Tempi moderni a Villadossola

3 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Metallurgica Ossolana Sisma Villadossola Fabbrica Locali presse

Dall’opuscolo Società Anonima Metallurgica Ossolana” Villadossola – Estratto dall’Annuario della Industria Mineraria, Metallurgica e Meccanica in Italia Edizione 1916-17. In Milano, a cura di Umberto Grioni.

La Società Anonima Metallurgica Ossolana, con Sede e Stabilimenti in Villadossola, venne costruita il 5 gennaio 1907, rilevando le Officine di Bolloneria in Villadossola, fondate nel 1893, di proprietà dei signori V. & E. Fratelli Ceretti. Il capitale sociale interamente versato è di L. 1.500.000. L’area di proprietà della società è di circa 80.000 mq. compresi circa mq. 15.600 di area coperta.

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Veduta generale degli stabilimenti

Lo stabilimento di acciaieria e laminatoio occupa una superfice di circa 45.000 mq. ed è collegato da un binario di raccordo colla stazione di Villadossola; circa 17.000 mq. sono occupati dalle Officine di Bolloneria e circa 18.000 mq. di case di proprietà della Società per abitazione impiegati ed operai. Gli impianti della Società sono costituiti come segue: Acciaieria – con un forno Martin da 12 tonnellate e uno da 20 tonnellate, per la produzione di piccoli getti e di acciaio in lingotti da 35 a 80/85 kg. di resistenza.

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Laminatoio e Forno Martin

Stabilimento Acciaieria e Laminatoio

Stabilimento Acciaieria e Laminatoio

Laminatoio – con un treno medio per la laminazione di ferri di bulloneria e per il commercio, cioè: tondi e quadri da m/m 6 a 42, moiette e piatti da m/m 20 x 2 a 70 x 20, nonchè altri profilati per la fabbricazione di piastrine d’armamento ferroviario, ecc. La produzione mensile ascende a circa tonnellate 1.200.

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Case operai

Il reparto bullloneria

Reparto bullloneria

Case Impiegati

Case Impiegati

Bolloneria – Officine meccaniche – Forgie – per la fabbricazione di bulloneria di commercio, pezzi stampati e forgiati, piastre e stecche per armamento ferroviario, pali a traliccio, e per altre costruzioni in ferro, con una produzione mensile complessiva di 300/400 tonnellate.

Veduta stabilimenti

Veduta stabilimenti

10 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Metallurgica Ossolana Sisma Villadossola Fabbrica Centrale elettrica

Centrale elettrica

La società dispone attualmente di due turbine idrauliche di circa 70 HP, di un impianto idroelettrico di oltre 200 HP e di 700 HP di energia elettrica della Società Dinamo, trasformata in una sottostazione di proprietà della Società.

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Locali viteria

9 Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Metallurgica Ossolana Sisma Villadossola Fabbrica Raccordo ferroviario

Raccordo ferroviario

Per la quantità di area disponibile, ben ubicata nei riguardi dei trasporti ferroviari e per la energia elettrica già impegnata, la Metallurgia Ossolana ha la possibilità di ingrandire notevolmente il proprio impianto, come daltronde ha già progettato attendendo tempi propizi.

O Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Metallurgica Ossolana Sisma Villadossola Fabbrica Copertina

La copertina dell’opuscolo

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In apertura: Locali presse.

Informazioni su questi ad

Memorie dal sottosuolo

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Gasma Miniere minerali Vergante Agogna Motto Piombino stabilimento miniera 1877 1882

Il Vergante non finisce mai di sorprendere. Grazie alle solerti ricerche del Gruppo Archeologico Storico Mineralogico (G.A.S.M.A.) di Arona si riscopre la storia mineraria della zona. Oltre alle ben note cave di pietra, nella profondità delle montagne sono nascosti metalli e pietre preziose. L’attività estrattiva è riccamente illustrata nella mostra Miniere e minerali del Vergante e Val D’Agogna, visitabile ad Arona nel Musei di Piazza San Graziano fino al 28 Settembre. Vale la pena di affrettarsi per non perdere l’occasione di vedere gratuitamente rare fotografie d’epoca, mappe, numerosi minerali, attrezzi e abiti da lavoro e un bellissimo plastico della zona del Motto Piombino di Gignese, che raccontano, oltre all’aspetto geologico e minerario, anche la storia sociale delle miniere e il funzionamento degli opifici. Grandi pannelli didattici sono dedicati ai diversi luoghi di estrazione: ne sono stati individuati addirittura 46. Nel corso delle ricerche non sono mancate scoperte inaspettate. Come racconta Carlo Manni, presidente del G.A.S.M.A. a Nebbiuno è stato possibile rinvenire “una pompa manuale dell’Ottocento, che giaceva completamente sommersa dall’acqua. La galleria è inondata dalle acque di percolamento Rio Strolo, che corre dietro la cartiera di Nebbiuno ed è stata esplorata con un canotto nella parte inferiore, per cui il recupero con la barca è stato molto difficoltoso”. Per chi non potrà visitare la mostra, resta irrinunciabile l’acquisto del volume Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, che contiene 500 pagine di testi e immagini inedite, frutto della capillare ricerca di quattro anni svolta dal G.A.S.M.A. al costo di 30€ nella versione plastificata e di 40€ in quella di pregio, ossia cartonata.

Le 46 zone di estrazione mineraria del Vergante e della Val d'Agogna individuate dal G.A.S.M.A.

La mappa delle 46 zone di estrazione mineraria del Vergante e della Val d’Agogna individuate dal G.A.S.M.A. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014. Per ingrandire l’immagine cliccare sulla foto

 

Il libro è disponibile presso la mostra

Il libro Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna è disponibile presso la mostra

Le tracce delle miniere sono ormai scarsamente percepibili sul territorio, dove sono stati trovati molti minerali, anche rari. Il G.A.S.M.A ha coinvolto nelle sue ricerche sul campo i soci geologi, mineralogisti, storici e gli speleologi del Gruppo Grotte Novara del CAI, con gli esperti di mineralogia e mineraria del Gruppo Mineralogico Ossolano, gli storici della Società dei Verbanisti, i membri del Fotoclub Arona e i fotografi professionisti, come Carlo Pessina e Giorgio Gnemmi. Per ricostruire la storia delle miniere il Gruppo Archeologico Storico Mineralogico ha effettuato uno scavo attento anche nei documenti d’archivio e negli atti dei Comuni di riferimento. Vittorio Grassi, con Carlo Manni, presenza inossidabile del G.A.S.M.A., e coautore della fondamentale guida Il Vergante, ci guida nella storia mineraria, dalla pagina dedicata a La Miniera nel sito Voci di Paese, da cui sono tratte le informazioni nel testo. Vista la straordinaria ricchezza dei diversi materiali raccolti sarebbe veramente auspicabile in futuro costituire un Museo delle Miniere. La mostra è stata realizzata con il contributo della Fondazione Cariplo e della Herno.

Un minatore all'uscita della Galleria Cagnassi al Motto Piombino

Un minatore all’uscita della Galleria Cagnassi al Motto Piombino. Gli operai scavavano in difficili condizioni e le società minerarie ignoravano il diritto al riposo festivo, obbligandoli a lavorare. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

Già in epoca medioevale l’Agogna compare nelle “Honorantie Civitatis Papie” come uno dei fiumi da cui si leva l’oro. Bisogna attendere il 1825 per trovare notizia della scoperta di una miniera aurifera “in territorio di Brovello, ove dicesi a Falghera, e precisamente sul monte, in vicinanza del fiume Agogna, che scorre ai fianchi del medesimo”. I signori Giuseppe Salter e Giovanni Battista Passi fondarono una società per ridurla a profitto. Se a Baveno si estraeva il rame, nel territorio di Gignese e dell’Agogna si ricavavano il piombo e lo zinco. Il canonico Luigi Boniforti, l’aronese che scrisse nell’Ottocento un’utile serie di guide turistiche della zona, racconta che “Miniere di rame, di oro e di piombo, si discopersero lungo la costa del Vergante, nei dintorni di Graglia e di Gignese fin da quando si intrapresero i lavori e l’opera di scavo per la strada del Sempione. Una di tali miniere, non ignota agli antichi, come si può ravvisare negli esistenti avanzi di gallerie e manufatti a grande profondità, fu presa a coltivare ai nostri giorni da una potente società inglese”. L’antichità di queste gallerie è confermata dal Destefanis ne descrive una “di una miniera di piombo ed argento presso il fiume Agogna nel territorio di Gignese (chiamata Meut Piombin) abbandonata ab immemorabili, non si sa per qual motivo, e riaperta or sono pochi anni, si trovarono le fracide armature di larice ed abete legnami di cui abbondarono negli antichi tempi i nostri monti”. Il Boniforti rileva difatti sul Mergozzolo, ossia il Mottarone, la presenza di torba “ove potei osservarla, un buon piede d’altezza; è composta non solo d’erbe palustri, ma anche di tronchi e rami di larici (pianta che or colassù più non non si vede)”. Inoltre il Buschini cita “altri giacimenti di galena e di zinco … nel territorio coirese, taluni dei quali, di lavorazione antica or se romana, sono quelli, sfruttati ancora mezzo secolo fa, dell’Alpe Feglia e del Monte Piombino sul fianco orientale del Monte Falò”.

Mappa della concessione mineraria della Valle d'Agogna 1863.

La mappa della concessione mineraria della Valle d’Agogna del 1863. La minera del Motto Piombino era forse nota fin dall’epoca mediovale, ma il massimo sfruttamento iniziò nella seconda metà dell’Ottocento. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

Il 1° Dicembre del 1859 la giunta municipale di Nocco concedeva ai signori Valle e Pagani il permesso di ricercare minerali “nel territorio Comunale detto Agogna” e i due cedettero poi il permesso alla Società Inglese del Francfort che si dedicò allo sfruttamento. “Non erano soltanto i poveri disperati a cercare metalli preziosi”, racconta ancora Carlo Manni, “nel 1859 ci fu anche il prelato Ferdinando Delsignore, parroco di Brovello“. Il 4 Novembre del 1861 il sottoprefetto scriveva da Pallanza che “il sottoscritto prega il Sindaco di Gignese di far tosto pubblicare … l’annesso decreto di permissione alla Società Inglese delle miniere di Brovello ed Agogna di far ricerca di materiale nella località della Fondello e Piombera in codesto territorio”. Il curioso toponimo “Piombera” compare già nel sommario del catasto settecentesco, ma già nel XVI secolo le carte riportano due altri eloquenti toponimi, localizzati presso le sorgenti dell’Erno: “Ferrerà” e “Saxum Manninum”. Nel 1865 veniva accordata all’Ingegner Wallenstein, domiciliato in Arona, il permesso di ricerca di minerali di piombo nella regione dell’Alpe Tensa, così delimitata: “A nord Comune di Vezzo; a est le concessioni Piombino-Agogna al commendator Francfort; a sud i Comuni di Nocco e Coiro; a ovest una retta condotta per le due sommità principali della giogaia che separa il versante dell’Agogna e quello del Pescane, a una distanza media di 1900 metri dalla suddetta concessione”. Il signor Gaetano Tessera di Armeno ricercava invece sull’Alpe Salmagitt: “I limiti del terreno sono quelli del detto pascolo Salmagetti di proprietà del Signor Alesina Giovanni, con esclusione della porzione data alla Società Inglese”.

Miniere di Motto Piombino - Alt. m. 750

Gignese, Motto Piombino, il cantiere per la costruzione della Galleria San Giuseppe nel 1907. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

Notizie interessanti sulla miniera si possono scovare anche nella Relazione della parrocchia di Nocco, redatta dal parroco Bellini nel 1879: “l’opificio della cava del piombo, situato nel territorio di questo Comune, dove si trovano cento e più lavoratori … I direttori delle già accennata cava di piombo obbligano i lavoratori (di cui la massima parte è di Gignese, ed anche i lavoratori forestieri risiedono a Gignese per esser più vicini alla cava) ad occuparsi anche nei giorni di festa, minacciano multe e congedi qualora si astenessero, e nonostante le rimostranze già fatte niente ancora si è potuto ottenere. Se il signor vescovo volesse interessarsi per ridurre a migliori consigli quei direttori farebbe un gran bene a queste popolazioni”. La miniera più importante era quella del Motto Piombino a Gignese, attiva a fasi alterne dalla seconda metà dell’Ottocento sino ai primi anni Cinquanta del Novecento e che, nel momento di massimo sviluppo, diede lavoro a più di cento operai. Non si trattava di filoni molto generosi e pertanto furono abbandonati definitivamente nel 1957. I permessi biennali di ricerca nel Vergante e Agogna, dal 1850 al 1950 circa, furono forse più di un centinaio, ma il fine era esplorativo. In soli due casi  si giunse alla creazione di concessioni minerarie: quella delle miniere Motto Piombino e Agogna e quella di Brovello. Vi fu poi il permesso di estrazione del Monte Falò, più volte rinnovato. Del Motto Piombino si conoscono anche le statistiche quantitative del minerale estratto, seppure incomplete. Si estraeva galena (solfuro di piombo) mista più o meno con blenda (solfuro di zinco), che però non era molto redditizia. Il lavoro era molto complicato perché dopo aver selezionato i noduli utili occorreva spaccarli, per separarli dalla matrice quarzosa, poi procedere alla macinazione e al lavaggio.

Motto Piombino planimetria della Miniera 1909

L’accuratissima planimetria della miniera Motto Piombino del 1909, dove sono indicate meticolosamente tutte le varie coltivazioni e le gallerie con i relativi nomi. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

La concessione del Motto era stata data a una società inglese, The Brescia Mining and Metallurgical C. Ltd di Glasgow, dal 1860 al 1879. Sebbene la miniera portasse lavoro, creava problemi agli operai, come la negazione del riposo festivo. Nel 1881 ci fu anche un caso di inquinamento ambientale: i sindaci di Borgomanero, Armeno, Briga, Invorio Inferiore, Miasino, Bolzano Novarese, Gozzano e Fontaneto Agogna, denunciarono la Società Genovese, che possedeva allora la concessione, per l’inquinamento dell’Agogna. La Società rispose che lo stabilimento per il lavaggio del materiale estratto era già stato chiuso il 31 Dicembre 1880, ma evidentemente non fu iniziata nessuna bonifica. La miniera fu poi inattiva dal 1883 agli inizi del Novecento, quando risulta che la concessione governativa fu ceduta all’Ingegnere Giuseppe Pucci Baudana e al Signor Ilario Sery, i quali costituirono a loro volta la Società Anonima Miniere di Agogna e Motto Piombino. Tale società fu esercitata nel 1909 dalla Società Mineraria Novarese, nella quale Pucci figurava come amministratore delegato e, in coincidenza con tale passaggio di proprietà, ci fu uno sciopero dei minatori. Nel 1914 tale Vincenzo Guzzi, già amministratore delegato della Società Mineraria Novarese e suo fratello Ulisse, proprietari della Miniera di Gignese, chiedevano un permesso di ricerche di piombo, zinco e rame, nella località Alpe Fey e Guasto. La concessione passò poi nel 1917 da Guzzi alla Società Anonima de Mines di Nebida in Sardegna e, nel 1925, alla Società Chimica Lombarda A.E. Bianchi & Co di Rho e, ancora, nel 1929 alla Società Anonima Miniere di Gignese, con sede a Milano.

 Motto Piombino lo stabilimento o Laveria nuova 1907

Gignese, lo stabilimento della miniera del Motto Piombino o Laveria nuova nel 1907. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

I lavori furono nuovamente sospesi dal ’28 al 1936, quando quest’ultima società chiedeva un finanziamento per la riapertura della miniera, chiusa dal 1928: “La nostra miniera, allo stato di sua coltivazione attuale, promette un avvenire ottimo, tale da far rifiorire nel nostro Comune un’industria mineraria di prim’ordine“. Il Corpo Reale delle Miniere di Torino replicava secco che “la povertà delle mineralizzazione non consente una proficua ripresa dei lavori”. Due anni dopo comparse la Rumianca, per chiedere il permesso di ricerca di minerale arsenicale, da impiegare nel suo stabilimento di Pieve Vergonte. Il 12 Dicembre del 1938, la Società Anonima Miniere di Gignese, in liquidazione, rinunciò alla concessione mineraria. Dopo l’esame di diversi potenziali acquirenti il nuovo permesso fu rilasciato nel 1943 alla S.A.I.M.E. (Società Anonima Mineraria Estrattiva) di Napoli, che però non effettuò alcun lavoro. Il 26 Aprile 1944 la Società Ceramica Italiana di Laveno Mombello chiese, con esito positivo, alla prefettura di Novara di subentrare alla S.A.I.M.E., in quanto aveva necessità di reperire piombo e zinco “per gli smalti dei propri manufatti, minerali sempre più scarseggianti sul mercato nazionale, specie dopo l’occupazione della Sardegna, ove maggiormente tali prodotti sono coltivati”.

Gignese, Miniera del Motto Piombino, l'imbocco della Galleria Sant'Ilario, 1963, da Da Miniere e minerali del Vergante e Val d'Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

Gignese, Miniera del Motto Piombino, l’imbocco della Galleria Sant’Ilario, 1963. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

Nel dopoguerra la concessione era nel 1953 in possesso del perito industriale Luigi Maglia, a nome della Società Industria Mineraria Italiana di Milano, che estese le ricerche ai comuni limitrofi per altri minerali come solfuri di ferro, rame e arsenico e nel frattempo anche l’Agip Mineraria compie rilievi sismici nella zona “a scopo di ricerche petrolifere per conto dello Stato”. Compare poi la ditta Bruno Sanna, cui il Sindaco risponde che la Società Industria Mineraria Italianaha iniziato i lavori alla miniera del Motto Piombino verso la fine del febbraio 1953 e li ha continuati progressivamente e in crescendo fino a tutto agosto 1953”. Tale società, ancora nel 1954, manteneva due operai in servizio per la custodia e la manutenzione delle gallerie e degli impianti. Infine il Corpo Miniere di Torino accordava il 18 Marzo 1955 alla Società Valsesia per l’Industria Mineraria una concessione per lo sfruttamento della miniera della durata di due anni. Nel 1957 il permesso veniva prorogato per altri due anni, ma nel ’59 della Società non si aveva più alcuna notizia. Il sindaco scriveva che “ha lavorato sin quasi alla fine del 1957. La stessa Società è ora rappresentata dai titolari della Ditta De Tornasi e Milani, con sede in Busto Arsizio”. La Valsesia era già in cattive acque nella primavera del ’56, tanto che, nel mese di Dicembre, dichiarava il fallimento. Iniziava allora una lunga vertenza per la liquidazione degli operai e dei fornitori, verso i quali il debito ammontava a Lire 750.913, pagati al 90%. Nel 1965 la ditta Giuseppe Poletto di San Giorgio di Perlana in provincia di Vicenza chiedeva di poter rimettere in vita la miniera, ma la pratica non ebbe seguito: le gallerie vennero quindi chiuse e mai più riaperte per lo sfruttamento.

Gignese, Miniera del Motto Piombino, ingresso della Galleria Basalini. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d'Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

Gignese, Miniera del Motto Piombino, ingresso della Galleria Basalini. Da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, G.A.S.M.A., 2014

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Informazioni: La mostra Miniere e minerali del Vergante e della Val D’Agogna è allestita ad Arona nei Musei di Piazza San Graziano fino al 28 Settembre 2014, nei seguenti orari: sabato 15.30-18.30 e 21-23; domenica e festivi 15.30-18.30; giovedì 15.30-18.30. L’ingresso è gratuito.

Il libro Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna costa 30€ nella versione plastificata e 40€ in quella di pregio, ossia cartonata.

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In apertura la miniera del Motto Piombino di Gignese alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, da Miniere e minerali del Vergante e Val d’Agogna, Arona, Gasma, 2014. Tutte le immagini dell’articolo sono state gentilmente fornite da G.A.S.M.A.; Link: Voci di paese – La miniera

Published in: on 22 setpmFri, 05 Sep 2014 18:30:27 +00002472014 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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Da Stresa a Venezia navigando nella Chiocciola

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola La Chiocciola da Stresa a Venezia Basile

Al Lido di Stresa era attraccata negli anni Venti una chiatta dall’aspetto bizzarro. Tutti sapevano che era la barca del sindaco, il barone Carlo Emanuele Basile. Nato a Milano il 21 Ottobre del 1885, il nobiluomo era figlio del senatore siciliano Achille e di Carlotta Bossi. Aveva trascorso la sua infanzia nella Villa Carlotta, sul Lago Maggiore, dove era rimasto orfano. La casa, che portava il nome della madre, fu poi demolita e al suo posto venne costruito l’Hotel La Palma.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola La Chiocciola da Stresa a Venezia Basile 1914

Carlo Emanuele Basile nel 1914, quando fu eletto sindaco di Stresa e pubblicò il romanzo La vittoria senz’ali. Da “L’Illustrazione popolare”/Wikipedia

Dopo essersi laureato in giurisprudenza all’Università di Torino nel 1909, il Basile prese nl 1913 una seconda laurea in lettere. Voleva diventare scrittore e pubblicò nel 1914 La vittoria senz’ali, che ebbe un discreto successo. Nello stesso anno fu eletto sindaco di Stresa, carica che coprì fino al 1927. Di carattere impetuoso, allo scoppio del primo conflitto mondiale, lo scrittore-politico si arruolò subito come volontario: ferito gravemente nella battaglia di Pozzuolo del Friuli e fatto prigioniero dagli austriaci, tornò a casa con due medaglie in bronzo, una croce al valore e un fratello morto.

La cavalleria italiana nella prima guerra mondiale

Nella grande guerra Basile combattè nella battaglia di Pozzuolo del Friuli, dove restò ferito e perse il fratello. Nella foto la cavalleria italiana nella prima guerra mondiale, da Forum GW Tilea

La sua consorte, sposata nel 1917 a Treviso, si chiamava Donna Francesca dei marchesi Bourbon del Monte Santa Maria. Era nata a Roma, da antichissima famiglia patrizia, il 26 Maggio del 1895. Ebbe cinque figlie femmine e un solo maschio, morto in tenera età: Valentina, Rosalba, Maria, Francesca, Laura e Benito. Fascista della prima ora, il Basile fu segretario federale di Novara dal 1926 al 1929, per normalizzare il clima in città e isolare gli estremisti locali. Fedelissimo di Mussolini, ricoprì vari incarichi. Designato nel 1931 ispettore generale dei Fasci all’estero, mantenne l’incarico fino al ’41. Dal ’31 al ’35 fu Podestà di Stresa. Partecipò, sempre come volontario, alla guerra di Etiopia e di Spagna, accumulando diverse onorificenze. Aderì immediatamente alla Repubblica Sociale Italiana, prima come capo della provincia di Genova e poi come sottosegretario alle Forze Armate.

 Capo Provincia Genova Carlo Emanuele BasileStoria della guerra civile in Italia 1943-1945 di Giorgio Pisanò

Carlo Emanuele Basile in un ritratto ufficiale. Foto da Wikipedia

Il 25 Aprile del 1945 il Basile fu catturato dai partigiani a Sesto, mentre cercava di scappare, per raggiungere Mussolini a Milano. Aveva con sé una valigia ripiena di trenta milioni in valuta straniera e oro, prelevati dalla segreteria particolare del duce e che sarebbero serviti per facilitare la fuga all’estero di Mussolini e di altri gerarchi. Anche se alla radio fu data la notizia della sua fucilazione, Basile fu risparmiato, per essere interrogato: i partigiani pensavano che avrebbe potuto fornire importanti rivelazioni. Portato in carcere, fu accusato di collaborazione con il tedesco invasore. Tra i capi d’imputazione gli veniva contestato anche il suo operato a Genova. L’accusa sosteneva che Basile fosse responsabile della deportazione di circa 1400 operai in Germania, come avrebbero provato, tra l’altro, i manifesti in cui egli minacciava l’adozione di provvedimenti in caso di sciopero. Mandato a giudizio, fu sottoposto a lunghi e complicati processi in diverse procure d’Italia, ma fu sempre assolto, sia per alcuni vizi e, successivamente, per l’Amnistia Togliatti. Sandro Pertini e altri socialisti protestarono fortemente per l’esito delle istruttorie. Dopo l’assoluzione, Basile seguitò a far politica nel Movimento Sociale Italiano e fu autore di numerosi articoli sul “Secolo d’Italia”.

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La casa galleggiante “Chiocciola”  di Carlo Emanuele Basile fu progettata da Aldo Taroni nel suo cantiere di Carciano. Il disegno è tratto da “Verbanus” n. 23-2002

Torniamo a Stresa negli anni Venti, dove Basile, oltre a fare il sindaco, praticava molti sport acquatici ed era appassionato di nautica. Così commissionò ad Aldo Taroni, esperto costruttore di natanti a Carciano, un’imbarcazione con il fondo piatto e divisa in stanze, che poteva essere utilizzata come abitazione, per dare ricevimenti, ma anche per navigare. La chiamò “Chiocciola”, proprio per la sua qualità di barca-casa o, forse,  per assonanza con il “Nautilus” del romanzo di  Jules Verne. La Chiocciola aveva otto finestre rettangolari, corredate da persiane in legno in cui erano intarsiati quattro leziosi cuoricini, nello stile tipico delle dimore lacustri. Sulla sommità una ponte con balaustra di legno, i due alberi e il lungo timone a poppa. Nel 1922 con quell’insolito mezzo il Basile e la moglie Francesca partirono da Stresa e in 14 giorni, dopo 740km di tragitto, arrivarono sulla Riva degli Schiavoni, a Venezia. Il podestà voleva essere il primo in italiano a compiere tale percorso con una casa galleggiante. Il viaggio fu poi rievocato dallo stesso Basile nel romanzo di sapore dannunziano Le quattro mie amiche, pubblicato nel 1958: “Venne a salutarci … Aldo Taroni, padrone del cantiere, autodidatta che rivaleggiava coi più noti costruttori di scafi da corsa a motore: piccolo, con una faccia tutta spigoli, che pareva scavata con la sgorbia, con due baffi da foca che gli spiovevano sulla bocca. Sotto di lui, intorno al natante ch’egli aveva soprannominato ‘arca di Noé’, lavoravano a cottimo dei “marangoni” di Golasecca, rudi maestri d’ascia che, conoscendo la forza rapinosa del Ticino libero, sapevano mantenere al fondo della chiatta quella certa elaticità che le consentisse di strusciare sui fondali pietrosi senza sfasciarsi”. Il libro è una mescolanza di invenzione e verità, in cui il barone racconta di fortunate, quanto incredibili avventure amorose durante il viaggio, avvenuto in realtà in compagnia della moglie Francesca.

fatta costruire nei Cantieri Taroni di Carciano, con cui lo scrittore e uomo politico fascista Carlo Emanuele Basile nel 1922 salp˜ da Stresa alla volta di Venezia insieme alla moglie. Il viaggio dur˜ 14 giorni lungo il Ticino fino a Pavia e poi lungo il Po toccando Mantova e Ferrara.Nel 1958, dopo una lunga gestazione, Basile pubblic˜ il romanzo Le quattro mie amiche, che trae spunto dal viaggio.Carlo Emanuele Basile (Milano 1885 Ð Stresa 1972) nel 1922 fu tra i primissimi ad aderire al fascismo. Fu prima segretario del Fascio di Stresa (1923-1925) e poi segretario federale di Novara (1926-1929) e di Torino (1928-1929); nel 1928 fu nominato console della Milizia e, l'anno seguente, membro del Direttorio Nazionale del Partito Fascista. Volontario alla guerra di Etiopia ed alla guerra di Spagna, fu Deputato al Parlamento Nazionale dal 1929 al 1943. Ader“ alla Repubblica Sociale Italiana, ricoprendo le cariche di Prefetto di Genova (1943-44) e, successivamente, di Sottosegretario alle Forze Armate.

La Chiocciola ancorata al Lido di Stresa, davanti all’Isola Bella

Francesco Rusconi-Clerici, esperto marinaio, grande nuotatore e gentiluomo, nonché autore del fondamentale volume Barche del Lago Maggiore, ha dedicato un capitolo alla Chiocciola, in cui racconta che “quell’incredibile natante, se dobbiamo credere a quanto finora scritto, era arredato con mobili d’epoca, corredato di argeneterie e candelabri, ma con la cabina armatoriale arredata frugalmente come la tenda da campo nella quale il barone in guerra aveva passato molti mesi per lui significativi. Il barcone nella navigazione fluviale scendeva controllando la direzione con i soliti timoni ma per gli spostamenti sul lago aveva due alberi e vele, confezionate a Chioggia, ed attrezzato anche con un motore da 60 HP con elica retrattile … Alla navigazione vera e propria invece il libro non dà grande risalto, ma anche i pochi accenni sono per noi di grande interesse, in particolare i racconti del passaggio delle rapide, le rabbie, di Porto Torre con la barca che stride raschiando sui sassi del fondo e dell’avventura al ponte di Boffalora, più basso del previsto e superato solo pagando una bella marcia al campiere per fare abbassare il livello dell’acqua del canale dopo aver già caricato il barcone di sassi e ghiaia, mi immagino con quale contentezza della padrona di casa!”.

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Una cartolina del Lido di Stresa: a sinistra l’inconfondibile prua della Chiocciola

Forse, in qualche album di famiglia, esistono ancora delle fotografie, magari dell’interno o del viaggio verso la Serenissima. E che fine avrà fatto la Chiocciola?

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Bibliografia: Carlo Emanuele Basile, Le quattro mie amiche, Bologna, Cappelli, 1958; Vittorio Grassi, Da Stresa a Salò (e ritorno). Le “quattro amiche” di C.E. Basile, in “Verbanus”, Verbania, Alberti Editore, 23-2002; Francesco Rusconi-Clerici, Barche del Lago Maggiore, Verbania, Tararà Edizioni, 2013.

Politica in villa. I Faraggiana a Meina nel secondo Ottocento

1a Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Meina Faraggiana Storia Silvana Bartoli Stefano Bonetti

di Silvana Bartoli

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L’Archivio Iconografo del Verbano Cusio Ossola ospita un saggio di Silvana Bartoli che, nel corso dei suoi studi sulla storia delle donne, ha “incontrato” la famiglia Faraggiana. Le famiglie erano l’ossatura economica e sociale di una città, e Novara non faceva eccezione. Dunque studiare le famiglie, questa famiglia in particolare, significa capire le relazioni che hanno guidato, e guidano, nel bene e nel male, il cammino di una società.

Le immagini provenienti dagli ALBUM FARAGGIANA, recuperati da Silvana Bartoli, Carlo Manni, Antonio Zonca, sono state elaborate e restituite da Stefano Bonetti di e-cared

Tutte le foto moderne, se non è specificato il nome di un altro autore, sono Foto Bonetti.

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Hoc erat in votis, dichiara il frontone della villa.

Da quando è stata costruita si offre a chi arriva in visita come la realizzazione di un sogno e rivela subito l’amore dei suoi abitanti per il luogo. Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus, / hortus ubi et tecto vicinus iugis aquae fons / et paulum silvae super his foret [] nil amplius oro [] scrisse Orazio nel sesto componimento del secondo libro dei Sermones. Si accontentava di poco: una casetta con orticello, sorgente e piccolo bosco, niente di più.

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Il timpano con il motto di Orazio Hoc erat in votis

Non si può dire invece che i Faraggiana si siano accontentati di piccole dimensioni; progettata, sembra, dall’architetto Busser, la villa era compiuta nel 1855, conferma la data dipinta in grandi caratteri sullo scalone principale. È l’anno in cui la ferrovia arriva ad Arona, rendendo Meina facilmente raggiungibile da Novara e da Genova, ma il terreno era stato acquistato anni prima: e certamente non era estranea a quella scelta Amalia de Bayer, moglie di Alessandro Faraggiana, la quale, vedova del primo marito Carlo de Albertis, era tornata col bambino di un anno nella famiglia paterna stabilitasi a Pallanza.

Amalia de Bayer, moglie di Alessandro Faraggiana. Fu lei a scegliere Meina come luogo di villeggiatura di famiglia. Ritratto conservato presso i Musei Civici di Novara (foto Cicala)

Amalia de Bayer, moglie di Alessandro Faraggiana. Fu lei a scegliere Meina come luogo di villeggiatura di famiglia. Ritratto conservato presso i Musei Civici di Novara (foto Cicala)

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La proprietà Faraggiana nella Mappa Rabbini del 1859, dove è evidente l’ampiezza dei terreni posseduti da Alessandro. Al centro, nel giardino all’inglese, la “casa per uso villeggiatura”, Torino, Archivio di Stato

Dai documenti d’archivio sappiamo che il cantiere prese avvio nel 1852 per edificare una dimora pensata e voluta come luogo di villeggiatura dopo che, nel 1841, Alessandro Faraggiana e suo fratello maggiore Giuseppe avevano consensualmente diviso l’enorme patrimonio ereditato dallo zio materno Giovanni Maria De Albertis. Il sito scelto è la Regione Vignazza, dove già avevano case di villeggiatura i marchesi Caccia Piatti e Fossati De Regibus, a sud dell’abitato di Meina e lungo la strada del Sempione, o via Napoleona, “la magnifica novità” che, dagli inizi dell’Ottocento, “consentiva di andare in vettura sino in faccia all’Isola Bella”. Era talmente importante la strada che, quando nel 1852 Alessandro Faraggiana chiese di costruire un muro di sostegno per il terreno che intendeva trasformare in giardino, il permesso venne accordato a condizione che il passaggio sulla strada fosse sempre libero, giorno e notte, con l’obbligo di mettervi lumi di segnalazione e, se possibile, una guardia.

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Napoleone I, ritratto come re d’Italia da Andrea Appiani nel 1805, Vienna, Kunsthistorisches Museum. Costruita in soli tre anni, dal 1802 al 1806, la strada del Sempione, detta Napoleona, progettata da Nicolas Céard, l’ingegere della Ponts et Chaussés, autore di bellissimi disegni a penna ed acquarello, congiungeva l’Italia con Parigi con una dimensione adatta a “le canon”. La Villa Faraggiana sarebbe stata costruita dal 1852, con il nobile fronte prospiciente la strada

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Carta Topografica della grande strada del Sempione, dalle osservazioni geometriche dell’Ingegner Pinchetti, primi anni dell’Ottocento, dettaglio della zona tra Dormelletto e Solcio

La costruzione, si diceva, è attribuita all’architetto Busser (1795-1872), originario di Galliate, dove aveva realizzato la chiesa parrocchiale nel 1846 e dove Amalia era nata, nel 1805, nella casa ancora oggi esistente, con affreschi e giardino, accanto al castello. Era la terza figlia di Ferdinando de Bayer, ufficiale della Legion Helvetique, e di Angiola de’ Marchesi. Dopo la morte della moglie, con la figlia già vedova, si era trasferito a Pallanza, dove è sepolto, nel cimitero di Madonna di Campagna. I due figli più grandi Adolfo e Gustavo, erano rispettivamente avvocato e medico, il primo divenne funzionario del Ministero degli esteri a Torino, l’altro lavorò presso l’Ospedale di Oleggio e poi di Pisa, era specializzato in clinica balnearia, una terapia molto in voga nell’Ottocento. Adolfo invece svolse la sua attività tra Torino e Parigi come sottosegretario presso l’Ambasciata del Regno di Sardegna. Attività che non va dimenticata per valutare i legami dei Faraggiana durante il ‘decennio di preparazione’.

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Don Alessandro Faraggiana con la figlia Angiolina, in un doppio ritratto di pittore lombardo del  1860 circa, conservato nei Musei Civici di Novara (foto Cicala)

Torniamo al progetto della villa: Antonio Busser non era noto solo ai galliatesi, aveva infatti completato e ammodernato, nel 1853, la sede della “Società del Casino” di Novara, della quale Alessandro Faraggiana era cofondatore. In effetti la planimetria a firma Busser, offre informazioni sul cantiere: gli accessi per la nuova casa padronale e per la scuderia, probabile adattamento di un fabbricato rustico preesistente del quale venne demolita un’ala che sarebbe stata a ridosso del muro, per creare un corridoio di collegamento tra la rampa di accesso carraio, la corte delle scuderie e il viale verso l’ingresso padronale. Ai piedi del muro, la cunetta per il deflusso dell’acqua sfociava in un canale sottostante il piano della strada ma molto più alto rispetto al livello dell’ultima piena verificatasi il 30 ottobre 1852. La conferma di tutto il progetto viene dall’ingegnere capo dell’Intendenza il quale, il 7 dicembre 1852, scrive che “il signor Faraggiana ha fatto intraprendere un sontuoso palazzo per villeggiare a fianco della strada reale del Sempione”, e permette di cogliere la dimensione della proprietà Faraggiana rispetto alle più piccole villa Fossati e villa Capricciosa: si estendeva infatti anche a sud di quest’ultima, verso Arona, e a nord verso il centro di Meina.

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Il giardino della villa Faraggiana in un disegno dell’architetto Massimo Semola. 1: ingresso; 2: esedra con aiuole; 3: viale carrozzabile in ghiaia; 4: vialetti in ghiaia; 5: scalone d’onore; 6: piazzale; 7: pozza d’acqua sorgiva; 8: laboratorio di fotografia e serraglio; 9: collina; 10: spazio erboso ellittico; 11: chalet – museo; 12: darsena in granito con scala a lago; 13: ex scuderie

Nella mappa sono già identificabili la villa in posizione centrale, il fabbricato per le scuderie a sud, due case rurali, un’area destinata a orto con vigna a pali, un’altra censita come bosco di castagni. La nuova costruzione si distingueva per la maestosa, confortevole imponenza, nascondendo nei mezzanini e nelle parti interne i locali destinati allo svolgimento delle mansioni domestiche e servili, da cui gli ambienti padronali non dovevano essere sfiorati. I medaglioni con busti e ritratti di italiani celebri, che ornano la facciata principale e sono stati realizzati in pietra di Viggiù dallo scultore Argenti (che avrebbe poi realizzato anche la tomba dell’avv. Ferrandi), ripropongono quel gusto neoclassico che nella prima metà dell’Ottocento aveva connotato l’edilizia novarese, certamente ben noto al Busser, ma riflette anche gli stessi riferimenti letterari che si trovano ad Albissola.

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Il fronte della villa con i caratteristici medaglioni e busti di italiani celebri in pietra di Viggiù

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Il medaglione con il busto dedicato a Nicolò Machiavelli

Alla successiva committenza di Raffaello Faraggiana, vanno attribuiti lo chalet-museo, iniziato nel 1889 e ampliato nel 1904, e la darsena realizzata in linea con l’accesso carraio. La casa doveva diventare il cuore della vita di famiglia e Amalia è stata la più fortunata, ha chiuso gli occhi abbracciata da tutti i suoi nel luogo che era stato l’oggetto realizzato dei suoi desideri e le avrebbe regalato un briciolo di eternità. Già al tempo della costruzione il giardino si avviava a diventare uno splendore grazie al giardiniere Felice Porta, che Alessandro non dimenticò nel testamento, e alla signora de Bayer, alla quale nel 1856, venne dedicata una camelia: la Amalia Faraggiana.

La camelia Amalia Faraggiana, da Ambroise Verschaffelt, Nouvelle Iconographie des Camellia, 1856-57, tomo V. Fu creata dal collezionista e ibridatore toscano Cavalier Cesare Franchetti, dal sito Camelie Antiche, foto di Mario Ponzanelli

La camelia Amalia Faraggiana in un acquerello di Angela Petrini. La pianta fu citata per la prima volta nel 1855 dal collezionista di camelie toscano Cavalier Cesare Franchetti

Il giardino era un regno di Flora protetto e isolato, amorevolmente costruito su un’idea di semplicità naturale, la vegetazione conservava infatti una sua selvaggia bellezza, la realizzazione di un sogno che il tempo non avrebbe offeso troppo. Dal 1855, anno in cui fu terminata, la villa sembra essere stata il centro della vita sociale e culturale di Meina, forse fu anche un rifugio per difendersi dall’epidemia di colera che in quell’autunno infuriò tra Piemonte e Lombardia.

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Una carrozza in sosta sulla strada del Sempione, davanti alla Villa Faraggiana di Meina

Meina fu un passaggio importante per molti personaggi dell’Ottocento risorgimentale. Chi erano allora i Faraggiana che, scegliendo Meina come luogo di villeggiatura, le offrivano un contributo di “abbellimento e vantaggio” e un luogo di riferimento per ospiti illustri? Certamente si trattava di una famiglia colta, attenta alle tradizioni e sensibile alle novità, come dimostra quel che rimane della biblioteca, ora ad Albissola. Gli acquisti dell’ultimo Alessandro arricchirono un patrimonio già consistente, prodotto di più generazioni. Dall’eredità dello zio De Albertis, forse più interessato al valore monetario dei libri che al loro contenuto, arrivano le edizioni di maggior pregio, come il Commentario del Calmet, o gli Elementi di metafisica del Genovese; dalla nonna De Bayer i libri in tedesco, prevalentemente devoti; dal nonno Ferrandi, che aveva molto viaggiato per l’Europa, le storie dei popoli utili al turista non distratto. Poi tanti libri francesi che ricordavano nonna Fanny e manuali per giardinieri appassionati come erano stati i nonni Alessandro e Amalia. Impossibile non notare un’assenza: gli scritti di Giuseppe, il figlio ribelle.

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Fra libri della biblioteca di famiglia, i Faraggiana possedevano anche edizioni di valore, come la prima edizione del Commentario di Augustin Calmet, stampato a Parigi nel 1722

Di tutto quel patrimonio oggi non resta molto: il primo inventario redatto all’inizio del 1962, pochi mesi dopo la morte di Alessandro, descrive infatti dodici armadi a vetrina più uno a muro, ma gli stessi estensori di quell’inventario scrivono di aver personalmente provveduto ad «eliminare tutti i volumi di nessun interesse» (sic) o troppo rovinati.

9 5a Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Meina Faraggiana Storia Silvana Bartoli Centro di Novara e Chiesa dei Gesuiti verso metà Ottocento Collezione Bonetti

Il centro di Novara e la Chiesa dei Gesuiti verso la metà dell’Ottocento (collezione Bonetti)

Stabilitisi a Novara nel 1823, dopo la morte dello zio Giovanni Maria de Albertis e l’acquisto della casa Brentani, in cui lui aveva abitato in affitto, i Faraggiana discendevano da una famiglia benestante e nobile da molte generazioni; lo dimostra il testamento di Giuseppe morto a Genova nel 1801. Suo padre Antonio, col fratello Simone (capostipite del ramo dei Faraggiana ancora esistente), aveva ottenuto l’appalto generale delle poste della Repubblica di Genova oltre alla partecipazione alla gabella del riso, tanto che entrambi i fratelli potevano presentarsi al Doge col capo coperto e con diritto di sedersi. Nel 1753 Antonio e Simone avevano ricevuto il diploma di iscrizione alla nobiltà di Sarzana, lo stemma di famiglia raffigura una torre d’argento merlata alla guelfa, retta da due leoni d’oro controrampanti, dalla cui sommità esce una fenice dal rogo. I leoni si ripetono su tutti i cancelli della villa di Meina.

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Giuseppe e Lazzaro Faraggiana, cugini, figli ed eredi rispettivamente dei fratelli Antonio e Simone, alla morte dei loro genitori non trovarono un accordo per la divisione del patrimonio di famiglia. Solo nel 1796, grazie all’intercessione del marchese Durazzo di Albissola, ci fu una risoluzione del conflitto per l’eredità: Giuseppe versò a Lazzaro 10.000 lire genovesi e gli cedette la partecipazione alla gabella del grano della città di Genova. Lazzaro, che era stato designato vicario della Repubblica nella città di Sarzana, accettò pur sottolineando l’iniquità della proposta. In alto lo stemma della famiglia Faraggiana, con una fenice che esce dal rogo sopra una torre d’argento merlata, retta da due leoni (foto Rognoni)

Antonio e Simone gestirono i loro affari sempre in comunione di beni, e si trattava di una complessa e prospera azienda finanziaria fatta di industrie, commerci, attività marittime e immobiliari. La divisione avvenne con i loro figli: Giuseppe, di Antonio, e Lazzaro, di Simone. I due cugini però non riuscivano a trovare un accordo, così si interpose il marchese Gerolamo Durazzo e nella sua villa di Albissola, nel 1796, si arrivò a una composizione della lite che lasciò però un lungo strascico destinato ad allontanare le famiglie. Giuseppe versò a Lazzaro 10mila lire genovesi e gli cedette la partecipazione alla gabella del grano della città ma Lazzaro, che era divenuto vicario della Repubblica nella città di Sarzana, dichiarò di accettare la transazione solo per amore di pace, mentre gli sarebbe spettato molto di più. Il figlio di Giuseppe, Raffaele, si dimostrò amministratore molto meno abile dei suoi padri. Si ritrovò con quattro figli e molti debiti ma la moglie Antonietta era sorella di Giovanni Maria de Albertis, abile mercante originario di Vanzone che aveva accumulato una fortuna enorme tra Genova e Rorschach, sul lago di Costanza. Novara era scelta come ulteriore base, forse per la sua posizione intermedia.

Il figlio di Giuseppe, Raffaele non fu abile amministratore come suo padre, ma presto si indebitò. La moglie Antonietta De Albertis, dalla quale aveva avuto quattro figli, era sorella di Giovanni Maria. Questo brillante cognato era un mercante, originario di Vanzone in Vall'Anzasca, che aveva accumulato una straordinaria fortuna grazie ad attività commerciali tra la Svizzera e l'Italia. Non dimenticò mai la sua valle d'origine e destinò fondi per una confraternita laica e per la costruzione di una strada e di un ponte che collegasse il paese di Vanzone con Piedimulera. Alla sua morte, nel 1820, lasciò il suo patrimonio a Giuseppe ed Alessandro Faraggiana. Giuseppe ricevette tra gli altri beni, il Palazzo dell'Acquaverde a Genova e la proprietà di Albisola, mentre ad Alessandro, che aveva preso in moglie Amalia De Bayer, ebbe a Novara, il Palazzo Brentani e denaro per costruire a Meina la loro nuova residenza. In alto: Il Fiume Anza a Ripa, in Valle Anzasca in un dipinto di Federico Ashton, anni Novanta dell'Ottocento, Collezione Privata

Il figlio di Giuseppe, Raffaele non fu abile amministratore come suo padre, ma presto si indebitò. La moglie Antonietta De Albertis, dalla quale aveva avuto quattro figli, era sorella di Giovanni Maria. Questo brillante cognato era un mercante, originario di Vanzone in Vall’Anzasca, che aveva accumulato una straordinaria fortuna grazie ad attività commerciali tra la Svizzera e l’Italia. Non dimenticò mai la sua valle d’origine e destinò fondi per una confraternita laica e per la costruzione di una strada e di un ponte che collegasse il paese di Vanzone con Piedimulera. Alla sua morte, nel 1820, lasciò il suo patrimonio a Giuseppe ed Alessandro Faraggiana. Giuseppe ricevette tra gli altri beni, il Palazzo dell’Acquaverde a Genova e la proprietà di Albissola, mentre Alessandro, che aveva preso in moglie la De Bayer, ebbe a Novara, il Palazzo Brentani e denaro per costruire a Meina la loro nuova residenza. In alto Il Fiume Anza a Ripa, in Valle Anzasca in un dipinto di Federico Ashton, anni Novanta dell’Ottocento, Collezione Privata

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La tomba di Giuseppe De Albertis, avo dei Faraggiana (foto Rognoni, Bonetti)

Scrive Giorgio Ruffolo che “il mercante italiano non si presenta come uno speculatore sedentario”. È invece un viaggiatore inquieto, un esploratore di lungo corso”; difficile dargli torto se si guarda ai De Albertis, emigranti della valle Anzasca, che tra la Svizzera e la Liguria avevano costruito una fitta rete di rapporti commerciali e parentele. Senza però dimenticare mai le origini, lasciarono infatti a una confraternita laicale di Vanzone il denaro necessario per costruire la strada e il ponte che consentissero agli abitanti dell’alta valle Anzasca di arrivare più facilmente a Piedimulera. I legami tra le famiglie De Albertis e De Bayer sono determinanti per capire l’importanza delle unioni che si ripetono da una generazione all’altra e l’enormità del patrimonio che arriva ai giovani Faraggiana, nati rispettivamente nel 1803 e 1807. Presero dimora in casa Brentani, subito dopo la morte dello zio nel 1820, perché il tesoro che quella casa custodiva non poteva essere lasciato solo neanche per un giorno. In quella casa, alla presenza del loro padre Raffaele, si era svolto l’inventario durato cinque mesi che dà la misura strabiliante della ricchezza accumulata dallo zio. Con quel patrimonio acquistarono non solo la casa di Novara, primo nucleo del futuro Palazzo Faraggiana, ma anche la villa Durazzo di Albissola e i terreni che andavano a rendere ancora più esteso il feudo di Castellazzo compreso nell’eredità.

Palazzo Brentani a Novara, che faceva parte dell'eredità di Giovanni Maria De Albertis, cognato di Raffaele Faraggiana.

Palazzo Brentani a Novara, dove Giovanni Maria De Albertis, cognato di  Faraggiana, morto nel 1820, conservava i suoi tesori: denaro, gioielli, pietre preziose e antichi volumi

Quando, nel 1841, si ebbe la prima divisione del patrimonio, a Giuseppe andavano il Palazzo dell’Acquaverde in Genova e la tenuta di Albissola, e ad Alessandro le proprietà di Novara; l’ex Casa Brentani veniva così intestata tutta a lui che, nel marzo di quell’anno aveva finalmente avuto il maschio: Raffaello.

Sir David Wilkie,

Il legato di Giovanni Maria De Albertis, zio di Giuseppe e Alessandro Faraggiana, comprendeva beni immobili e tesori custoditi nella sua Casa Brentani a Novara, il cui inventario durò cinque mesi. In alto: Sir David Wilkie, La lettura del testamento, 1820, Monaco, Neue Pinakothek

Se la villa di Albissola era andata a Giuseppe, Alessandro e Amalia, che avevano già tre figli, decisero di costruire Meina: la villa sul lago e i miglioramenti voluti nell’edificio avuto dai Durazzo servirono alla generazione successiva per rivestire di nobiltà e cultura una famiglia che aveva alle spalle un passato di accumulazione. Della villa settecentesca resta la cappella, circondata da un ambulacro sormontato da matroneo che si affaccia sul sottostante altare.

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La Villa Durazzo ad Albissola toccò in eredità a Giuseppe Faraggiana nella divisione del 1841

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La cappella settecentesca, celeste e d’oro, della Villa Durazzo Faraggiana ad Albissola

Questa villa era indubbiamente il luogo più amato dalla famiglia, l’archivio fotografico rimasto lo conferma. A Meina si ripeterà lo schema del palco privato aperto sul theatrum sacrum. Lì avvenne il matrimonio tra Raffaello e Caterina, che era la più bella e la più ricca ragazza di Novara. Anche suo padre, l’avvocato Ferrandi, aveva comprato casa a Meina, un edificio decisamente più modesto, rispetto a villa Faraggiana, ma confortevole, risultato dell’unione e dalla ristrutturazione di diversi corpi di fabbrica acquistati a partire dal 1864 (ora proprietà De Nicolai): villa su tre piani con undici locali per piano, scuderia, serra, chalet, torretta belvedere a pianta esagonale, antica ghiacciaia sul confine con le proprietà Cavestri, Carbonati e Borroni (dai quali aveva acquistato oltre che dai Tocco, Giordani, Steffanina, Piattera) vasto giardino disposto all’inglese, con viali regolari e porzione a ponente coltivata a ortaglia e fontello, nel quale si trovano diverse piante esotiche, infine caseggiato di servizio sulla via del Sempione, in angolo di levante e tramontana del giardino.

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Un’elegantissima Catherine Ferrandi Faraggiana in veste di amazzone

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Un’altra immagine di Catherine Ferrandi Faraggiana impegnata in un galop

L’avvocato poi non lesinava certo sul numero e sulla qualità dei cavalli per la figlia adorata, che era un’amazzone impavida. Il matrimonio avvenne a Meina, il 7 ottobre 1874, nella villa dei Ferrandi fu stipulato il contratto dotale, alla presenza della madre di Caterina, la cerimonia ebbe luogo nella villa dei Faraggiana. Le sorelle di Raffaello si erano invece sposate a Novara, in San Gaudenzio. I giornali ne avevano parlato e il corteo nuziale dalla chiesa alla dimora dei Faraggiana, avevano percorso quel breve tratto di strada tra due ali di folla accorsa per ammirare l’evento. Antonietta aveva sposato, nell’agosto 1853 il conte Luigi Costa, ricchissimo deputato di Vigevano, molto attivo nella vita della cittadina. Aveva infatti contribuito a costruire il nuovo teatro: la città di 19000 abitanti ne aveva solo uno privato, ma era “angusto e lurido”. Il progetto venne seguito dallo stesso Luigi Costa e l’inaugurazione avvenne nell’ottobre 1873. Il nuovo teatro venne poi intitolato al musicista Antonio Cagnoni, che dal 1879 al 1888 fu organista in San Gaudenzio a Novara, ma Luigi Costa anticipava quella passione di famiglia che avrebbe poi portato i Faraggiana a costruire in Novara il loro teatro.

Antonietta Faraggiana da giovane. Foto Finotti

Antonietta Faraggiana da giovane (foto Finotti)

Alla città natale Luigi Costa regalò anche la sua biblioteca e istituì una rendita di lire 4000 annue per la fondazione di una scuola di musica che ne promuovesse lo studio, garantendone l’insegnamento gratuito. L’Istituto musicale “Costa” venne fondato nel 1878 dopo una discreta battaglia sostenuta da Antonietta contro il Comune che aveva autonomamente deciso di utilizzare quel lascito per una scuola di agricoltura. La vedova riuscì a far rispettare la volontà testamentaria del marito.

Il busto di Luigi Costa all'Istituto Musicale di Vigevano

Il busto di Luigi Costa all’Istituto Musicale di Vigevano. Il deputato Costa fu il primo marito di Antonietta Faraggiana e per la sua città natale finanziò il nuovo teatro

Luigi Costa e Antonietta Faraggiana ebbero due figlie: Eva, nata il 25 settembre 1855, e Carmela, del 16 settembre 1856. Saranno le eredi universali del deputato che non dimenticò i domestici: sei mesi di salario ai due cuochi, al cocchiere, ai tre servitori, alla cameriera personale della moglie. È un testamento affettuosissimo: “Addio mia Antonietta, addio Eva e Carmela, abbiatevi un ultimo bacio dal vostro papà e consorte. Addio ed a rivederci in cielo. Amici vi saluto e ricordatevi che purtroppo così finiscono tutte le cose di questo mondo. Antonietta darai ai miei amici più cari una memoria scelta negli oggetti da me posseduti, ai cacciatori un fucile ed ai buontemponi qualche altro oggetto”. Alla moglie lascia, vita natural durante e “rimanendo lei vedova e non altrimenti”, il godimento della casa in Vigevano, via Cavour 11, i palchi in teatro, una pensione annua di lire 22.000, e la preghiera di essere sepolto in Vigevano.

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Dopo dieci anni di vedovanza Antonietta Faraggiana Costa si risposò con Domenico Farini

Il testamento di Luigi Costa impone praticamente alla moglie di non risposarsi, ma Antonietta non ubbidì e nel 1884, dopo dieci anni di vedovanza si risposò con Domenico Farini; il quale peraltro risulta già presente nella famiglia Costa fin dagli anni in cui abitavano a Firenze in seguito al trasferimento della capitale. I legami sembrano supporre una parentela tra Luigi Costa e Domenico Farini, forse erano cugini: le loro madri si chiamavano rispettivamente Margherita e Genoveffa Cassani, ma la ricerca non ha consentito fino ad ora di verificare se fossero sorelle. La corrispondenza rimasta dice però che Antonietta, il primo marito e le loro bambine frequentavano Saluggia, dove i Farini avevano una casa di campagna, e il testamento di Domenico Farini sembra confermare un legame che durava da molti anni: “Addio mia Antonietta! Tu fosti il mio unico amore, la mia Stella; muoio volendoti lo stesso bene che sempre ti volli”.

Un ritratto fotografico di Antonietta Faraggiana Costa Farini

Un ritratto fotografico di Antonietta Faraggiana Costa Farini

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Domenico Farini, secondo marito di Antonietta Faraggiana Costa

Antonietta Faraggiana mantenne comunque sempre legami molto forti con Vigevano: il 26 marzo 1876, venne inaugurato il Sotto Comitato dei Veterani del 1848-1849 e la lapide commemorativa per i caduti nella battaglia della Sforzesca, del 21 marzo 1849; intervenne il Comitato Centrale di Torino, presieduto dal marchese Pes di Villamarina. Il settimanale di Vigevano “Pier Candido Decembrio”, ne diede notizia il 2 aprile, riportò i discorsi, fece menzione della bandiera donata dalla contessa Faraggiana;

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La bandiera donata dalla Contessa Faraggiana al Comitato dei Veterani delle guerre 1848-49 (Comune di Vigevano, foto Rognoni, Bonetti)

i Veterani si dichiarano commossi per il dono e per l’azione filantropica a loro favore, la bandiera delle guerre 1848-1849 era una santa reliquia per chi aveva combattuto; ma la lettera indirizzata al comune presenta come intestazione una simbologia intrigante: un leone seduto con l’elmo calato, un elmo dalle sembianze di scimmia, sulla spalla uno scudo e una serpe tra le zampe. Attorno, a mo’ di corona, la scritta J’attends mon astre, proposta però in un francese arcaico: je atans mo: anstre. Si tratta della riproduzione di un antico sigillo sabaudo, risalente al 1373, precisamente ad Amedeo VI il Conte Verde, che Carlo Alberto riprese nel 1843, facendo coniare una medaglia con quel motto. (Devo queste informazioni a Franco Ferrario e Vittorio Douglas Rossi). L’uso, nel 1875, da parte di chi aveva combattuto le guerre del 1848-1849, sembra quasi suggerire che i veterani aspettassero ancora la stella che li guidasse: attendo la mia stella per togliere l’elmo da scimmia e mostrare il mio vero volto. La ricerca d’archivio non ha consentito di sapere, fino ad ora, come mai Antonietta avesse quella bandiera, se proveniva dalla famiglia Costa o dai Farini o dall’amicizia con Bixio.

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In alto il curioso simbolo sulla lettera di ringraziamento dai Veterani ad Antonietta Faraggiana: un leone seduto con un elmo dalle sembianze di scimmia, uno scudo sulla spalla e una serpe tra le zampe. Attorno la scritta J’attends mon astre, proposta in un francese arcaico je atans mo: anstre. Era la riproduzione di un antico sigillo sabaudo del 1373 e ad Amedeo VI il Conte Verde, che Carlo Alberto riprese nel ’43, facendo coniare una medaglia con quel motto

Nell’estate del 1861 Bixio era a Meina dove curava i postumi delle ferite con “i bagni nel fango”; è necessario qui ricordare che le mappe antiche (Teresiana e Rabbini) riportano la presenza di un sito, in territorio di Meina, denominato ‘fontana dei bagni’, vi è indicata anche la presenza di un ‘Rio’ con lo stesso nome, esattamente sul confine tra i territori comunali di Meina, Pisano e Corciago, lungo la strada privata per Ghevio. Tutto il sito, comprendente anche un piccolo fabbricato rurale, nel 1859 risulta proprietà dei Faraggiana. È lì che Bixio andava a bagnarsi? In mancanza di notizie più certe bisogna per ora fermarsi alla suggestione, ma è difficile a questo punto lasciare come personaggio secondario il fratello di Amalia Faraggiana, Gustavo de Bayer, medico, specializzato in clinica balnearia. Anche dai fanghi di Meina Bixio non rinunciava ad occuparsi della “questione meridionale”. Per quanto non si possa affermare con certezza che fosse presso la villa Faraggiana, le lettere successive a quel periodo dimostrano che era in grande confidenza con Antonietta: fu spesso suo ospite anche a Firenze e, nel 1868 fu proprio Bixio ad accompagnarla al ballo di corte. Divenuta contessa per matrimonio, Antonietta sarà la prima a sfoggiare una corona nobiliare sulla carta da lettera, ma anche i matrimoni delle sorelle non erano meno importanti.

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Nino Bixio in una foto scattata da Alessandro Duroni nel ’73, Mantova, Museo del Risorgimento. Bixio frequentava Meina dove curava le ferite di guerra con i “bagni nel fango”. C’era un luogo, denominato la “fontana dei bagni”, lungo la strada per Ghevio, che era proprietà Faraggiana

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La carta da lettera di Antonietta Faraggiana recava una corona nobiliare

Giuseppina, vedova al 1871 di Lodovico Gautieri, figlio del senatore Gaudenzio morto il 23 ottobre 1858,  sposò nel 1875 il principe Luigi Colonna di Stigliano, e si stabilì a Milano in via Dante 9: la sua casa divenne il centro della nobiltà meridionale trasferita al nord. I problemi di salute spingeranno poi Giuseppina a preferire, sempre più spesso e sempre più a lungo, il clima di mare ma, nonostante la disponibilità di Albissola, scelse Sanremo. Vi morì nel 1898 e il vedovo principe Colonna si sposò altre due volte, sempre con donne più anziane di lui.

Un ritratto fotografico di Giuseppina Faraggiana, vedova di Ludovico Gautieri. Sposò Luigi Colonna di Stigliano e stabilì la sua residenza a Milano, in via Dante 9, dove riceveva esponenti della nobiltà meridionale. Afflitta da problemi di salute si trasferì a Sanremo, dove morì nel 1898

Un ritratto fotografico di Giuseppina Faraggiana, vedova di Ludovico Gautieri, conservato all’Archivio di Stato di Novara. Sposò Luigi Colonna di Stigliano e stabilì la sua residenza a Milano, in via Dante 9, dove riceveva esponenti della nobiltà meridionale. Afflitta da problemi di salute si trasferì a Sanremo, dove morì nel 1898

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Un primo piano di Giuseppina Faraggiana Gautieri Colonna di Stigliano

Angiolina, nel 1869, era diventata moglie del conte Luigi Canera di Salasco, figlio del generale Carlo e di Marianna Pallavicino. Il nome dei Salasco portava il peso dell’infelice armistizio del 9 agosto 1848, del quale il generale era ritenuto responsabile benché soltanto esecutore. Anche il loro patrimonio era alquanto dimagrito, ma soprattutto pesava la nomea della figlia Maria, una donna che si interessava di politica ed era per di più anticlericale.

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Ritratto fotografico a figura intera di Angiolina Faraggiana

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L’annuncio dell’armistizio del 9 Agosto 1848 tra l’esercito sardo e quello austriaco, firmato da Hess e dal Conte Salasco, da Società Nazionale

Durante le cinque giornate il conte Enrico Martini Giovio della Torre si era innamorato di lei ma il matrimonio sfociò ben presto in una separazione. Maria si era innamorata follemente di Garibaldi e lo seguì ovunque, sprezzante del pericolo e delle chiacchere. All’epoca del matrimonio di Angiolina, Maria era già squilibrata: aveva scritto due saggi Episodes politiques d’Italie du 1848 à 1858 (Londra, 1859) e Pericoli del papato, ma non era sopravvissuta alla vicenda di bella donna che viene usata come esca nella politica segreta, il manicomio di Mendrisio fu la sua casa fino alla morte, nel 1919. Di lei parla anche Giulio Adamoli nel suo Da San Martino a Mentana: memorie di un volontario, quello stesso Adamoli che sarà tra i più assidui frequentatori di Meina, dove le sue figlie Lucy e Sofia, detta Sosò, si recavano spesso da Besozzo per giocare a tennis con Catherine, cavalcare nel parco, visitare i paesi sul lago con la barca dei Faraggiana.

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Maria Canera di Salasco, avvenente garibaldina e figlia ribelle del Conte Luigi, si donò alla causa risorgimentale. La pasionaria dagli occhi neri, bella e impetuosa, venerò Garibaldi, si occupò di politica e non esitò ad impugnare la sciabola. Morì in un manicomio di Mendrisio in una stanza foderata di camice color cremisi. Quelle dei volontari che unirono l’Italia

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Giulio Adamoli narrò la storia di Maria Canera di Salasco nel suo libro autobiografico Da San Martino a Mentana: memorie di un volontario. Il patriota sarà tra i più assidui frequentatori di Meina, dove portava le sue figlie Lucy e Sofia in visita da Catherine Faraggiana

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La costruzione della darsena di Villa Faraggiana, dove era ormeggiata la barca di famiglia

La figlia di Angiolina, Alessandrina Canera di Salasco, sposerà nel 1895 Alessandro Martini Crotti, figlio del conte Francesco autore delsaggio La Campagna dei volontari nel 1866. Per esperienza diretta, o per passione, l’epopea risorgimentale entrava continuamente nella vita dei Faraggiana. Il vecchio Alessandro, che sarebbe morto nel 1876, era stato capitano della Guardia Nazionale assieme a Gaudenzio Gautieri, Sereno Omar, Paolo Rivolta, Giuseppe Serazzi, Pietro Negri, Onorato Galli, Stefano Ferrandi e tanti altri novaresi nobili o stimati professionisti. Raffaello si fece ritrarre con la moglie sul “tiro a sei” da Sebastiano De Albertis, il pittore che aveva dipinto la Carica dei carabinieri a Pastrengo, quadro di passione patriottica ora conservato al museo dell’Arma a Roma.

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Sebastiano De Albertis, Tiro a sei, particolare, Albissola, Villa Durazzo Faraggiana. Sulla carrozza Raffaello Faraggiana e la moglie Catherine Ferrandi (foto Finotti)

Le ragazze Faraggiana avevano ricevuto doti molto consistenti, sulle 350mila lire, più i gioielli di mamma Amalia, morta nel 1863, ma comunque inferiori alla dote di Caterina Ferrandi: 500mila lire in contanti, più terreni, cascine e immobili tra Novara e Meina. I musicisti Garbazzi e Nasalli-Rocca e un inatteso Cavallotti inneggiavano al matrimonio. A lei, che aveva 17 anni, il rude politico di Dagnente scriveva: Ascolta o fanciulla! Di omaggi udirai, / di plausi a te intorno le sale echeggianti: / ghirlande al tuo crine bellissime avrai, omaggio più bello riserbo al tuo cor. A lui, che ne aveva 33: È un’erta la vita: tu infiorala a lei; / sei forte: tu reggila sull’ardua pendice; / sei ricco: tu rendila nel mondo felice; /è questa la sola ricchezza quaggiù. La poesia e la musica si incaricavano di nobilitare un’unione di patrimoni stupefacente, ma anche una parentela certo non all’altezza: Caterina era figlia della cameriera di casa Ferrandi e l’avvocato l’aveva sposata solo due anni dopo la nascita della bambina.

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Felice Cavallotti dedicò i versi Armonie alle nozze di Raffaello Faraggiana e Caterina Ferrandi

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L’inzio di Armonie nelle nozze di Caterina F… e Raffaello F…, Meina, Lago Maggiore, settembre 1874, da Felice Cavallotti, Libro dei versi, Milano, Carlo Aliprandi Editore, 1898

Nel 1876 morì Alessandro, padre di Raffaello, l’anno dopo lo zio Giuseppe, che non aveva figli. Il patrimonio si riuniva nelle mani di un unico erede che nel 1879 acquisiva il titolo di marchese, indicando come feudo la tenuta di Castellazzo: anche la sua carta da lettera, come quella delle sorelle, si fregiava di una corona.

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La carta di lettera di Raffaello Faraggiana con la corona: egli acquisì nel ’79 il titolo di marchese

La nuova marchesa Faraggiana vendette la casa estiva della sua adolescenza nel 1889 ai Pugliese-Levi di Vercelli. Nello stesso anno Raffaello progettò e fece costruire il primo nucleo dello chalet-museo, poi ampliato nel 1904. Nel 1897, con l’acquisto di casa Morbio accorpata a casa Brentani, prendeva forma l’attuale Palazzo Faraggiana di Novara. Nell’edificio che doveva essere l’approdo conclusivo e sicuro della famiglia, Raffaello abitò poco più di dieci anni, gli altri se ne andarono subito dopo, preferendo Meina, Albissola, Genova.

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Lo Chalet Museo, nel parco della villa Faraggiana di Meina, costruito da Raffaello nel 1889 su progetto dell’ingegner Colombo, sindaco di Arona, nello stile degli edifici lacustri di fine Ottocento: un’armonica mescolanza di intonaco trattato a rilievo e trine lignee

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Lo Chalet Museo in una foto attuale. Ampliato nel 1904, conteneva una straordinaria raccolta di  animali tassidermizzati e reperti etnografici raccolti da Ugo Ferrandi, cugino di Caterina (foto Rognoni)

Da quando sono sposati si può dire che Raffaello e Catherine abbiano dedicato il loro miglior tempo a fare del parco di Meina un luogo di bellezza, un paesaggio curato per la grazia del vivere: fiori, letture, passeggiate, gite in barca, cavalcate nei boschi sulla collina o sui sentieri lungo il lago. Il parco ha avuto quasi un secolo di meraviglioso sviluppo prima di subire pesanti mutilazioni con la seconda guerra mondiale: nella villa sarebbero arrivati prima gli sfollati della Montedison di Milano, poi il Comando Alleato, infine i sopravvissuti ai lager; c’è ancora chi ricorda la legna accatastata e spaccata con l’accetta sui pavimenti in mosaico veneziano.

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Il fronte della villa  Faraggiana vista dal lago. Nel corso della loro vita Caterina e Raffaello Faraggiana si sarebbero dedicati a fare della loro dimora un raro ed unico luogo di bellezza

28b Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Meina Faraggiana Storia Silvana Bartoli veduta del parco

Il giardino della villa era curato nei minimi dettagli dal signor Monza, giardiniere appassionato

Ma sul finire dell’Ottocento la villa era un’attrazione per i turisti che venivano guidati attraverso il parco dal signor Monza, giardiniere competente e orgoglioso dei risultati che rispondevano alla fiducia accordatagli dai padroni di casa. Camelie, faggi, palme, ippocastani, tigli, cedri del Libano, tra i quali il piccolo monumento in memoria di donna Amalia de Bayer, madre di Raffaello, che tanto aveva amato quel luogo e certamente era contenta dei cigni che si bagnavano liberi nella vasca di pietra collocata accanto al suo ritratto.

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Nel giardino il monumento dedicato a donna Amalia de Beyer, madre di Raffaello Faraggiana

Il signor Monza era anche fiero di mostrare un’altra realizzazione dei Faraggiana: lo chalet museo costruito su progetto dell’ing. Colombo sindaco di Arona. Uno chalet nello stile tipico degli edifici che ornano i giardini di fine Ottocento, con l’alternanza tra intonaco e decori lignei. Se nel parco si potevano ammirare liberi, o in recinti appositi, pappagalli, gazzelle, struzzi, camosci, stambecchi, cervi, daini, antilopi, lama del Perù, pecore di Aden e del Tibet, l’orso, il mandrillo, la volpe, l’istrice, il gatto selvatico, lo chalet offriva una raccolta di animali tassidermizzati da far invidia a qualunque museo.

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Le casette per gli animali e due servitori dediti alla loro cura

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Due dipendenti addetti agli animali in giardino di fianco a una grande gabbia

Uccelli mosca, brasiliani, combattenti di Norvegia, gufi di varie dimensioni, l’uccello lira del paradiso, le aquile reali e poi il leone, la leonessa, la tigre reale, la iena, l’orso siberiano, il coguaro, l’orso bianco, la pantera, oltre a una collezione di farfalle, e vetrine esplicative sulle metamorfosi dell’ape, della rana, del baco da seta.

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Il primo nucleo di oggetti esposti nello Chalet Museo proveniva dalle ricerche di Ugo Ferrandi, un pioniere dell’esplorazione, lontano cugino di Caterine e caro amico dei Faraggiana. La collezione si sarebbe poi arricchita con i reperti trovati nel Novecento da Alessandro Faraggiana

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Uno scatto dell’interno dello Chalet Museo di Villa Faraggiana con gli animali tassidermizzati. In primo piano l’orso. Per i meinesi era un occasione unica per un viaggio gratuito in mondi ignoti

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Un soffitto affrescato, la collezione di trofei nello Chalet Museo e, in fondo a sinistra, un pavone

Tutto pulito e ordinato, sia per gli animali esposti, sia per quelli vivi alle cui necessità provvedeva uno stuolo di addetti perché il luogo fosse sempre pronto ad accogliere non solo i turisti ma anche gli abitanti di Meina e dei paesi vicini, ai quali era offerto gratuitamente un viaggio in mondi sconosciuti: le vetrine mettevano in mostra armi abissine e la mantellina di ras Alula, regali del generale Baldissera al senatore Faraggiana, e poi lance, frecce ed altre armi avvelenate, calzature africane e gioielli memorie di viaggio di Ugo Ferrandi, lontano cugino e amico carissimo di Catherine e Raffaello. I viaggi dell’ultimo Alessandro avrebbero ulteriormente arricchito quel tesoro di conoscenze.

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Ai primi del Novecento la costruzione della linea ferroviaria del Sempione, che avrebbe collegato Milano a Briga, i Faraggiana fecero costruire una galleria per non deturpare la loro proprietà

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Operai al lavoro durante la costruzione della Galleria Faraggiana

Ai primi del Novecento la ferrovia del Sempione aveva minacciato il parco della villa, come accadde ad altre che se lo videro tagliato in due, ma il ministro dei lavori pubblici ospite assiduo del senatore Faraggiana, riuscì a salvaguardare il luogo nella sua integrità con la costruzione di una galleria, la galleria Faraggiana appunto. Raffaello divenne senatore per censo nel 1890 e acquistò subito un appartamento a Roma; quando non seguiva il marito, Catherine continuava a dedica il suo tempo migliore alle piante e agli animali; le fotografie rimaste ci parlano di un parco curatissimo in cui ricevere gli amici e le loro famiglie: Pampuri, Malusardi, Cerruti, Cavallini, Farini, Bixio, Guerzoni, Rattazzi, Correnti, Tornielli, Adamoli e soprattutto Domenico Farini, presidente del Senato e secondo marito di Antonietta Faraggiana.

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Foto di famiglia: in piedi Raffaello e sua sorella Giuseppina, seduti al centro Caterina e il principe Colonna di Stigliano, ai loro piedi i piccoli Giuseppe e Alessandro

Farini era un personaggio autorevole, sia a Roma, sia in famiglia. A lui il senatore Adamoli, che era di Varese, confidava l’insofferenza della borghesia lombarda, che conosceva bene, verso la patria comune; e Farini si rallegrava che mancasse un partito in grado di intercettare gli istinti egoistici: sarebbe stata la fine dell’unità. Entrambi poi guardavano con preoccupazione il prevalere degli interessi del Vaticano che si andava delineando: “chiamano separazione della Chiesa dallo Stato la sottomissione di questo a quella!” I Faraggiana non avevano abitudini clericali, erano quindi in sintonia con Farini che raccontava scandalizzato il proliferare di società cattoliche che andavano in giro questuando e si chiedeva come avrebbe il Vaticano avrebbe trattato “un’associazione liberale che andasse limosinando. Cioè lo so: oggi in tram c’era un mendicante che un prete ha scacciato in malo modo”. Anche a Novara Farini aveva assistito a un “congresso di francescani” che proclamava la necessità di difendere i diritti del papa, ovvero, dice Farini, attentare all’unità della Patria: “e l’Italia non si accorge che il Vaticano la mina”. Nel suo testamento compare il ritratto di un uomo che vede nella finalmente raggiunta unità, il sommo bene per l’Italia: “il ricordo dell’antica servitù la scampi dagli spiriti municipali e dalla licenza che ve la ripiomberebbe”. Per il proprio epitaffio chiede che si ricordi che ha combattuto in tre guerre a riscatto dell’Italia. All’adorata moglie Antonietta affida anche la memoria del padre, Luigi Carlo Farini, “che ai travagli e alla rigenerazione dell’Italia fu congiunto […] senza il suo magnanimo ardire, in mezzo all’universale sgomento dopo la pace di Villafranca, chissà per quanto tempo avrebbe indugiato il patrio riscatto.”

34a_Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Meina Faraggiana Storia Silvana Bartoli i ragazzi con gli zii

I ragazzi con gli zii. A sinistra una nipote, seduto di profilo Domenico Farini e Antonietta. Farini era il secondo marito della zia. Fu autorevole politico e presidente del Senato

Luigi Carlo Farini, padre di Domenico, era stato deputato liberale e ministro e la sua passione politica era stata troncata dalla follia. Era morto nel manicomio della Novalesa e il figlio ne ricordava con ammirazione l’onestà: anche ministro degli interni, all’apogeo della gloria nel 1860, non si era vergognato a dare come dote alla figlia Ada una cartella di mille duecento lire di rendita, mentre Crispi andava spremendo i “clienti” per dare alla figlia una dote da 200mila lire.

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I Faraggiana erano molto ospitali. Nella foto alcuni illustri personaggi nel giardino

Domenico Farini, avvocato, nel 1864 fu eletto alla Camera e si schierò con il centrosinistra. Nel 1865 presentò una relazione per l’abolizione dei privilegi del clero, e nel 1890 divenne presidente del Senato, carica che mantenne fino alla morte, a Roma il 18 gennaio 1900, anche Crispi riconobbe che Farini era uno dei pochi a essersi “sempre” battuto per il bene dell’Italia. Attraverso Antonietta e suo marito le vicende romane arrivavano a Meina, a Novara, così provvidenzialmente vicine a Saluggia dove i Farini avevano una casa di campagna.

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La cognata Antonietta, all’ombra di un parasole con Catherine nel giardino della villa

Meina restava il luogo privilegiato per il riposo di Antonietta: lì ritrovava le sorelle e il fratello, i cognati illustri e la cognata Catherine che aveva l’età delle sue figlie; da lì partivano cartoline per gli amici unite alle piante che il giardiniere Monza preparava accuratamente per le spedizioni. Non c’erano fax o mail, ma i telegrammi correvano tra Novara e Roma, Meina e Saluggia, Genova e Torino, Courmayeur, Albissola e Pizzoli dove aveva una casa l’avv. Giorgi, marito di Eva Costa, figlia di Antonietta e madre della piccola Angela che morì il 14 giugno 1893, giorno del suo dodicesimo compleanno, lasciando una traccia di amarezza indelebile nel diario del nonno acquisito.

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Un telegramma di auguri da parte di Raffaello indirizzato alla sorella Antonietta e a Domenico

Se molte delle lettere sono andate perdute, le tracce rimaste dimostrano che ogni ricorrenza era buona per ricordare l’affetto reciproco e i legami di clan che li univano. I Faraggiana erano molto ospitali, così il palazzo e le ville erano luoghi di incontro per deputati e senatori, come Costantino Perazzi, Carlo Cerruti, Tornielli di Borgolavezzaro, Tornielli-Brusati, Gaspare e Filippo Cavallini, vicini di casa dei Faraggiana con la loro villa a Solcio di Lesa. Filippo, un po’ troppo disinvolto nelle frequentazioni, era riuscito ad entrare in possesso di certi documenti che il deputato Attilio Carotti di Novara aveva spedito ai giornali per danneggiare il concittadino deputato Cerruti: «i politici novaresi sono un covo di vipere».

Amico e vicino di casa dei Faraggiana era il senatore Gaspare Cavallini, qui in un ritratto del '76

Amico e vicino di casa dei Faraggiana era il senatore Gaspare Cavallini, qui in un ritratto del ’76

In città tutti sussurravano che Cavallotti era in possesso di documenti coi quali era certo di annientare Crispi, era la sua ossessione e Farini temeva «l’estremista di Dagnente» ma il suggerimento per ammansirlo era venuto dal principe Caetani: «fate mangiare anche Cavallotti e sarà come tutti gli altri».

Il duello in cui morì Felice Cavallotti, il 6 Marzo 1898. Fu seppellito a Dagnente, sopra Meina

Il duello in cui morì Felice Cavallotti, il 6 Marzo 1898. Fu seppellito a Dagnente, sopra Meina

Quando Cavallotti morì, il 6 marzo 1898, gli ambienti di Corte, specialmente Margherita, si sentirono sollevati da un incubo, avendolo sempre visto come il simbolo dell’eversione politica e sociale. A Montecitorio nessuno piangeva, per quanto molti fingessero altrimenti. Eppure quando la salma fu accompagnata alla stazione, vi erano ogni genere di bandiere socialiste e anarchiche; anche l’ambasciatore di Francia era presente in mezzo a una gran folla. Erano arrivati messaggi di cordoglio dalla camera dei deputati rumena e da quella greca. Per onorare il suo impegno politico lo definirono “castissimo” anziché “purissimo”, errore di traduzione che fece molto ridere chi sapeva che Cavallotti aveva avuto vari figli da donne diverse.

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Margherita di Savoia, qui con la madre Elisabetta di Sassonia, nel giardino della Villa Ducale a Stresa. La regina era molto amica di Antonietta e l’apprezzava per la sua energia e concretezza

Antonietta era confidente «intimissima» della regina come scrive esattamente il marito con un certo compiacimento: «la Sovrana l’apprezza perché è una donna energica e concreta, diversa da tutte le altre». Quanto a re Umberto, per tutta la vita cercò sopratutto di non avere fastidi, e Farini era un presidente del Senato ideale, con il suo forte senso dello stato, sempre disposto a scansargli incontri politici durante i quali gli capitava spesso di prender sonno. Gli perdonava gli amici massoni: chi non ne aveva? La regina si rivolge ad Antonietta per tenere lontane le dame di corte che non sopporta mentre accoglie a braccia aperte una giovane di recente nomina: Maria Trotti Bentivoglio, moglie del presidente della Costituzionale di Milano, ma sopratutto figlia di Cristina di Belgiojoso che Margherita, non ancora regina, aveva voluto conoscere.

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Cristina Trivulzio di Belgiojoso, qui ritratta da Henri Lehmann

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Una fotografia di Maria Trotti Bentivoglio in costume da dama di picche. Figlia di Cristina Belgiojoso, Maria era una delle favorite tra le dame di compagnia della regina Margherita

Sul finire del 1892 però l’argomento che teneva banco era il figlio di Crispi che aveva rubato al padre le lettere di Mazzini e Garibaldi, uno scandalo famigliare si aggiungeva agli scandali politici e l’onorevole Nicotera raccontava ad Antonietta i dettagli dei brogli elettorali e le beghe di Giolitti e Rattazzi. Quest’ultimo, Urbanino per tutti, era il nipote di Urbano, l’avvocato piemontese non nobile ma tanto abile da diventare confidente di Rosa Vercellana, sicché non fu una sorpresa quando Vittorio Emanuele lo scelse come primo ministro. Uomo discreto e accomodante, la sorpresa l’avrebbe fatta lui a tutti sposando Maria Wyse-Bonaparte, chiaccherata e ambiziosa cugina di Napoleone III e vedova da appena un mese.

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Marie Laetita Wyse-Bonaparte Rattazzi, nipote di Napoleone e scrittrice, in una foto di Disdéri

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Il matrimonio tra l’intraprendente Marie Wyse-Bonaparte e Urbano Rattazzi, avvenuto nel 1863

Il libro Cento Dame romane di Emma Perodi, che esalta la discrezione di Antonietta, ricorda con raccapriccio la vicenda di Madama Rattazzi che era costata al marito un’emarginazione sempre più pesante. Cosa che però non gli impedì di lasciare un’eredità politica che il nipote Urbanino seppe sfruttare al meglio. Rattazzi junior era inviso alla regina Margherita «che non vede se non per gli occhi di quel porco ladro di Crispi», scrive testualmente Farini, ma è benvoluto da Umberto perché cura con grande abilità gli affari di Eugenia Litta. Da una generazione all’altra la benevolenza delle amanti reali giovava molto ai Rattazzi e la cosa animava le conversazioni ma anche le battute di caccia. Meina, Albissola, Saluggia, Novara sono i punti di riferimento per le vacanze di molti esponenti del Parlamento che sono in contatto con il senatore Faraggiana o col presidente del Senato; la caccia è l’impegno principale del loro tempo libero, il luogo preferito sono le campagne attorno a Castellazzo e, da Valenza, dove aveva una proprietà, Cerruti manda l’uva e cani addestrati a cacciare. Dal feudo di Castellazzo arrivava il cibo per la tavola dei Faraggiana, e anche per le cene del Club Unione quando Raffaello era nel consiglio direttivo con l’incarico di sovrintendere ai buffet.

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La serena vita a casa Faraggiana era garantita da servitori che si occupavano delle incombenze

Il paese ospitava la lavanderia di famiglia, stuoli di “bugandiere” si occupavano persino delle lenzuola degli adorati cagnolini di Catherine. Gli ambienti del castello dovevano essere sempre pronti ad accogliere ospiti e cacciatori; il piccolo esercito di persone che vivevano e lavoravano in funzione della Nobil Casa era immediatamente riconoscibile dalle iniziali RF cucite sull’abito. Castellazzo ospitava inoltre alcuni animali esotici, come il dromedario che non aveva trovato spazio a Meina, nel “giardinone” al quale sovrintendeva il signor Calcaterra.

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I domestici dei Faraggiana dovevano anche lavare e stirare le lenzuola dedicate ai cagnolini di Catherine, oltre a far da mangiare, arieggiare, pulire e preparare le stanze per i tanti ospiti che si avvicendavano nella villa di  Meina. Sulla loro divisa erano ricamate le iniziali RF

Lo scandalo della Banca Romana fece sentire i suoi effetti anche sul patrimonio dei Farini e dei Faraggiana, rese ridicola l’Italia, e gli italiani stanchi di Roma. Grazie ad Antonietta e a suo marito molti contatti della politica italiana erano passati per le case Faraggiana, ma era certamente Meina il luogo prediletto anche per ricevere. L’archivio fotografico e le lettere testimoniano la presenza in villa di molti personaggio importanti, purtroppo è piuttosto difficile collegare con certezza un volto a un nome.

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Alcuni distinti ed eleganti avventori a Villa Faraggiana in posa per una foto ricordo

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Un ritratto ufficiale di Catherine Ferrandi Faraggiana

43b Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Meina Faraggiana Storia Silvana Bartoli ospiti in villa

Un’altra bella immagine di vita in villa, sotto il portico della casa

Ma fu certamente Giulio Adamoli l’amico più assiduo. La sua famiglia era di Varese, la madre era Lucia Prinetti che lasciò un diario: Memorie del 1858-59, ma tutti in verità sono legati alle vicende risorgimentali cui diedero un contributo attivo. Domenico fu molto amico di Garibaldi, che ospitò nel 1862 e nel 1866; con il figlio partecipò alla seconda guerra d’indipendenza, nel 1866 entrò nello stato maggiore di Garibaldi, nel 1867 seguì il generale nella campagna dell’Agro romano. Giulio Adamoli studiò matematica a Pavia, combatté nel 1859 combatté a S. Martino, partecipò ai fatti d’Aspromonte nel 1862, alla guerra del 1866, e fu a Mentana l’anno successivo.

Leopoldo Pullè, Patria Esercito Re, Ulrico Hoepli, Milano, 1908. - Giulio Adamoli

Giulio Adamoli, uno degli amici più assidui dei Faraggiana. Fu patriota e poi viaggiatore. Nella foto in tenuta garibaldina da Leopoldo Pullè, Patria Esercito Re, Ulrico Hoepli, Milano, 1908

Iniziò poi a viaggiare: Cuba, Marocco, Stati Uniti; poi in Asia: Khirghisistan e Turkestan. Eletto deputato fu vicino a Zanardelli e Bertani. Dal 1893 al 1896 fu sottosegretario al ministero degli esteri e nel 1898 fu nominato senatore. Nel 1895 aveva fatto parte del comitato d’onore per la commemorazione del venticinquesimo anniversario di Porta Pia. Dal 1877 fu consigliere e poi vice-presidente della Società Geografica Italiana. Uomo di sinistra, Adamoli era d’accordo con Cerruti nel considerare il contrasto tra guelfi e ghibellini, che tanto infiammava l’opinione pubblica, “una pura questione di interessi materiali” e la camera dei deputati assomigliava molto a una “camera dei ladri”.

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Rimasta vedova di Raffaello nel 1911, Catherine trascorrerà il resto della sua vita in solitudine nella villa di Meina, allietata dalla compagnia dei fedeli animali, cui dedicava affettuosi rituali

Dopo la morte di Raffaello, nel 1911, comincia un graduale, inesorabile isolamento. Due cognate sono già morte, Angiola abita a Milano e si reca spesso a Mendrisio; resta la beneficenza a riempire la sua vita ma, gradualmente, Meina diventa il rifugio di una vedova che si dedicava a far vivere gli animali mentre in tutta Europa schiere di uomini si ammazzavano a vicenda. L’eco della guerra arrivava a Meina con un suono sinistro e drammatico: l’abito del viaggiatore ormai lontano nel tempo, Alessandro aveva risposto al suo dovere di soldato ed era stato fatto prigioniero dopo Caporetto. A Meina gli animali diventano gradualmente il centro del mondo di Catherine: non ci si poteva sedere a tavola o andare a dormire se prima se non si era fatto un giro a salutare lo scimpanzé e gli altri amici. Chiunque fosse l’ospite, a pranzo o a cena, doveva accompagnarla in quel giro di affetti. Il palazzo in città rimase sempre più solitario quanto imponente simulacro di ricchezza, abitato dalla famiglia del portinaio e dalla servitù che non seguiva i padroni.

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I due rampolli Faraggiana, vestiti alla stessa maniera: a sinistra Alessandro e a destra Giuseppe

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Giuseppe Faraggiana, avvocato e socialista, si stabilì a Genova e disperse buona parte dell’eredità

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Alessandro Faraggiana, viaggiatore e fotografo, visse in Liguria, ad Albissola. Al contrario del fratello Giuseppe, Alessandro amministrò con cura i suoi beni e le sue proprietà

Giuseppe infatti, avvocato e socialista, si era stabilito a Genova e aveva gradualmente disperso la metà del patrimonio ricevuta in eredità dal padre. Alessandro, appassionato viaggiatore e fotografo, aveva scelto di abitare ad Albissola e si era dimostrato molto attento alla sua parte di eredità. Nel 1937 Catherine vendette il palazzo di Novara al Comune per 975mila lire, subito dopo gli donò la collezione di Meina e, una volta espletate le formalità, scrisse al vice-podestà Mario Toscano, ben consapevole del valore di quel patrimonio di cultura che dovrà essere collocato nel palazzo. Ma Catherine vorrebbe tenere ancora per qualche anno animali e oggetti a Meina. Mario Toscano, «con i più profondi ossequi fascisti», acconsentì volentieri ma non fu una buona idea. Le leggi razziali del 1938 allontanarono definitivamente il vicepodestà che era ebreo, e chi lo sostituì non aveva la stessa sensibilità per la cultura; Catherine morì nel ’40, la guerra era già nell’aria e «l’immenso materiale della raccolta Faraggiana», dopo essere stato «ammucchiato dove possibile», anche lo chalet-museo infatti serviva per gli sfollati sempre più numerosi, arriva a Novara soltanto nel maggio 1948. Dapprima collocato nella villa Bellaria, viene poi trasferito nel Palazzo del mercato, nei locali adiacenti le sale Ferrandi. Solo nel 1953 sono finalmente disponibili tre saloni di palazzo Faraggiana per avviare la sistemazione museale. Era l’inizio di un percorso non breve che approdò al Museo odierno.

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Nel 1937 Catherine vendette al Comune di Novara il palazzo di città e donò la collezione dello Chalet Museo. Grazie a un accordo con il  vicepodestà Toscano, Catherine conservò per qualche anno animali e oggetti a Meina, che giunsero a Novara a guerra finita, nel 1948, e si possono ancora oggi in parte ammirare e studiare al Museo di Storia Naturale Faraggiana Ferrandi

Il testamento di Caterina lasciava la villa di Meina ad Alessandro, per Giuseppe fu un colpo tale che, il giorno stesso dei funerali di presentò dal notaio Conterio di Arona per rinunciare all’eredità. Erano centomila lire che gli avrebbero fatto comodo, ma la delusione per non aver ricevuto dalla madre la casa che adorava gli aveva suggerito un gesto di “sconsiderato orgoglio” di cui si sarebbe pentito a lungo. Erede anche della villa di Meina, si può dire che Alessandro, per quanto amministratore oculato, non sa che farsene; la cede volentieri durante la guerra e poi cerca qualcuno a cui donarla e sceglie le Suore Poverelle del Beato Palazzolo, presenti ad Albissola e destinatarie di altri beni Faraggiana in quel comune, e soprattutto presenti in Africa, il mondo che Alessandro aveva molto amato. Nel 1949 stilò così un documento di donazione che le suore accettarono nel 1952 obbligandosi a rispettare tutti i vincoli imposti dal donatore: la proprietà dovrà conservare in perpetuo il nome “villa Faraggiana”; diritto di abitazione per le sorelle Clelia e Alice Monza, per Luigi Carmagnola e la moglie; obbligo di manutenzione della tomba di Caterina, e celebrazione di messe nell’anniversario della morte; una camera con bagno sempre a disposizione del donante. Dalla donazione è però escluso il taglio degli alberi del parco.

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Catherine morì nel 1940 e lasciò in eredità al figlio Alessandro la villa di Meina. Il fratello Giuseppe, colpito da questa decisione, si presentò al notaio per rinunciare alla sua parte di eredità: un gesto di cui si sarebbe pentito. Alessandro donò nel 1949 la proprietà alle Suore Poverelle del Beato Palazzolo. In alto bambini ospiti delle suore davanti allo Chalet Museo. La donazione aveva dei vincoli: dovere di conservare il nome “Villa Faraggiana”, diritto di abitazione per alcuni domestici, obbligo di manutenzione della tomba di Caterina e celebrazione di una messa nell’anniversario della morte, una camera e un bagno sempre a disposizione di Alessandro

Nel testamento del 1961 Alessandro vincolava un legato milionario in azioni e obbligazioni alla casa di riposo “Faraggiana”, affinché accogliesse persone da lungo tempo residenti in Novara, Meina, Caltignaga, Sizzano e Albissola. Le suore erano inoltre tenute a dare aiuto, protezione e cure, mediche e chirurgiche, al fratello Giuseppe, ormai poverissimo e malato.

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Famiglia Faraggiana: Caterina Raffaello Alessandro Giuseppe.

Ore felici in villa: Caterina Raffaello Alessandro Giuseppe e alcuni ospitii

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Il fronte di Villa Faraggiana, visto dalla strada Sempione, così come si presenta ai giorni nostri

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Bibliografia: Autori Vari, Una famiglia per Novara: i Faraggiana, coordinamento scientifico di Silvana Bartoli, Novara, Interlinea Edizioni, 2011.

Published in: on 22 giuamMon, 02 Jun 2014 10:48:43 +00001522014 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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“Mary” per gli amici

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Orta Mary Curoni Mario Nunes Vais 1916 2

di Giovanni Ragazzoni

da “Lo Strona”, anno IV, n. 4, Ottobre-Dicembre 1981

Ricca, intelligente, bellissima e pazza da morire, possedeva il fascino, lo stile e lo sfarzo di una cortigiana rinascimentale. Le cronache mondane della Torino del suo tempo ne riportavano l’eleganza, il tono disinvolto, le bizzarrie, i ricevimenti fastosi, i mutevoli amori. Figlia del celebre avvocato Giovanni Curioni, deputato del collegio di Borgomanero per ben cinque legislature, divideva lo scorrere delle stagioni fra il palazzo di Torino, la villa a Roma e quella paterna di Orta dove amava trascorrere l’autunno. Ortese per nascita e per discendenza aveva di Orta il continuo pensiero struggente e di tutti i suoi amori, quello per Orta, fu probabilmente, il più fedele e il più appassionato.

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La Villa Curion, in alto sulla collina della riviera di Orta, era detta “Il Sasso”, perché fabbricata su uno scoglio. I terreni vennero  comprati nel 1885, per conto dell’onorevole Curioni, dal segretario comunale G. Olina; il progetto era dell’ingegner Perincioli di Valduggia. La costruzione fu affidata all’efficientissimo Bisetti di Pettenasco. Dalla terrazza centrale della villa si ha l’impressione di sporgersi dalla carlinga di un aeroplano, tanto la villa incombe sul lago

Dalla madre, una belga che proveniva dal circo dove si esibiva come cavallerizza-acrobata e che in famiglia tutti chiamavano la “sciourascia”, doveva avere ereditato la grana liscia e compatta della carnagione ambrata, le movenze feline, il frasario disinibito e una certa qual furberia spicciola. Dal padre aveva preso, invece, la fierezza dello sguardo, la verde pupilla, le lunghe ciglia vellutate, il raffinato buon gusto nonché la forense vis istrionica unita ad una rara agilità di pensiero. Teneva carrozze e cavalli, mense imbandite, domestici in livrea, il parco al Regio e, fin da bambina, le prime sartorie di Parigi e di Torino e i nomi più prestigiosi della moda s’inchinavano ai suoi piedi e al libretto d’assegni di suo padre, il signor onorevole.

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L’onorevole Giovanni Curioni, papà di Mary e di Orsola. Nato a Orta nel 1841 da modesta famiglia, fece gli studi nel Seminario di Miasino e poi a Varallo.  Si laureò in legge nel 1863, diventando subito uno dei più valorosi giuristi italiani. La sua tesi fu stampata dalla Tipografia Sociale di Genova. Tra i suoi tanti clienti c’erano l’Ordine Mauriziano, la Navigazione Generale Italiana, la città di Torino, il Banco di Napoli. Eletto deputato al Parlamento prima nel collegio di Biella poi in quello di Borgomanero, mantenne il mandato per sette legislature. Membro delle Giunta Generale del Bilancio, fece parte di tutte le commissioni più importanti e fu nominato alla Camera relatore sulla Convenzione Internazionale per la realizzazione della linea del Sempione. Consigliere comunale ad Orta, fu per oltre quarant’anni una figura di riferimento. Per alcuni aspetti fu precursore di idee all’avanguarda: basti ricordare la sua lettera dell’agosto 1908 diretta al senatore Vigoni in cui proponeva la creazione di una lega antimassonica

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Orta, Villa Curioni, in alto sulla collina e, in primo piano, villa Beatrice-Riva-Greppi-Formenti-Carminati. Quest’ultima proprietà si fa notare per un poderoso muro di sostegno nel quale si apriono delle finestrine tonde a forma di oblò, cerchiate di pietra. Ha tutto intorno un parco secolare e al suo interno una cappella privata con altare. Fu edificata da certi signori Riva intorno al 1876, secondo i disegni dell’architetto Brentano. Passò quindi ai Greppi, poi ai Formenti, e, nel 1929, al Cavalier Attilio Carminati. Nella villa di Giovanni Curioni si potevano ammirare quadri e mobili collezionati negli anni dal deputato: due grandi tele del Tancredi, allievo del Maratta, quattro sopraporte del Baschenis, il ritratto di un Medici del Bronzino, un altro ritratto di Moretto da Brescia, una deliziosa Annunciazione del Veronese

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Tra le opere della collezione di Giovanni Curioni c’era anche Goie materne di Gerolamo Induno

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Una cartolina dei primi del Novecento raffigurante la villa Curioni a Orta

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Notvevole il camino cinquecentesco che campeggia nella sala, con lo stemma dei Gemelli e dei Gippini. Il Curioni lo riscattò per salvarlo da sicura rovina: era nel vetusto castello di Orta, situato all’inizio della Motta. In casa Curioni c’era anche una ciotola, forse pure proveniente dal castello, con il manico accartocciato e recante anch’essa lo stemma dei Gemelli. Due bei quadri a olio del Cavaleri ricordavano ai visitatori le sembianze dell’onorevole Curioni e della sua signora

Con la sorella Orsola, anch’essa molto bella sebbene di una bellezza meno aggressiva e vistosa, si vestiva da mendicante e, ancora adolescenti, l’una con la chitarra e l’altra col mandolini, andavano nei quartieri più malfamati di Torino dove, nei cortili e nelle osterie cantavano certe canzoni che, dati i tempi, eramo decisamente osé.

“E con lo zigo zago / tu m’hai rotto l’ago / m’hai ferito il cuore, / mi farai morir…”

E poi facevano il giro col piattino. Quando il padre venne a saperlo aprì le braccia esclamando col tono melodrammatico che gli era consueto: “Riesco pur a vincere i miei avversari politici, ma per quelle due lì non c’è forza che tenga e dal rest se non le diféndo mi ca son so pare che vusto ca le difénda?”. A Orta, durante le vacanze, saliva in villa un precettore che impartiva alle due sorelle nozioni di cultura generale, giusto un’infarinatura tanto perché non avessero a dimenticare quel poco che avevano imparato durante l’anno.

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Un ritratto fotografico di Mary Curioni, tratto da “Lo Strona”, n. 4, Ottobre-Dicembre 1981

Questo pedagogo, brutto e goffo, era il loro bersaglio preferito, tanto più perché si dava grandi arie di dongiovanni col risultato che tutte le donne che tentava di riconquistare o gli ridevano sul muso o lo cornificavano spietatamente. Una volta riuscirono ad incollargli sul nastro della bombetta un vistoso paio di corna ritagliate da un pezzo di cartone e a fare in modo che il poveraccio scendesse in paese senza che si accorgesse di quel trofeo. Anche nei salotti non brillavano come esempio per le giovinette di buona famiglia.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Orta Mary Curoni Delphin Enjolras Thé et Potins High Tea

La visita in villa della marchesa Borlati era un occasione imperdibile per Mary e Orsola Curioni. Le birbanti sorelle ne approfittavano per lasciar cadere mosche nella cioccolata della miope e sorda nobildonna e per farla inciampare, disponendo a bella posta ostacoli e oggetti per terra. In alto Te e pettegolezzi di Delphin Enjorlas (Coucouron, 13 Maggio 1865 –Toulouse 1945)

Quando veniva in visita la marchesa Borlati, miopissima, linguacciuta, intrigante e sordastra, le mettevano le mosche nella cioccolata e oggetti vari fra i piedi per farla inciampare. A diciannove anni la sorella Orsola morì di tisi fulminante e, da allora in lei fu sempre tenacemente presente il pensiero della morte, ma esasperato in quel culto macabro, spagnolesco e morboso che le faceva tenere dei teschi posati su cuscini di velluto nero e una corona del rosario, fatta di tanti piccoli teschi che pendeva da una delle colonnine del suo secentesco letto a baldacchino. Giunta sui vent’anni scendeva con l’incedere di una regina fra la corte dei suoi ammiratori che le facevano ala come al gran finale di un operetta di Lehar.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Orta Mary Curoni  Delphine Enjorlas Fete Venetienne 2

La morte della sorella Orsola di tisi colpì profondamente Mary, che di conseguenza sviluppò una vera e propria ossessione per il macabro: sul suo letto teneva teschi delicatamente adagiati su cuscini di velluto nero. In alto Delphine Enjolras, Festa veneziana, Rau Antiques

V’era fra questi, un giovane avvocato torinese dalla promettente carriera, bello e di nobile casata. Era innamorato pazzo, ma le sue innumerevoli lettere, le suppliche, i sospiri, i quotidiani mazzi di fiori che lei scaraventava regolarmente dalla finestra, servivano soltanto a farla infierire ancora di più su quel poveretto che la seguiva ovunque come un cagnolino timido e silenzioso. Una giornata di giugno stava tornando con delle amiche in carrozza scoperta all’Ippodromo quando, all’angolo di piazza Statuto, vide sul marciapiede il suo spasimante che, appena la scorse, s’inchinò levandosi il panama. In quella una folata di vento gli s’ingolfò sotto la giacca formando, proprio dietro la schiena, una strana ridicola gobba. La bellissima non seppe trattenersi e scoppiò in una risata sguaiata e volgare. Il giovane non fiatò: andò a casa prese il revolver e si sparò alla testa. “Povero Roberto” esclamò commentando la disgrazia “si è ammazzato come un generale sconfitto o un banchiere fallito: non ha mai avuto il senso dell’humor!”. Gli fece celebrare un ufficio funebre alla chiesa della Consolata cui partecipò tutta la Torino elegante e riuscì, chissà come, ad avere il revolver che tenne sempre su di una cassapanca accanto a un anonimo teschio.

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Mary, che era molto bella, aveva uno stuolo di ammiratori. Per essere stato messo alla berlina, un giovane e promettenente avvocato di Torino si tolse la vita con un colpo di pistola. Il suo commento fu “Povero Robert! Si è ammazzato come un generale sconfitto o un banchiere fallito: non ha mai avuto il senso dell’humor!”. In alto Delphin Enjolras, Lo specchio

Intanto, tra la folla degli ammiratori, si andava facendo largo un ingegnere elettrotecnico di origine sarda, un certo Urtis, ricco attivo e di scarso eloquio. Fu per madamigella Maria – Mary per gli amici – il classico colpo di fulmine. Si fidanzarono immediatamente e a Orta, nell’Oratorio della Santa Trinità, si sarebbero al più presto benedetta le nozze. La sera della vigilia arrivò da Torino l’abito nuziale, ma, proprio in quel momento, scoppiò la bomba: “Voei nèn marieme, voei nèn marieme” cominciò a urlare per tutta la villa “am büto la vesta nera, voei nèn marieme!”. Prese lo stupendo vestito che usciva dalla più quotata sartoria torinese, lo distese sul prato bagnato da un recente acquazzone e cominciò a calpestarlo un una danza dionisiaca finché non lo vide infangato e a brandelli. Il mattino, in nero lutto da capo a piedi, raggiunse all’altare il taciturno sposo. Il matrimonio ebbe la durata di un anno poi divorziarono a Fiume.

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Mary Curioni per il suo matrimonio con tale Urtis, benestante di origine sarda,  invece del tradizionale vestito bianco, volle indossare un abito da sposa nero. Non le portò fortuna: dopo un anno divorziarono a Fiume. In alto Mary Curioni in una foto di Mario Nunes Vais, da Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – Archivio fotografico Online

Durante la guerra di Libia, sulla scia di Lina Cavalieri, cantava “Tripoli bel suol d’amore” avvolta nella bandiera e in quella del 15-18 dava spettacolo ai feriti suonando la chitarra nelle retrovie e danzando il bolero in costume da andalusa. A guerra finita portò a casa elmi forati, baionette arrugginite, bossoli di cannone, e, naturalmente, qualche teschio. Nel suo lussuoso ingresso liberty vi elevò una fattispecie di sacrario col fondo cremisi perennemente illuminato da una lampada votiva d’argento. Chi, all’improvviso fosse entrato per la prima volta, avrebbe rasentato il cardiopalma. Nel 1920 acquistò un’automobile sportiva, una Bugatti, e accompagnata dal corrispondente di non so più quale quotidiano, andò in Cecoslovacchia e di lì in Russia, ma non fecero n tempo a raggiungere Mosca, come avevano stabilito, perché, fortunatamente per loro, furono rimandati indietro.

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La cantante Lina Cavalieri era l’archetipo della bellezza muliebre nei primi anni del Novecento e un modello anche per Mary. Qui in una foto di scena scattata a Parigi da Léopold E. Reutlineger

Lasciata Torino si trasferì a Milano dove arredò un appartamento principesco dalle parti del Monforte e tutte le mattine, elegantissima, andava in Borsa. Rientrava verso le due e se gli affari erano andati bene gettava verso il soffitto cappello, scarpe e borsetta, improvvisava tarantelle e lanciando urla strepitose si metteva sotto la doccia per poi entrare in sala da pranzo dove l’attendeva la più francescana delle colazioni: qualche grissino, un brodo di verdure, cicoria bollita, una scheggia di formaggio. Quando, invece, la Borsa andava male la si vedeva entrare come una catapulta coi guanti morsicati, le sciarpe stracciate, il cappello per traverso, le chiome scarmigliate. Non c’era verso di cavarle una parola: s’attaccava al telefono e incominciava delle interminabili diatribe con i suoi agenti di cambio, intercalate da frasi che avrebbero fatto impallidire il più tatuato degli scaricatori. Perché così era fatta: passava, all’improvviso dalle maniere più raffinate alle raffiche del più volgare eloquio.

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Mary visse la sua adolescenza tra Torino e la villa del padre sul Lago d’Orta e poi si trasferì a Milano, in zona Monforte. Foto di Mario Nunes Vais da Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – Archivio fotografico Online

A una certa ora arrivavano sotto le sue finestre giocolieri da marciapiede, suonatori ambulanti, organetti di Barberia e venditori di pianeti della fortuna: li conosceva tutti, li chiamava per nome, s’interessava dei loro affari, della loro salute, gettava a ciascuno un aquilino e sovente li invitava di sopra per una bicchierata. Dava cene di un’eleganza sbalorditiva alle quali erano invitati i personaggi della cultura, dell’arte, del teatro, della finanza. Venivano Memo Benassi, col ciuffo nero sull’ampia fronte, la voce querula, i profondi occhi, gli agili levrieri; Renzo Ricci, che muoveva in continuazione le bellissime mani, Covi, attore cinematografico dalla figura e dal portamento di un atleta dell’antica Grecia. Seguivano cantanti da operetta, attricette del varietà, il banchiere Graffi raffinato, sensibile, conversatore squisito e appassionato motonauta. Alcune di queste cene erano dedicate ai soli pittori, un’altra volta ai musicisti e, un’altra ancora, agli ufficiali d’aviazione che si presentavano in alta uniforme, costellati di decorazioni e rammaricati di non potersi portare al seguito almeno un aeroplano.

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L’attore Memo Benassi era un habitué del salotto di casa Curioni a Milano. Qui lo vediamo in un fotogramma del film La signora di tutti, diretto da Max Ophuls nel 1934

Fu durante una di queste cene aviatorie che ebbe l’idea di volare. Nella primavera del 1927 conseguì all’aeroporto di Taliedo il brevetto di pilota mettendosi nel novero delle primissime aviatrici. In quell’anno, a sostituire nelle giostre d’amore il banchiere e l’attore cinematografico, si fece avanti il barone Gontrano Jak di Castelfonte detto altrimenti “il bellissimo Cecè”. Pareva uscito da una rivista di figurini dell’alta moda maschile. Impeccabile, superdistinto, si cambiava d’abito due volte al giorno e la sera, per la cena, si metteva in smoking. Al mattino lo si vedeva deambulare con la vestaglia di seta nera giapponese a draghi d’oro, lasciatogli dal suo soppiantato collega il banchiere Graffi e, a sua volta, come la bandiera di un reggimento, l’avrebbe poi lasciata al successore di turno. Il signor barone passava il suo tempo a fumare sigarette Turmac dal bocchino dorato, a gingillarsi col monocolo, a giocare a domino e a parlare con la erre moscia e blasonata, di mode e di cavalli. La Mary ne acquistò due: Oleandro e Biancamano che correvano a San Siro montati dal fantino Raoul, un nanerottolo mezzo francese che pareva fatto di whisky e di corda annodate. Durante la stagione ippica ogni pomeriggio era all’ippodromo. “Mevi, tesovo, sono già le tve: la pvima covsa è cominciata, sbvigati!”. Salivano sull’Isotta Fraschini, lei con un abito di Balenciaga, lui in tait grigio, mezzo cilindro beige e binocolo a tracolla.

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Mary era solita dare, nella sua casa di Milano elegantissimi e lussuosi ricevimenti, dove accorrevano, insieme a personaggi della cultura, della finanza, del teatro e dell’arte, anche suonatori ambulanti e venditori di pianeti della fortuna. Fra i suoi amori l’attore Memo Benassi, Renzo Ricci, il banchiere Graffi e il barone Gontrano di Castelfonte, detto altrimenti “il bellissimo Cecé”.  In alto: La fine della serata di William Arthur Breakspeare

Poiché era dotata di uno spiccato talento musicale aveva arredato un salone da musica col pianoforte, la chitarra spagnola, il mandolino napoletano e un organo che si ergeva sulla parete di fondo maestoso come un monumento. Suonava Chopin, Schubert, Bach, ma soprattutto prediligeva la musica sacra e, in particolar modo, il gregoriano; però tanto le faceva passare da un notturno o da una fuga in la diesis minore, per mettersi ad improvvisare una sfrenata mazurka o un languido tango argentino. Possedeva una bella voce di mezzo soprano così che a Orta il maestro Gaetano Gippini la preparò per la Carmen che cantò con successo all’Operà di Parigi. Durante quel periodo ebbe delle noie per aver esportato in Francia valuta italiana, ma riuscì a cavarsela grazie alle manovre dell’amico di turno, l’allora ras di Cremona Roberto Farinacci. Sempre a Parigi girò un film e, parrebbe con buon esito, dal momento che la stessa casa cinematografica la sollecitò perché si presentasse per un secondo, ma non volle saperne poiché le luci dei riflettori le offendevano la vista.

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Mary era dotata di un naturale talento musicale, forse ereditato dalla madre: suonava il pianoforte, l’organo, la chitarra e il mandolino, con un repertorio che spaziava dalla musica classica al canto gregoriano, dal tango alla mazurca. Preparata dal maestro Gippini di Orta cantò la Carmen all’Operà di Parigi e recitò in un film. Alla richiesta di fare una nuova pellicola rifiutò perché luci di scena le offendevano la vista. In alto Sera sulla terrazza di Delphin Enjolras

In casa dominava la Linda, una friulana tuttofare: segretaria, cameriera e ruffiana. Aveva l’aspetto di una zingara: furba, estrosa, autoritaria, bugiarda e ladra. Quando la Mary se ne accorgeva (e succedeva abbastanza di sovente) le rifilava dei sonori ceffoni che però la lasciavano completamente indifferente. Fissava il muro con i suoi occhi d’acciaio continuando a ripetere, anche quando veniva sorpresa in flagrante con la refurtiva in mano: “Non è vero, non è vero: lo giuro sulla tomba della mia povera mamma che era una santa!”. In cucina aveva il suo regno la cuoca Carolina, una milanese arguta e bravissima. “Signour, in che rassa de rebelot son capitada, ma la sares una casa questa chi? Ma chi inscì par de vess a Mombell!”.

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In casa Curioni dominava la Linda, una friuliana tuttofare: cameriera, segretaria e ruffiana

Chaffeur e uomo di rappresentanza era il moro Alì Mohammed detto Agostino, con giacche a quadrettoni, cravatte vistose, la paglietta, la giannettina di bambù e i guanti gialli. Parlava fiorentino ed era cattolico apostolico romano perché allevato a Firenze dai salesiani. Mi portava qualche volta al Gerolamo a vedere le marionette dei Colla tenendomi per mano con molto sussiego. Ci divertivamo un mondo e, a fine spettacolo, mi offriva il croccante in un bar dove aveva un mucchio di amici. Appollaiato su un trespolo si pavoneggiava il pappagallo Loreto Loreti che detestava il gatto d’angora Popi Gongoni dei conti Curioni e diceva parolacce alla cagnetta Mimì, una pechinese minuta, arcigna e pettegola. C’era la scimmia Antonio, una bertuccia frivola, dispettosa, che mangiava in continuazione e faceva dieci malestri al secondo.

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La Diatto gialla di Mary Curioni era guidata da Alì Mohammed, detto Agostino. L’equipaggio comprendeva, oltre alla signora Mary, il pappagallo Loreto Loreti, la scimmia Antonio, il gatto d’angora Popi Gongoni nella sua gabbia dorata, il pechinese Mimì e il bellissimo Cecé

Quando la Mary viaggiava con la sua macchina scoperta, una Diatto gialla, col moro al volante, il pappagallo su di una spalla, la scimmia sull’altra, il gatto racchiuso in una grande gabbia dorata, la Mimì in grembo, il barone alla sua sinistra in monocolo e bombetta, la Linda più zingara che mai, la gente era convinta che fosse arrivato il circo e aspettava l’inizio dello spettacolo E un po’ circo e un po’ teatro fu quasi tutta la sua esistenza. Amava liberamente e profondamente la vita senza crearsi problemi e rimpianti, così come avrebbe potuto amarla uno splendido esemplare di pantera. Una sera d’ottobre – avrò avuto allora undici anni – l’incontrai che stava uscendo dal cancello della villa per recarsi in piazza al suo consueto rendez-vous con le cugine e le amiche. Tenendomi per mano si soffermò sul piazzalotto di villa Perrone e mostrandomi il centro del piccolo spiazzo mi disse: “Lo sai cosa ho visto quando ero ancora ragazza? Una sera d’ottobre, proprio come adesso, mi apparve a mezz’aria una testa da morto luminescente. Rimase qualche secondo a fluttuare incerta e poi scomparve nella nebbia che saliva dal lago”.

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La villa del marchese Natta d’Alfiano, poi proprietà del conte Eugenio Perrone di San Martino, sulla riviera di Orta. Fu costruita dall’architetto Caronesi nel 1841. Mary Curioni raccontò all’autore del testo di aver visto una luminescente testa di morto a mezz’aria, davanti alla dimora

Passarono gli anni e di lei non si seppe più niente se non qualche rara cartolina da Roma. A guerra finita, passando dalla capitale, andai a trovarla. Abitava in una pensione di quart’ordine frequentata da gente equivoca e da prostitute. Stava in una stanza con una branda, dei chiodi alle pareti dove erano appesi dei cenci che un tempo dovevano essere stati degli abiti, una poltrona sulla quale se ne stava seduta tutto il giorno, e la grande specchiera dorata settecentesca che era appartenuta alla sua camera da letto. Nella cornice c’erano infilate vecchie fotografie ingiallite. Nient’altro. Era divenuta mostruosamente obesa, flaccida e gialla: gli occhi quasi non distinguevano persi com’erano nel grasso spugnoso. “Non ho niente da offrirti” si scusò sollevando le mani gonfie col dorso solcato da grosse vene azzurrastre “soltanto un po’ di quest’olio di oliva. Vuoi assaggiarlo? È buono, è di Bitonto…”. Sotto la branda, accanto al vaso da notte, una mela rosicchiata che occhieggiava nella penombra come un piccolo teschio.

Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola Orta Mary Curoni Mario Nunes Vais 1916 4

Un’immagine di Mary Curioni nel 1916 di Mario Nunes Vais. Morì a Roma nel dopoguerra. Foto di Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – Archivio fotografico Online

Alcuni anni dopo mi trovavo, in ottobre, in casa di amici a Orta quando squillò il telefono. La Maria Curioni era morta e, da Roma, era, in quel momento arrivata la salma. Poiché l’ora era tarda e gli uomini dell’impresa avevavo avvertito dall’albergo dicendo al mio amico, che curava gli interessi del fratello della defunta, che essendo il cimitero chiuso l’avrebbero lasciata fino al mattino davanti alla villa Perrone. Scendemmo fino al piazzaletto e proprio nel centro, al punto esatto che mi aveva indicato da bambino, sostava il feretro nella bruma. Tutto era in silenzio. Di quando in quando il lago portava echi remoti e anche i nostri passi sulla ghiaia parevano altrettanti echi di mondi lontanissimi ormai dissolti perfin nel ricordo.

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In apertura: Mary Curioni in una fotografia del 1916 di Mario Nunes Vais, da Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – Archivio fotografico Online

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Bibliografia: Renato Verdina, Il borgo d’Orta, l’isola S. Giulio e il Sacro Monte, Omegna, Luigi Vercelli Editore, 1940; Giovanni Ragazzoni, Mary per gli amici, in “Lo Strona”, anno IV, n. 4, Ottobre-Dicembre 1981.

Published in: on 22 lugpmThu, 10 Jul 2014 12:03:57 +00001902014 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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