Ricordo del Capitano

Filippo Maria Beltrami Giuliana Gadola Magolo 13 Febbraio 1943

Non c’è tenente né capitano è un filmato sulla storia di Filippo Maria Beltrami, il noto architetto milanese, e di sua moglie Giuliana Gadola, pubblicato dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza. Sposati dal 1936 e genitori di tre figli, nel 1943 i Beltrami lasciarono Milano per trasferirsi nella casa di campagna di famiglia a Cireggio, sopra Omegna. Lì Beltrami fondò e prese il comando di una delle prime formazioni partigiane spontanee che operava tra il Cusio, la Val Strona e la Val D’Ossola.

La storia ha un esito tragico nella battaglia di Megolo del 13 Febbraio 1944. In quel durissimo conflitto a fuoco con i tedeschi moriranno undici compagni e il Capitano. Il filmato, che ci è stato segnalato da Luisa Vignati Palman, è un montaggio diacronico di interviste e dialoghi dei protagonisti, girate con maestria da Franco Antonicelli, Daniele Gaglianone, Paolo Gobetti e realizzato da Claudio Cormio. A narrare è soprattutto la moglie Giuliana, che racconta la sua vita con Filippo e la decisione di unirsi alla Resistenza. Parlano anche tanti ex partigiani sopravvissuti: Bortolo Consoli “Burtul”, Dino Zola “Dino”, Pippo Coppo, Dario Gola, Giuseppe Romagnoli “Camusin”, Bruno Rutto, Guido Weiller, Egidio Smagnotto, Franco Spirito “Caco”, Cesare Bettini, Giovanni Zaretti “Zara”, Enrico Massara, Gino Vermicelli “Edoardo”. Di quest’ultimo abbiamo trascritto la sua versione della battaglia in Megolo, 13 Febbraio 1944.

Cortavolo di Megolo il ceppo di castagno dove cadde ferito a morte il Capitano Beltrami

Cortavolo di Megolo, il ceppo di castagno dove cadde ferito a morte il Capitano Beltrami. Immagine fornita da Gianpiero Beltrami

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In apertura Filippo Maria Beltrami e Giuliana Gadola nel 1936, da Il Capitano, di G. Gadola Beltrami, Lampi di Stampa, 2011.

Un bicchiere di ‘merican ai Cantinitt

Megolo Ai Cantinitt foto di Roberto Il Cifero

C’è un luogo, in Ossola, dove il tempo si è fermato. Lasciando alle proprie spalle il paesello si percorre in una stradina lastricata di di foglie secche e si sente un fredda brezza che sembra soffiare costantemente dal torrente poco più avanti. Si arriva ai Cantinitt, minuscole abitazioni in sasso che paiono adatte agli gnomi, costruite a ridosso della montagna e quasi sempre in ombra.Le costruzioni a volta sono state edificate tra i blocchi di una frana, la cosiddetta giavina, per sfruttare le correnti d’aria che provengono dalla montagna e dal suolo. Siamo a Megolo di Fondo che, insieme a Megolo di Mezzo e Megolo di Cima, costituisce la piccola frazione tripartita di Megolo, situata tra Anzola d’Ossola e Pieve Vergonte

Il piccolo borgo di case in pietra davanti ai Cantinitt in una foto dei primi del Novecento

Il piccolo borgo di case in pietra davanti ai Cantinitt in una foto dei primi del Novecento

Sul Riale dell’Inferno, il corso d’acqua prossimo ai Cantinitt, che scorre tra Megolo e Anzola e più avanti si getta nella Toce, circolano molti spaventosi racconti, nati forse per spiegare la ferocia delle sue acque. Non crescono piante che resistano alle sue büze (piene) feroci, ma sopravvivono soltanto grandi sassi e cespugli spinosi. La valle divide l’Ossola da Forno in Val Strona con una cresta dentellata, ma inaccessibile.

La valle del Riale nei giorni successivi all’alluvione del 1900. Da venerdì 24 a domenica 26 agosto la pioggia cadde senza sosta e il fiume uscì dagli argini spazzando via il mulino del Cantunet. Gli abitanti di Anzola fuggirono sulle montagne e la piena riempì le case di fango e sassi. Un bambino che dormiva nella culla, vicino al fuoco, fu trascinato via e ritrovato morto dopo qualche giorn , nella roggia. La pioggia si fermò il 27, dopo che la statua di Sant’Antonio che era nella sua nicchia in chiesa fu portata attraverso il paese, fino al ponte in legno di Megolo distrutto. ll ponte fu ricostruito di solida pietra, ma il 24 Settembre del 1924 il Riale capriccioso cambiò letto verso sinistra, dove prima erano prati

La valle del Riale nei giorni successivi all’alluvione del 1900. Da venerdì 24 a domenica 26 agosto la pioggia cadde senza sosta e il fiume uscì dagli argini spazzando via il mulino del Cantunet. Gli abitanti di Anzola fuggirono sulle montagne e la piena riempì le case di fango e sassi. Un bambino che dormiva nella culla, vicino al fuoco, fu trascinato via e ritrovato morto dopo qualche giorn , nella roggia. La pioggia si fermò il 27, dopo che la statua di Sant’Antonio che era nella sua nicchia in chiesa fu portata attraverso il paese, fino al ponte in legno di Megolo distrutto. ll ponte fu ricostruito di solida pietra, ma il 24 Settembre del 1924 il Riale capriccioso cambiò letto verso sinistra, dove prima erano prati

La misteriosa valle dell’Inferno, luogo di paurose leggende

La misteriosa valle dell’Inferno, luogo di paurose leggende

Si narra che moltissimi anni fa due contadini erano nel campo e, sorpresi da un temporale si accostarono al Riale, dove apparve il diavolo in persona che sorrideva appoggiato al ponte. Alcuni dicono che che nella valle ci sia l’ingresso alle cataratte infernali. Una leggenda riguarda il prete Spadone di Megolo. Egli si trovava a Roma nella chiesa di San Pietro alla vigilia di Natale. Improvvisamente di fianco a lui comparve il demonio che gli disse “Se tu esprimerai un desiderio io lo esaudirò”. Il prete solerte chiese di poter dire la messa di mezzanotte nella sua chiesa a Megolo. Il diavolo gli disse: “Esaudirò il tuo desiderio a patto che non pronuncerai mai il nome di Dio durante il viaggio”. In men che non si dica il prete si trovò in sella a un cavallo bianco che lo trasportò immediatamente al suo paese. Spadone, sorpreso dalla velocità esclamò “Jesus Maria!”. Non appena ebbe detto quel nome il cavallo, per volere diabolico, lo disarcionò e il povero prete precipitò nell’Inferno. Le persone del paese sostengono che il prete cavalchi ancora senza tregua, giorno e notte.

Una statua raffigurante il Diavolo, di Ferr Frikers, da Freepik

Una statua raffigurante il Diavolo, di Ferr Frikers, da Freepik

Chissà se nei Cantinitt girano i cüsch a fare i loro scherzetti? Sono un popolo di nani, cugini dei twergi di Ornavasso, che abitano in una caverna nella valle dell’Inferno dove nessun umano ha mai osato entrare. I cüsch sono sempre coperti di neve e pare che abbiano i capelli color argento. Si dice che la loro caverna abbia bocca segreta, che esce in quel vallone sotto la cava, che infatti si chiama Buca d’la val. Un gatto, entrato nella caverna, sarebbe uscito dall’altra parte. Questi gnomi sono ritenuti autori di molte stranezze: si intromettono tra i fidanzati mettendo zizzania, richiamano il vento che sfilaccia i covoni di fieno, suggeriscono a topi di andare a sgranocchiare le castagne sulla grà e slacciano gli scüssal alle donne sugli alpeggi.

Uno gnomo nel paesaggio invernale, da Wil Huygen e Rien Poortlivet, Gnomi, Rizzoli, Milano, 1977

Uno gnomo nella neve, da Wil Huygen e Rien Poortlivet, Gnomi, Rizzoli, Milano, 1977

Tornando ai Cantinitt, occorre sapere che queste speciali cantine, scavate nella roccia almeno fin dal Settecento e che si trovano anche in Vall’Anzasca, hanno la caratteristica di mantenere al loro interno una temperatura costante, sia d’estate che d’inverno e di poter così garantire la conservazione di formaggio, vino, carne e salumi.

Un Cantinitt usato come ghiacciaia. I tavoli erano utilizzati d'estate quando ai Cantinitt accorrevano in gruppo le famiglie di Anzola per un pranzo al fresco

Un Cantinitt usato come ghiacciaia. I tavoli erano utilizzati d’estate quando ai Cantinitt accorrevano in gruppo le famiglie di Anzola per un pranzo al fresco

L’architettura dei Cantinitt è semplice e armonica. Sono edifici in pietra viva, alcuni dei quali intonacati, ricoperti da tetti in piode. Nonostante la semplice funzione di frigoriferi i piccoli abitacoli mostrano una loro grazia e sono abbastanza simili alle baite ossolane di montagna, ma a differenza di quest’ultime, hanno un solo piano e sono privi di finestre. Le porte sono di legno e all’interno del minuscolo giardino delimitato dai muretti di pietra hanno panche e tavoli. D’estate si trasformavano in osterie ed era una tradizione del luogo passare le domeniche dei mesi caldi a gustare formaggio, castagne e bere il vino dolce ‘merican, simile al fragolino, che si traeva dai vitigni locali.

Un gruppo di villeggianti sulla strada tra Anzola e Megolo tra i campi di mais, davanti alla cappelletta di Sant’Agostino. Sono diretti ai Cantinitt per la tradizionale scampagnata estiva

Un gruppo di villeggianti sulla strada tra Anzola e Megolo tra i campi di mais, davanti alla cappelletta di Sant’Agostino. Sono diretti ai Cantinitt per la tradizionale scampagnata estiva

Gita famigliare ai Cantinitt di una famiglia anzolese nel 1906. In primo piano a destra l’architetto Enrico Monti in una foto di Romeo Monti

Gita famigliare ai Cantinitt di una famiglia anzolese nel 1906. In primo piano a destra l’architetto Enrico Monti in una foto di Romeo Monti

Per la festa del  patrono di Megolo, San Lorenzo, il 10 agosto, le famiglie anzolesi e di Pieve Vergonte si spostavano con il vecchio scharabàn, o carro a banchi, verso Megolo, dove avrebbero trascorso la serata cantando e ballando, seduti sulle fresche panche di pietra sotto le pergole. Questo bastava alle genti antiche per divertirsi in compagnia.

Gruppo di famiglia in posa davanti all'Osteria. Foto di Romeo Monti

Gruppo di famiglia in posa davanti all’Osteria. Foto di Romeo Monti

Un'altra visuale dell’antica osteria dei Un'altra visuale dell'antica osteria dei Cantinitt, tipico ritrovo ossolano. Foto di Romeo Monti

Un’altra visuale dell’antica osteria dei Cantinitt, tipico ritrovo ossolano. Foto di Romeo Monti

Un gruppo di amici in posa davanti ai Cantinitt

Un gruppo di amici in posa davanti ai Cantinitt

Megolo, I Cantinitt, anno 1902, foto Ernesto Lossetti, Archivio Claudio Albertini Omegna.

I Cantinitt in una foto del 1902 di Ernesto Lossetti, Archivio Claudio Albertini Omegna

Il pittore Carlo Cocquio fotografato con un suo dipinto da Paolo Monti ai Cantinitt. Cocquio era nato a Ligurno, in provincia di Varese nel 1899. Affermatosi come paesaggista, moisaicista e autore di scene religiose, aveva sposato la cognata di Paolo Monti. Sua figlia Meme è stata protagonista di molti ritratti del famoso fotografo originario di Anzola d'OssolaIl pittore Carlo Cocquio fotografato con un suo dipinto da Paolo Monti ai Cantinitt. Cocquio era nato a Ligurno, in provincia di Varese nel 1899. Affermatosi come paesaggista, moisaicista e autore di scene religiose, aveva sposato la cognata di Paolo Monti. Sua figlia Meme è stata protagonista di molti ritratti del famoso fotografo originario di Anzola d'OssolaIl pittore Carlo Cocquio fotografato con un suo dipinto da Paolo Monti ai Cantinitt. Cocquio era nato a Ligurno, in provincia di Varese nel 1899. Affermatosi come paesaggista, moisaicista e autore di scene religiose, aveva sposato la cognata di Paolo Monti. Sua figlia Meme è stata protagonista di molti ritratti del famoso fotografo originario di Anzola d'Ossola

Il pittore Carlo Cocquio fotografato con un suo dipinto da Paolo Monti ai Cantinitt. Cocquio era nato a Ligurno, in provincia di Varese nel 1899. Affermatosi come paesaggista, moisaicista e autore di scene religiose, aveva sposato la cognata di Paolo Monti. Sua figlia Meme è stata protagonista di molti ritratti del famoso fotografo originario di Anzola d’Ossola

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Sopralluogo ai Cantinitt – Foto di Marco Casali

Il nucleo dei Cantinitt è oggi, purtroppo, in uno stato di abbandono. Gli edifici, testimoni di un passato di relazioni e di momenti lieti, sembrano destinati in futuro al deterioramente, a meno di organizzare adeguati interventi di restauro e recupero. Sarebbe davvero auspicabile una campagna di conservazione per salvare un’architettura tipica ossolana cha ha una caratteristica ambientale e territoriale unica.

Un masso erratico sceso dalla montagna davanti a un Cantinitt

Un masso erratico sceso dall’antica frana

L'antico nucleo dei Cantinitt a Megolo di Fondo

Il nucleo dei Cantinitt a Megolo di Fondo

L’antica osteria dei Cantinitt

La storica osteria

Un lungo tavolo in pietra accoglieva i clienti

Un lungo tavolo in pietra accoglieva i clienti

Il caratteristico paesaggio invernale coperto di brina

Il caratteristico paesaggio invernale coperto di brina

Ogni Cantinitt apparteneva a una famiglia che segnava sull’architrave la data di fondazione e le iniziali del proprietario

Ogni Cantinitt apparteneva a una famiglia che segnava sull’architrave la data di fondazione e le iniziali del proprietario

Uno scorcio degli edifici con una damigiana da 20 litri in primo piano

Uno scorcio degli edifici con una damigiana da 20 litri in primo piano

Giochi di luce e ghiaccio sulle foglie secche

Giochi di luce e ghiaccio sulle foglie secche

Una vecchia porta di legno completa di tettoia

Una porta di legno completa di tettoia

In questa immagine è evidente come alcuni Cantinitt siano costruiti sotto il livello del terreno per garantire una temperatura più fredda al loro interno

In questa immagine è evidente come i Cantinitt siano costruiti sotto il livello del terreno per sfruttare l’aria sotterranea e garantire una temperatura più fredda all’interno

Massicce lastre di pietra dividono le singole proprietà. Sulla sinistra un Cantinitt fondato nel 1710 e restaurato nel 1984

Massicce lastre di pietra dividono le singole proprietà. Sulla sinistra un Cantinitt fondato nel 1710 e restaurato nel 1984

L’antica Osteria dei Cantinitt, al numero civico 2 ha ancora la sua insegna dipinta sul muro esterno e un corno di stambecco appeso in facciata. All’interno dello spazio delimitato dal muretto ci sono panche e tavoli in pietra

L’Osteria dei Cantinitt, al numero civico 2 ha ancora la sua insegna dipinta sul muro esterno e un corno di stambecco appeso in facciata. All’interno dello spazio delimitato dal muretto ci sono panche e tavoli in pietra

La galaverna copre il terreno e le piante nei mesi invernali disegnando un candido ricamo

La galaverna copre il terreno e le piante nei pressi di Megolo di Mezzo. Nei mesi invernali si posa dappertutto disegnando un candido ricamo

In Ossola sono molto frequenti le schésc, separazioni fatte con lastre di pietre conficcate nel terreno a segnare due diverse proprietà: una privata, destinata a coltivazione, e l’altra comunale destinata a pascolo

In Ossola sono molto frequenti le schésc, separazioni fatte con lastre di pietre conficcate nel terreno a segnare due diverse proprietà: una privata, destinata a coltivazione, e l’altra comunale destinata a pascolo

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In apertura: Ai Cantinitt, dalla Collezione di Roberto Il Cifero

Per scaricare il pdf dell’articolo cliccare qui: Un bicchiere di ‘merican ai Cantinitt

Bibliografia: A.A.V.V., a cura di Giancesare Rainaldi, testo di Enrico Rizzi, Anzola i secoli. Una nostalgia, Anzola d’Ossola, Fondazione Enrico Monti, 1972; Wil Huygen e Rien Poortlivet, Gnomi, Rizzoli, Milano, 1977; A.A.V.V., a cura di Giancesare Rainaldi, testo di Enrico Rizzi, Anzola. Una terra ossolana nella storia, Anzola d’Ossola, Fondazione Enrico Monti, 2000.

 

 

 

Balocchi che valgono oro! I giochi di latta della Cardini di Omegna

di Riccardo Papini

e Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola

Nessun bambino del secolo scorso avrebbe mai immaginato che quell’aeroplanino S13 pagato Lire 18.20, mezzo secolo dopo non solo si sarebbe trasformato un piccolo capitale, ma addirittura in un oggetto da museo. Eppure i giocattoli di latta della fabbrica di giocattoli Ettore Cardini di Omegna hanno oggi sul mercato antiquario un discreto valore, che aumenta in proporzione allo stato di conservazione e alla presenza della scatola.

Omegna in una foto datata 10 Ottobre 1929. I canottieri impegnati a remare e, sullo sfondo, la fabbrica di Ettore Cardini, Collezione Barducci

Vista di Omegna in una foto datata 10 Ottobre 1929. In primo piano i  canottieri impegnati a remare e, sullo sfondo, la fabbrica di giocattoli Ettore Cardini. Collezione Celeste Barducci

La vocazione imprenditoriale era di famiglia: Candido Cardini, il papà di Ettore, si dedicava alla produzione di oggetti di uso domestico in ottone nella zona di Bagnella,  mentre il nonno Giovanni costruiva attrezzi agricoli nel paese di Cireggio. Ettore studiò al Collegio Industriale di Vicenza e subito dopo si accostò al padre. Alla vigilia della prima guerra mondiale si spostò a Torino per lavorare alla Chiribiri, una fabbrica automobilistica e poi alla Metalgraf di Lecco, specializzata in scatole di latta litografata, come direttore tecnico. Dopo questa gavetta decise di tornare nel Cusio e di mettersi alla prova fondando una sua attività. Da principio lo aiutavano i parenti e c’erano due o tre operai, ma a metà degli anni Venti, quando la fabbrica raggiunse il suo picco di vendite, sull’onda della moda per i giocattoli già diffusa all’estero, comprendeva un’impiegata, tre operai, dieci ragazzi, cinquantadue donne e quattro apprendiste.

Attività - Ettore Cardini - Fabbrica di giocattoli a Omegna La famiglia Cardini nel 1914. Ettore Cardini è il secondo da destra. Dal volume “La giostra delle libellule” di Giovanni Solaro – Libreria il Punto di Omegna. Grazie a Fabio Valeggia.

La famiglia Cardini nel 1914. Ettore è il secondo da destra. Il papà Candido è al centro. A destra il figlio Alfredo, che si dedicò alla produzione di mobili in ottone. Dal volume La giostra delle libellule di Giovanni Solaro – Libreria il Punto di Omegna. Grazie a Fabio Valeggia.

Si trattava di uno dei primi veri modelli di produzione seriale dei giocattoli, permesso dall’adozione di nuove tecniche di produzione, già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Il metallo veniva litografato a colori a Milano da una stamperia e veniva rispedito a Omegna,  gli operai montavano i giocattoli incastrando i vari pezzi tramite piccole linguette che dovevano inserire in corrispondenti fessure. La fabbrica, di 8000mq, era all’avanguardia: c’erano generatori autonomi di corrente, gli ambienti luminosi erano disposti in modo razionale. All’ultimo piano c’era una scuola d formazione professionale dove venivano progettati i giocattoli e veniva realizzato il prototipo.

Il prototipo di una rondine per giostra mai realizzata. Collezione Marco Gusmeroli

Il prototipo di una rondine per giostra mai realizzata. Collezione Marco Gusmeroli

Una libera interpretazione della fabbrica dell'autore di modelli ferroviari Capolinea

Una libera interpretazione della fabbrica dell’autore di modelli ferroviari “Capolinea”. Da Forum Duegi Editrice 

La carta intestata della Cardini

La carta intestata della Cardini

Una lettera commerciale con firma datata 9 Ottobre 1925. Collezione Marco Gusmeroli

Una lettera commerciale con firma datata 9 Ottobre 1925. Collezione Marco Gusmeroli

Nel catalogo c’erano diversi oggetti: la giostra dei cavalli, la giostra dei dirigibili con hangar, la giostra con l’aereo, la giostra volante con baraccone, la corsa dei cavalli con tribuna e pista, la cucina a gas n. 10 con batterie di pentole in alluminio. Il movimento di ogni giocattolo, che aveva auna buona durata, avveniva attraverso una molla interna in acciaio che il bambino doveva caricare. Le automobili potevano addirittura girare in cerchio, sia a destra che a sinistra, tramite lo sterzo a scatto, oppure proseguire in rettilineo.

La giostra dei cavalli, conservata al Museo del Giocattolo di Napoli

La giostra dei cavalli con tribuna e pista costava L. 17.50. È conservata al Museo del Giocattolo di Napoli

La giostra dei dirigibili del Museo del Giocattolo di Santo Stefano Lodigiano

La giostra dei dirigibili del Museo del Giocattolo di Santo Stefano Lodigiano. Tutti i giocattoli della Cardini si muovevano grazie ad un meccanismo a molla che il bambino doveva azionare

La giostra delele libellule del Museo del Giocattolo di Napoli

La giostra delle libellule, chiamata così perché presentava delle figure femminili con le ali. Napoli, Museo del Giocattolo

Giostra con aeroplano Museo Giocattolo di Napoli ttore Cardini Omegna Archivio Verbano Cusio Ossola Marco Casali Paola Vozza

La giostra con l’aeroplano del Museo del Giocattolo di Napoli

I mezzi di trasporto erano rappresentati dalla splendida Limousine 509, l’auto Torpedo 50 HP, l’auto da corsa, l’auto Camion 18BL con ruote gommate Pirelli, il tram elettrico n. 12 con rimessa, la locomotiva gruppo 690 con tunnel, la motonave Saturnia con porto, un autobus con il volante, l’aeroplano S. 13 con hangar.

La Locomotiva Cardini

La Locomotiva gruppo 690 Cardini era venduta con un tunnel che si montava, ricavato dalla scatola dell’imballaggio. Costava Lire 14.40

 

Un grande catalogo piegehvole. Collezione Marco Gusmeroli

Un grande catalogo pieghevole. Collezione Marco Gusmeroli

La limousine

La Limousine 500, “giocattolo di fama mondiale“, costava Lire 12

Il dépliant della "splendida Limousine 500" al costo di 12 Lire. Il Garage, venduto a parte, costava Lire 2. Collezione Marco Gusmeroli

Il dépliant della “splendida Limousine 500” al costo di 12 Lire. Il Garage, venduto a parte, costava Lire 2. Collezione Marco Gusmeroli

Un dépliant orignale che pubblicizzava la Torpedo 50 HP, la Limousine 500 e il Camion 18 BL. Collezione Marco Gusmeroli

Un dépliant orignale che pubblicizzava la Torpedo 50 HP, la Limousine 500 e il Camion 18 BL. Collezione Marco Gusmeroli

L'autobus in latta gialla. Napoli, Museo dei Giocattolo

L’autobus in latta gialla del 1929. Napoli, Museo dei Giocattolo

La pubblicità dell’autobus con volante di guida a L. 40, Definito “un nuovo trionfo dell’industria italiana … questo magnifico autobus misura oltre mezzo metro di lunghezza e riproduce perfettamente in ogni particolare gli autobus da 50 persone più moderni e lussuosi. È lavorato accuratamente e verniciato con smalti brillantissimi. Può viaggiare per chilometri e chilometri su strade ordinarie e il bambino ha così modo di addestrarsi guidandolo a distanza per mezzo di un vero volante che gli permette di schivare qualsiasi ostacolo gli si presentasse. Può caricarvi abitini, generi alimentari, provviste e altri giocattoli data la sua grande capacità

Nonostante i materiali non fossero così solidi rispetto a quelli usati dalle più prestigiose case europee e tedesche, che avevano quasi il monopolio delle vendite, la qualità dei dettagli, dei disegni e delle finiture dei Cardini era di primissimo livello.

La cucina a gas del Museo del Giocattolo di Napoli con batteriea di pentole in alluminio

La cucina a gas del Museo del Giocattolo di Napoli con batteria di pentole in alluminio, unico gioco “femminile” del catalogo

Cucina Cardini Attilio Mussino 1925 latta litografata con set di pentole Cormano Museo dei Giocattoli ttore Cardini Omegna Archivio Verbano Cusio Ossola Marco Casali Paola Vozza

Il fondale per la cucina a gas Cardini disegnato da Attilio Mussino nel 1925

Un esemplare del tram Cardini dal sito Litolatta

Un esemplare del tram Cardini dal sito Litolatta

Tram 12 Confezione utilizzata come rimessa Cardini Museo del Giocattolo Ormea ttore Cardini Omegna Archivio Verbano Cusio Ossola Marco Casali Paola Vozza

Il tram 12 esce dalla rimessa. Napoli, Museo del Giocattolo

L'auto da corsa gialla con ruote firmate Pirelli e la sua tribuna costava Lire 8.30

L’auto da corsa gialla, con ruote firmate Pirelli, e la sua tribuna costava Lire 8.30

L’innovazione introdotta da Ettore Cardini era la confezione. I prodotti venivano venduti in scatole di cartone che erano parte del giocattolo e rappresentavano i fondali o gli edifici necessari per completare il gioco: hangar per gli aerei, garage per la limousine, rimessa per il tram, porto per la motonave. C’erano poi personaggi che si potevano staccare dalla scatola. Il compito di eseguire le illustrazioni per le scatole fu affidato al cavalier Attilio Mussino, disegnatore del “Corriere dei Piccoli” dal 1909 al 1929 e già molto apprezzato per le sue indimenticabili creazioni, come BilBolBul, Moritz e Tremarella. Inoltre aveva dato alle stampe con la Bemporad di Firenze una fortunatissima edizione illustrata di Pinocchio. Il suoi disegni raffinati e gli edifici in stile liberty completavano e rendevano più prezioso il giocattoli di latta. L’8 Dicembre del 1924 Ettore depositò il brevetto completo di disegno anche negli Stati Uniti, consapevole che la sua invenzione fosse un’improvement, ossia un miglioramento:

Il disegno del "box for toys" che Ettore Cardini presentò l'8 Dicembre del 1924 all'ufficio brevetti in America. Fu approvato il 28 Aprile del 1925

Il disegno del “box for toys” che Ettore Cardini presentò l’8 Dicembre del 1924 all’ufficio brevetti in America. Fu approvato il 28 Aprile del 1925

 

Rari cartigli con personaggi che corredavano le scatole. Collezione Marco Gusmeroli

Rari cartigli con personaggi che corredavano le scatole. Collezione Marco Gusmeroli

La mia invenzione consiste in una scatola per giocattoli, rappresentante persone, animali, albero o qualunque oggetto, caratterizzato dal fatto che un pezzo di cartone abbastanza granda è applicato in corrispondenza in uno dei lati della suddetta scatola e provvisto, nel caso richiesto, da un buco in corrispondenza dell’apertura della scatola. Nell’altra parte del suddetto foglio di cartone, l’interno o l’esterno di un palazzo, un paesaggio, può essere illustrato in relazione alla natura del gioco contenuto nella scatola. Il cartone in oggetto dev’essere prodotto in una maniera per la quale, quando si piegano le due parti e dopo la parte alta sarà parte integrante del gioco stesso. Per esempio un garage, un hangar, un porto, una galleria, una stazione, una stalla o simili“. La produzione si concentrò in soli nove anni, dal 1921 al 1930. I giocattoli venivano esportati anche all’estero, ma soprattutto in Argentina, dove Ettore aveva dei parenti. Venivano prodotti anche scatole di latta pubblicitarie per altre ditte, sempre in forma di autobus o camioncino. Le vendite erano aiutate dalle pubblicità che apparivano sul “Corrierino”. Lo slogan era il seguente: “Papà se tu mi comperi un giocattolo ‘Cardini’, il più bravo il più studioso diverrò fra i bambini”.

Una foto delle auto Cardini lunghe 8 cm che venivano donate ai bambini negi alberghi parigini. Questa faceva pubblicità alla Pastina Gaby Gelatinosa Alimento Perfetto. Collezione Marco Gusmeroli

Una foto delle auto Cardini lunghe 8 cm che venivano donate ai bambini negli alberghi parigini. Questa faceva pubblicità alla “Pastina Gaby Gelatinosa Alimento Perfetto“. Collezione Marco Gusmeroli

Camioncini pubblicitari Cardini dal sito Litolatta.it ttore Cardini Omegna Archivio Verbano Cusio Ossola Marco Casali Paola Vozza

Camioncini pubblicitari Cardini per il negozio Il paradiso dei giocattoli di via Orefici a Milano; per le caramelle Mou Elah di Pegli e per il Biscottificio Italiano di Lambrate. Dal sito litolatta.it

Autobus Perugina scatola di biscotti Cardini, Omegna, 1925 ttore Cardini Omegna Archivio Verbano Cusio Ossola Marco Casali Paola Vozza

L’autobus Perugina che veniva utilizzato come scatola di cioccolatini fu prodotto dalla Cardini nel 1925

 

Una piccola trottola pubblicitaria raffigurante Arrigo ed il suo gatto, inserta come regalo nelle confezioni del brodo Arrigoni. Reca una scritta: "Vi farò vincere mille volte il mio prezzo. Contengo uno squisito prodotto. Acquistatemi". Collezione Marco Gusmeroli

Una piccola trottola pubblicitaria raffigurante Arrigo ed il suo gatto, inserta come regalo nelle confezioni del brodo Arrigoni. Reca una promessa: “Vi farò vincere mille volte il mio prezzo. Contengo uno squisito prodotto. Acquistatemi“. Collezione Marco Gusmeroli

Una rarissima trottola con carte da gioco. Collezione Marco Gusmeroli

Una rara trottola con carte da gioco. Collezione Marco Gusmeroli

Il supergiocattolo Cardini, l'aeroplano S 13, poteva "compiere virages in alto attorno all'Hangar". Costava Lire 18.20

Il supergiocattolo Cardini, l’aeroplano S 13, poteva “compiere virages in alto attorno all’Hangar”. Costava Lire 18.20

L'auto Torpedo grande, conservata nel L'auto Torpedo grande, conservata nel Museo del Giocattolo di Napoli, costava Lire 11.60 con il Garage

L’auto Torpedo grande, conservata nel L’auto Torpedo grande, conservata nel Museo del Giocattolo di Napoli, costava Lire 11.60 con il Garage

Alla fine degli anni venti la Giocattoli Cardini fu colpita dalla grande crisi economica del ‘29: le famiglie impoverite non compravano più giocattoli e Cardini fu costretto a riconvertire la produzione in accessore per la Fiat. Fra il 1937 e il 1940 la ditta fu divisa: da una parte la Ettore Cardini Officina Meccanico e dall’altra la Alfredo Cardini fabbrica di mobili in ottone.

Una coppia di fanali prodotti dalla Cardini per la Fiat

Una coppia di fanali prodotti dalla Cardini per la Fiat, da caffettiere.blogspot.it

La pubblicità della ditta di Alfredo Cardini, fratello di Ettore, specializzata nella produzione di mobili in ottone

La pubblicità della ditta di Alfredo Cardini, fratello di Ettore, specializzata nella produzione di mobili in ottone

Alfredo Cardini Omegna fabbrica mobili ottone

Il letto in ottone della Alfredo Cardini era “Un privilegio!“. Chissà se qualcuno ne conserva ancora uno…

Per la grande richiesta durante la Seconda Guerra Mondiale la Ettore Cardini si dedicò a produrre caricatori di mitraglaitrici per la Breda e per la Beretta. In un reparto della fabbrica venne allestito un poligono di tiro per fare i test di collaudo. Nel dopoguerra la produzione cambià ancora per specializzarsi in oggetti di uso domestico: il cavatappi Eterno, modello brevettato, fischietti e reti per letti. Ettore Cardini morì in seguito a un’operazione chirurgica e con la sua dipartita la fabbrica chiuse i battenti. L’edificio du acquistato da Giovanni Dellavedova che vi impiantò la sua ditta Irmel dal caratteristico marchio a forma di civetta, specializzata in caffettiere di alluminio. Ma questa è un’altra storia. La fabbrica, che è un bell’esempio di archeologia industriale, è attualmente in stato di abbandono.

Omegna Irmel ex cardini ttore Cardini Omegna Archivio Verbano Cusio Ossola Marco Casali Paola Vozza

In questa cartolina è visibile in basso a destra la fabbrica Cardini. L’edificio sarà successivamente occupato dalla Irmel

Una collezione completa dei tredici esemplari prodotti dalla Cardini è conservata presso il Museo del Giocattolo e del Bambino di Santo Stefano Lodigiano e altri pezzi si trovano in diversi musei italiani. La prossima volta che vi capiterà tra le mani un vecchio gioco di latta e deciderete di buttarlo, osservatelo bene. Potrebbe essere un Cardini!

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In apertura: l’aeroplano nella versione con l’indiano pennuto, costava Lire 16.40. Foto da ebay.it

Scarica qui il pdf dell’articolo: Balocchi che valgono oro

Ringrazio Marco Gusmeroli per aver gentilmente messo a disposizione la sua collezione di giochi e documenti Cardini e Fabio Valeggia che mi ha inviato la foto della famiglia.

Bibliografia: Giovanni Solaro, La Giostra delle Libellule. La produzione di Giocattoli Cardini 1921-1930, Omegna 1992; Fabio Valeggia, La poesia del gioco, in “Le Rive”, anno XXIII, nuova serie n. 1-2, Gennaio Aprile 2013.

La Carcavegia che il passato si porta via

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Carcavegia Colloro Fausto Mirandoli 2

La Carcavegia a Colloro in una foto di Fausto Mirandoli Fotografo

Ogni anno in Val d’Ossola, a Colloro e a Premosello, si accendono due giganteschi falò. È la Carcavegia, il rito che celebra il 5 Gennaio il passaggio del vecchio anno, collegato alla festa del’Epifania. La tradizione fu abbandonata nel dopoguerra, ma è stata reintrodotta dagli anni Settanta. L’usanza prevede che i ragazzi maschi, tre giorni prima dell’Epifania, si riuniscano al richiamo del corno, suonato dal capo. Ogni giovane reca una campana da mucca di vario tipo e misure, detta ciòcc, attaccata alla vita. Tutti insieme le fanno suonare per le strade del paese e girano di casa in casa chiedendo legno per il fuoco. Talvolta gli adolescenti fanno amichevoli irruzioni in luoghi istituzionali e inseguono le ragazze sbatacchiando i campanacci in modo allusivo.

I ragazzi di Colloro con il pupùn in spalla e le campane in vita in cerca di legna per falò sulla strada per i Mulini, da Aria di Casa Nostra di Erminio Ragozza, edizione rivedute e ampliata da Pier Antonio Ragozza, Premosello Chiovenda 1994

I ragazzi di Colloro, con il pupùn in spalla e le campane in vita, in cerca di legna per falò sulla strada per i Mulini. Da Aria di Casa Nostra di Erminio Ragozza, edizione rivedute e ampliata da Pier Antonio Ragozza, Premosello Chiovenda 1994

Nel frattempo gli adulti si dedicano alla costruzione di due fantocci di forma umana, un uomo e una donna, fabbricati con una struttura in legno e imbottiti di paglia, detti pupùn. Indossano abiti eleganti e raffigurano al vècc e la vegia, e vengono portati in giro con il volto rivolto all’indietro. Sui fantocci sono appesi due cartelli con i nomi e l’anno di nascita dei due più anziani paese, come augurio di lunga vita. Nel caso in cui i vecchi, cui sono dedicati i fantocci, non possano uscire per ragioni di salute, invitano i giovani a casa loro il giorno precendente per offrirgli dolci e bevande.

I giovani di Premosello al lavoro

I giovani di Premosello al lavoro, foto di Matteo Varetta dal gruppo Facebook Sei di Premosello Chiovenda se…

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Carcavegia Premosello 1

La pira prende forma nel greto del Riale di Premosello. Foto di Matteo Varetta dal gruppo Facebook Sei di Premosello Chiovenda se…

Nel pomeriggio del 5 Gennaio i due pupazzi vengono seduti al bar del paese dove restano finché in serata vengono condotti al rogo e bruciati su una grande pira di rami e tronchi, raccolti dai giovani nei tre giorni precedenti. Le fiamme riscaldano la fredda sera di gennaio e il suono atavico del corno si fonde con quello dei campanacci, creando un drammatico crescendo. Il rumore richiama tutte le persone, che accorrono per assistere all’accensione del falò verso le nove di sera.

Il momento dell'accensione del fuoco a Premosello. Foto di Stefancu Ovidiu da Flickr

Il momento dell’accensione del fuoco a Premosello. Foto di Stefancu Ovidiu da Flickr

Il vècc e la vegia bruciano a Premosello. Foto di Stefancu Ovidiu, da Flickr

Il vècc e la vegia bruciano nel rogo di Premosello. Foto di Stefancu Ovidiu, da Flickr

I due fuochi, che dovrebbero essere accesi nello stesso momento, rivaleggiano per imponenza. Luca Ciurleo, antropologo ossolano e autore del libro Fiamme e sacrifici, I falò solstiziali del Vco, Edizioni Landexplorer, Domodossola, 2015, ha raccolto i racconti degli abitanti. La gara fra i due paesi si manifesta “nello scontro a distanza dei due gruppi di giovani. Le testimonianze che ho raccolto nella frazione capoluogo raccontano di piccoli screzi tra le due comunità: quella di Colloro accendeva un falso falò di dimensioni ridotte, per poi, quandi quello di Premosello era in procinto di spegnersi completamente, accendere quello vero, che, sia per l’illusione prospettica, sia per il confronto con il fuoco ormai morente del fondovalle, risultava particolarmente vigoroso e gigantesco”. Qui sotto un breve video del rito girato da Ciurleo:

La festa di Premosello, organizzata dalla Pro Loco, continua attorno al rogo acceso nel greto del fiume, mentre a Colloro partecipanti, dopo aver assistito al rito sulla strada che collega la frazione a Premosello, si riuniscono al Circolo Operaio. Ai partecipanti vengono offerti vin brulé, cioccolata calda e dolci.

Premosello Carcavegia di Stefancu Ovidiu

I due falò: in primo piano quello di Premosello e in alto a destra quello di Colloro. Foto di Stefancu Ovidiu, da Flickr

La spiegazione cristiana della Carcavegia racconta che i Re Magi il giorno della nascita di Gesù, avendo scorto la stella cometa ferma su Betlemme, abbiano ordinato ai loro servitori di chiedere a qualche viandante come trovare la strada per per raggiungere la casa di Giuseppe e Maria. Interrogati due vecchietti, invece di dare le indicazioni corrette, li mandarono dalla parte opposta. I Re Magi, quando si accorsero del tranello, rifecero la strada e trovarono finalmente Gesù e anche i vecchietti. I servitori si vendicarono dando fuoco ai due e alla loro abitazione. La processione dei ragazzi con i campanacci rievoca la carovana dei cammelli, mentre i due fantocci hanno la testa all’indietro per non vedere il loro tragico destino.

La Scheibenschlagen di Vinschgau in Sudtirolo. Foto di

Il lancio dei dischi di betulla incandescenti crea scenografici cerchi di luce durante la Scheibenschlagen di Vinschgau in Sudtirolo. Foto di Frieder Blickl, Vinschgau Marketing

Il rituale è in verità molto più antico e ha origini celtiche. Simili manifestazioni si ripetono in Spagna, in Francia, in Lombardia, in Veneto e nelle Alpi orientali. Proprio in queste zone, abitate un tempo del popolo dei Reti, ed in particolare in Friuli, in Engadina e, a Vinschgau in Tirolo, dive si tiene la Scheibenschlagen la sera della prima domenica di Quaresima. Dopo il lancio di dischetti incandescenti di legno di betulla, viene appiccato il fuoco a una struttura cruciforme chiamata Hexe, ovvero strega.

Gli astanti osservano, ipnotizzati, il fuoco di Colloro. Foto di Max, da Flickr

Gli astanti osservano ipnotizzati il fuoco di Colloro. Foto di Max, da Flickr

Tornando in Ossola, nel libro Cronaca del borgo di Vogogna lo storico Gabriele Lossetti Mandelli scrive che “All’Epifania sogliono formare una donna di stracci che chiamano la Strìa, la portano seduta sopra una sedia attorno al Borgo accompagnata da una musica di corni di bestia bovina e di campanelli detti ciòcc, la qual musica chiama calcavèggia: e poscia abbruciano il fantoccio in un falò…”. Un tempo il fuoco si accendeva anche a Megolo, a Piedimulera, con il nome di Calcavegia, e si ripete tutt’oggi a Rumianca e ad Anzola. Con il falò del 5 Gennaio si brucia simbolicamente l’anno trascorso e la forza purificatrice delle fiamme conclude allegramente le festività natalizie.

Due bambini fermi davanti al falò di Premosello. Foto di Stefancu Ovidiu, da Flickr

Due bambini fermi davanti al falò di Premosello. Foto di Stefancu Ovidiu, da Flickr

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