Verso il Passo

Galleria Ganther Ponte Verso il Passo Sempione Giorgio Vozza

di Giorgio Vozza

Sentiero in età classica, mulattiera nel medioevo, lastricata nel Seicento, grande via napoleonica nell’Ottocento, ferrovia nel Novecento e oggi superstrada, l’antica via del Sempione conserva le tracce del suo lungo divenire. Chi percorre i 66 chilometri da Domodossola a Briga ripassa comodamente un millennio di storia europea. E’ ancora tutto lì, basta guardare. Restano i sentieri, gli antichi tratti selciati lisciati dai carri, e le vecchie gallerie scavate col piccone sulle gole a strapiombo.

Mappa della strada del Sempioe verso il passo Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola

Carta della nuova strada del Sempione. Cliccare sulla mappa per ingrandirla

Restano i ponti sospesi sui torrenti e le coperture delle cascate che erompono dai ghiacciai. Resta il vecchio ospizio dei frati gerosolimitani che soccorrevano pellegrini e mercanti. Restano i piccoli borghi e gli alpeggi isolati, i pascoli, le chiese e i palazzi di signori scomparsi. E non è cambiato il paesaggio solenne, che dalla dolce Valdossola conduce all’ordinato Vallese, con un susseguirsi di scenari tutti diversi e sempre sorprendenti. Dai vigneti alle abetaie, da forre spoglie e paurose agli ondulati prati fioriti, dai robusti torrenti ai vasti nevai dove si spalanca la straordinaria sfilata delle più alte montagne svizzere.

Vista della Galleria dei Ghiacciai verso il passo Sempione Giorgio Vozza

La Galleria dei Ghiacciai

Il passo poi non è una sella ripida, ma un lungo e luminoso promontorio dove è piacevole fermarsi, passeggiare, entrare nello spazioso edificio napoleonico che sembra una caserma. Non è neppure tanto alto, solo 2.005 metri, uno fra i più bassi delle Alpi, ma non dei più agevoli. Lassù, l’occhio si ferma su due enormi montagne: il Bietschorn, 3.934 metri e l’Aletschorn, 4.195 metri: sotto di essi si genera un interminabile fiume gelato: il più lungo ghiacciaio d’Europa. A sud domina la candida cupola del Weissmies, un altro magico 4.000.

Vista del sito del monastero del Sempione,

Vista del sito del monastero del Sempione

Venendo dall’Italia, la parte alta della strada comincia al grande ponte ottocentesco di Crevola, allo sbocco della Diveria, il torrente che accompagna col suo rombo i primi chilometri della salita. Si passa Varzo con la bella chiesa di San Giorgio, e a Iselle inizia la galleria ferroviaria. Ma poco dopo la dogana italiana si profilano le gole di Gondo, il passaggio più aspro e scosceso dell’intero percorso.

Il ponte di Crevola, da da G. Lory, F. Schoberl, Picturesque Tour from Geneva to Milan, London, 1820, R. Ackerman

Il ponte di Crevola

Il torrente ha scavato una gola altissima e tortuosa. Anticamente i passaggi si facevano su grezzi tronchi di larice gettati nel vuoto e trattenuti da paletti di ferro infissi nella roccia. L’ambiente è stretto e tetro, in basso la Diveria corre giù furiosa trascinando pietre e rami spezzati. In alto, incombono ertissime pareti grige, ben poco rassicuranti. La luce è fioca, dall’aria umida viene un senso di freddo. Le gole di Gondo sono state uno dei più temuti mauvais pas delle Alpi, come la Via Mala sullo Spluga, il Ponte del Diavolo al San Gottardo, la forra del Lucomagno sopra Disentis.

Vista della fine della Grande Galleria verso l'Italia

Vista della fine della Grande Galleria verso l’Italia

Il poeta inglese William Wordsworth nel VI libro del Preludio ne dà un racconto in versi emozionati, ma non fantasiosi.

Entrammo in una stretta spaccatura,
Rivoli d’acqua e sentiero ci accompagnavano nella buia trincea,
Con loro camminammo piano piano diverse ore.
L’incalcolabile altezza degli alberi sospesi mai tagliati,
Il continuo precipitare delle cascate,
E nei passaggi esposti a ogni curva
Venti e controventi confusi e perduti.
Torrenti che eruttano contro il cielo azzurro,
Rocce che mormorano accanto alle nostre orecchie,
Pietre nere precipitano nel vuoto fischiando come se avessero voce,
La vista paurosa e la folle violenza della corrente del fiume,
Le nubi indifferenti nella regione dei cieli.

Vista dell'interno della Grande Galleria

Vista dell’interno della Grande Galleria

Wordsworth passa la prima volta da Gondo nel 1790. I lavori della grande strada napoleonica cominceranno una dozzina d’anni dopo, per concludersi nel settembre 1806. Pochi mesi prima a Milano il Bonaparte era stato nominato Re d’Italia e la via diretta dalla Francia avrebbe assicurato il controllo dei domini italiani e l’accesso veloce alla pianura lombarda. Per questo, le spese per la nuova costruzione erano state divise a metà fra Francia e Repubblica Cisalpina.

N Ceard Piano della nuova strada del Sempione tra Briga e il Passo 1803 penna e acquerello Parigi Archivi Nazionali 2

Nicolas Céard, Mappa della nuova strada del Sempione tra Briga e il Passo. Cliccare sull’immagine per ingrandirla

Gli splendidi disegni tecnici a penna e acquarello di Nicolas Céard sono conservati a Parigi negli Archivi Nazionali. L’ingegnere della Ponts et Chaussés non si limitò a progettare l’intera opera, ma ne diresse personalmente i lavori, eseguiti poi da migliaia di soldati del genio aiutati da operai e sterratori italiani e vallesani. Gli svizzeri per la verità non collaboravano volentieri a quest’opera imposta dalla Grande Armée. Céard ha fretta e si lamenta, scrive di “trovarsi alla testa di tutti i cretini e di tutti i gozzuti del Vallese”. Ma gli italiani sul versante ossolano fanno miracoli e bucano a tempo di record una galleria di oltre 200 metri nelle gole di Gondo.

Nicolas Céard, Piante e prospetti del ponte di Ganther, penna e acquarello, 1803, Paris Archives National

Nicolas Céard, Piante e prospetti del ponte di Ganther. Cliccare sul disegno per ingrandirlo

Più a valle, il ponte di Crevola è consolidato e transitabile. Verso Briga vengono ultimate le coperture sotto il ghiacciaio della Kaltwasser e si passa la valle di Ganther sul nuovo ponte della Saltina. Il 16 settembre 1806 parte per Parigi il dispaccio tanto atteso: “Vous pouvez enfin annoncer a Sa Majesté Imperiale qu’il n’y a plus d’Alpes. Le Simplon est ouvert et j’attends l’artillerie.”

Nicolas Cèard Mappa della nuova strada del Sempione nei pressi di Varzo 1803 penna e acquarello Parigi AN

Nicolas Céard, Mappa della nuova strada del Sempione nei pressi di Varzo.
Cliccare sull’immagine per ingrandirla

In realtà le Alpi restavano, non così le artiglierie imperiali, destinate in breve a tacere per sempre sui campi di Russia, Germania e infine in Belgio a Waterloo. Veniva però a compimento una grande opera che congiungeva l’Italia al cuore del continente verso Ginevra, Parigi e i porti atlantici delle Fiandre. Un secolo dopo si inaugura il tunnel ferroviario, e il Sempione, il San Gottardo e il Brennero, diventano i principali corridoi transalpini fra il Mediterraneo e l’Europa.

Nicolas Céard, Attraversamento di un torrente nei pressi del ghiacciaio di Kaltwasser 1803 penna e acquarello Parigi AN

Nicolas Céard, Attraversamento di un torrente nei pressi del ghiacciaio di Kaltwasser. Cliccare sull’immagine per ingrandirla

Su quella strada, concepita dai militari larga e comoda per farvi passare “le canon”, transitano per tutto l’Ottocento fino a oggi, gli eredi di quei mercanti milanesi che otto secoli fa avevano trattato col vescovo di Sion i diritti di passaggio del valico e lungo la valle del Rodano: i documenti duecenteschi sono ancora conservati nella Camera di commercio di Milano. Le convenzioni dei Mercatores Mediolani verranno costantemente rinnovate anche sotto l’egemonia del Barone Kaspar von Stockalper, detto “il Re del Sempione”.

Kaspar Stockalper a cavallo, 1672, Brig, Museum Stockalperschloss

Kaspar von Stockalper a cavallo, 1672, Brig, Museum Stockalperschloss, immagine da Wikimedia Commons

Balivo vallese, il nobiluomo piccolo, energico e dallo sguardo crudele, si era fatto costruire un turrito castello a Briga con ampi cortili e porticati profondi per lo stoccaggio delle merci e il ricovero delle diligenze. Oggi sede del Comune, l’edificio seicentesco è considerato in Svizzera la più vasta dimora storica privata. Stockalper aveva fatto riparare e pavimentare l’antica strada medievale, edificare di nuovo i grandi ospizi ancora visibili sotto il passo sul versante meridionale e a Gondo, con un inconfondibile stile nordico. Ricchissimo, perse poi tutto per una sollevazione locale e dovette emigrare in Italia.

Gabriel Lory, Vista di Briga; al centro è visibile il castello di Stockalper con le sue inconfondibili torri

Vista di Briga; al centro è visibile il turrito castello di Stockalper

Nel libro pubblicato a Milano nel 2000 dalla Fondazione Enrico Monti in occasione del secondo centenario della strada napoleonica, è raccolta una curiosa antologia di note scritte da viaggiatori e intellettuali sul loro transito per il Sempione. “Un’immensa colonna di granito – scrive ancora l’inglese William Wordsworth nel 1820 – giace sull’orlo della strada, come se il suo viaggio fosse stato interrotto dalla notizia della disfatta di Napoleone. Egli la destinava a un suo arco di trionfo a Milano: io desidero che rimanga così prostrata sulla montagna per i secoli venturi. Il suo più acerbo nemico non potrebbe escogitare un segno così impressionante di vanità e ambizione deluse”.

Ponte sul torrente Cairasca,

Ponte sul torrente Cairasca

L’anno prima, un’altra britannica, la Contessa Lavinia Spencer, forse antenata di Lady D., affaticata e scossa dalla traversata, conclude decisa: “Mi allieta la certezza che non passerò mai più il Sempione”. Sicuro e sereno, Stendhal viaggia di ottimo umore verso la “sua” Milano: “Niente di più pittoresco della valle di Iselle: la si attraversa per giungere al ponte di Crevola, dove incomincia il Bel Paese”.

Sopra al ponte di Crevola

Sopra al ponte di Crevola

Era il 1826; pochi anni dopo passa il musicista tedesco Felix Mendelssohn-Bartholdy che si ferma al villaggio sotto il valico: “Una gentile donna francese gestisce la locanda lassù e non è facile descrivere la soddisfazione procurata dalla semplice pulizia che vi trovammo, cosa inesistente in Italia”. Sempre sensibile al fascino femminile, Gustave Flaubert scendendo a Briga si ferma a Berisal prima del ponte sulla Ganther e annota rapidamente: “Colazione. Robusta montanara, fresca, rosa, carnosa, un po’ tedesca col suo piccolo cappello rotondo dal nastro pieghettato, capelli annodati dietro”.

Il villaggio di Sempione

Il villaggio di Sempione

Al russo Nikolaj Gogol invece non piace la Confederazione: “Il pensiero di rivedere l’Italia agì in modo tale che io abbandonai la Svizzera, come il prigioniero abbandona la prigione”. Molto bella la descrizione notturna di Dickens del 1844: “A poco a poco il frastuono delle acque divenne più forte e la stupenda strada penetrò tra due muri massicci di rocce perpendicolari che ci tolsero completamente la luce della luna e ci lasciarono solo la vista di alcune stelle. Poi perdemmo anche queste nella profonda oscurità di una caverna. Uscendo dall’altra parte, di nuovo in un tratto rischiarato dalla luna, attraverso un ponte altissimo la strada proseguì tortuosa lungo la gola di Gondo, orrida e grandiosa oltre ogni dire”.

Una passaggio vicino a Gondo, da da G. Lory, F. Schoberl, Picturesque Tour from Geneva to Milan, London, 1820, R. Ackerman

Un passaggio notturno vicino a Gondo

Anche Lord Byron è colpito dall’asprezza del paesaggio: “Il diavolo deve avere certamente messo la mano (o lo zoccolo) tra certe rupi e certi burroni tra le quali e sopra i quali passa la strada”. Orgoglioso per l’opera dei suoi connazionali, Théophile Gautier elogia il lavoro della dinamite: “Le pareti, che hanno la traccia profonda delle mine, mostrano che han permesso il passaggio solo dopo una lunga resistenza e che molta polvere da sparo dovette essere bruciata per averne ragione”. Lo scrittore francese non menziona le centinaia di operai morti nel grande cantiere, compreso l’ingegner Lescot, il capocantiere che a 43 anni si buscò una fatale polmonite nel gelo dell’inverno 1802. Nell’Ottocento la diligenza compiva il tragitto fra Briga e Domodossola in poco più di nove ore con una breve sosta a Simplon Dorf. Adesso, in macchina ne basta una.

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Per vedere i disegni di Nicolas Céard, l’ingegnere francese che progettò la strada del Sempione, cliccate qui sotto, sul primo tondo in alto a sinistra:

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Per vedere tutte le acquetinte colrate a mano di Gabriel Lory, dal libro Picturesque Tour of Simplon, cliccate sul frontespizio qui sotto:

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L’articolo è tratto da A.A.V.V., Milano verso il Sempione, Milano, 2006, Celip.

In apertura: Vista del ponte e della Galleria di Ganther, acquatinta colorata a mano, da Gabriel Ludwig Lory, Gabriel Matthias Lory, Jean-Frédéric Osterwald, Frederic Schoberl, Picturesque Tour from Geneva to Milan, by way of the Simplon, illustrated with thirty six coloured views of the most striking scenes and of the principal works belonging to the new road constructed over that mountain, London, 1820, R. Ackerman. Tutte le acquetinte inserite nell’articolo sono tratte da questo libro; i disegni a penna e acquarello di Nicolas Céard del 1803 sono conservati presso gli Archives Nationales di Parigi; il ritratto di Kaspar von Stockalper è conservato nel Museo Stockalperschloss di Briga.

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Bibliografia: Gabriel Ludwid Lory, Gabriel Matthias Lory, Jean-Frédéric Osterwald, Frederic Schoberl, Picturesque Tour from Geneva to Milan, by way of the Simplon, illustrated with thirty six coloured views of the most striking scenes and of the principal works belonging to the new road constructed over that mountain, London, 1820, R. Ackerman; Robert Louis-Astolphe Céard, Souvenirs des Travaux du Simplon, Geneve, 1837, Imprimerie di G.me Fick; A.A.V.V., Il Sempione, 2000, Anzola d’Ossola, Fondazione Architetto Enrico Monti.

Published in: on 22 LugpmThu, 07 Jul 2016 19:05:02 +00001882016 2011 at 9.41  Comments (2)  
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Tempi moderni a Vacciago

La Fabbrica di Vacciago Ricami a Macchina Salone riparto a mano dove si portava a compimento la lavorazione dei ricami copia

di Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Roberto Castiglioni e Francesca Coletti

A Vacciago sul Lago d’Orta, in una località chiamata Roccolina, sorgeva un imponente fabbricone. Era la Ricami a macchina, fondata dagli ingegneri Gola, Norsa & C. nella seconda metà dell’Ottocento.

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Pionieri della meccanizzazione

LambrequinRittmeyer & Co. St. Gallen (1856 - 1898) HerstellerInSt. Gallen Stadt1888128 cm LŠngeSeide,Atlasbindung, Nadelmalerei, Handstickmaschine,(Gewebe), (Maschinenstickerei), (Stickerei)Inv. Nr. 24242Der Lambrequin mit Kordelbesatz diente als Querbehang Ÿber TŸren oder Fenstern. Er ist beidseitig bestickt und entstand anlŠsslich der Pariser Weltaustellung 1889.

Un’esempio di bordura a festoni della ditta Rittmeyer & Co. di St. Gallen in Svizzera, ottenuta con ricamo a mano e a macchina. St. Gallen Textilemuseum ©

Nella fabbrica veniva realizzata un’innovativa produzione industriale di ricami, cuciti da telai meccanici a navetta. Non era certo la prima volta che i tessuti venivano creati dalle macchine: già dal 1808, ad Intra, era stata introdotta la prima filatura meccanica del cotone. Il ricamo era rimasto, fino alla metà del secolo, un settore non sfiorato dal progresso. Intorno al 1830 si era affermata la produzione di quello a macchina nel cantone di San Gallo, in Svizzera e per circa cinquant’anni era rimasta una prerogativa nazionale, di cui gli svizzeri detenevano il monopolio. Il pizzo industriale emergeva come prodotto competitivo e più economico.

Joshua Heilman macchina ricamo onventore

Joshua Heilman di Mulhouse: inventò la prima macchina per ricami

La prima macchina era stata inventata in Francia nel 1829 da Joshua Heilman di Mulhouse e Franz Mange, di St Gallen, ne aveva subito ordinate due. Si era messo a perfezionarle nella sua fabbrica, con il nipote Franz Rittmeyer e il meccanico Anton Saurer. Da quel momento le macchine, costruite sia in Svizzera dalla Sauer, che in Sassonia dalla Plauen, si diffusero vertiginosamente e intorno al 1875  contavano circa 2000 telai Heilman nel cantone, il cui unico limite era che potevano produrre soltanto bordure.

Schiffli macchina per ricami Isaak Groebli

Il telaio meccanico Schiffli in una illustrazione dell’epoca

L’invenzione della Schiffli Stickmachine nel 1863, con l’introduzione del filo doppio e della navetta, migliorò decisamente la produttività; questo tipo di telaio fu adottato anche Vacciago. Nella Guida alle Alpi Centrali Italiani e regioni adiacenti della Svizzera di Edmondo Brusoni, pubblicata a Domodossola nel 1892, a pagina 173 si legge: “Da pochi anni venne impiantata in prossimità del paese una fabbrica di ricami a macchina, che fanno forte concorrenza a quelli importati dalla Svizzera. In essa lavorano circa 100 operai e la ditta proprietaria è Gola, Norsa e C.”.

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Gli albori

Casorate panorama

Un panorama di Casorate Sempione del 1902. La fabbrica Reiser & Cattoretti è al centro della foto, sotto l’aereo nel mezzo, dietro a un albero. Cartolina da Ebay

La fabbrica di Ameno era parte di una storia più grande: la società, che produceva ricami a punto passato, navetta e pizzi, era stata fondata il 12 Luglio 1883 dai due soci Carlo Gola e Carlo Norsa. La Gola & Norsa era stati la prima fare concorrenza alla Reiser aprendo una prima fabbrica a Gallarate. La ditta aveva un capitale sociale di 90.000 lire e sede a Milano in via Monte di Pietà 15 e nel 1892 si era fusa con la Reiser & Cattoretti di Somma Lombardo. Insieme si chiamarono “Ditte Riunite Ricami a Macchina Reiser Cattoretti Gola & Norsa”, che successivamente si trasformò nella “Ricami a Macchina di Arona”. Nel 1885 avevano allestito insieme una grande e moderna fabbrica in via Pergolesi 6 a Milano, dove vi erano anche uffici e magazzino.

Franz Reiser ricami a macchina carta intestata

La carta intestata della prima ditta Reiser

Dai documenti della Camera di Commercio di Milano si possono dedurre le varie vicende societarie: Reiser nel 1885 aprì un’altra officina a Somma Lombardo, insieme alla ditta Fratelli Visconti di Modrone. La fabbrica, nella frazione Maddalena in prossimità del fiume Ticino per la purezza delle sue acque, era specializzata in candeggio, tintoria e stamperia a quadro e cilindro. La foza motrice era data da un’immensa ruota idraulica della potenza di 400HP”; nel 1893 le Ditte Riunite furono ricostituite con sede Largo Cairoli al 4. Cessarono nel 1898, ma la fabbrica di Milano era attiva almeno fino al 1906; nell 1911 Reiser e Cattoretti registrarono una nuova societa a Somma, in via Belvedere 11 dedicata al commercio e ai ricami a mano.

Francesco Francesco Reiser Franz Ricami a macchina Gallarate

Un ritratto dell’industriale di origine svizzera Franz Reiser

La Reiser & Cattoretti era una delle prime industrie ricamiere del tempo. Portava il nome del fondatore, Franz Reiser, un industriale svizzero nato il 28 Febbraio 1845. Dopo diverse esperienze di lavoro in Germania, era venuto in Italia nel 1870. Prima a Napoli, dove aveva trovato impiego in una ditta di prodotti chimici, poi a Milano dove aveva per la prima volta introdotto il ricamificio a macchina. L’anno dopo nella società di Reiser era entrato Costanzo Cantoni, e lo stabilimento fu trasferito a Gallarate, in una della zone più industrializzate della Lombardia. Reiser aveva un sogno: fondare un distretto dei ricami tale da far concorrenza a San Gallo. Nel 1881 fu allestita un’altra fabbrica a Casorate, poi ingrandita nel 1885. Lì Reiser si associò con il ragionier Pietro Cattoretti e con suo fratello, figli del sindaco Francesco, cui è dedicata una targa nel Municipio. Nel 1892 un altro ricamificio era stato inaugurato ad Arsago Seprio, che nel 1894 contava 200 operaie.

Il volto di Piero Cattoretti

Il ragionier Piero Cattoretti di Casorate Sempione

La crisi agraria, e in special modo quella dell’allevamento del baco da seta, dovuto all’inurbamento dei contadini, aveva creato grande richiesta di lavoro a bassissimo costo di donne, vecchie e bambine, ed è per questo che molti imprenditori svizzeri impiantarono la loro attività in Italia del Nord. Inoltre il territorio circostanze, dominato dalla brughiera, era poco fertile e di difficile coltivazione. Era inesistente la regolamentazione dei diritti, mentre in Svizzera la legge del lavoro in fabbrica, introdotta nel 1877, vietava il lavoro ai minori di 14 anni. In Italia una prima legge era stata emanata nel 1886, ma si limitava a porre il divieto per i fanciulli con meno di 6 anni e regolava le ore di lavoro: massimo otto per i bambini dai 9 agli 11 anni, ma quelli da 11 a 15 anni potevano lavorare fino a 12 ore giornaliere.

Una fotografia scattata a Laveno nella seconda metà dell'Ottocento mostra donne e bambine intente a staccare i bozzoli del baco da seta

Una fotografia scattata a Laveno nella seconda metà dell’Ottocento mostra donne e bambine intente a staccare i bozzoli del baco da seta. L’abbandono della bachicoltura portò all’aumento di lavoratrici nelle nuove fabbriche tessili. Archivio Touring Club Italiano

L’associazione tra Reiser e Gola dipendeva da un legame famigliare: Teresa Gola (1848-1897), probabilmente sorella di Carlo, era la moglie di Franz Reiser. Nel 1881 era anche direttrice della fabbrica, come risulta dalla medaglia di collaborazione, assegnata alla Ditte Reiser & C. di Gallarate all’Esposizione Nazionale di Milano del 1881, dove i prodotti furono presentati con molto successo. Nella Guida pubblicata da Sonzogno si legge: “Cominceremo il nostro giro nella galleria laterale destra … nel mezzo s’innalza la vetrina di S. F. Reiser (Gallarate) colle tende e colle mussole ricamate a macchina”. Erano in mostra anche una poltrona ricamata e ricami cardeggiati.

Teresa Reiser Gola in una dipinto postumo del 1898

Teresa Reiser Gola in una dipinto postumo del 1898

Di Teresa Reiser Gola, inedita figura di donna imprenditrice, resta un ritratto del pittore Carlo Stragliati (1868-1925), realizzato post mortem nel 1898. Era infatti scomparsa prematuramente e Franz, colpito dalla sventura, decise di ritirarsi dagli affari e morì il 6 Settembre del 1902. Il figlio di Franz si chiamava Giulio Reiser e trascorse un periodo di apprendistato in Inghilterra. Fu il primo ad importare in Italia il tessuto popeline. Dalla moglie, Giuseppina Arnaboldi, detta Pina, ebbe quattro figli: Giorgio, Emilio, Beatrice e Franco, che nacque a Londra.

Giulio Reiser Franz Reiser ricami a macchina Gallarate

Giulio Reiser, figlio di Franz Reiser, fu il primo ad importare in Italia il tessuto popeline

Giorgio e Franco, proseguendo la tradizione famigliare iniziata dal nonno, fondarono a loro volta la ditta G.F. Reiser in accomandita semplice. Alessandro Livaditi, che era cugino loro cugino, inizò come dipendente e cinquant’anni subentrò a Giorgio e divenne socio. Franco Reiser morì centenario. La ditta Reiser & Livaditi è tutt’ora attiva. Tornando ai primi del Novecento, dopo la morte del pioniere Franz Reiser, fu Francesco Gola, “notissimo nell’industria e consigliere della Camera di Commericio di Milano” ad occuparsi degli affari. Nel 1899, come si ricava dall’Indicatore postale telegrafico del Regno d’Italia,  la ditta Reiser Cattoretti, Gola Norsa & C. era “notevole … per la finezza dei suoi lavori“. Le notizie relative alla fabbrica di Casorate sono state gentilmente fornite da Piero Rodoni, esperto e studioso di storia casoratese e da Stefano Bianchi, discendente di Pietro Cattoretti. Lo stabilimento, specializzato nella produzione del pizzo San Gallo, era stato costruito in via Milano 9, a quei tempi via dell’Oratorio.

Un'immagine della fabbrica di Casorate Sempione in una pubblicazione dell'epoca

Un’immagine della fabbrica di Casorate Sempione in una pubblicazione d’epoca

Oltre a Milano, Casorate e Vacciago, altre fabbriche erano situate a Gallarate, Borgomanero e a Cressa Fontaneto. In quest’ultimo comune avevano, nel 1912, 25 ricamatori a L. 3.50 al giorno per 10 ore di lavoro, 24 infilatrici adulte a L. 1,40 e 7 fanciulle. In I periodici operai e socialisti di Varese nel 1860 al 1926, viene riportata la notizia del “Piccolo Corriere” n. 11 del 5 Maggio 1888, secondo la quale gli operai della ditta Cattoretti avrebbero proclamato uno sciopero per ottenere l’aumento della paga. Al principio l’attività era svolta, anche a domicilio, con telai manuali, ma l’importazione dei telai meccanici e la costruzione della fabbrica consentirono una maggiore produzione a costo ridotto. La società produceva, oltre ai pizzi, anche abiti femminili che venivano venduti in Italia ed esportati in America del Sud. La difficoltà maggiore era che il ricamo greggio doveva essere esportato temporaneamente in Svizzera per la finitura e il candeggio, ma dal 1884 lo stesso Reiser, con l’appoggio del duca Guido Visconti di Modrone, costruì l’impianto di candeggio finitura e apprettatura Ticinella, nella brughiera di Somma Lombardo. In questo modo riuscì ad emanciparsi dalla Svizzera. Lo stabilimento fu ceduto nel 1887 allo stesso Visconti di Modrone.

Una pubblicità degli Accumulatori Hensemberger sulla Rivista del Touring del mese di Agosto 1913

Una pubblicità degli Accumulatori Hensemberger. Rivista del Touring del 1913

Il settore dei ricami a macchina non ebbe crisi, nemmeno nei periodi antecedenti e successivi alla prima guerrra mondiale. Amerigo Sanna, che scrisse una relazione sulle fabbriche gallaratesi, riportò che nel 1924 esistevano in Italia 400 macchine Schiffli e ben 322 erano utlizzate a Gallarate. Le ditte per i ricami a macchina erano in totale 100, delle quali 88 nella cittadina, dove erano impiegati 1400 operai. Il 27 Gennaio 1928 si celebrò il matrimonio del Dott. Franco Reiser con Pia Henseberger. Si potrebbe ipotizzare che si tratti di un discendente, probabilmente un nipote di Reiser. Pia era la figlia di Pino Hensemberger e nipote di Giovanni, un’industriale di origine alsaziana che aveva fondato un’industria di accumulatori a Monza. Nel fondo del fotografo Sommariva ci sono dei ritratti di Emma Hensemberger Reiser e di Giulia Reiser, magari le figlie di Pia e Franco. Un altro parente si chiamava Constanzo e aveva avviato un’attività di import-export con l’Italia. Il suo indirizzo era Casilla Correo 1397, Valaparaiso in Cile. Si occupava di rappresentare la ditta tessile Bernasconi di Cernobbio, specializzata in seta, per tutte le Repubbliche del Pacifico e, in seguito, della ditta Augusta di Torino.

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Il tulle in Parlamento

Trade and Industry in St. Gallen, Emil Rittmeyer, oil on canvas, 1881. The image shows the World Trade in embroidery at the end of the 19th Century. On the left side, at the column, pose the designers of the embroidery next to factory chimneys and a locomotive. The telegraph line builder in the center indicates the importance of the new technology for the trade - the first Swiss telegraph line ranged from St. Gallen to Zurich in 1852. On the right side, the exporter presents the embroidery to the representatives of all continents.

Commercio e industria a San Gallo, olio su tela di Emil Rittmeyer, 1881

Il 13 Giugno del 1883 l’onorevole Giulio Carlo Bianchi presentò un emendamento per l’omogeneizzazione del dazio sui tulli grezzi con quelli dei tulli imbiancati o tinti, in relazione all’emergente fabbricazione dei ricami a macchina: “Accogliendo il mio emendamento, la Camera non farebbe che applicare ai tulli grezzi, in confronto dei tulli imbianchiti o tinti, quella stessa agevolezza di dazio che si accorda nella nostra tariffa ai filati di cotone ed a tutti gli altri tessuti di cotone … I tulli in Italia non si fabbricano affatto, i tulli grezzi non s’importano in Italia che per esserequi, o lavorati, o ricamati: quindi i tulli grezzi debbono essere considerati come materia prima per l’industria, dei ricami a macchina … Io credo di non esagerare asserendo che sarebbe difficile, tra le nostre industrie a macchina, ritrovarne alcun’altra da contrapporre a questa, e che si possa dire più simpatica, più rispondente al genio quasi istintivo dei nostri operai, più rispettosa delle esigenze della loro igiene.

Un operaio intento alla gestione della macchina da ricamo

Operai intenti alla gestione della macchina da ricamo

È un’ industria che è soltanto un decennio che fu importata fra noi, e già prospera e si dimostra rigogliosa e promettente. Nel 1881 tutti abbiamo potuto ammirare i prodotti brillanti che la casa Reiser presentava alla Esposizione di Milano, e che costituirono una delle rivelazioni di quella Esposizione. A me sembra che nessuno possa dubitare degli elementi di vitalità che presenta fra noi l’industria dei ricami a macchina. Le due difficoltà maggiori contro le quali l’industria italiana deve lottare, onde vincere la concorrenza straniera, per essa non sussistono. La macchina a ricamo non ha bisogno di motore meccanico, essa è mossa dall’uomo; non ha quindi la difficoltà del combustibile nazionale che fa difetto per le altre industrie.

Due esempi di abiti ricamati in una foto francese dei primi del 900

Due esempi di abiti ricamati in una foto francese dei primi del Novecento

Così pure l’industria dei ricami a macchina non richiede un impianto straordinariamente vasto e quindi grossi capitali, essa si presta anzi ad essere molto suddivisa, e, meglio di molte altre industrie, può adattarsi anche alle esigenze e alle abitudini delle nostre popolazioni campagnuole ed agricole. L’esempio del Cantone di San Gallo e dei territori confinanti dove una popolazione di oltre 60,000 operai vive e molto agiatamente dei profitti di quest’industria credo possa essere una prova irrefragabile di quanto asserisco. Circa le attitudini che si domandano nell’operaio che deve esercitare l’industria dei ricami, io credo non possa dubitarsi che esse facciano difetto negli operai italiani. Un po’ di intelligenza, un po’ di gusto, un po’ di attitudine al disegno, sono doti che se si ritrovano nell’operaio svizzero, chi potrebbe temere non si abbiano a ritrovare nell’operaio italiano? 

Ricamo San Gallo macchina punto catenella Rau Museo storia

Ricamo su tulle realizzato con la macchina Schiffli, Manifattura Rau, dal 1892. St. Gallen Textilemuseum ©

Però, se l’industria di cui io parlo riunisce tante favorevoli condizioni e dà sufficente garanzia del suo prospero avvenire, in questo momento essa attraversa un periodo molto diffidente. E un’industria che si ritrova ancora nei suoi primordi; i manufattieri di San Gallo da lunghissimi anni dispongono di una clientela mondiale, all’incontro i nostri sono appena e ancora difficilmente conosciuti in paese.  Oltre a ciò a San Gallo la produzione non è tormentata dalle tasse che pur troppo deve sopportare in Italia. Due fatti recenti poi, entrambi lieti, ma che come tutti i lieti eventi presentano pure il loro rovescio, concorsero a rendere più delicata la posizione della industria dei ricami. L’abolizione del corso forzoso toglie ad essa quella piccola protezione che finora la favoriva mentre l’apertura della ferrovia del Gottardo mette direttamente di fronte i nostri industriali cogli industriali svizzeri coi quali debbono misurarsi nella lotta di concorrenza.

Libro con modelli di ricamo, 1890-1900. St. Gallen. Textilemuseum ©

Libro con modelli di ricamo, 1890-1900. St. Gallen Textilemuseum ©

Per tutte queste ragioni credo si debba riconoscere da tutti che anche l’industria dei ricami a macchina ha bisogno oggi soprattutto e per alcuni anni ancora di qualche protezione … Prego però vivamente l’onorevole ministro e la Camera di voler accogliere anche il mio modesto emendamento che non fa che completare il beneficio che le variazioni a cui ho accennato, assicurano a questa industria: con esso non si fa che mettere i tulli e le altre stoffe cui accenna la voce di cui ci occupiamo, nelle identiche condizioni degli altri tessuti di cotone, e quindi mi pare possa dirsi nulla più che un atto di giustizia“. L’emendamento del deputato Bianchi fu approvato e introdotta la nuova regolamentazione che prevedeva i seguenti dazi, per tulle, garze e mussole di cotone al quintale: grezzi: L. 250; imbiancati e tinti: L. 300; ricamati L. 500.

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Un’industria bella e gentile

Un ricamo della Ditta Reiser presentato all'Esposizione di Milano del 1881

L’Italia, ricamo della Ditta Reiser, presentato all’Esposizione del 1881

La storia delle Ditte Riunite è contenuta nel libro L’Italia nell’America Latina del 1906, un grosso tomo di centinaia di pagine, completo di immagini, che racconta lo straordinario progresso industriale italiano all’inizio del Novecento. Ecco la parte dedicata alla Ricami a Macchina: “Una delle industrie ove alla precisione del lavoro va pure unita l’arte ed il buon gusto, è quella dei ricami, i quali, perché sottoposti alla moda, vanno ogni giorno soggetti a variazioni. Questa industria ha il suo centro a S. Gallo in Svizzera; e fu appunto uno svizzero, il signor Franz Reiser, uomo di impegno e di iniziativa, che nell’anno 1872 la portò in modeste proporzioni in Italia e precisamente a Casorate-Sempione, paese vicino a Milano, esercendola sotto il nome di F. Reiser & C. Questa sua iniziativa fu coronata da successo, e qualche anno dopo si associò al signor rag. Pietro Cattoretti, la di cui intelligenza ed attività contribuirono allo sviluppo dell’industria che prese proporzioni importanti sotto il nome di Reiser & Cattoretti.

La pubblicità delle Ditte Riunite su una pubblicazione del tempo

La pubblicità delle Ditte Riunite su una pubblicazione del tempo

L’iniziativa del signor Reiser ebbe altri seguaci ed il signore Francesco Gola, notissimo nell’industria e consigliere della Camera di Commercio di Milano, unendosi ai signori Norsa, formò la ditta Gola-Norsa & C. con fabbriche in Ameno Novarese; fabbriche il cui svilupo pareggiò in breve tempo quello della ditta Reiser e Cattoretti. Queste due importanti case, basandosi sulla massima: “l’unione fa la forza” non tardarono a fondersi, e nell’anno 1892 sorse la ditta: Ricami a macchine Ditte riunite Reiser e Cattoretti Gola-Norsa e C. con sede in Milano. Resi così più forti e visto che i loro prodotti pareggiavano per accuratezza e lavoro, per candeggio e per appretto a quelli della Svizzera, tentarono con fortuna l’esportazione, e , dopo qualche tempo, oltre a quelle esistenti, impiantarono una nuova fabbrica in via Pergolesi, ove si stabilì la sede centrale delle ditte riunite.

La sede delle Ditte Riunite a Milano in via Pergolesi 6

L’immenso salone della Schiffli nella fabbrica di Milano

La direzione di  questa nuova fabbrica è alle cure speciali del socio signor Ernesto Norsa; il quale si occupa della fabbricazione, delle macchine e della parte artistica. La parte amministrativa di tutta l’azienda viene disimpagnata con esattezza dai soci signor rag. Pietro Cattoretti e signor dott. Eugenio Norsa; ed il socio signor Francesco Gola dirige specialmente la parte che si riferisce alle rappresentanze ed al commercio in generale, nonché al candeggio e all’appretto. Nella Fabbrica di Milano, della quale si può ammirare il bel salone qui riporodotto in fotografia lavorano cinquanta macchina sistema Schiffli. Queste macchine sono delle più perfezionate e sono mosse da forza elettrica. In altri locali si riunisce tutta la produzione degli stabilimenti di Ameno e di Casorate-Sempione, e vi si trovano pure immensi saloni per la finitura dei ricami, cioè frastagliatura, stiratura, confezione campionari, fabbriche di scatole, imballaggi e spedizioni. Tutti questi locali sono costruiti con idee moderne, e la ditta Ricami a Macchina ebbe la soddisfazione di vedersi assegnata una medaglia d’oro dal Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, nel concorso Brambilla nell’anno 1900.

Lasche mit GalonsLabhard & Co (? - 1934) HerstellerInSt. Gallen20.Jh. 1.D.55 x 30 cm ObjektmassKunstfaser,TŸll, Schifflistickmaschine,(Maschinenstickerei), (Stickerei)Inv. Nr. 54757

Un esempio di bordura ricamata a macchina. St. Gallen, Textilemuseum ©

Nelle altre fabbriche lavorano duecento macchine senza motore e più propriamente chiamate Hand machinen. Colla perfezione della merce questa ditta ha saputo, dopo non lievi sacrifizi, acquistarsi oltre alla clientela d’Europa, anche quella dell’Oriente e delle Americhe, ove dà sfogo a tutta la sua ottima produzione. Tale ditta è continuamente in rapporto con S. Gallo, centro di quest’industria, e sta al corrente di tutte le novità, ed i perfezionamenti che si fanno continuamente alle macchine. Ha rappresentanti nei centri pincipali come: Parigi, Amburgo, ecc., ed ottenne le seguenti onorificenze: Monza 1879 Medaglia d’oro; Milano 1881 Medaglia d’oro; Lodi 1883 Diploma d’onore; Torino 1884 Medaglia d’oro; Genova 1892 Gran diploma d’onore; Torino 1898 Medaglia d’oro; Torino 1898 Medaglia per l’esportazione data dal Ministero di agricoltura e commercio; Milano 1900 Medaglia d’oro dal Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Ad un’impresa così vasta  e ad un’industria così bella bella e gentile, è da augurare che continui brillantemente il suo cammino, poiché essa fa onore al nome italiano, e lo fa tenere in considerazione anche nei paesi più lontani.

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Premio all’innovazione

Lo stabilmento di Ameno

Lo stabilmento di Ameno faceva parte del gruppo Ditte Riunite

Un’altra celebrazione dell’azienda è tratteggiata nell’Annuario Scientifico e Industriale del 1901, edito a Milano dai Fratelli Treves, in relazione all’assegnazione del secondo premio della Fondazione Brambilla presso l’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, che consisteva in una medaglia d’oro e L. 500: “Le ditte riunite Reiser e Cattoretti, Gola Norsa & C., colla recente introduzione delle nuove macchine a navetta, e coll’impianto di un grande stabilimento in Milano, diedero all’industria dei ricami un tale sviluppo da poter ottenere una forte produzione, capace di sostenere sul nostro mercato e su quello straniero la concorrenza delle fabbriche svizzere, che ebbero finora il monopolio di tal genere di manifatture. Fin dal 1872 il sig. Franz Reiser impiantava per primo, in Italia le macchine da ricamo a punto passato. Superate le prime difficoltà, di indole tecnica e commerciale, l’industria andò ingrandendo, dapprima concentrandosi in singoli stabilimenti, poi diffondendosi preferibilmente nelle case stesse degli operai.

Un colletto di pizzo fabbricato meccanicamente

Un colletto di pizzo fabbricato meccanicamente

Coll’invenzione della macchina a navetta, con motore meccanico, si risolse il problema della produzione intensiva. La società Reiser e Cattoretti, ecc., nel 1899 acquistava, e metteva in esercizio, sei di queste macchine nel proprio stabilimento di Ameno; e nel corrente anno, a tutt’oggi, ne impiantava 36 in quello di Milano, rimanendone ancora sei da mettere in opera per la fine del 1900. Quale e quanta sia l’utilità arrecata agli operai con questa nuova industria, risulta del numero di operai necessari, per lavori alle ricamatrici, per aggiustature, taglio de’ fili, frastaglio, confezione delle pezze, motori, officina, ecc.

Un dettaglio dell'abito da giorno con tulle ricamato

Il dettaglio di un’abito da giorno fatto di ricami

Ad impianto ultimato gli operai verranno a raggungere all’incirca il numero di 750. Questa industria dei ricami dà alimento a molte altre industrie nazionali, in quanto occorre al candeggio, all’appretto, alla confezione e a tutti quegli accessori di réclame, che pur costituiscono una spesa non piccola rispetto al costo del prodotto principale. Lo stabilimento è progettato ed eseguito con larghezza di mezzi e di intendimenti, seguendo i più moderni criteri igienici, tecnici, amministrativi. Il movimento delle ricamatrici, l’illuminazione, il riscaldamento dei ferri da stirare, sono tutti prodotti dalla corrente elettrica. Gli operai lavorano in ambienti ampi, bene illuminati, privi di polvere, di qualsiasi esalazione nociva, bene riscaldati con impianto a vapore.

La sede di Milano delle Ditte Riunite Reiser Cattoretti, Gola Nrsa e C., era in via Pergolesi 6

La sede di Milano delle Ditte Riunite Reiser Cattoretti, Gola Norsa e C., era in via Pergolesi 6

Data l’importanza ed il notevole sviluppo che le ditte Reiser e Cattoretti, ecc., seppero dare alla nuova industria dei ricami, la Commissione, rilevando come siano in questo concorrente pienamente soddisfatte le condizioni del programma, propone l’aggiudicazione del premio”. Nel Riassunto sulle condizioni industriali del Regno, scritto nel 1906, si legge: “La fabbricazione dei pizzi e dei merletti, sia ad ago che al tombolo, ed in qualsiasi materia tessile, massime come industria casalinga ed accessoria, viene acquistando sempre maggiore importanza … Secondo l’inchiesta del 1903, i principali laboratori per la fabbricazione di merletti, ricami, pizzi e trine, davano occupazione a più di 2300 operai, distribuiti principalmente nella Lombardia, nel Veneto, nella Toscana, nella Campania, nel Piemonte e negli Abruzzi. La fabbrica di ricami a macchina del1a ditta Reiser, Cattoretti, Gola e Norsa in Milano ha acquistato notevole credito anche all’estero”.

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La navetta di Gröbli

Isaak Grobli introdusse la navetta (Schiffli) nella macchina da ricamo

Isaak Gröbli introdusse nel 1863 la navetta nella Schifflistickmaschine di sua invenzione

La realizzazione dei tessuti e dei pizzi era garantita, a Vacciago come a Casorate, dal telaio meccanico a filo continuo chiamato Schifflistickmaschine, che era stato inventato nel 1863 dallo svizzero Isaak Gröbli di Oberuzwil, nel cantone di St. Gallen e perfezionato nelle officine di Adolph Saurer. Gröbli era stato ispirato dal funzionamento della macchina da cucire e aveva costruito un macchinario che si basava sul continuo movimento dell’ago con il filo e sulla presenza di una navetta contenente una spoletta di filo.

Grobli modelli illustrati di ricamo Reiser Cattoretti Gola Norsa ricami macchina

Scatola con disegni illustrati e frammenti di pizzi di Johann Urlich Gröbli (1859-1938). St. Gallen, Textilemuseum ©

La navetta assomigliava allo scafo di una barca a vela e quindi la macchina fu chiamata Schiffli, che in tedesco significa navetta. Da allora non era più richiesto il delicato gesto della ricamatrice, ma serviva soltanto la supervisione dell’addetto, che guidava il pantografo e azionava il meccanismo con la manovella. Una o due operaie dovevano controllare l’allineamento di aghi e i fili. ll figlio di Isaak, Joseph Arnold Gröbli, successivamente perfezionò la macchina, sostituendo al pantografo le schede perforate e fu così abolito l’intervento umano. In questo video si può vedere come funzionava una macchina per ricamo meccanica, simile a quelle utilizzate a Vacciago:

 

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Ricami cusiani

Un elegante signora indossa un abito guarnito di pizzo San Gallo su tulle

Un’elegante signora indossa un abito guarnito di pizzo San Gallo

I telai per la fabbricazione dei ricami di Vacciago erano stati importanti direttamente dalla Svizzera. Il telaio veniva mosso a mano dall’operaio ricamatore e richiedeva anche la presenza di altre due operaie per le operazioni di sostituzione degli aghi rotti e del filo nella navetta, completamento del candeggio, appretto e allestimento dei ricami.

Le maestranze della Ricami a Macchina di Vacciago

Le maestranze della Ricami a Macchina di Vacciago; fra le operaie vi erano anche molte bambine

A Vacciago erano impiegate circa cento persone e dovevano esserci circa una trentina di telai. La maggior parte degli addetti erano donne e ragazze che ogni mattina arrivavano dai paesi della Riviera d’Orta per lavorare nella grande fabbrica. Le bambine iniziavano già a nove anni e la paga giornaliera delle donne andava da 0.80 a 1.50 Lire per dieci o dodici ore di lavoro, mentre gli operai specializzati arrivavano a un massimo di 3 Lire.

Il reparto Schiffli della Ricami a Macchina di Vacciago

Il reparto Schiffli della Ricami a Macchina di Vacciago

La macchina a navetta per il ricamo aveva una lunghezza che poteva˜ variare dalle 10 alle 15 iarde. Il tipo da 10 iarde era guarnito di 386 aghi che lavorano simultanemente, pari a 686 macchine da cucire ed era capace di ricamare, sia su tessuti finissimi (cambr“ì, batista, organza, tulle), sia su tessuti di lana, lino e cotone diversi di tipi di punto (a giorno, a croce, ombra) e i caratteristici ricami San Gallo e macramé. Secondo il Bollettino del Club Alpino Italiano del 1885 “In Ameno è meritevole di visita la Fabbrica dei ricami a macchina dei signor Gola, Norsa. e C., nella quale lavorano circa 100 operai“. Il tessuto che si ricavava poteva essere suddiviso per ottenere gale e bordure oppure, tramite l’applicazione di sostanze chimiche, si eliminava l’originaria trama di supporto creando così dei traforati simili ai merletti. Il procedeimento è illustrato da Egidio Garuffa nel volume Tecnologia delle industrie meccaniche del 1904: “Recentemente si è cercato di ottenere con macchina i merletti fini e i ricami fini …. detti a giorno o ad intaglio, sono così formati che si ricama prima coll’ago a macchina una stoffa di fondo e formato il ricamo si distrugge il fondo, sicché resta soltanto il disegno. Così si fanno ricami di cotone o lino su lana (crèpe lisse) o ricami di seta su cotone. Il fondo viene distrutto con trattamento chimico, o con carbonizzazioone. Detti pizzi si tendono poi su cilindri di porcellana”. Per buona fortuna delle ricamatrici manuali il tessuto prodotto in questa maniera risultava un po’ ruvido e duro, ma era meno costoso.

La macchina a navetta per il ricamo ha una lunghezza che pu˜ variare dalle 10 alle 15 iarde. Il tipo da 10 iarde  guarnito di 386 aghi che lavorano simulteamente, pari a 686 macchine da cucire. Essa  in grado di realizzare, sia su tessuti finissimi (cambr“, organdi. tulle), sia su tessuti di lana, lino, cotone, fibre sintetiche e artificiali, diversi di tipi di punto (a giorno, a croce, ombra) e i caratteristici ricami San Gallo e macramé

Un’altra immagine della Ricami a Macchina di Vacciago con le operaie a fianco delle macchine. La loro paga era bassa e non si potevano permettere di acquistare i loro stessi lavori

La fabbrica di Vacciago, che era diretta da Orazio Spanna e creava anche un indotto di guadagno sul territorio; in un’altra fabbrica veniva prodotto il tessuto che era poi lavorato presso la Ricami a Macchina. L’edificio aveva tre piani e aveva tanti finestroni composti da piccoli vetri quadrati, che gli donavano un aspetto quasi grazioso. Su un lato c’era l’abitazione del responsabile, che aveva finestre più piccole e persiane. Il tetto era spiovente, ma ingentilito dalla trina di rame che definiva la linea della copertura; un oblò richiamava le tipiche costruzioni del Lago d’Orta. La fabbrica era immersa in uno spazio verde che in primavera si riempiva di fiori e profumi.

La fabbrica di Vacciago dava lavoro soprattutto alle maestranze femminili

L’esterno della Ricami a macchina di Vacciago

Uno stanzone era dedicato alla lavorazione dei pizzi, che dovevano essere cuciti alle lenzuola, agli asciugamani, o ai vestiti, con le macchine da cucire a pedale. I lampadari industriali di ferro nero smaltato pendevano sopra le teste delle operaie, sedute sugli sgabelli di legno dipinto di bianco e concentrate nell’esecuzione. Alcune operaie rivedevano il lavoro eseguito meccanicamente e apportavano migliorie o modifiche e chiudevano il lavoro, legando i fili, in modo invisibile. Le donne non avevano divise o abiti da lavoro, ma molte portavano larghi grembiuli sopra le gonne a righe, quadretti o fiori. I capelli avevano la scriminatura nel mezzo ed erano legati dietro la testa in uno chignon. Unico vezzo era una corta frangetta arricciata sulla fronte. Nei mesi invernali una stufa di ghisa veniva accesa per riscaldare l’ambiente, mentre d’estate le tende erano tirate davanti ai finestroni per schermare la luce del sole.

La Fabbrica di Vacciago Ricami a Macchina Aggiustatura Schiffli

Alla Ricami a Macchina lavoravano prevalemente donne e bambine. Nel 1910 la paga giornaliera, per 10 ore di lavoro, era 1,40 Lire agli adulti e 0,40 ai bambini

Più vicino alle finestre in piedi vicino ai tavoli stavano le operaie addette alla stiratura dei capi, che dopo essere stati pressati a dovere venivano inseriti in un armadio, da cui venivano trasportati nel reparto destinato al confezionamento.

Maestranze della Ricami a Macchina Vacciago

Una foto di gruppo di tutte le operaie della Ricami a Macchina di Vacciago

Nel Bollettino del lavoro e della previdenza sociale, del 1910, leggiamo qualche riga sulla fabbrica nel primo decennio del secolo: “La ditta Gola Norsa e C., esercente l’industria dei ricami a macchina su filati di cotone, ha alla sua dipendenza 55 operai ricamatori retribuiti con lire 3, 110 operaie infilatrici adulte con lire 1,40 e fanciulli con lire 0,40 al giorno, tutti per un lavoro di ore 10. Dopo aver chiesto senza risultati un aumento di salario in ragione di 30 o 40 lire al giorno, abbandonarono il lavoro“.

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Quello che resta

La Villa dei Cattoretti a Casorate Sempione, detta Ca' Torretta

La Villa dei Cattoretti a Casorate Sempione, detta Ca’ Torretta

Lo stabilimento di Casorate fu comprato nel 1916 dai Fratelli Frattini, che si specializzarono in tele per aerei, ma nel 1927 subentrò la tessitura Cozzi & Figlio; nel secondo dopoguerra l’edificio era occupato dalla tintoria della Ditta Bianchi. In via Manara, a Casorate c’è la villa Cattoretti, detta Ca’ Torretta, realizzata dall’architetto piemontese Cecilio Arpesani su una collinetta tra i boschi della brughiera, in quello stile eclettico castellano che ebbe tanta fortuna in Lombardia e in Piemonte. Lì viveva Pietro con la moglie Vittoria, maestra di scuola. In un anno indeterminato Cattoretti e Reiser si separarono, forse perché i ricami a macchina erano passati di moda. Piero, dopo aver regalato le macchine agli operai, si trasferì a Milano in via Revere, dove si specializzò nella correzione delle bozze per i manuali dell’editore italo-svizzero Ulrico Hoepli.

Il Villino Reiser a Casorate Sempione

Il Villino Reiser in via Maccallè 3 a Casorate Sempione

Esiste ancora, praticamente intatto, anche il villino Reiser in via Maccallè 3. Alessandro Livaditi, classe 1930, della Manifattura Reiser&Livaditi, un’azienda di tessuti per camicie a Milano in via Passeroni 6, ci ha inviato i suoi ricordi di quando era ospite presso la zia Giuseppina Arnaboldi, vedova di Giulio Reiser: “da bambino giocavo sulla terrazza di quel Villino Reiser in Casorate Sempione. Mia zia Pina (Giuseppina Arnaboldi sposata a Giulio Reiser figlio di Franz) mi ospitava per qualche tempo durante le vacanze estive. Una della servitù mi faceva fare delle passeggiate nel boschetto adiacente e mi ricordo che la Piera, così mi pare si chiamasse la cuoca, faceva i gnocchi alla romana ed i profiterols che allora non erano in commercio e conosciuti da pochi!“. L’attività della Reiser & Cattoretti di Vacciago cessò nel primo decennio del Novecento; le macchine si fermarono per sempre e così fu anche per gli stabilimenti di Milano.

Omegna anche quest'immagine risale ai primi del 900, si vede bene (al rocul) ovvero i resti del Castello denominato Castrun Deliberati costruito nel 1231, si vede sulla sinistra in alto e la collina del Parogno libero dal cemento. In fondo si vede il Fabbricone (De Angeli) a quel tempo Omegna non superava i 5000 abitanti.

Omegna in una foto dei primi del Novecento. Sullo sfondo il fabbricone del cotonificio De Angeli Frua. Foto Archivio Barducci

Molta manodopera femminile si reimpiegò nella filatura di cotone e tintoria Furter & Bebiè di Gravellona, detto anche il Fabricòn, un’azienda tessile fondata nel 1866, che nel 1880 contava 225 dipendenti e alla De Angeli Frua. Le donne durante la settimana di lavoro vivevano in un convitto e lì si cucivano la dote. Gli uomini trovarono lavoro nell’antica ferriera Vittorio Cobianchi, che era attiva dal 1857.

Donne impegnate a confezionarsi la dote nel convitto della De Angeli Frua ad Omegna

Operaie impegnate a confezionarsi la dote nel convitto della De Angeli Frua ad Omegna

Apparteneva alla famiglia Reiser dal 1915 anche la villa sulle pendici di Ameno, dove soggiornò anche il marchese Felix d’Albertas, torinese ed esperto botanico. Nella proprietà vi era anche una parte più rustica con gli alloggi per i domestici, il fienile e la scuderia e la legnaia. Un sottopassaggio, che fu poi sigillato, collegava la villa al parco, di 28.000 metri quadrati, che fu allestito dal 1850 e contiene tutt’ora camelie rare piantate più di un secolo fa, sequoie, faggi bianchi, un grande tasso, aceri giapponesi e rodedentri centenari. In fondo al parco c’è un laghetto naturale circondato da ontani. Un vecchio cedro del Libano, più volte colpito da fulmini, è al centro del giardino.

La ex fabbrica Ricami a Macchina fu trasformata negli anni Sessanta nella Colonia Vigevanese

La ex fabbrica Ricami a Macchina fu trasformata negli anni Sessanta nella Colonia Vigevanese

Nel 1941, nei tempi bui della guerra, nei locali della ex fabbrica Ricami a Macchina fu allestito un campo per prigionieri di guerra, presidiato da una Compagnia del 53° Reggimento di fanteria comandata dal capitano Facciotto, ma non fu mai usato. Negli anni Cinquanta i locali vennero utilizzati da un contingente di militari e, più avanti, l’edificio fu riadattato a magazzino della Società Alfa Romeo, che aveva reparto di studi e progetti ad Armeno. Successivamente la vecchia Ricami divenne nota come Colonia Vigevanese e vi erano ospitati dei disabili. Nel 1986 il fabbricone è stato ristrutturato, diviso in appartamenti e rinominato Villa Cristina, ma attualmente ospita extracomunitari e rifugiati dalle zone di guerra. Quasi nessuno sa più che, più di un secolo fa, in quel luogo affluivano ogni giorno un centinaio di persone occupate nella fabbricazione dei ricami a macchina.

Re e regine su un antico pizzo Schiffli

Re e regine in abito di pizzo su un ricamo Schiffli

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L’Archivio Iconografico ringrazia molto Walter Baronchelli, Stefano Bianchi, Roberto Castiglioni e Francesca Coletti (qui sotto nella foto), Alessandro Livaditi, Clara Cattoretti Torriani, Oreste Gnocchi, Piero Rodoni per le preziose immagini e informazioni fornite.

Roberto Castiglioni Francesca Coletti Ameno Ricami a macchina Vacciago.JPG

Per scaricare l’articolo clicca qui: Tempi moderni a Vacciago

Bibliografia: Edmondo Brusoni, Guida alle Alpi Centrali Italiane e regioni adiacenti della Svizzera, 1892, Domodossola; Reale Istituto Lombardo, Rendiconti Serie II Volume XXXIV, Milano, Hoepli, 1901; E. Trevisani & C., L’Italia nell’America Latina: per l’incremento dei rapporti industriali e commerciali fra l’Italia e l’America del Sud – L’Italia en la América Latina: para el incremento de las relaciones industriales e comerciales entre Italia y la América del Sur, Milano, Società Tipografica Editrice Popolare, 1906; Amerigo Sanna, Federazione Industriali del Gallaratese. L’attività svolta dal 1914 al 1924. Origini e progresso delle industrie e dati statistici. Elenco descrittivo delle Ditte federate, Gallarate, Tipografia Moderna, 1924; Giancarlo Cristina, Da Buccione al Mottarone, Oleggio, Eos Editrice, 1996; Pietro Macchione e Alberto Grampa, Terra di pionieri. L’industria a Gallarate e nei centri della Brughiera, Azzate, Macchione Editore e Unione degli Industriali della Provincia di Varese.

Published in: on 22 MagamThu, 19 May 2016 11:59:49 +00001392016 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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La Lettera alla Presidentessa

Henri Gervex Rolla Madame Sabatier Lettera Gautier

“Roma, 19 Ottobre 1850

Presidentessa del mio cuore, questa lettera da immondezzaio, destinata a rimpiazzare le porcherie domenicali, si è fatta aspettare un bel po’, ma è colpa dell’immondizia e non dell’autore. La pudicizia regna in questi luoghi solenni e al tempo stesso antichi, e io ho il grande rammarico di non potervi inviare altro che qualche sudiceria merdosa e poco spermatica. Ma voglio procedere seguendo le tappe del viaggio”.

Lo scrittore francese Théophile Gautier ritratto da Charles Barenne verso il 1850

Lo scrittore francese Théophile Gautier (Tarbes, 10 Agosto 1811 – Neuilly 23 Ottobre 1872), qui  ritratto da Charles Barenne, è l’autore della Lettera

Scritta nel 1850 da Théophile Gautier, la famosa Lettre à la Présidente era destinata ad Apollonie Sabatier. Secondo l’autore “il suo sguardo nei cuori cadeva come carbone ardente”. Madame Sabatier, regina del demi-monde letterario fu musa di Baudelaire, soggetto dei dipinti di Meissonier, delle sculture di Clésinger ed ammirata da Delaroche e Bouguerau. Ne abbiamo ricostruito la vita più in basso, dopo il testo della Lettre.

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Un grand erotic tour

Un ritratto di Apollonie Sabatier disegnato da Vincent Vidal. Compiègne, Museo

Un ritratto di Apollonie Sabatier disegnato da Vincent Vidal

La Lettera destò tanto scandalo e curiosità che veniva letta di nascosto in tutti salotti parigini e fu pubblicata postuma nel 1890. Gautier aveva deciso di scrivere questa lunga missiva per illustrare alla sua amica un viaggio in Svizzera e in Italia, fatto assieme al giovane Louis de Cormenin, indicato con la lettera L. Erano partiti all’inizio di Agosto del 1850 e si erano fermati la notte fra il 7 e l’8 a Domodossola. Da lì avevano proseguito per Milano e poi per Venezia, Firenze, Pisa, Roma, Napoli ed erano rientrati a Parigi il 19 Novembre. Gautier scrisse anche una versione tradizionale del suo viaggio in Italia che pubblicò in un volume nel 1879.

Louis de Cormentin, compagno di viaggio di Gautier in un disegno dello scrittor, Bibliothèque de l’Institut de France, Fonds Lovenjoul

Louis de Cormenin, compagno di viaggio di Gautier in un disegno dello scrittore

La cronaca della Lettera non racconta i monumenti, le rovine o i personaggi incontrati, secondo il classico itinerario da voyage en Italie, ma è un rocambolesco grand tour pornografico alla scoperta delle diverse tipologie femminili locali, del sesso più eccessivo, delle orge più ridicole, della sodomia più sfrenata, condito da onomatopee e doppi sensi. Essendo così ridondante, grottesca e scatologica, il tono della lettera non è davvero erotico, ma quasi surreale. Trascriviamo qui la parte che riguarda il soggiorno di Gautier nelle nostre zone, dal Vallese fino a Milano, con la sosta a Domodossola. La lettera di Gautier continua sullo stesso tono e per chi volesse completarne la lettura la versione integrale è stata pubblicata nel 2013 da La Vita Felice, con testo francese a fronte. Le illustrazioni a corredo sono tratte da Una settimana di bontà di Max Ernst.

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La Lettera alla Presidentessa

Max Ernst Una settimana di bontà 1

Nel Vallese abbiamo incontrato la mia chimera, ovvero la donna con tre tette, ma la terza era un gozzo ed era l’unica soda. Non ho avuto affatto la tentazione di chiedere a questa Iside svizzera se avesse la fica di traverso, fantasia cinese che mi seduce. In una locanda del Sempione, su una carta murale che rappresenta gli Inglesi in Cina, come in un romanzo di Méry, un cazzo alato e mostruoso si introduce nella bocca di Lady Bentinck, che esclama: ‘Very delicious!‘. I cannoni sono trasformati in membri che sborrano: le ruote formano i coglioni, le canne la fava e il fumo simula la schiuma dell’eiaculazione. Questi abbellimenti priaprici sono dovuti alle matite libidinose dei giovani pittoroculi francesi!

Max Ernst Una settimana di bontà 2

A Domo d’Ossola, i luoghi che quindici ore di strada ci facevano un dovere di visitare con religiosità per deporvi le nostre libagioni, presentavano un aspetto incantevole e fiabesco. Erano affrescati e rappresentavano boschetti di rose che sbocciavano come buchi di culo di bionde con un tocco di porpora al centro. È molto piacevole accocolarsi tenendo gli occhi su questi ani fioriti, o su questi fiori anali, che dispiegano il loro petali come le crespette di uno sfintere pronto a bersi una fava o a vomitare uno stronzo.

Max Ernst Una settimana di bontà 11

Una cosa mi sprofondò in una grande perplessità. Si trattava di una bottiglietta d’olio in cui era infilata una piuma, posta sopra una mensolina. Chiesi al cameriere quale fosse l’uso di quell’olio e di quella piuma: si turbò, divenne rosso, balbettò qualcosa e scappò via. La prima cosa che mi venne in mente, allora, fu che lo usasse per facilitare le operazioni stercorarie degli ani corredati di emorroidi che viaggiano su anelli Rattier e Guibal. Ma sembra invece che quell’olio servisse a lubrificare il didietro di quel grazioso maschietto, molto ricercato dagli inglesi che si recano in Italia allo scopo di soddisfare il loro amore per la pederastia, punito con l’impiccagione nella loro amabile isola; toccante attenzione del governo, che in questo modo procura qualche bottarella di seconda mano alle inglesi, che altrimenti non verrebbero mai scopate. Figuratevi, Presidentessa, in quella latrina ornata di rose, luogo ordinario di appuntamenti, un Lord che passa gravemente la piuma sul culo poco pulito, ma stretto, di quel giovane mistificatore! Lord Brougham o Lord Palmerston, o qualunque altro venerabile personaggio, rosso come una pralina, con i favoriti e le sopracciglia bianche.

Max Ernst Una settimana di bontà 10

La sera ci è stato offerto uno spettacolo di marionette; un uomo e una donna, tutti due molto giovani e sposati, prestavano la voce ai singoli personaggi. La donna, armata di una clitoride che le sollevava la gonna come la punta di una spada o una fava in erezione, aveva una voce da tromboone, da contralto peloso tipo quella dalla Crapobiska, sul genere di Ernesta, e il marito una vocetta flautata come quella di Abelardo dopo l’operazione; questo però non gli impediva di fottere e masturbare sua moglie durante i monologhi degli eroi e delle principesse esposti ai rigori della sorte e dell’amore; svago, questo, che faceva tremolare la tela, rivelando le ginocchia della donna nel bel mezzo della scena dipinta e faceva strascicare le gambe delle marionette nei momenti di estasi.

Max Ernst Una settimana di bontà 7

A Sesto Calende ho visto delle povere galline montate così spesso dai gali troppo numerosi da avere il dorso interamente spennato, col culo a vivo, che andavano da sole a infilzarsi sullo spiedo, pur di scampare a quel martirio. Perché, cara Presidentessa, se venissi montata ventidue volte al minuto – e questo dalle tre del mattino alle otto di sera – forse troveresti anche tu che è troppo. È vero che su questo punto le donne non hanno le stesse idee delle galline; e quest’ultime, del resto, portavano una sola penna sul culo – per la comodità dei giovani gitoni di locanda, che appena vedono un calesse inglese si precipitano a strappargliela e la immergono in una bottiglietta di olio locale, in attesa che avvenga qualcosa.

Max Ernst Una settimana di bontà 12

A Milano siamo saliti sulla guglia più alta della cattedrale, cazzo di neve che sfonda il cielo; i muru della scala sono istoriati da consigli di pulizia fra i più strani e i più vari. L’italiano è così naturalmente porco che che si scarica ovunque capita, sicché i vuotacessi muoiono di fame in questo paese che prende a calci nel culo la Sicilia. Ho trascritto qualcuna di quelle iscrizioni:

Per la casa tieni tu/la bevanda in sovrappiù/Quelli di buona razza/pisciano sulla piazza./Se ti scappa un bisognino/non lo fare sul gradino.

Max Ernst Una settimana di bontà 13

Questo piccolo florilegio sarà sufficiente per la vostra intelligenza. Ci sono scritte equivalenti lungo tutti i 512 gradini sopra il livello del mare, e non della merda, dato che di merda se ne trova anche sulle guglie più aguzze, deposta non dalle rondini, ma proprio dagli uomini, eurupròkzoi àndres, come dice Aristofane nella sua grande disputa sul giusto e sull’ingiusto (quelle parole in greco, se Fernand non è lì per spiegarvele, non vogliono dir nulla di disonesto, ma soltanto “uomini dai grandi buchi di culo”; non vi ci state a masturbare l’immaginazione sopra). Sempre a Milano, vicino al palazzo comunale, in certi posti che perdono il loro nome e si chiamano giardini per un eufemismo di buon gusto che dice “dedicarsi al giardinaggio” invece di cacare, abbiamo trovato un sonetto stracciato in due in lode dell’incomparabile Sofia Cruvelli, celebre cantante perfettamente sconosciuta.

Max Ernst Una settimana di bontà 3

Chi, se non la Diva in persona, poteva possedere così tante copie di quella preziosa poesia, da pulirsi il culo in tal modo? Il sonetto aveva la forza di una vestaglia scintillante, ma a renderlo inestimabile era una pennelata di un rosso dorato, molto ricco, molto caldo, che ricordava le terre di Siena, le malte e i bitumi più tizianeschi: non vi erano granelli di sorta in quel tocco superbo, ma un pelo di un nero molto blu, ispido, assao crespo, che ha fatto errare deliziosamente la mia immaginazione erettile dalle cime increspate della porta fino al sole dei peli sbocciati intorno alla rosa mistica attraverso i sospiri di un ventre melanconico. Ho invidiato la sorte di quel foglio, che aveva attraversato quel fulvio frachiappe, rasentato quel budello culare, sfiorato quelle labbra color cioccolato e solleticato quella clitoride dal cappuccio color coscia di creola, tanto che, stiracchiandomi il prepuzio come la punta di una babbuccia filai, con una bava limpida come un capello di cristallo, la seguente quartina:

Felice giardino che lei zappò,/felice cesso che lei inforcò,/felice carta che lei macchiò,/felice sonetto che la nettò!

Max Ernst Una settimana di bontà

A Milano si fa il bagno insieme alle donne in vasche di marmo bianco. Avevamo le vasche ma non le donne, e ci siamo limitati a lavarci il glande nel silenzio della stanza da bagno, senza che quella cura di pulizia si fosse resa necessaria per qualche introduzione seguita da bava e da sperma. Sembra però che i bagni servano da casa di appuntamenti e che ci si vada a fare uno spuntino di culo così come in Francia si va al ristorante. La vasca da bagno serve contemporaneamente da vasca e de bidet, e il membro funge al tempo stesso da godemiché e da clistere. Disgraziatamente il getto non è continuo.

Max Ernst Una settimana di bontà 8

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La nascita della Présidente

Mézières

Una stampa di Mézières, città natale di Aglaé-Joséphine Savatier

A questo punto vorrete sapere chi era Madame Sabatier e come mai si faceva chiamare la Présidente. Perché Gautier aveva inviato proprio a lei quella lettera così titillante? Dobbiamo spostarci a Mézières nelle Ardenne meridionali e tornare indietro di due decenni. Qui 22 Febbraio del 1822 il Sergente André Savatier, del quarantesettesimo Reggimento di Fanteria di guarnigione nella città scrisse una dichiarazione:

Egli e davanti a queste persone presenti liberamente e volontariamente dichiara che è responsabile di aver messo incinta la signorina Marguerite Martin di 24 anni, una lavandaia di Pont-de-Pierre … la sudetta signorina Marguerite Martin è di sette e mesi e mezzo e lui non è né e mai stato fidanzato con lei…

Non era la prima volta per la bella Marguerite. La sua prima figlia Joséphine era nata da un padre ignoto il 26 Aprile del 1819, ma era morta in tenera età. Il risultato della dichiarazione del Sergente Savatier fu un’altra bambina, nata il 7 Aprile 1822 e chiamata Aglaé-Joséphine, anche se lei avrebbe poi dichiarato che la madre l’avrebbe voluta chiamata Apollonie, ma il prete non aveva accettato quel nome in quanto non cristiano. Essa avrebbe poi sostenuto che suo padre non era affatto il Sergente Savatier, ma il visconte Louis Harmand d’Abancourt, prefetto delle Ardenne dal 1819 al 1823. La leggenda dice che Margherita lavorava come guardarobiera nella casa del ricco e sposato d’Abancourt, che l’aveva sedotta e aveva di conseguenza persuaso Savatier di far da padre ufficiale del bebé in arrivo. D’Abancourt aveva 48 anni alla nascita di Aglaé. Morì nel 1850, quando lei aveva 28 anni, ma non ci sono testimonianze che si conobbero.

Secondo Madame Sabatier il suo vero padre era il visconte Louis Harmand d'Abancourt (1774-1850), qui ritratto da Antoine Chazal

Secondo Madame Sabatier il suo vero padre sarebbe stato il visconte d’Abancourt

Savatier, che non sapeva né leggere né scrivere, ma era stato fatto cavaliere della Legion d’Onore per i suoi exploits durante le guerre napoleoniche, non si oppose a questo premio di una giovane e donna attraente, insieme alla sua discendenza. Il suo status militare gli impediva un matrimonio immediato, ma non avrebbe impedito alla coppia di vivere insieme. L’uomo, come reduce di guerra, soffriva di varie infermità e aveva accessi di tremore improvvisi, ma nonostante questo, per Marguerite, due volte sedotta e abbandonata, era più di quello che poteva aspettarsi. Nel 1825 la famiglia, che aumentata di un bambino, Alexandre, si trasferì con il reggimento da Mézieres a Parigi. Il Sergente Savatier alla fine ottenne il permesso di sposare Marguerite e la cerimonia di matrimonio ebbe luogo nel municipio del sesto arrondissements, quando Aglaé-Joséphine aveva tre anni e mezzo. Nel 1827 a Savatier fu garantita una pensione annua di 400 franchi e la famiglia fece ritorno a Mézieres, dove nel 1828 nacque il terzo figlio Louis. L’ultima aggiunta alla famiglia fu Irma Adelina, detta Bébé e poi Adéle, che nacque il 6 Settembre 1832.

 

Una scena di mercato a Batignolles ripresa dal primo piano di un'abitazione da Henru Riviére, Paris, Musée d'Orsay

Una scena di mercato a Batignolles ripresa dal primo piano di un’abitazione da Henri Riviére

Poco dopo Savatier morì e Marguerite tornò a Parigi. Alcuni anni dopo si risposò con Mathieu Cizelet, un ex soldato e la nuova famiglia si stabilì a Batignolles, allora nelle vicinanze di Parigi (ora vicino alla Porta di Clichy), dove Marguerite contribuiva al reddito famigliare facendo la sarta a domicilio. All’età di 15 anni Aglaé-Joséphine aiutava la madre in casa, facendo anche una parte del suo lavoro retribuito e badando alla sorellina di cinque anni Bébé. Lei aveva ereditato la bellezza della mamma ed era una giovane attraente. La preside di un pensionato locale offrì di prenderla come scolara a una rata scontata e, dopo aver scoperto il suo talento per la musica, propose di darle gratuitamente lezioni di piano e di canto. Era una ragazza aperta e partecipava volentieri a balli organizzati da organizzazioni locali.

Charles Jalabert (1819-1901), pittore e allievo di Paul Delaroche, fu uno dei primi a ritrarre Aglaé-Joséphin Savatier

Charles Jalabert (1819-1901), pittore e allievo di Paul Delaroche

Ad una di queste feste Apollonie, a carnevale, indossò il costume tradizionale da contadina di La Bresse e con quello addosso fu ritratta da due studenti di Delarcohe, August Blanchard e Charles Jalebert. Era alta e ben proporzionata, con mani bellissime e splendidi capelli color rame che brillavano alla luce. Aglaé-Joséphin comincò a frequentare gli studi degli artisti nel quartiere come modella e si unì alla vita bohémien. Quando aveva sedici anni ebbe una storia con un ricco giovane che si chiamava James de Pourtalès, rampollo di una grande famiglia di banchieri. Se fosse stata furba lo avrebbe sposato.

James Alexandre de Pourtalès-Gorgier fu il primo amante di Madame Sabatier quando lei aveva 16 anni e una straordinaria bellezza. Il banchiere e collezionista d'arte è qui ritratto da Paul Delaroche

Il conte James Alexandre de Pourtalès-Gorgier fu il primo amante di Madame Sabatier quando lei aveva 16 anni e una straordinaria bellezza. Il banchiere e collezionista d’arte antica è ritratto da Paul Delaroche nel 1846, Paris, Louvre

La ragazza seguiva sempre il cuore invece del cervello e l’amore con il conte finì quando lei si innamorò di Prosper Derivis, un acerbo cantante lirico all’inizio della sua carriera. Aglaé si godeva questa vita libera, abitando ancora con la madre, ma intrattenendo varie relazioni, studiando musica e facendo la modella.

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Alfred Mosselman, amante e mecenate

Alfred Mosselman (Parigi, 25 Giugno 1910 - 10 Gennaio 1867), industriale e mecenate belga, fu l'amante ufficiale di Madame Sabatier per molti anni

Alfred Mosselman (Parigi, 25 Giugno 1910 – 10 Gennaio 1867), industriale e mecenate belga, fu l’amante ufficiale di Madame Sabatier. Il ritratto qui sopra è un dettaglio del quadro di Alfred De Dreux, Portait de Monsieur et Madame Mosselman et de leur deux filles, 1848

La vita di Aglaé cambiò radicalmente quando, a 24 anni, conobbe l’industriale e mecenate Alfred Mosselman, e ne diventò l’amante, accettandone la protezione. Alfred aveva dodici anni più di lei e proveniva da una vecchia famiglia borghese del Belgio; sua sorella Fanny aveva sposato l’ambasciatore belga Charles De Hon ed era l’amante del duca Charles de Morny, il fratello illegittimo di Napoleone III. Dal 1832 al 1837 Alfred Mosselman lavorò all’ambasciata belga e nel 1835 sposò Eugénie-Claire Gazzini baronessa di Brentano, da cui ebbe quattro figli fra il 1836 e il 1845. Su padre era un banchiere e possedeva molte miniere in Belgio e nel 1837 Alfred, che era ingegnere, fondò con de Morny la Societé des Mines et Fonderies de zinc de la Vieille-Montagne.

Un dettaglio del salone all'H

Un dettaglio del salone all’Hôtel Pimodan in una foto di Eugène Atget. Qui, nell’appartamento di Fernand Boissard, si riuniva il Club des Hashischins. In questo palazzo si incontrarono per la prima volta Aglaé ed Alfred Mosselman. All’ultimo piano viveva il poeta Charles Baudelaire

Alfred era molto appassionato di arte romantica, che collezionava, e frequentava gli artisti che gravitavano attorno all’appartamento affittato dal pittore Fernard Boissard al barone Jérôme Pichon, all’Hôtel Pimodan sul quai d’Anjou nell’Ile Saint-Louis, in un fastoso stile barocco. Qui si rinuiva Club des Hashischins, fondato nel 1844 dal dottor Moreau de Tours, dove si incontravano artisti e letterati del tempo. Tra gli altri Victor Hugo, Alexandre Dumas, Honoré Daumier, Gerard de Nerval, Honoré de Balzac e Théophile Gautier, che sperimentavano l’effetto dell’hashish nella forma di una gelatina verde. Già nel 1842 Charles Baudelaire aveva affittato un alloggio all’ultimo piano. Aglaé conosceva questo circolo artistico e fu proprio all’Hotel che incontrò la prima volta Mosselman.

Savatier

Apollonie Sabatier disegnata da Charles Baudelaire

Lui la sistemò in un appartamento al secondo piano al 4 di Rue Frochot nel quartiere di Bréda, non lontano da Notre Dame de Lorette e noto per essere abitato da mantenute, artisti e scrittori. L’edificio è ora un albergo a tre stelle. Era stato costruito nel 1838 e l’appartamento di Apollonie, che si raggiungeva da una stretta scala e tramite una doppia porta, aveva sette stanze: un’anticamera, un salotto, due stanze da letto, un grande bagno, la cucina, una sala da pranzo con un tavolo rettangolare adatto ad accogliere una dozzina di ospiti su sedie foderate in velluto verde oliva e uno spazioso balcone che guardava i giardini della strada. Alfred arredò la casa con attenzione, ma lasciò che Apollonie scegliesse molti pezzi comprati dagli antiquari dell’Ile Sainte-Louis. Le pareti che erano decorate con stoffa color melograno erano un raffinato sfondo per i quadri e le piastrelle di Delft aquistati per la sua amante da Alfred. Alla sera la luce proveniva dai candelabri Luigi XVI attaccati al muro e da un lampadario di ottone lucidato. Nel salotto, a destra della sala da pranzo c’erano dipinti, pouffes, cuscini, tappeti e tende drappeggiate.

Apollonie Sabatier e Alfred Mosselman furono ritratti insieme nel grande quadro

Apollonie Sabatier e Alfred Mosselman furono ritratti insieme nel grande quadro L’Atelier du peintre di Gustave Courbet, 1855, Paris, Musée d’Orsay. Dietro di loro Charles Baudelaire

In questo periodo lei cambiò il suo nome in Apollonie, adatto, per la sua classicità, ad essere portato da una donna che recitava il ruolo della musa in una comunità maschile. Decise di cambiare anche il cognome, forse per rimarcare la distanza da suo padre adottivo il cui nome poteva ricordare la parola savate (vecchia pantofola usata), difficilmente appropriato per una bella e giovane donna. I vicini di casa di Apollonie erano il pittore di paesaggi Théodore Rousseau, Théodore Chasseriau che aveva appena decorato una cappella nella chiesa di Saint-Merri, Eugène Delacroix, il compositore Hector Berlioz, il poeta e scrittore di racconti Gérard de Nerval,  l’attore Henri Monnier e gli scrittori Théophile Gautier, Henry Murger e Maxine Du Camp. Il suo vicino più prossimo era il pittore Eugéne Isabey, la cui finestra dello studio al 5 di rue Frochot guardava dritto in quelle di Apollonie. Per assicurarsi che la relazione con Apollonie restasse discreta, Mosselmann assunse il suo amico Ferdinand Boissard come confidente e intermediario. La giovane, grazie all’influenza di Alfred, sviluppò un suo personale gusto artistico, assorbendo esperienze e idee dalle persone che la circondavano.

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L’arte del piacere

Un dettaglio della sculura in marmo Femme piquée par un serpent di Jean-Baptiste Clésinger, 1847, Paris, Musée d'Orsay, foto di Adrien Diderjean

Un dettaglio della sculura in marmo Femme piquée par un serpent di Jean-Baptiste Clésinger, 1847, Paris, Musée d’Orsay, foto di Adrien Diderjean

Alla mostra annuale di arte contemporanea, il Salon di Parigi, venne esposta nel 1847 una scultura in marmo di Jean-Baptiste Clésinger, detto Auguste, intitolata La donna punta da un serpente. Era una figura femminile in posizione supina, morsicata da un aspide, ma che veramente sembrava essere all’apice del godimento. La modella per questa scultura era Apollonie ed era stato Alfred Mosselman a commissonarla. Lui aveva visitato più volte lo studio dello scultore, in rue de l’Ouest, nei pressi del cimitero di Montparnasse, mentre Apollonie era impegnata nella realizzazione dell’opera d’arte.

Un ritratto fotografico di Jean-Baptiste Clésinger

Un ritratto fotografico di Jean-Baptiste Clésinger, detto Auguste (Besançon, 22 Ottobre 1814 – Paris, 5 Gennaio 1883), scattato da Felix Nadar tra il 1854 e il 1860

Tutto iniziava dal calco e sebbene la Sabatier fosse perplessa non poté opporsi, se quella era la volontà di Alfred e se Clésinger aveva determinato che quello era il percorso. Forse non fu un’esperienza molto piacevole, visto che ogni parte del suo corpo doveva essere avvolta nel gesso. Anche se la sua pelle fu protetta con dell’olio, la sensazione del gesso freddo mentre si solidificava addosso era opprimente. Dopo che il calco fu eseguito lo sculture assemblò insieme tutti i pezzi nella posizione richiesta, apportando modifiche e miglioramenti dove era necessario, da quello ricavò il gesso e poi scolpì la femme in marmo.

Per respingere la critica che la Donna morsa da un serpente fosse ricavato dal gesso, Clésinger alla fine del 1847 scolpì la Baccante distesa, ora a Parigi, Petit Palais

Alla fine del ’47 Clésinger fece una seconda scultura: la Baccante distesa, ora al Petit Palais di Parigi, in dimensioni maggiori della precedente. L’opera, che fu esibita al Salon del 1848, suscitò il commento di Gautier: “È un puro delirio orgiastico, la Menade dai capelli scompigliati che si arrotola ai piedi di Bacco, il padre della libertà e della gioia … Un potente spasmo di felicità gonfia l’ampio petto, sollevando due seni sfolgoranti“. Clésinger fu premiato con la medaglia di prima classe e gli fu data la Legion d’Onore. All’Esposizione Universale del 1851 la giuria britannica definì la scultura “perversa e posta al servizio della sensualità più volgare

Alcune precauzioni furono prese per proteggere l’anonimato di Apollonie: la testa che fu scolpita in un secondo tempo e non fu la copia esatta. Dopo aver fatto la scultura egli aggiunse il serpente per giustificare quella posa e, con il titolo appropriato, la a esibì nel Salon del 1847, insieme al Busto di A.S., che raffigurava ancora una volta Apollonie. La scultura, che è ora nella collezione del Museo d’Orsay, rivelava con realismo ogni dettaglio del corpo di Apollonie e per il suo aspetto così “vivo” fu accolta dalla critica in modo contrastante, ma nel complesso positivo. Chi conosceva Alfred e Apollonie sapeva bene che cosa rappresentava davvero la scultura e l’effetto di quella visione, della sua nudità, colpì fortemente gli amici libertini che frequentavano il salotto di rue Frochot. Improvvisamente Apollonie non era più irraggiungibile, ma si poteva ammirare il suo corpo levigato nel marmo.

Una visione dell'alto della Femme piquée par un serpent di Jean-Baptiste Clésinger, 1847, Paris, Musée d'Orsay, foto di Adrien Diderjean

Una visione dell’alto della Femme piquée par un serpent di Jean-Baptiste Clésinger, 1847, Paris, Musée d’Orsay, foto di Adrien Diderjean

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Salotto libertino

Il riferimento di Gautier alle porcherie domenicali che vengono citate all’inizio della Lettera alla Presidentessa suggerisce che essa doveva venir letta pubblicamente in una delle riunioni della domenica sera in rue Frochot. Subito dopo il trasloco di Apollonie, un gruppo di scrittori e artisti – molti dei quali erano già parte della cerchia di Alfred o vecche conoscenza dell’Hôtel Pimodan – aveva cominciato a formarsi attorno a lei, e presto furono suoi ospiti fissi alla cena della domenica. Fu Alfred che aveva proposto, dopo una serata particolarmente divertente, che questi incontri si trasformassero in un appuntamento settimanale.

Théophile Gautier in un disegno di Jean-Baptiste Clésinger

Théophile Gautier in un disegno di Auguste Clésinger a carboncino e pastello, verso il 1851

L’elenco degli ospiti abituali di queste domeniche sere è una lista di tutta l’élite intellettuale di metà Ottocento a Parigi: Théophile Gautier, noto per il suo gusto bohémien negli abiti, che potevano comprendere un gilet rosso e scarpe verdi, era presente dall’inizio con Luis de Cormenin, che l’aveva accompagnato in Italia; poi artisti e scrittori, tra cui spiccavano Ernest Meissonier, Charles Jalabert, Maxine du Camp, Gustave Flaubert, Eugéne Delacroix. La compagnia era prevalentemente maschile e spesso Apollonie era l’unica donna, ma talvolta Ernesta Grisi, la cantante e moglie di Gautier, lo accompagnava e compariva la sorella di Apollonie, detta Adéle o Bébé.

Ritratto di Ernesta Grisi dipinto da Théophile Gautier, olio su legno, Paris, Maison Balzac

Ritratto di Ernesta Grisi dipinto da Théophile Gautier, olio su legno

Quando Mosselman inaugurò le serate domenicali e decise di farne un appuntamento settimanale il gruppo decise di eleggere un President e scelse Henri Monnier, il più anziano. Gautier suggerì che avevano bisogno anhe di una donna presidente e così La Présidente diventò il nomignolo di Apollonie e fu usato spesso dagli ospiti, anche se i più intimi la chiamavano Lili o Lilette. A Mosselman fu attribuito il nome di Mac-Ha-Rouilh, forse derivato da maquerau, indicativo di magnaccia. Apollonie era una perfetta ospite, come raccontò Meissonier: “Lei aveva un grande talento nell’attrarre uomini famosi e nell’organizzare un salotto, in cui era sempre piacevole incontrarsi. Raffinata, sottile e congeniale, sorridente e furba, ammirevolmente equilibrata, eccelsa in tutto ciò che affrontava, lei adorava la leggerezza, la gioia e lo splendore … Per un uomo impegnato e stanco era un piacere squisito e rinfrenscante il trovarla sempre uguale e costante, un autentico rifugio dalle preoccupazioni della vita, che lei graziosamente scacciava”.

La recita di Ernest Meissonier fu esposto al Salon del 1852-1853. Il titolo francese è A l’ombre des bosqets chante un jeune poète. Le figure in costume sono vestite con abiti seicenteschi. La ragazza in rosa è probabilmente un ritratto di Apollonie Sabatier. Il quadro, un olio su pannello di mogano, è conservato presso la Wallace Collection di Londra

La recita di Ernest Meissonier fu esposto al Salon del 1852-1853. Il titolo francese è A l’ombre des bosqets chante un jeune poète. Le figure in costume sono vestite con abiti seicenteschi. La ragazza in rosa è probabilmente un ritratto di Apollonie Sabatier. Il quadro, un olio su pannello di mogano, è conservato presso la Wallace Collection di Londra

Ogni domenica questo esclusivo gruppo di persone arrivava alle sei e restava per tutta la sera. Apollonie metteva i suoi ospiti a proprio agio, non faceva preferenze e sorrideva beffardamente a tutti, in modo che ognuno pensasse di essere al centro della sua attenzione. Cibo e bevande erano sempre eccellenti a chéz La Présidente. Talvolta la cena era in costume: Théophile Gautier arrivò vestito da turco, Gustave Flaubert fece finta di essere un indiano d’America con un utensile da cucina per tomahawk, Maxine du Camp era un indù, Louis Bouilhet si travestì da ecclesiastico cinese in tonaca ed Ernest Reyer si trasformò in uno scimpanzé. Spesso nelle serate si discuteva o si disegnava, bevendo e fumando. Gustave Ricard aveva ritratto la Présidente con i suoi ospiti e dipinse un olio intitolato La Dame au petit chien dove lei indossava un abito di velluto nero con generoso scollo rettangolare, le maniche di seta color ciliegia; con le belle mani teneva un cagnolino italiano, regalo che l’amico Alfred Tattet.

Madame Sabatier Dame au petit chien Ricard

Il ritratto di Gustave Ricard del 1850 raffigura Apollonie con un un piccolo cane italiano era il quadro cui era più affezionata. Paris, Musée Carnavalet

Il quadro, che fu esposto al Salon del 1850, era appeso nel salotto di Apollonie, proprio sopra al pianoforte, intarsiato di palissandro, che il compositore Ernest Reyer aveva scelto per lei nel negozio di Erard. Gautier aveva schizzato il suo ritratto con i pastelli. C’era un album che veniva passato tra gli ospiti di Rue Frochot dove ognuno poteva lasciare una frase o un disegno. Le altre opere d’arte nell’appartamento erano altri lavori Meissionier, un pastello di Rosalba Carriera, un paesaggio con animali di Karel Dujardin, due piccoli quadri di Franck il giovane, una copia del ritratto di Filippo IV di Velazquez, una copia di un ritratto maschile di Van Eyck, uno studio di ragazza dai capelli rossi di Ricard, un gruppo di persone che cammina nei giardini delle Tuileries di Célestin Nanteuil, un paesaggio a Fontainbleu di Boissard e le ninfe di Camille Fontallard.

Il busto in marmo scolpito da Auguste Clésinger è ora conservato al Museo d'Orsay di Parigi. Foto di Adrien Didierjean

Il busto in marmo di Apollonie scolpito da Auguste Clésinger è ora conservato al Museo d’Orsay di Parigi. Foto di Adrien Didierjean

Su un piedistallo bianco era appoggiato il busto che le aveva fatto Clésinger, ma il pezzo cui era più affezionata era una figurina in biscuit di Sèvres intitolata Vénus adolescente et pudique dello scultore Étienne Maurice Falconet. Sul pannello della camera da letto Meissonnier aveva dipinto un Pulcinella con un’espressione allegra e furba, di colui che poteva sbirciare dove ad altre era interdetto. Gli zoccoli indossati dalla maschera erano un riferimento al cognome originale Savatier. Apollonie fu costretta a staccarlo e a venderlo all’asta del 1861. Meissonier, che in quell’occasione lo ritoccò, era uno dei pittori preferiti del quarto marchese di Hartford,  il padre di Sir Richard Wallace che fu anche l’ultimo amante di Apollonie e che acquistò Il Pulcinella per 13.000 Franchi, una cifra considerevole a quel tempo.

Sulla porta de budoir di One of several whole-length figures of Punch by Meissonier, this was painted on a door panel in the Paris apartment of Apollonie Sabatier (see Meissonier, 'The Recital', P326). The clogs (French: sabots) worn by the figure are doubtless a visual pun on Sabatier's name. The panel was cut from the door and retouched by the artist for the sale of Mme. Sabatier’s collection in 1861. The louche character of Punch was a not inappropriate decoration for the apartment of a celebrated courtesan (who was said to have become a mistress of Richard Wallace in either the 1840s or the 1860s).

Sulla porta del budoir di Apollonie il suo caro amico Ernest Meissonier aveva dipinto una figura di Pulcinella ridente, ora alla Wallace Collection di Londra

Gli uomini che frequentavano la casa non si vergognavano di utilizzare termini poco raffinati in presenza di Madame e del suo protettore. In una lettera senza data Gautier scriveva: “Io ho un sacco pieno di lerciume da svuotare; non ho detto indecenze per tre settimane…”. Questo non significava che la Presidentessa avesse delle relazioni sessuali con i suoi ospiti, visto che era soddisfatta con Mosselman, ma certamente piaceva a molti. Lo stesso Gautier era plateale, visto che in una lettera alla moglie Ernesta Grisi aveva scritto: “Nel caso che io muoia, sii così carina da dire a La Présidente che l’avrei amata se ci fosse stata la possibilità e mi avrebbe reso felice. Non parlarne finché non sarò davvero marcendo in un bel cimitero”. In una di quelle serate è molto probabile che il clou consistette nella lettura della famosa Lettera, ma questo intrattenimento non era confinato in Rue Frochot. Una sera di Dicembre del 1857 Paul de Saint-Victor la declamò in una riunione di soli uomini in presenza dei fratelli Gouncourt. Le fantasie erotiche di Théo nei confronti di Apollonie furono sfogate con la sorella minore Bébé in una breve relazione nell’autunno del 1853, ma fu soltanto un’avventura ed infatti Théo scrisse alla maggiore: “Dille pure che tu sei il mio amore, lei il mio vizio”.

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Troppo gaia per il poeta

Charles Baudelaire Nadar Charenton-le-Pont, Médiathèque de l'Architecture et du Patrimoine

Charles Baudelaire in una foto di Nadar. Fu amante di Apollonie

Soltanto un uomo fu capace di disturbare l’equilibrio conquistato da Apollonie nel suo ménage con Mosselman: il poeta Charles Baudelaire. I due si conoscevano fin dai primi anni Quaranta, quando Charles viveva all’Hôtel Pimodan e dal 1851 era fra gli ospiti abituali della domenica a Rue Frochot. Baudelaire inviò ad Apollonie una serie di poesie manoscritte ed anonime. Non era la prima volta che qualcuno le dedicava dei versi. Lo aveva già fatto Gautier nel Poéme de la Femme, un peana sulla sua bellezza, pubblicato sulla Revue de Deux Mondes il 15 Gennaio 1849 e in Un robe rose, che apparve su L’Artiste e inziava così: “Come ti amo in questo vestito / Che così perfettamente ti spoglia” e, infine, in Apollonie del 1° Febbraio 1853. Baudelaire, noto per la sua sottile misoginia, evocava una donna idealizzata, una Cara Divinità. L’amore di Charles per Apollonie era disinteressato e rispettoso e come le scriveva in una delle anonime missive: “Tu sei per me non solo la più attraente delle donne – di tutte le donne – ma anche la più cara e preziosa superstizione”. Nel Giugno del 1855 furono pubblicate nella Revue des Deux Mondes diciotto poesie di Baudelaire, tre delle quali erano dedicate ad Apollonie e la collezione completa uscì due anni più tardi, il 25 Giugno 1857, con il titolo Les Fleurs du mal. Venti giorni dopo il poeta e l’editore furono citati in giudizio per offesa alla morale pubblica e religiosa. Un’edizione speciale, rilegata in pelle verde, fu riservata e autografata da Charles ad Apollonie, con la nota: “Tutti i versi da pagina 84 a 105 appartengono a te”.

Thomas Couture, Baudelaire e La Présidente, 1850

È attribuito a Thomas Couture il ritratto di Baudelaire con un amante, forse Madame Sabatier, 1850, Clermont-Ferrand, Musée d’art Roger-Quilliot. Nel quadro Apollonie, che è appena coperta da un lenzuolo bianco, in contrasto con il poeta, è nella posa di Leda e il Cigno di Michelangelo

C’era stato un incontro clandestino tra i due il 27 Agosto, come testimoniano alcune lettere, questa volta firmate da entrambi: “… Posso dirti, senza che tu mi accusi di esagerazione, che io sono la più felice delle donne, che non non mai stata così consapevole di amarti, che non ti ho mai visto così bello e adorabile – abbastanza semplicemente, mio divino amico”; Charles rispondeva: “Sembra che io ti sono appartenuto dal primo giorno che ti ho visto. Potrai farne quello che vorrai, ma io sono il tuo cuore, anima e corpo … Te l’ho detto ieri: mi dimenticherai; mi tradirai; colui che ti diverte oggi finirà per annoiarti … Vedi, mio bel tesoro, che io ho odiosi pregiudizi sulle donne. In breve, io non ho fiducia. Tu hai una bella anima, ma tutto considerato, è femminaE infine, pochi giorni fa tu eri una divinità, che è così sicuro, così bella, così inviolabile. E ora tu sei una donna … Alla fine, lasciamo che accada quel che deve accadere. Io sono in qualche maniera un fatalista. Ma so per certo che ho orrore della passione – perché la conosco, con tutte le sue ignominie; e ora che l’amata immagine che ha dominato tutte le fortune della vita è diventata così seducente … Addio, caro amore: sono un po’ arrabbiato con te perché sei troppo attraente. Soltanto ricorda che quando io conservo il profumo della tue braccia e dei tuoi capelli, porto con me anche il desiderio di annusarlo di nuovo. Ma che ossessione insopportabile!”.

Presunto ritratto di Apollonie firmato da Ernest Meissonier

Un presunto ritratto di Apollonie Sabatier firmato da Ernest Meissonier

D’altra parte il primo poema inviato da Baudelaire ad Apollonie, A colei che è troppo gaia,  non celava una certa aggressività:

Bello il tuo capo, il gestire, l’aspetto,/Come un bel paesaggio; sul tuo volto/Il riso giuoca come fresco vento/In un limpido cielo. Il malinconico/Passante che tu sfiori è abbacinato Dalla salute che, come luce,/Ti sprizza dalle braccia e dalle spalle./I sonanti colori di cui spargi/Le tue tolette, ispirano ai poeti /L’immagine di un balletto di fiori./Sono l’emblema, queste pazze vesti,/Del variopinto tuo spirito: folle/Di cui son folle, t’odio quanto t’amo!/Qualche volta, in un bel giardino, dove/Trascinavo la mia atonia, ho sentito/Il sole lacerarmi il petto, come/Un’ironia; la primavera e il verde/A tal punto umiliarono il mio cuore,/Che su di un fiore punii l’insolenza/Della natura. E così, una notte,/Appena suona l’ora del piacere,/Verso i tesori della tua persona/Vorrei strisciare, da vile, in silenzio,/Per castigarti la gioiosa carne,/Per schiacciare il tuo seno perdonato,/E infliggere al tuo fianco stupefatto/Una profonda, una larga ferita:/Vertiginosa dolcezza! Attraverso/Le nuove labbra, più splendenti e belle,/Infonderti, sorella, il mio veleno

Un autoritratto di Charles Baudelaire

Un autoritratto di Charles Baudelaire

La risposta di Apollonie alla lettera, firmata da “La tua infelice amica”, non tardò ad arrivare: “È così esplicito che mi fa gelare il sangue nelle vene. ‘In breve, io non ho fiducia’. Tu non hai fiducia! Ma in questo caso non hai amore”. Charles evitò i successivi incontri e Madame gli scrisse: “… Il tuo comportamento è stato così strano in questi giorni, che io non capisco più nulla. È troppo raffinato per una creatura sciocca del mio genere. Illuminami, amico mio, chiedo soltanto di capire quale gelo mortale ha spento questa bella fiamma”. Intorno a questa incompleta corrispondenza sono stati scritti fiumi di inchiostro: è stato detto che Charles e Apollonie avevano avuto almeno un rapporto, che la relazione non continuò perché Baudelaire era impotente o perché lui era legato ad un’altra donna, l’attrice mulatta Jeanne Duval, ma la misoginia del poeta è un altro fattore che non può essere ignorato. Apollonie aveva pensato di potrer diventare la sua amante, ma non aveva capito che Charles idolatrava la sua essenza, ma aveva disgusto del sua carnalità. Infatti il poeta da quel momento fu sempre meno presente agli incontri domenicali. D’altra parte il suo pensiero nei confornti del sesso femminile è evidente dalla collezione di aforismi Mon coeur mis à nu, in cui si legge: “La donna è il contrario del Dandy. Per questo dev’essere considerata con disgusto. La donna è affamata, e lei vuole mangiare; ha sete, e lei vuole bere. Si sente lasciva, e vuole essere ___ , Raffinate caratteristiche! La donna è ‘naturale’ – che significa, abominevole. Inoltre, lei è sempre volgare – che significa, il contrario del Dandy”. E ancora: “Mi sono sempre stupito che alle donne sia consentito entrare in Chiesa. Che razza si conversazione potrebbere avere con Dio?”.

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Vita nuova

Ritratto di Madame Sabatier con un piccolo ombrello verde di Ernest Meissonier, Paris, Musée du Louvre

Ritratto di Madame Sabatier con un piccolo ombrello verde di Ernest Meissonier

La fortuna di Mosselman prosperava durante il Secondo Impero di Napoleone III,  che continuò a mantenere Apollonie nel suo appartamento. Se avesse desiderato avrebbe anche potuto sposarla, dato che sua moglie era morta nel 1856 a 42 anni nella sua casa a Viroflay. Secondo il suo certificato di morte, il marito risiedeva al numero 6 di Passage Sandrié e dunque i coniugi avevano vissuto separatemente per molti anni. A parte la sua liaison con Baudelaire, Apollonie, cui non mancava nulla nonostante la sua vita non fosse particolarmente lussuosa, fu sempre fedele ad Alfred. Improvvisamente, verso la metà del 1860, tutto cambiò quando Alfred la lasciò. La ragione si chiamava Laurentine Bernage ed era diciotto anni più giovane di Apollonie. Lei aveva trentotto anni e, sebbene ancora attraente, non era più la stessa bellezza di un tempo. Alfred non avrebbe voluto abbandonarla del tutto e le offrì una generosa rendita di 6000 franchi all’anno, ma Madame rifiutò perché offesa. Apollonie decise di mantenersi da sola dipingendo e riparando miniature, un mestiere che le aveva insegnato Meissonier, suo amico da sempre. Ebbe un piccolo successo quando quattro dei suoi oli furono esposti al Salon del 1861. All’inizio le serate domenicali continuarono senza Alfred, ma ben presto Apollonie fu costretta a ridurre le spese e a vendere le sue opere d’arte all’asta per 43.000 franchi. Si fidanzò con Elie Miriam Delaborde, un giovane pianista ventiduenne senza rendita. Nel 1862 si trasferì in un appartamento più piccolo in rue del Faisanderie.

Un autoritratto di Ernest Meissonier, Paris, Musée du Louvre

Un autoritratto di Ernest Meissonier, Paris, Musée du Louvre

La maggior parte dei vecchi amici disertarono la nuova sistemazione, ma uno di loro continuò a visitarla. Era l’inglese Richard Wallace, figlio illegittimo del quarto marchese di Hertford e di Agnes Jackson. Nel 1842 Richard, nato Jackson, aveva cambiato il suo nome in Wallace (il cognome di sua madre da nubile), quando il marchese lo aveva assunto come segretario della sua collezione d’arte. Da allora Richard viveva a Parigi o nell’appartamento di rue Laffitte o nel castello di Bagatelle. Fu lui ad acquistare il Pulcinella di Meissonier su richiesta di Lord Hertford all’asta del 1861. Wallace non ebbe con Apollonie una relazione esclusiva perché, da lungo tempo, aveva un’altra amante. Essa si chiamava Amélie Castelnau, lavorava in una profumeria e da lei ebbe un figlio nel 1840. La stessa Apollonie vedeva ancora Delaborde, continuava a dare piccoli ricevimenti e frequentava la casa di Gautier a Neuilly. Nel 1866 si trasferì al numero 5 di rue Pergolése vicino a Porte Maillot. Sfortunatamente, dopo essere stata persuasa dalla sorella di investire le sue finanze in una compagnia di navigazione, Apollonie perse ciò che le restava della vendita dall’asta, quando la società fallì in seguito all’intervento francese in Messico.

Richard Wallace era un collezionista d'arte, figlio illegittimo del quarto marchese di Hertford. Nel 1870 ereditò un'immensa fortuna, del valore di 60 milioni di franchi. Non si dimenticò di garantire una rendita ad Apollonie

Richard Wallace era un collezionista d’arte, figlio illegittimo del quarto marchese di Hertford. Nel 1870 ereditò un’immensa fortuna, del valore di 60 milioni di franchi

Nel 1867 morirono sia che Baudelaire che Mosselman. Apollonie non era con Alfred, che non aveva mai più rivisto, ma sul Lago di Como. Il 1870, l’anno in cui collassò il Secondo Impero, fu invece molto fortunato per Apollonie. Alla morte del marchese di Hertford Richard Wallace ereditò un’immensa fortuna, il castello di Bagatelle e tutta la collezione d’arte conservata al 29 di Boulevard des Italiens. Benché non fossero più amanti, Richard, che le aveva promesso che avrebbe provveduto al suo futuro una volta diventato ricco, assicurò alla sua amica una rendita annuale di 25.000 franchi. Questa volta lei non rifiutò. Il 15 Febbraio 1871 Richard convolò a nozze con la sua amante Amélie Castelanau, madre di suo figlio Edmund. Si trasferirono a Londra in Hertford House nel 1872 e portarono tutta la collezione d’arte, per cui costruirono al primo piano un’apposita galleria con le pareti ricoperte di stoffa arabescata color porpora.

Amélie Castelnau o Lady Wallace in una foto di Walter Scott nel 1890, Londra, National Portrait Gallery

Amélie Castelnau o Lady Wallace in una foto di Walter Scott, Londra, National Portrait Gallery

Apollonie prese una nuova casa di sei stanze al 13 di avenue de l’Impératrice, che nel 1875 fu ribattezzata avenue du Bois. Poteva anche utilizzare la stalla nel cortile e assunse una cuoca e una cameriera. Affittò una piccola carrozza per recarsi con i suoi tre cagnolini al Bois de Boulogne e con i soldi di Wallace aiutò la sua anziana madre, la sorella e il fratello. Cercò anche di ripristinare le serate domenicali come a rue Frochot, ma la freschezza di quei giorni non poteva ritornare. Gli ospiti erano cambiati, molti erano morti. Apollonie era diventata grassa e solo le mani avevano conservato la loro bellezza di un tempo. Era sua abitudine cenare a casa di Gautier a Neuilly il giovedì sera, anche se non era in confidenza con i più giovani ospiti.

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La fine di Apollonia

Théophile Gautier, l'autore della Lettera, morì

Théophile Gautier, l’autore della Lettera, morì nel 1872

Théo morì il 23 Ottobre 1872, dopo una lunga malattia e la sua scomparsa fu per molti il segnale della fine di un’epoca. Pochi mesi dopo morì anche Gustave Ricard, che aveva ritratto Apollonie con il cane e non aveva ancora cinquant’anni. All’inizio del 1873 Apollonie viaggiò in Italia in compagnia della sua vecchia amica Madame Delabarre. Nel 1875 Edmond Ricard volle incontrare Apollonie e ne lasciò alcune note nei suoi scritti: Madame era ancora attraente, nonostante la sua stazza. I suoi capelli castani ramati non mostravano traccia di grigio, i suoi occhi erano vivaci e le labbra sempre sorridenti, anche se la guance erano un po’ appesantite. Le sue mani erano ancora piene di anelli e la voce manteneva il suo tono musicale. Lei attribuiva il suo aumento di peso all’uso della carrozza. Viveva ora al 168 avenue d’Eylau (ora avenue Victor Hugo) a Passy, in una casa su due piani e dodici stanze, con un piccolo cortile che separava l’edificio dalla stalla, dalla rimessa e dalla casa del vetturino. Un giardino ombroso, pieno di fiori, scendeva verso rue Spontini e si poteva scorgere dalle finestre del salotto. La sala da pranzo, che poteva ospitare dodici persone, era decorata da arazzi di Beauvais. Sulle pareti erano appese le opere che Apollonie aveva tenuto con sé: i ritratti di Ricard e Meissonier, il dipinto di Boissard, un disegno di Jalabert, un acquarello e il bozzetto di Pulcinella di Meissonier. Lei organizzava piccole feste ogni domenica, avendo sempre apprezzato la compagnia degli amici.

Apollonie Sabatier

Apollonie Sabatier negli anni Sessanta. Morì di influenza il 3 Gennaio del 1890

Ricard, un orfano che si era ritagliato una carriere di discreto successo nell’amministrazione ferroviaria, diventò il suo ultimo amante. Negli anni Ottanta Apollonie si spostò un’altra volta a Neuilly-sur-Seine, al 48 di rue de Chézy, in una casa a due piani circondata da un giardino. Visse lì fino alla fine dei suoi giorni. Il salotto, la sala da pranzo e la stanza da letto erano al primo piano, mentre al secondo aveva organizzato uno studio dove dipingeva. Apollonie morì per le complicanze di un influenza il 3 Gennaio 1890 e fu seppellita nel cimitero di Neuilly, sotto una lapide su cui fu scolpito il nome “Apollonia”. Poche persone erano presenti al funerale in quel giorno freddo e umido. Si scorgeva un vecchio dalla barba bianca: era Ernest Meissonier. Sir Richard Wallace morì anche lui nel 1890 a Bagatelle, dove era tornato a vivere solo e infelice dal 1887, dopo la morte del figlio Edmond, e avendo lasciato Lady Wallace a Londra. Nel 1897 quest’ultima donò la collezione Wallace allo Stato inglese. Hartford House fu aperta al pubblico nel 1900 e a allora è uno dei musei più importanti di Londra. Lì sorride ancora il Pulcinella che Meissonier aveva dipinto per la porta del budoir di Apollonie.

Ernest Meissonier Polichinelle 1860 The Wallace Collection copia

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In apertura: Henri Gervex (Parigi, 1852-1929), Rolla, 1878, Paris, Musée d’Orsay, foto da Wikipedia.

Bibliografia: Théophile Gautier, Lettera alla Presidentessa, Milano, La Vita Felice, 2013; Max Ernst, Una settimana di bontà, Milano, Adelphi, 2007; Virginia Rounding, Grandes Horizontales, New York and London, Bloomsbury, 2003.

er scaricare il testo dell’articolo cliccare qui: La Lettera alla Presidentessa

Published in: on 22 MagamTue, 03 May 2016 10:42:59 +00001232016 2011 at 9.41  Lascia un commento  
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