assumerne l’identità. Fu internato nel maggio del 1945 a Coltano (Pisa). Stamm riapparse nel 1954, come se niente fosse, nello stesso Hotel Beau Rivage di Baveno, dove aveva, per tanto tempo, tenuto il suo comando di compagnia. Il proprietario, che lo riconobbe subito, ma non lo denunciò, gli suggerì di trovare un’altra sistemazione e Stamm partì la mattina dopo su un’auto targata Firenze. Emerse che il Capitano Stamm morì nel suo letto nel 1986 nella provincia argentina de Entre Rios  (da Il Postalista) e da Storia del nazista che si “suicidò” due volte e morì nel suo letto.

 

 

Published in: on 22 magamSun, 24 May 2015 10:48:02 +00001432015 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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