Bocca di pietra

Verso Nocco, Umberto Andreazza, acquerello, fine anni'80

“A differenza della maggior parte della persone, Giovanni è molto attento al linguaggio silenzioso delle cose”. Inizia così il primo e promettente libro di Maria Cristina Alfieri, giornalista milanese e direttrice del gruppo editoriale parmense “Food”, che a noi è piaciuto moltissimo. Il volume (121 pagine, 13€) è uscito nel Novembre 2014, pubblicato da ExCogita. La storia inizia quando il protagonista, un famoso sceneggiatore televisivo, sopravvissuto a un incidente areo, si ritrova con la memoria cancellata e cerca di farla riemergere attraverso la stesura di un diario. Giovanni ricompone con la scrittura i frammenti di una vita che non c’è più, rievocando in parallelo quella di suo nonno Giulio, ombrellaio ed ex partigiano nato negli ani Venti a Nocco, un piccolo paese dell’Alto Vergante, dove tutti gli uomini imparavano fin da piccoli a riparare parapioggia per emigrare e diventare ambulanti.

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“Qual è, mamma, la Parola che ti ha svelato la bocca di pietra”, si chiede Giulio nel romanzo. Nella foto una donna si avvicina al pozzo mentre un bambino aspetta, seduto sui sassi

Si scopre leggendo che la vita del bambino Giulio è segnata da un dolore inestinguibile, causato dalla tragica perdita della madre, ingoiata dalla fredda e misteriosa bocca di pietra. Anche Giulio partirà da Nocco subito dopo il 25 Aprile 1944, per cercar fortuna a Milano, lavorando come riparatore di ombrelli. Troverà l’amore e, per un momento, la felicità. Nel romanzo compaiono personaggi con nomi fittizi, come Ada, la coraggiosa partigiana che piace a Giulio, ispirata all’ossolana Elsa Oliva o Umberto Minardi, l’industriale nocchese padrone di una fabbrica d’ombrelli a Torino, destinata a chiudere dopo la crisi del ’29 e che ricorda la simile vicenda di Primo Francinetti. Una ricostruzione che l’autrice racconta con mano sicura e abile regia, avendo ascoltato attentamente le cronache di suo suocero, Angelo Molinari, pure lui ombrellaio ed emigrante.

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Un ombrellaio mostra la sua mercanzia a un signore in una casa milanese

Il libro è pieno di sorprese ed è di quelli che non si chiudono prima dell’ultima pagina, con colpi di scena drammatici e toccanti, scene durissime, come la rievocazione di alcuni fatti della Resistenza e momenti più leggeri: la sibillina vendetta di Antonio, ex partigiano comunista e ateissimo, maestro delle campane, che approfitta dell’assenza del parroco per far risuonare nell’aria le note di Bandiera Rossa. La scrittura non sana le ferite, ma aiuterà Giovanni a ritrovare un equilibrio, anche grazie alla presenza di Elisa, giovane vedova di una vittima dell’incidente aereo e suo nuovo amore. Il finale rimescola le carte e ci indica un imprevedibile sentiero tra realtà e immaginazione.

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La bella copertina di Bocca di Pietra, ultimo romanzo di Maria Cristina Alfieri

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In apertura: Umberto Andreazza, Verso Nocco, acquerello, fine anni ’80, Collezione Privata.

 

 

Nocco, così lontano, così vicino…

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Nocco Dario Molinari lavatoio

di Dario Molinari

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L’Archivio Iconografo del Verbano Cusio Ossola ospita uno scritto di Dario Molinari. Nato a Premosello (VB), da sempre coltiva la passione e la cultura e le tradizioni dell’Alto Vergante, dove la sua famiglia d’origine è radicata da generazioni. Proprio in omaggio agli antenati ombrellai, vissuti tra Nocco e Gignese, ha raccolto un ampio archivio fotografico che documenta vita e luoghi degli artigiani ambulanti del secolo scorso. Titolare della cattedra di arti figurative presso il liceo artistico di Pavia, ha realizzato diversi progetti artistici ed editoriali nella doppia veste di artista e docente, utilizzando video, installazioni, fotografia e pittura. Le immagini a corredo del testo sono state fornite dall’autore.

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NOCCO (Noccum), com. nel mand. Di Lesa, prov. Di Pallanza, dioc. E div. Di Novara. Dipenda dal senato di Casale, intend. Prefett. Pot. Di Pallanza, insin. Di Arona, posta di Lesa. Sta nel Vergante: appartenne alla signoria di Lesa: è situato tra Gignese, Carpugnino e Graglia: guarda mezzodì. Tre sono le vie comunali: La prima, a levante, muove verso il capo di provincia per Carpugnino e Stresa; la seconda, verso mezzodì, conduce per Graglia al capo di mandamento; la terza, verso tramontana, scorge al limitrofo comune di Gignese.

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Nocco visto dal campanile della chiesa di Gignese. Al centro si scorge la Chiesa di Santo Stefano

Nocco è distante un miglio e tre quarti Graglia; tre quarti di miglio da Carpugnino; un terzo di miglio da Gignese, e miglia cinque dal capo di provincia. Scorre pel territorio un piccolo rivo denominato Erno, che va a scaricarsi nel Lago Maggiore nel territorio di Lesa non lunge da Selcio. I solerti abitanti raccolgono in discreta quantità gran-turco, segale, miglio, panico, patate, castagne, noci e poche uve: di qualche rilievo è il guadagno che fanno esercitando la pastorizia La chiesa parrocchiale, di antica costruzione, è sotto il patrocinio di S.Stefano. La nomina del paroco spetta al comune. Pesi e misure di Milano. Popolazione 194.

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La bella parrocchiale di Nocco, dedicata a Santo Stefano, alla fine dell’Ottocento

Ecco come viene descritto Nocco in un vecchio dizionario geografico del regno sardo: in queste poche righe, stampate nel 1845, avvertiamo immediatamente la vertigine di un tempo lontanissimo, cancellato per sempre e tuttavia l’affetto che ci lega ancora a Nocco è in grado di restituircelo vicino e intimo più che mai. È questa oscillazione fra tempi lontani e il nostro presente qui a Nocco, che dà un senso a ogni cosa. Tutto passa e tutto lascia traccia, tutto è lontano eppure così vicino. Quello della “lontananza dal suolo natio” è un tema scritto nella storia degli abitanti delle nostre colline e delle nostre montagne. La lontananza di chi, per tutto l’Ottocento, ha visto partire la sua gente alla ricerca di una vita migliore che la pianura e le grandi città del nord sembravano poter offrire.

La professione di ombrellaio fu scelta da tanti giovani che emigrarono da Nocco, Vezzo e Gignese

La professione di ombrellaio fu scelta da tanti giovani che emigrarono da Nocco, Vezzo e Gignese verso centri più grandi del Nord Italia. In alto un Riccardi, ai primi del Novecento

Una cartolina di Nocco, "Veduta dal Monte Scincina"

Una cartolina di Nocco, “Veduta dal Monte Scincina”

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In alto l’ombrellaio Angelo Molinari, detto Giolo, negli anni Cinquanta. Alcuni riuscirono ad aprire negozi o fabbriche, altri divennero ambulanti, ma in tutti restò la nostalgia per il paese

 Questo negozio era l'attività commerciale di una famiglia nocchese emigrata ad Alessandria

Questo negozio era l’attività commerciale di una famiglia nocchese emigrata ad Alessandria

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Un altro ritratto di ombrellaio, Andrea Molinari, negli anni Trenta. Ai manufatti, talora sorprendetemente raffinati, di questi artigiani del Lago Maggiore, è dedicato il Museo dell’Ombrello di Gignese, un unicum nel genere, fondato nel 1939 da Iginio Ambrosini e che conta nell’importante collezione 1500 pezzi tra parasole e parapioggia

Furono in molti a iniziare con fatica un difficile percorso di mestieri itineranti, diventando cestai, ombrellai e venditori ambulanti. Storie di miseria e nostalgia, che non potevano che accrescere il desiderio di tornare ai propri affetti, a un’infanzia durata lo spazio di poche stagioni. La lontananza, in fondo, è una tensione che avvicina attraverso il desiderio. Oggi per tanti nocchesi, nipoti di quelle generazioni, non è cambiato nulla. In tanti viviamo lontano da Nocco, per scelte di vita e di lavoro dei nostri padri prima che nostre, e anche i ceppi familiari più radicati sul territorio hanno rapidamente incominciato a diradarsi.

Una delle strade principali di Nocco, via Regina Margherita, già via del Mottaiolo nel 1909. Il paese, terra di forte emigrazione, manteneva la sua vocazione rurale, come si può osservare dai tetti in paglia e dagli arnesi di lavoro dell'unico personaggio: gerla, rastrello e cesta di vimini

Una delle strade principali di Nocco, via Regina Margherita, già via del Mottajolo, nel 1909. Il paese, terra di forte emigrazione, manteneva la sua vocazione rurale, come si può osservare dai tetti in paglia e dagli arnesi di lavoro dell’unico personaggio: gerla, rastrello e cesta di vimini

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Una rara immagine di Nocchesi prima del Novecento

In questo panorama di Nocco è evidente che tutta la terra era coltivata o adibita a pascolo

In questo panorama di Nocco è evidente che tutta la terra era coltivata o adibita a pascolo

 Processione della Santa Patrona 1912

Una fotografia della processione di Sant’Anna, la santa patrona di Nocco, nel 1912

I nomi dei Decio, dei Riccardi, dei Molinari, dei Francinetti solo per citarne alcuni, sembrano condannati all’estinzione nei luoghi di origine. Sono scomparsi anche i nomi dei luoghi, benché qui ogni anfratto, ogni valle, ogni declivio, ogni masso, ogni torrente avesse un nome e un episodio da raccontare. Nel cortile dei sciàvatin c’erano le streghe (i Freer), nei pozzi c’era l’orco (il Caramut), figure generate dalla fantasia di un’umanità che viveva non di televisione ma di racconti, che passava le serate a veglia narrando storie che venivano chissà da dove, dai nonni e dagli antenati. Stanno scomparendo anche tante case antiche e dimore storiche.

quando i tetti erano in coppi e beule

Nocco e Gignese con il Mottarone sullo sfondo: quando i tetti erano ancora in coppi e beule

scalinata chiesa 1909

Quattro elegantissime dame, in perfetto stile Belle Époque, sulla scalinata chiesa nel 1909

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Nocco Dario Molinari Ca' Molinari primi '900 via Montalto Ing. Luigi Decio al centro e due amici

In via Mottajolo, nei primi del ‘900: l’ingegner Luigi Decio con due amici

Eppure la nostra gente viveva in quelle case di pietra, con finestre piccolissime perché non entrasse il freddo, viveva in cucina con il secchio dell’acqua appeso al muro. Con le mele nelle stanze da letto, con le castagne e le noci a seccare sulla lobbia in castagno. Memorie domestiche: epopea delle piccole cose nel gioco capriccioso del tempo. Usando un po’ di fantasia, ci piace ogni tanto immaginare che quella gente sia ancora lì, che il loro spirito torni qualche volta a visitare quei luoghi non ancora contaminati dal progresso e dalla civiltà, luoghi che hanno amato e rispettato profondamente.

La famiglia del Magiur Familia Decio 1909

La famiglia Decio, detti “I Magiur”, nel 1909

 Famiglia Molinari

Quattro generazioni di Molinari, soprannominati “Ingigner”, in una foto di gruppo nel 1950

Nocchesi doc, con fiasco d'ordinanze e fisarmonica, fuori dal'Osteria dei Tozzi. La taverna di Marianna e Stefano, che vendeva anche alimentari, fu l'ultimo negozio di Nocco, attivo fino ai primi anni '70: per anni punto di riferimento della comunità e unico posto telefonico pubblico

Nocchesi doc, con fiasco d’ordinanze e fisarmonica, fuori dal’Osteria dei Tozzi. La taverna di Marianna e Stefano, che vendeva anche alimentari, fu l’ultimo negozio di Nocco, attivo fino ai primi anni ’70: per anni punto di riferimento della comunità e unico posto telefonico pubblico

Ma ora è cambiato tutto, forse troppo in fretta. Industrializzazione e urbanizzazione hanno aggredito i nostri paesaggi, deturpando aree di meravigliosa bellezza. Soprattutto negli ultimi decenni, asfalto e cemento hanno stretto nel loro abbraccio mortale anche i luoghi più incontaminati e la nostra immaginazione. Un’aggressione all’ambiente giustificata da una concezione predatoria e utilitaristica del mondo in cui viviamo: una semplice risorsa da sfruttare, vuoi a fini industriali, estrattivi, commerciali o turistici. Ecco allora che sarà sempre più difficile riconoscere Nocco, non solo rispetto a quella descrizione del 1845, ma anche a quello che era fino agli anni ’50. A meno che non si sappia conservare e tramandare qualche frammento che possa accorciare le distanze, per ritrovare quel paesaggio interiore che ci appartiene. Solo così potremo avvertire l’incanto del passato come inestinguibile vicinanza.

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Ricordiamo Nocco, in conclusione, con uno splendido splendido scritto di Amelia Molteni Bolla, una colta villeggiante appartenente alla borghesia milanese, la quale amò profondamente il paesino dell’Alto Vergante. Il suo scritto comparve in occasione della pubblicazione di un numero unico della Campana di Nocco, “Nella faustissima rimembranza tre volte centenaria di sua erezione parrocchia” 26 novembre 1633 – 30 luglio 1933.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Nocco Dario Molinari Amelia Bolla (cartolina)

Una foto di Amelia Molteni Bolla, una signora milanese che trascorreva la sua villeggiatura a Nocco. Un tempo era abitudine di chi si faceva fare un ritratto dal fotografo farsi stampare sul retro la cartolina, in modo da poter inviare la propria immagine come ricordo. In questo caso Amelia, il 26 Settembre 1907, scrive “Alla cara famiglia che abita con me a Nocco” consegnando a mano la cartolina “Come modesta espressione di amicizia affettuosa e sincera”

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Una cartolina da Nocco a Bergamo del 25 Luglio 1916, inviata dalla Bolla a un’amica. È anche in questi pezzetti di carta illustrati che si cercano oggi le impronte del passato, attraverso le parole e i saluti che viaggiano da un luogo all’altro e che raccontano frammenti di vita e di amicizia

Nocco, mi sei dolce nella memoria e nel cuore
Quando nelle grigie giornate cittadine, stanca, e non solo stanca, ma assetata di pace, anelo a una visione di riposo e di conforto, mi appari subito Tu, piccola e modesta gemma del Mottarone, sul poggio che riceve l’ultimo sole, mentre tutti gli altri paesi che ti fan corona sono già immersi nell’ombra, tutta verde nei prati che ti annunziano, semplice, primitiva, rustica nei tuoi casolari, soavemente idilliaca ne’ tuoi ospitali boschi di castani, nella solitudine dei quali la vita abbandona le sue asprezze e pare ancora buona e degna di essere vissuta.
Nocco, mi sei presente nei diversi aspetti della tua bellezza pastorale: negli splendori della tua primavera tardiva, quando nei tuoi prati c’è tutto un sorriso di narcisi e nell’aria un fremito d’ali: nei placidi crepuscoli estivi, fragrante di fieno e tutta circonfusa dalla nebbia violetta che discende sui rami, mentre, nello scolorimento della sera, le tue donne austere s’indugiano ancora al pascolo con la docile e fedele mandria; nella vivezza delle tinte autunnali, quando il sole incendia le fronde della tua “Selva” e il lavoro ferve nel raccogliere i frutti che la terra buona dispensa a’ suoi figli lavoratori; quando nudo, sul poggio, sorgi dalla neve immacolata ed accogli fraternamente i tuoi “uomini” che ritornano a te, dopo lunghi mesi di lontananza, in cui ti hanno sognato con nostalgico desiderio.
Nocco, dolce oasi della mia vita, non sempre azzurra e non sempre tranquilla, ti amo e ti benedico per i sorrisi che hai dato alla mia giovinezza, per la pace e l’oblio che mi doni nel presente per le memorie Sante di persone care, conosciute, amate qui, che mi allietarono per anni e anni con la loro amicizia buona e indimenticabile.

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La Campana di Nocco copertina Dario Molinari Marco Torretta

Per chi volesse approfondire la storia e i personaggi di Nocco è possibile scaricare gratuitamente il libro La Campana di Nocco di Dario Molinari e Marco Torretta, cliccando qui

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In apertura: Nocco, via Mottajolo, due bambine con vezzosi parasole e un signore con i contenitori dell’acqua, davanti al vecchio lavatoio, con le due caratteristiche arcate in pietra e la volta in mattoni.

La tramvia Intra – Omegna

14 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Pallanza Ricordo del primo tram Rocca

Un tempo si poteva andare in tram da Intra a Omegna. Vi proponiamo il racconto per immagini di questa singolare tramvia che fu attiva dal 1910 al dopoguerra: era una linea tranviaria a scartamento normale che collegava il centro di Intra con Pallanza e Omegna. Prevedeva le seguenti fermate: Intra Imbarcadero – Pallanza Alta – Pallanza Riva – Suna – Fondotoce – Pallanza Ferrovia (Stazione FS) – Gravellona – Crusinallo – Omegna. Inaugurata nel 1910 e chiusa nel 1946 era gestista dalla SAVTE (Società Anonima Verbano per la Trazione Elettrica) e percorreva 20km a corrente elettrica alternata a 2000 volt.

Milano 1906, Esposizione Internazionale per il Traforo del Sempione, Stazione Piazza d'Armi. Il materiale rotabile della tranvia, di 12 unità, fu ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione del 1906, foto di Paola Vozza

Il materiale rotabile della tramvia fu ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione del Sempione del 1906 a Milano. In altro uno scatto della ferrovia

2 Milano 1906 sopraelevata stazione d'arrivo

L’interno della Stazione di arrivo alla Piazza d’Armi. Tutti gli edifici costruiti per l’Esposizione furono smantellati, eccetto quello dell’Acquario Civico in stile liberty

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L’architetettura effimera della Stazione di arrivo alla Piazza d’Armi con la Buvette e la Brasserie

Il materiale rotabile di 12 unità fu ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione del 1906 di Milano, che collegava le due aree principali: il Parco Sempione e la Piazza d’Armi (attuale zona Fiera) con due stazioni e due fermate. Era interamente sopraelevata su un viadotto di legno sopra le strade e in ferro sul tratto in cui scavalcava la Stazione di Porta Sempione, detto scalo di smistamento.

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Milano, 1906, la ferrovia sopraelevata in corsa sul viadotto

3 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Milano 1906 Stazione al Parco con buffet

La stazione di arrivo al Parco Sempione. Per non ostacolare la vista sull’Arco della Pace la ferrovia sopraelevata era stata costruita nella tratta del parco a livello del terreno

La tratta interna al Parco, posta a livello del suolo per non interferire con la prospettiva dell’Arco della Pace. Fu inaugurata nell’Aprile del 1906, pochi giorni prima del 29 Aprile, giorno dell’apertura. La linea era a doppio binario, anche se le stazioni contavano un unico binario capolinea. Le strutture delle stazioni erano il legno, decorate in stile liberty e il deposito era in via Mario Pagano. Come scrive Tul691, in www.skyscrapercity.com, “il materiale era stato progettato per poi essere riutilizzato in una normale tranvia, forse già quella del Verbano, alla fine dell’Esposizione. La sopraelevata milanese, lunga 1350 metri e posta su un viadotto di ferro e legno, aveva quattro treni da quattro elettromotrici a due assi lunghe 10 m (portata fino a 300 passeggeri un po’ “compressi”) oltre a un mezzo treno di due motrici di riserva. L’alimentazione era con corrente alternata monofase a 2400 V, frequenza 15 Hz, con impianti forniti dalla società americana Westinghouse. Com’è noto in quegli anni era in corso la grande “battaglia” tra i sistemi a corrente continua e alternata, che coinvolgeva le maggiori industrie a livello mondiale e vi era ancora notevole incertezza sui vantaggi e svantaggi dei due sistemi.

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Un’altra animata visione del viadotto della ferrovia Piazza d’Armi – Parco Sempione

Il tempo di percorrenza era di 3 minuti, a una velocità massima di 35 km/h, consentendo di arrivare fino a 40 corse all’ora. La sicurezza era affidata a speciali segnali e protezioni delle stazioni sistema Servettaz, analogo a quello delle ferrovie statali. Tutto il materiale fu progettato dal “Comitato per la trazione elettrica” degli ingegneri Finzi e Tallero, che poi diverrà la famosa Soc Officine Elettro-Ferroviarie Tallero (OEFT).
Al termine dell’Esposizione il materiale venne scomposto e modificato in singole vetture, di cui 12 rimasero motrici e 6 vennero trasformate in rimorchiate, che furono acquisite dalla Soc. Anonima Verbano per la Trazione Elettrica (la “Verbano”), che aveva in programma di realizzare la tranvia Verbania – Omegna. Ciò che avvenne per tronchi successivi tra il 1910 e il 1929.”

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La corriera che faceva servizio pubblico tra Pallanza e la stazione di Fondotoce, prima che si inaugurasse la tranvia. Foto dal libro 1890-1910 Intra, Pallanza e il Lago di Enzo Azzoni, Montefibre, Pallanza, 1976

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L’annuncio della concessione da parte del Re per la costruzione e l’esercizio della tranvia Intra – Omegna, per servizio viaggiatori e merci, sulla Gazzetta Ufficiale del 20 Dicembre 1908

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L’annuncio della concessione per la costruzione della tranvia, che prevedeva il collegamento Fondotoce – Pallanza – Intra,

Il progetto iniziale prevedeva un collegamento tra Fondotoce e Locarno, via Intra. Ci fu il contributo finanziario di vari enti, tra cui la Banca Popolare di Intra, ma il progetto venne realizzato solo in parte e in ritardo. La richiesta della Savte di collegare Pallanza a Fondotoce venne accolta e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno il 20 Dicembre 1908, vista la volontà dei proprietari del terreno di unirsi in consorzio. Per il periodico “Verbania” “la nuova tramvia segna una pagina di vita regionale che la nostra rivista non deve trascurare. Poiché il significato delle feste che si svolsero nel passato ottobre in Pallanza trascende il fatto, di per sé importantissimo, della conquista di una nuova comunicazione della nostra con altre regioni; non è solo questo che amiamo ricordare qio, ma anche e in modo principale il risveglio davvero promettitore dell’energia regionale che ha ritrovato se stessa, piena e completa, al cimento per un’opera di larga utilità. Quell’energia regionale che fu pronta al lavoro per la ferrovia elettrica al Mottarone e che domani sarà pronta a tutte le altre opereche già si annunciano a promettere benessere a questa ridente piaga e che “Verbania” imparzialmente illustrerà. Energia che dev’essere suscitata da uomini di volontà salda e costante, i quali sappiano risvegliarla e risvegliata tener costantemente vigile e laboriosa. Come si fece per la tramvia Pallanza – Fondotoce.

Tranvia Intra - Omegna, Orario emesso il 15 Marzo 1915

L’orario per i passeggeri emesso dalla SAVTE il 15 Marzo del 1915. La tamvia era raccordata e collegata con i treni in arrivo alla Stazione di Pallanza

Quadro orario del 1938

Il quadro orario del 1938 con tutte le fermate dall’Imbarcadero di Intra a Omegna e ritorno

La tranvia fece il suo primo viaggio, da Pallanza a Fondotoce, il 16 Ottobre 1910. Prosegue l’articolista della rivista “Verbania”: “Il Sindaco di Pallanza, cav. uff. avv. Luigi Ranieri, l’assessore delle finanze Cav. Angelo Monti, coadiuvati dallo zelo del deputato del collegio on. Beltrami, il presidente della Società Verbano, cav. ing. Giuseppe Cobianchi, il progettista della linea, ing. Giuseppe Banfi, il vicepresidente della Società signor Enrico Baggini, il Consigliere delegato Ing. Enrico Banfi, gli Amministratori sigg. Alfonso Bauer, ing. Luciano Cardini, ing. Giuseppe Gadda, ing. Severino Franzi, comm. avv. Enrico Zaccheo, I Sindaci avv. cav. Cornelio Bardeaux, ing. Piero Besostri, rag. Cesare Boccardi, Costantino Cane e Francesco Camona e quanti altri diedero opera e consiglio alla tramvia traggono oggi primi letizia del fatto compiuto: ad essi, la nostra rivista dal Verbano ha nome e programma invia il compiacimento ed il plauso di quanti son convinti che questo sia già un passo compiuto per progresso della regione. Il tronco testè inaugurato, che unisce Pallanza alla linea internazionale del Sempione, è l’attuazione di una minima parte del del grandioso programma che la Spett. Società Anonima Verbano ha tracciato e si ripromette di esaurire non oltre l’autunno prossimo”.

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Il nuovo ponte Vottorio Cobianchi fu su progetto dell’Ingegner Giuseppe Cobianchi nel 1924 per la Tranvia e abbattuto nel 1961, dopo la chiusura della linea. Foto di Verbania Antiche Immagini

ranvia Intra - Omegna, Intra, Il ponte Vittorio Cobianchi costruito nel 1834 utlizzato per la tranvia Intra Omegna (da verificare) foto da via Rigola Archivio Rino Ballinari, fornita da Geis Giuseppe

Intra, Il ponte Vittorio Cobianchi  utlizzato per la tranvia Intra Omegna. Archivio Rino Ballinari, da Via Rigola, la storia, la gente. Foto da Verbania Antiche Immagini

12 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Intra arrivo tram

Intra, partenza del tram all’Imbarcadero in una giornata invernale

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La tranvia, questa volta composta da locomotrice e vagone, in transito a Intra

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Il treno inaugurale arriva sul Lungolago di Pallanza il 16 Ottobre 1910. Foto Caccia, pubblicata sulla rivista “Verbania”. Fornita da Bruno Suna, dal gruppo Verbania Antiche Immagini

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Il tram in corsa sul lungolago di Pallanza

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Il tram in arrivo a Pallanza apre le porte per far scendere e salire i passeggeri. Al centro, fra l’Hotel Bellevue e il Municipio, c’è il Caffé Bolongaro, allora gestito da Vincenzo Roncoli

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dddLa piazza di Pallanza come appariva vista dall’Imbarcadero: vicino al capolinea della tramvia si trovavano le carrozze a cavalli di servizio pubblico, che saranno sostituite dai taxi nel dopoguerra. Foto dal libro 1890-1910 Intra, Pallanza e il Lago di Enzo Azzoni, Montefibre, Pallanza, 1976

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L’imbarcadero di Pallanza nel 1910, con il tram in transito. Foto dal libro 1890-1910 Intra, Pallanza e il Lago di Enzo Azzoni, Montefibre, Pallanza, 1976

18 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Pallanza Fondotoce Stazione 2

Un treno merci alla stazione Pallanza – Fondotoce

19 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Pallanza Fondotoce Tram Pallanza Omegna

Una cartolina illustra la collocazione della pensilina tramviaria rispetto alla Stazione

Il secondo tratto fino ad Omegna fu aperto nel gennaio del ’13. Successivamente furono posati i binari per il proseguimento da Pallanza (Rondò dei Cappuccini) all’imbarcadero di Intra. Doveva seguire un utile prolungamento per Cannobio, ma non fu mai realizzato. La giornata della tranvia era articolata con 22 coppie di corse tra i due capolinea e alcune limitate al segmento Gravellona – Omegna. Nel ’39 la società iniziò uno studio per il restauro delle infrastrutture e dei tram, ma lo scoppio della guerra rese impossibile la fornitura dei materiali per la necessaria manutenzione.

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L’elegante titolo in stile liberty della rivista “Verbania” con l’articolo dedicato alla tranvia

 

Tramvia Pallanza Fondotoce 1

Il testo dell’articolo con due immagini

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Il seguito dell’articolo pubblicato sulla rivista “Verbania”, in cui sono citati i nomi dei progettisti e di chi contrubuì alla realizzazione di quest’opera di interesse e ulitità pubblica

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Il ricevimento al Municipio di Suna pavesato a festa. Al centro le autorità e i progettisti

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Il piccolo tram alla fermata di Suna

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Il tram in transito su un ponte

24 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Suna Ferrovia Intra Premeno di Tarab

Il polverone alzato dal tram in transito verso Suna. Sulla spiaggia sono stese le lenzuola

26 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Suna Carnevale foto di Bruno Suna

Il tram, o una sua imitazione, travestito per carnevale

27 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Gravellona Toce Tramvie Pallanza Fondotoce

Gravellona Toce, il tram di passaggio in una cartolina dalle proporzioni impossibili

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Omegna: foto in posa per un gruppo di bambini davanti alla vettura, nel giorno dell’inaugurazione del tram, nel Giugno 1913, foto di Bruno Suna, da Verbania Antiche Immagini

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Arriva il tramvai ad Omegna

30 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Omegna Ferrovia

Le tramvie al capolinea di Omegna, in piazza Andrea Nobili de Toma, attuale Piazza Beltrami. La tettoia di vetro sulla destra è ancora presente. Sullo sfondo la ferrovia Novara – Domodossola

Piazza del Tram piazza Beltrami

Un altro scorcio della Piazza Nobili de Toma con le vetture tramviarie di passaggio

31 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Tram Intra Premeno Omegna Parrocchia Binari e tram

Una bellissima immagine della piazza con la parrocchiale di Omegna: le persone ferme sui binari, il chiosco addossato alla chiesa e un orologio sulla parete. Il tram pare in attesa di ripartire

Dopo la guerra la tramvia funzionava male. La Savte voleva abbandonarla per privilegiare il trasporto su strada. Fu ipotizzata la trasformazione in filobus, ma la linea venne definitivamente chiusa nei primi anni Cinquanta e sostuita “in via provvisoria” dal trasporto automobilistico. L’unico tratto che restò in esercizio fu quello tra Omegna e Crusinallo, perché serviva alle industrie, ma terminò nel 1982.

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Scarica qui il pdf dell’articolo: La tramvia Intra – Omegna

In apertura: Pallanza, una folla di gente assiepata davanti all’Hotel Bellevue per vedere il primo tram, il 10 Ottobre 1910, cartolina dalla collezione di Francesco Rocca. Si ringrazia tutto il gruppo Verbania Antiche Immagini per il supporto iconografico.

 

 

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