La Resistenza vien dal cielo. “Radio Salem”, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone

Interruzione nascosta

The pilot, navigator and bomb aimer at their positions in a Handley Page Halifax, October 1941.

Interruzione nascosta

Un’avventurosa operazione di spionaggio, condotta con coraggio dietro le linee nemiche, durante l’occupazione tedesca del nord Italia. Una storia di “intelligence” dal nome in codice di “Apricot-Salem” che, come altre simili, non tutte andate a buon fine, diede un contributo fondamentale alla sconfitta del nazifascismo. Di questa vicenda sconosciuta e delle persone che hanno contribuito a realizzarla e che fecero del Mottarone un centro unico di rilevanza internazionale, vogliamo, in queste pagine dell’Archivio, raccontare la storia.

Si ringraziano la famiglia Boeri e Liliana Vimercati per la gentile collaborazione.

Chi avesse notizie, testi o immagini fotografiche può contattare l’Archivio per un contributo alla ricostruzione della missione.

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Capitolo 1

17 Marzo 1944. Il salto nel buio.

Il paracadute di seta si aprì con un fruscio seguito da un colpo secco. Un istante di vuoto, di caduta libera, poi lo strattone e il risucchio verso l’alto. Per pochi minuti, forse pochi secondi, l’uomo ondeggiò sopra la radura poi alzò gli occhi verso l’alto. Appena sopra di lui poteva scorgere altri tre uomini sospesi nel cielo come in una danza. Inspirò forte. A quell’ora del mattino l’aria era limpida mentre l’orizzonte cominciava timidamente a schiarirsi. Riconobbe il profilo scuro del Mottarone e, allungando lo sguardo tutt’intorno, l’immensa catena del Rosa. Allora l’emozione lo colse. Nonostante la tensione, quei pochi secondi di discesa erano davvero mozzafiato. Da non dimenticare, bellissimi.

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La catena del Monte Rosa vista dal Mottarone

L’impatto con il terreno fu tremendo. Mettendosi nella giusta posizione l’uomo toccò terra flettendo le ginocchia. Perse subito l’equilibrio e si buttò sul fianco cadendo dentro un roveto. Istintivamente allungò la mano per attutire l’urto. I pantaloni della tuta si strapparono e avvertì un’acuta fitta di dolore alla gamba sinistra. Rialzandosi si tastò il retro della coscia e sentì i polpastrelli caldi di sangue. Barcollando alla cieca mosse qualche passo avanti e si accorse, con un certo sollievo, che si reggeva bene in piedi. “In fondo” sospirò “poteva anche andare peggio, non è che un graffio, roba da niente” (1).

Enzo Boeri, nome di copertura "Giovanni Bellini", al comando della missione "Apricot-Salem"

Enzo Boeri

Si chiamava Enzo Boeri, nome in codice Giovanni Bellini, uno spilungone sulla trentina con occhiali da intellettuale e due sottili baffetti scuri. Era stato lui, soltanto poche settimane prima, nella sala d’istruzione del campo d’aviazione di Brindisi, a indicare quel punto di lancio sulle alture del Mottarone.

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Un agente indica il punto di lancio prima della missione

Conosceva bene quel luogo, noto alla gente del posto come il Lagone di Massino Visconti: una piccola radura erbosa compresa fra l’eremo di San Salvatore e il monte Cornaggia, nella regione collinare che digrada dolcemente verso il lago Maggiore. Una zona ricca di pascoli, faggete e boschi di castagno; buona per funghi e per sentirsi al sicuro in un’operazione clandestina dal nome in codice di Apricot-Salem, dove con Apricot si indicava il team, mentre con Salem si indicava l’oggetto più importante per la riuscita della missione: una radio trasmittente nascosta dentro una valigia. L’aereo, un bombardiere Handley Page Halifax della Royal Air Force, era decollato dall’aeroporto di Brindisi alle quattro e mezza del mattino. Aveva sobbalzato per un paio di volte sulla pista scarsamente illuminata poi, con una grande balzo, si era alzato in volo facendo un’ampia virata verso Napoli. Per un lungo tratto aveva risalito il mar Tirreno tenendo la rotta verso il golfo di Genova (2).

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Il quadrimotore Halifax in volo

Dentro la fusoliera, in attesa di essere paracadutati, oltre al tenente Enzo Boeri, c’erano altri tre uomini: il suo giovane marconista Giovanni Bono detto Gianni e altri due agenti assegnati ad una seconda missione denominata Licata-Guava: il professore Ottorino Maiga, chiamato Rino e il suo marconista Nando, al secolo Leandro Galbusera.

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Equipaggio all’interno di un Handley Page Halifax

A dire il vero non era la prima volta che il gruppo cercava di effettuare il lancio. Nei giorni precedenti i tentativi falliti erano stati almeno tre. I primi due ostacolati dal cattivo tempo invernale, il terzo, invece, aveva rischiato di finire tragicamente. Sorvolando la città di Genova l’aereo era stato colpito dalla contraerea nemica che aveva messo fuori uso uno dei quattro motori. Nonostante l’avaria il pilota era riuscito a raddrizzare il velivolo facendogli fare subito dietrofront. A pochi chilometri da Brindisi anche un terzo motore iniziò ad avere problemi e l’apparecchio cominciò a perdere di quota con il rischio di dover effettuare un atterraggio di emergenza. Il comandante ordinò di mantenere la rotta, deciso di restare in aria fino all’ultimo. Intrappolati dentro la carlinga, Boeri e gli altri, cominciarono a buttar fuori tutti gli oggetti superflui per alleggerire il bombardiere. Qualcuno si offrì persino di paracadutarsi, ma ormai era impossibile, volavano a poche decine di metri dalla terra. L’aereo superò a volo radente diversi campi di ulivi e poi, con un tonfo e uno scossone toccò il suolo atterrando nelle vicinanze della pista di decollo. Grazie all’abilità del pilota erano arrivati sani e salvi alla base (3).

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Atterraggio dell’Halifax all’aeroporto di Brindisi

La notte del 17 marzo il tempo prometteva bene. L’ultimo quarto di luna sarebbe sorto dopo la mezzanotte e avrebbe consentito una discreta visibilità. L’ordine di effettuare il lancio era diventato tassativo, in parole povere non era più possibile rimandare la missione altrimenti si sarebbe dovuto aspettare la luna nuova.  A tal fine l’operazione era stata affidata a un equipaggio polacco della Royal Air Force, una unità SD, acronimo che sta per Special Duties, ovvero incarichi speciali. Il comandante, un veterano polacco, aveva intuito che i quattro agenti cominciavano ad avere i nervi provati. Con calma illustrò il suo nuovo tragitto. Disse che sarebbe stato meglio tenersi alla larga da Genova sorvolando la costa ligure verso Rapallo, poi sarebbe sceso rapidamente sulla Lombardia passando sopra Pavia e infine avrebbe sorvolato il Ticino per infilare il lago dal basso e arrivare dritto sul pin-point del Mottarone. Era sicuro che da quelle parti non avrebbe trovato alcun fuoco di sbarramento nemico. “Tutt’al più” disse “si corre il rischio di essere intercettati da un caccia tedesco, ma a quell’ora lo ritengo poco probabile“. Cavò una sigaretta dal pacchetto, fissò ad uno ad uno i componenti della missione e concluse senza tanti giri di parole: “Le condizioni metereologiche sono stabili, il cielo è terso. State tranquilli con me farete il salto. Con gli altri non siete riusciti perchè i piloti hanno avuto paura. Posso assicurarvi che con me questo non accadrà” (4). Cadde il silenzio, i quattro si guardarono perplessi, non sapevano se sentirsi allarmati o rassicurati.

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La freccia indica la rotta dell’aereo sul lago Maggiore e il punto di lancio

All’interno dell’aereo l’oscurità era pressochè totale. Muovendosi in un groviglio di gambe, il sergente addetto al lancio, avanzava orientandosi con una torcia elettrica. Con il fascio di luce aveva illuminato due bidoni d’imballaggio e li aveva posizionati vicino alla botola di apertura. Contenevano le due preziose radiotrasmittenti: la Guava e la Salem. I quattro uomini, pallidi come stracci, sedevano silenziosi ai lati della carlinga. Le poche parole sarebbero state inghiottite dall’orrendo fracasso proveniente dal fondo dell’aereo.

Il sergente navigatore

Il sergente navigatore a bordo dell’aereo

Il più giovane dei quattro era un giovanotto magro con gli occhi buoni e i modi della persona onesta. Si chiamava Giovanni Bono. Era figlio di operai torinesi e di professione faceva il modellatore. La guerra l’aveva portato nella Regia Marina dove aveva ottenuto il brevetto di “marconista” che, in parole povere, stava a significare l’addetto alle trasmissioni radio. Soltanto pochi mesi prima si era lasciato crescere un paio di baffetti, quasi a voler dimostrare più dei suoi 21 anni.

Giovanni Bono, chiamato "Gianni", radiotelegrafista della missione "Apricot-Salem", in divisa da marinaio durante il servizio a Napoli. Foto di Insmli

Giovanni Bono

L’8 Settembre l’aveva colto a Napoli dove aveva partecipato alle quattro giornate di liberazione della città. In quei giorni di violenti combattimenti aveva imparato ad odiare i tedeschi. Con l’arrivo in città degli Alleati era stato contattato dal tenente Boeri per essere reclutato all’interno di una nuova organizzazione di volontari italiani, sostenuta dall’intelligence americana. L’organizzazione si chiamava ORI, acronimo di “Organizzazione della Resistenza Italiana”, ed era appena stata inaugurata dall’agente americano Peter Tompkins, dell’Office of Strategic Services, e dal torinese Raimondo Craveri, genero del filosofo Benedetto Croce. Lo scopo del gruppo, di cui il tenente Boeri era vice-comandante, era quello di formare giovani combattenti italiani da infiltrare clandestinamente nel nord Italia al fine di reperire informazioni utili alle operazioni belliche degli Alleati e, nel contempo, aiutare i Comitati di Liberazione Nazionale. Queste missioni erano costituite da piccoli team composti generalmente da due persone: un capomissione e un radiotelegrafista. Il capomissione aveva il compito di redigere e organizzare le notizie, il radiotelegrafista doveva trasmetterle via radio. Di solito veniva usata una ricetrasmittente portatile modello Mark II e Mark V, dotata di tasto telegrafico per trasmettere in codice Morse. All’epoca il segnale Morse era universalmente adottato nelle navi essendo più affidabile del telefono e più facilmente criptabile. Dotato di cinque variabili: linea, punto e tre spazi, il codice Morse, oltre ad essere trasmesso ad un ritmo particolare, doveva essere oppurtunamente cifrato di modo che, se fosse stato intercettato da parte del nemico, sarebbe stato incomprensibile in assenza dell’opportuna chiave di lettura. La traduzione del testo veniva fatta manualmente sul foglio di un quaderno dove si trascrivevano i messaggi in codice e, una volta tradotti, il foglio veniva distrutto per non lasciare alcuna traccia.

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Un team di agenti dotato di radio portatile

Al fine di preparare i volontari italiani alle missioni dell’ORI, gli Alleati avevano inaugurato a Pozzuoli un nuovo corso di aggiornamento per radio-operatori organizzato dalla “Special Force” britannica (5). Scopo principale del corso era quello di attuenuare la tipica manipolazione italiana del tasto del telegrafo al fine di evitare l’identificazione della nazionalità dell’operatore durante il radiocollegamento (6). La trasmissione doveva essere eseguita senza errori, con una buona cadenza e soprattutto non doveva sforare i venti minuti. Inoltre, il corso, insegnava anche nuovi metodi di cifratura con i quali i radio-operatori avrebbero dovuto criptare i loro messaggi prima di trasmetterli. Giovanni, dotato di dita agilissime e di un tocco particolare nell’utilizzazione il tasto, aveva passato brillantemente l’esame. Giorno dopo giorno era stato preparato al difficile ruolo che era stato chiamato ad assumere nella guerriglia clandestina. Aveva imparato a maneggiare gli esplosivi e alla fine, con l’amico Aldo Campanella, era stato inviato a Blida, in Algeria, per un successivo corso di addestramento paracadutistico. Il tutto era andato molto per le spicce e nel giro di due settimane aveva ottenuto il brevetto.

Lancio di paracadutisti da un bimotore Douglas C-47 chiamato anche Dakota

Un lancio di addestramento da un bimotore Douglas C-47

A questo punto Giovanni era pronto per essere infiltrato nel nord Italia. Il suo capomissione sarebbe stato proprio il tenente Boeri che si era assunto il compito di raggiungere Milano per mettere in piedi una cospicua rete di informazioni. Il loro team si sarebbe chiamato Apricot e sarebbe stato affiancato da una ricetrasmittente portatile denominata Radio Salem. A detta di tutti il tentativo di installare una stazione radio clandestina sulle alture del Mottarone era molto pericoloso. La zona pullulava di presidi nazisti: da Stresa a Baveno, da Gravellona  a Gozzano. Giovanni, cosciente del grande rischio che avrebbe corso, aveva posto agli Alleati due precise condizioni: la prima era che a guerra finita gli venisse donata una jeep per portare in giro i suoi anziani genitori. La seconda era che, in caso di morte, venissero versati alla sua famiglia diecimila dollari (7). L’accordo fu stipulato con una stretta di mano e Giovanni, la notte del 17 marzo del 1944, prese posto a bordo del quadrimotore lottando contro un terribile mal di testa. Poco prima di salire sull’aereo, una squadra di addetti alla vestizione, l’aveva aiutato a indossare l’equipaggiamento da lancio.

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Vestizione per il lancio

La scena era stata esilerante. Come ogni agente aveva dovuto presentarsi alla base della Special Force con abiti civili: pantaloni, scarpe, giacca e cravatta.  Il motivo era abbastanza intuitivo: una volta arrivato a destinazione avrebbe dovuto muoversi come un cittadino qualunque, protetto dall’anonimato. Tuttavia, per ridurre i rischi del lancio, aveva dovuto indossare ginocchiere, paragomiti e parastinchi. Poi, sopra gli abiti da civile, aveva dovuto infilare una tuta imbottita e infine, sopra la tuta imbottita, un pastrano di cerata verde a protezione dal freddo. Il tutto era stato imbrigliato dall’imbragatura del paracadute. Così agghindato, Giovanni, si sentiva più simile a un fantoccio che a un essere umano (8).

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Tuta dotata di doppia cerniera per uscire velocemente dall’imbragatura

Seduto al suo fianco stava Ottorino Maiga, nome di battaglia “Cassini”. Giovane professore di lettere e latino, Maiga, si era laureato alla Normale di Pisa (9). Da diversi anni militava contro il regime di Mussolini. L’occasione gli era stata offerta dal professor Guido Calogero, docente di storia e filosofia alla Normale, che nel 1940 aveva redatto il manifesto del Liberalsocialismo. Calogero, fiutata la disponibiltà del giovane Maiga, l’aveva immediatamente reso partecipe del suo programma politico e gli aveva presentato Ugo La Malfa, fondatore del Partito d’Azione. In quei giorni Maiga era entrato in contatto anche con un giovane intellettuale torinese, Raimondo Craveri che, come vederemo, avrà un ruolo fondamentale insieme a Boeri nella costituzione dell’ORI. Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Maiga fu richiamato nell’esercito italiano come sottotenente di fanteria. Non sappiamo dove venne inviato e quale ruolo ebbe nella guerra in corso. Quello che è certo è che dopo l’8 settembre lo ritroviamo a Napoli dove, entrando nell’ORI, venne addestrato come responsabile del team “Licata”.

Ottorino Maiga, detto Rino, nome di battaglia "Cassini", classe 1913, ufficiale di complemento, professore di latino e greco al Beccaria

Ottorino Maiga, nome di battaglia “Cassini”

Il team “Licata”, con la relativa Radio Guava, aveva come destinazione il Canton Ticino. Il suo compito era quello di intraprendere un’operazione politica organizzata dal conte Carlo Sforza, ex ministro degli esteri nel Regno d’Italia, tesa a gettare le basi per un futuro governo democratico a partire dalla libera città di Campione, un’enclave italiana in territorio elvetico. Da Massino Visconti, Maiga con l’operatore radio Galbusera, avrebbero dovuto raggiungere il confine svizzero, penetrare a Campione d’Italia e, una volta giunto a destinazione avrebbe dovuto intallarvi una stazione radio in modo da aprire un canale di comunicazione con gli Alleati.

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Campione d’Italia

Antifascista per indole, Maiga sentiva che questa guerra, così diversa da quella convenzionale, era sostenuta da una forte motivazione etica ed era oltremodo desideroso di fare la sua parte. Si addossò allo schienale della panca metallica e chiuse gli occhi. L’adrenalina scorreva a mille. Sapeva perfettamente che tutta l’operazione era un azzardo. Controllò più volte le cinghe del paracadute e il perno a sgancio rapido fissato sul ventre.

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Il perno a sgancio rapido per togliere il paracadute dopo il lancio

Improvvisamente gli balenò il pensiero che il paracadute poteva anche non aprirsi. Lo scacciò subito dalla mente e cercò di concentrarsi sul compito che l’attendeva, era il solo modo che conosceva per mantenere i nervi saldi. Alla sua sinistra, assorto con lo sguardo fisso nel vuoto, sedeva il suo operatore radio Leandro Galbusera. Originario di Cinisello Balsamo, il giovane marconista aveva da poco compiuto 27 anni. Era un ragazzo mite che aveva lavorato come aggiustatore meccanico alla Falck Concordia di Sesto San Giovanni, a suo tempo impegnata nella produzione bellica. Durante il suo periodo di permanenza nella grande acciaieria erano stati  commissionati alcuni pezzi della corazzata Roma, una delle navi da battaglia più moderne del Mediterraneo.

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Il telaio del timone della Corazzata Roma nelle officine della Falck Concordia

Leandro veniva da un’infanzia segnata dalle difficoltà. Aveva iniziato a lavorare molto presto e nel 1939, poco prima di essere richiamato nell’esercito italiano come geniere telegrafista, si era sposato con Speranza Biffi. Nel giro di tre anni si era sciroppato sia il fronte francese che quello greco-albanese, poi, avendo contratto la malaria, era stato velocemente rimpatriato. Il giorno dell’armistizio si trovava a Potenza, a pochi chilometri dagli Alleati appena sbarcati a Salerno. Nel grande fuggi fuggi non aveva perso tempo e si era messo in cammino verso Napoli che stava per essere liberata dall’esercito anglo-americano. In qualità di radiotelegrafista aveva subito iniziato a collaborare con gli Alleati. Subito dopo era stato contattato dall’agente americano Peter Tompkins, gli era stata data una nuova divisa, ed era entrato nella stessa organizzazione di volontari italiani che aveva reclutato Enzo Boeri e Ottorino Maiga. Non sapeva nulla di spionaggio così, nei giorni successivi, fu inviato ad un corso di addestramento a Pozzuoli, dove conobbe Giovanni Bono. Poi, un bel giorno, venne inviato in Puglia, nella base aerea di San Vito dei Normanni, dove ottenne il brevetto da paracadutista.

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Addestramento paracadutistico al lancio

Adesso si trovava in viaggio verso il lago Maggiore e si riteneva fortunato di essere stato destinato ad un luogo così vicino alla sua Cinisello. Sorrise al pensiero che presto avrebbe rivisto Speranza, sua moglie, erano tre anni che non la vedeva. Piccolo di statura se ne stava poco oltre rincatucciato con il capo insaccato nelle spalle. Con il calore del respiro cercava di scaldarsi le grosse dita della mano. Sentiva una forte pressione della testa e fingeva, come tutti gli altri, di essere rilassato. In fondo si era imbattuto in momenti molto peggiori. Stese le gambe e si appoggiò alla spalliera. Osservò l’orlo dei suoi pantaloni di panno scuro che sbucavano fuori dalla sua tuta d’ordinanza, troppo lunghi per le sue gambe corte. Erano stati scelti a Napoli fra un mucchio di abiti usati, dopo essere stati accuratamente ripuliti dalle etichette di provenienza. Ogni etichetta del vestiario poteva costituire un pericoloso indizio nel caso fosse stato catturato (10). Si osservò le scarpe e sorrise. Non calzava gli abituali scarponi da paracadutista, ma due lucide scarpe da passeggio. Con queste, pensò, il rischio di spaccarsi le caviglie è pressoché assicurato.

A destra nella foto Leandro Galbusera, nome da battaglia "Nando". Nato nel 1916 era radiotelegrafista della missione "Licata-Guava" comandata da Ottorino Maiga

Leandro Galbusera a destra nella foto

Di fianco a Leandro Galbusera sedeva Enzo Boeri, comandante della missione “Apricot-Salem”. L’adrenalina su di lui aveva l’effetto di una droga: accentuava il suo umorismo. Era dotato di una buona fiducia nelle proprie capacità e ispirava sicurezza a tutti gli altri. Si era slacciato il sottogola dell’elmetto e aperto la cerniera vicino al collo, infilando la mano sotto la tuta, alla ricerca del portadocumenti. Una volta trovato l’aveva sfilato e aperto. Conteneva banconote italiane di diverso taglio e una nuova carta d’identità opportunamente slabbrata e invecchiata. Nella semioscurità la studiò attentamente cercando ogni eventuale difetto che avrebbe potuto tradirlo agli occhi esperti della Gestapo. All’interno spiccava una fotografia spenta e grigia, era lui. Sorrise. Poi osservò la pagina a fianco, c’erano tutti i dettagli della sua nuova identità. Non si chiamava più Enzo Boeri, ma Giovanni Bellini. Aveva dovuto memorizzare il suo nuovo nome e imparare a memoria una storia di copertura. Una storia che, per essere credibile, doveva essere in parte simile alla verità, di modo che, se fosse stato sottoposto a interrogatorio, non avrebbe dovuto sforzarsi troppo di mentire col rischio di essere smascherato. Sapeva bene quali erano i pericoli a cui sarebbe andato incontro se fosse finito nelle grinfie della Gestapo. Di norma si veniva torturati, a volte drogati ma, in genere, i tedeschi preferivano ottenere i loro risultati provocando il crollo psicologico del soggetto e per ottenere questo non risparmiavano ogni tipo di atrocità. Gli agenti dello Special Operation Executive, gli avevano dato una serie di suggerimenti su come resistere a un interrogatorio. Il primo era quello di parlare lentamente. Questo gli avrebbe permesso di nascondere eventuali esitazioni. Il secondo era quello di dare l’impressione di essere un po’ impreciso di modo che gli sarebbe stato più facile evadere certe domande. Il terzo era quello di mostrarsi un pò tonto e l’ultimo, forse il più importante, era quello di fingere di essere stanco molto prima di esserlo effettivamente. In ogni caso la sua vita sarebbe dipesa dalla capacità di recitare la storia di copertura senza esitazioni (11). A tal fine tutti gli agenti italiani erano stati preparati ad esercitarsi ora dopo ora, giorno dopo giorno, a raccontare all’infinito la propria storia di copertura. Ognuno sapeva che questo avrebbe potuto salvargli la pellaccia e, di conseguenza, anche quella dei suoi compagni.

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Il quadrimotore sorvola a bassa quota il punto di lancio

Improvvisamente l’aereo fece un tuffo verso il basso lasciando tutti col fiato sospeso. Il comandante si voltò verso il navigatore e gli indicò in lontananza il corso argenteo, quasi luminescente, del fiume Ticino. Il cielo era completamente sgombro da nuvole. Puntò il naso dell’Halifax verso il lago Maggiore, riconoscibile per la sua forma a calzino allungato e, rallentando, cominciò a scendere di quota. Almeno per ora buone notizie: nessun caccia nemico all’orizzonte. Con una leggera virata si dispose per prendere il lago dal fondo. Subito dopo lanciò un’occhiata alla sua destra dove riconobbe il castello d’Angera. “Ok, ci siamo” disse al navigatore che nel frattempo, seguendo gli ordini in cuffia, era sceso sulla postazione del mitragliere di prua per identificare, attraverso il naso di vetro del quadrimotore, il luogo esatto del lancio.

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Il navigatore identifica, attraverso la postazione del mitragliere di prua, il luogo preciso del lancio

In quel preciso istante il sergente addetto al lancio uscì dalla cabina di pilotaggio sbucando nel mezzo della carlinga. Con la torcia elettrica illuminò i quattro agenti facendo un gesto inequivocabile: prepararsi al lancio. I quattro si alzarono in piedi e, attaccandosi alle maniglie metalliche e barcollarono davanti alla botola di apertura in coda alla fusoliera. L’assistente allentò i bulloni e tolse il coperchio metallico. L’aria pungente colpì gli uomini come uno schiaffo. In quel mentre il navigatore identificò la radura illuminata dal chiarore argenteo della luna, poi lanciò un’occhiata all’orologio: erano le 5,30, perfettemente in orario. L’aereo riprese leggermente quota e girò con un grande cerchio sopra il paesino di Gignese, disponendosi in posizione favorevole al lancio: 300 metri sopra il colle. “Manca poco” annunciò il sergente e subito prese il cordone del paracadute di Boeri, agganciò il moschettone alla fune metallica, quindi tirò energicamente, per dimostrare a tutti che era assicurato a dovere. Boeri si sedette sull’orlo della botola con i piedi a penzoloni fuori dall’aereo. Osservò il territorio buio che scorreva lentamente sotto i suoi piedi. “Saltate al mio comando” urlò il sergente polacco in un pessimo italiano “così voi cadere vicino… there’s no fucking wind, you’re lucky!”. Boeri chiuse gli occhi e respirò profondamente. “Ready!”. La spia passò dal rosso al verde lampeggiando, ma Boeri esitò. In quel preciso momento avvertì un pacca sulla spalla e un urlo secco: “Go!”. Allora trattenne il respiro, si spinse avanti, accostò i piedi e sparì nel buio.

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Si accende la luce verde e l’agente si lancia attraverso la botola

Un istante dopo fu la volta di Giovanni Bono, poi di Leandro Galbusera e di Ottorino Maiga. In pochi secondi tutti e quattro penzolarono sotto il loro paracadute bianco. La radura era così piccola che, per un leggero ritardo nel lancio, gli ultimi due stavano andando ad atterrare in mezzo al bosco. Maiga se ne rese subito conto e con grandi ancheggiamenti, aggrappandosi ai tiranti, provò a deviare la discesa verso il prato, ma non c’era modo di dirigere quel dannato paracadute. Senza poter fare nulla si vide scendere in mezzo agli alberi. Tutti i muscoli del corpo si tesero all’impatto, alcuni rami si spezzarono rumorosamente e alla fine toccò terra con la suola degli scarponi e, ancor prima di rendersene conto, aveva già sganciato il paracadute ed era sgusciato fuori. Il bosco era avvolto in un silenzio surreale. Sentì il cuore pulsargli nelle orecchie.

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discesa notturna

Nel frattempo Boeri, che era sceso poco distante, aveva aperto il kit del pronto soccorso cercando di tamponare la ferita alla coscia. Un centinaio di metri più avanti aveva intravisto un’ombra accovacciata sui talloni. Zoppicando, si era avvicinato e aveva riconosciuto Giovanni Bono che stava arrotolando il paracadute. Come è andata?” esclamò Giovanni tirandosi su. Tutto a posto” replicò Boeri assestandogli una pacca amichevole sulla spalla, poi insieme si avviarono verso il fondovalle in cerca degli altri compagni. L’erba era bagnata e frustava i pantaloni inzuppando le scarpe. A voce bassa li chiamarono col nome di battaglia. Da un pendio poco lontano fece eco Maiga con voce soffocata. “Sei ancora intero?” chiese Boeri. “Tutto ok, rispose Maiga, tirando su con il naso, “sono finito dentro al bosco, e tu?” . “Io sono andato con il culo sopra un roveto, non è che un graffio, ma è di buon auspicio” replicò sorridendo Boeri (12).  Mancava all’appello Galbusera, nome di battaglia “Nando”. “Qualcosa si muove laggiù” disse Bono indicando la massa scura di un boschetto. Era Nando che diede un colpo di tosse per farsi riconoscere e si avvicinò furtivamente. Quando tutti e quattro furono riuniti si accesero una sigaretta. “Che fine ha fatto la mia radio?” chiese Boeri a Maiga vedendo che aveva recuperato soltanto la Guava. Non so“, replicò Maiga, “appena fa giorno la cerchiamo” (13).

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Il luogo del lancio a Massino Visconti

D’improvviso in lontananza si udirono dei cani abbaiare. “Dannazione! Ci hanno scoperto!” sussurrò Maiga lanciando un’occhiata a Boeri. Scappiamo nel bosco! Potrebbero essere cani poliziotto“, rispose subito Boeri estraendo la sua Colt d’ordinanza. Guadagnarono una collinetta e tolsero la sicura alla pistola. I cani abbaiavano, ma si tenevano a distanza.  “Non sembrano aggressivi” sussurrò cauto Boeri poi, con la pistola puntata, inquadrò una fetta di bosco e intimò ad alta voce: “Chi va là!“. Non ci fu risposta. Allora giocò il tutto per tutto: “Siamo paracadutisti! Fate un passo avanti!” (14). Si udì un fruscio di foglie secche e dalla penombra apparve un uomo avvolto in un mantello scuro. Un cappellaccio nero gli cadeva di sbieco dandogli un’aria misteriosa. “Venite avanti con le mani in alto!” tagliò corto Boeri. L’uomo si avvicinò piantandosi a dieci metri da loro. Scrutava con occhi sgranati i quattro marziani. “Siete solo?” chiese Boeri. L’uomo fece un cenno di assenso. “Abbassate le braccia e avvicinatevi” disse Maiga. Seguì un attimo di incertezza poi l’uomo abbassò le braccia e si accostò. “Ci avete fatto prendere un bello spavento, borbottò Maiga, riponendo la pistola nella fondina e poi aggiunse “Sapete mica da che parte si trova Gignese?”. “Sicuro” rispose secco l’uomo, ciccando per terra e alzando il bastone a indicare la direzione. Poi si voltò e aggiunse “ma è meglio arrivarci da dietro, da Sovazza“. Boeri osservò lontano verso Gignese, poi guardò i compagni e disse: “Sta bene. Ci andremo da Sovazza. Ho con me del denaro, potete darci qualcosa da mangiare?“. Il malgaro non rispose subito ma rivolse lo sguardo verso il paracadute e indicandolo con il bastone chiese: “Vi serve ancora questo?“. “No” replicò secco BoeriPotete prenderlo. Ma fate attenzione a nasconderlo bene, se ve lo trovano vi caccerete nei guai” (15). Allora accadde quello che di solito avviene in questi casi, si strinsero la mano e il malgaro si offrì di accompagnarli alla sua baita.

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Alpe Formica, a due passi da Sovazza, dove si trova la baita del malgaro

Ma qual’è l’origine di questa missione? Quali sono le ragioni che la sostennero e chi erano le persone che la realizzarono? Per capire meglio com’è nata questa storia occorre fare un passo indietro e raccontare alcuni fatti accaduti pochi mesi prima, quando l’Italia, invasa dagli anglo-americani, si era trovata improvvisamente divisa in due. Nel settentrione era rinato il fascismo attraverso un governo collaborazionista dei tedeschi che aveva assunto le tetre sembianze della Repubblica Sociale di Salò. Nel meridione, dopo la vergognosa fuga del re Vittorio Emanuele III da Roma, si era riconfermata la monarchia sabauda, sotto la finzione scenografica di un piccolo Regno d’Italia sostenuto dagli Alleati. Entrambi i regimi mascheravano di fatto un occupazione militare: a nord dei tedeschi e a sud degli anglo-americani. Da questo momento l’Italia avrebbe praticamente cessato di esistere come nazione indipendente e sovrana, mentre milizie di tutto il mondo l’avrebbero attraversata in lungo e il largo, deprendandola e saccheggiandola senza ritegno. La missione di cui stiamo narrando ha inizio nella primavera del ’43, quando il generale Dwight Eisenhower, comandante in capo dell’esercito alleato, pochi mesi prima dello sbarco in Sicilia, si accorse con un certo rammarico di non avere un solo agente segreto su tutto il territorio italiano.

Continua nel secondo capitolo.

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Per scaricare il pdf del Capitolo 1 clicca qui: La Resistenza vien dal cielo. Radio Salem, la missione dei fratelli Boeri sul Mottarone § Capitolo 1 Il salto nel buio

In apertura: Il monte Cornaggia sopra Massino Visconti. Sulla sinistra la radura dove avvenne il lancio, da http://www.extrememtb.ch/montagne/cornaggia.htm.

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Note al testo e bibliografia

(1) Peter Tompkins, L’altra resistenza, Milano, Il Saggiatore, 2009, pag. 149.

(2) Ibidem, pag. 247.

(3) Franco Fucci, Spie per la libertà, Milano, Mursia, 1983, pag. 31.

(4) Ibidem, pag. 31.

(5) Ibidem, pag. 22.

(6) Ibidem, pag. 29.

(7) Ibidem, pag. 347.

(8) Edgardo Sogno, Guerra senza bandiera, Bologna, Il Mulino, 1995, pag. 66.

(9) Ennio Tassinari, L’O.R.I. (Organizzazione della Resistenza Italiana) Racconti e protagonisti, Ravenna, Longo Editore, p. 53.

(10) Fucci, cit., p. 35.

(11) Ben Macintyre, Agente Zig-Zag, Milano, Sperling & Kupfer, 2008, Memorandum KV2 457.

(12) Tino Vimercati, Resistenza Unita, Marzo 1994.

(13) Enzo Boeri, Vicende di un servizio informazioni, relazione per Office of Strategic Services.

(14) Tassinari, cit., pag. 54

(15) Tompkins, cit., pag. 150

Separatore

Appendice

Vengono qui riportate alcune testimonianze. La prima è di Enzo Boeri ed è tratta dalla relazione all’Office of Strategic Service americano (Oss) di cui riportiamo un brano: “Siamo arrivati sul pin point verso le ore 5,20 del giorno 17 marzo del 1944. Siamo scesi senza alcun incidente nel posto esatto che avevo proposto. Eravamo: il mio operatore Gianni Bono ed io (team Apricot-Salem), il professor Ottorino Maiga ed il suo operatore Leandro Galbusera (team Licata-Guava). Ricuperammo il materiale paracadutato con noi: constatammo con dispiacere che un solo apparecchio radio era stato paracadutato. Non si trattava del mio apparecchio: infatti la valigia portava l’indicazione “Licata”. Comunque fummo subito d’accordo con Maiga che io avrei usato il suo apparecchio. Sono sempre stato grato a Maiga per questa sua cortesia. La cosa si spiega non col fatto che Maiga fosse destinato a un’attività di secondo piano rispetto alla mia, ma al fatto che io sarei subito entrato in azione mentra egli doveva, secondo accordi presi in precedenza, recarsi in Svizzera e a Campione”. Maiga infatti era diretto sul confine italo-svizzero per compiere una missione politica organizzata dal conte Sforza. Come racconta Boeri fu ritrovata solo la radio “Licata”, quella destinata alla missione di Maiga, denominata “Guava”. Entrambi si accordarono che la tenesse Boeri, la cui missione denominata “Salem” poteva iniziare subito. Racconta Boeri “Comunque fummo subito d’accordo che avrei usato io l’apparecchio. Sono sempre stato grato a Maiga di questa sua cortesia. La cosa si spiega non col fatto che Maiga fosse destinato ad un’attività di secondo piano rispetto alla mia, ma al fatto che io sarei subito entrato in azione mentre egli doveva, secondo gli accordi presi in precedenza, recarsi in Svizzera a Campione”.

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Caricamento di rifornimenti all’interno di un bombardiere Halifax

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Nel disegno è rappresentato un lancio di una radio imballata con il paracadute

La seconda testimonianza è tratta dalla relazione di Ottorino Maiga: “Eravamo atterrati da pochi minuti quando sentimmo dei cani abbaiare. Ci avevano detto che i tedeschi e i fascisti usavano i cani poliziotto per dare la caccia ai paracadutisti. Impugnammo le grosse pistole che ci avevano dato in dotazione e io gridai: chi va là? Una voce rispose a sua volta: “Chi è la?” Giocammo il tutto e per tutto: “Paracadutisti, vieni avanti e fatti vedere!”. Era un contadino piuttosto spaventato. Lo rassicurammo e passammo la notte nella sua baita”.

Esempio di uscita dalla botola inferiore dei un Handley Page Halifax

Esempio di uscita dalla botola inferiore dei un Handley Page Halifax

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diversi tipi di vestizione del SOE

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Equipaggio di un quadrimotore Halifax che sale a bordo dell’aereo

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Il quadrimotore Halifax nella base aerea

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Un pilota nella cabina di comando di un quadrimotore Halifax

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Published in: on 22 dicamMon, 16 Dec 2013 09:23:22 +00003492013 2011 at 9.41  Commenti (6)  
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Chi riconosce la barca misteriosa?

Dall’Eco Risveglio del 7 Ottobre 2013

Barca mistero Verbano Lago Maggiore libro Francesco Rusconi-Clerici

Dall’Eco Risveglio del 7 Ottobre 2013:

Francesco Rusconi-Clerici, grande appassionato di lago, sta completando per Tararà un volume dedicato alle barche del Lago Maggiore (la stampa è prevista nel prossimo mese) e chiede un aiuto ai lettori di Eco Risveglio. Spiega: “Non sono riuscito a dare un nome a una tipologia di barca che si ritrova perfettamente identica in molte fotografie dell’Ottocento e del Novecento. Fino ad oggi nessuno dei vecchi barcaioli e costruttori interpellati ha saputo darmi una risposta. Sicuramente veniva adibita, anche se forse non esclusivamente, al trasporto di persone come ad esempio le operaie dalla sponda magra alle fabbriche di Intra. Si può stimare che fosse lunga fra i 9 e i 10 m ed era interamente coperta da un telo sostenuto dagli arscioni che la fanno assomigliare a prima vista ai classici burchielli, dai quali però si differenzia per la dimensione e per una sagoma di carena completamente diversa”. Chi la riconosce scriva alla redazione  dell’Ecorisveglio: andrea.dallapina@ecorisveglio.it

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Orta mia – Orta Miasino

Grazie a un suggerimento di un nostro prezioso lettore, l’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola propone un commovente filmato, diretto nel 1960 da Mario Soldati, in una zona da lui prediletta: il Lago d’Orta. Gli ultimi minuti sono dedicati a Corconio, il piccolo paese dove lo scrittore e regista si fermò per due anni prima della guerra, nel 1938, in volontario esilio con l’amico Mario Bonfantini. Clicca qui per leggere il bellissimo racconto di Mario Soldati Gli anni di Corconio. Qui sotto il documentario Orta Mia – Orta Miasino:

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